Photo Grant Deloitte 2025 mette in mostra i Contrasti in Triennale Milano
Triennale Milano presenta – fino al 25 gennaio 2026 – la mostra della terza edizione di Photo Grant Deloitte.
L’esposizione accoglie due progetti fotografici. Il primo è Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah (classe 1997), fotografo e regista ghanese vincitore dell’edizione 2025, categoria Segnalazioni. Il secondo progetto è Reinas di Fabiola Ferrero (classe 1991), fotografa venezuelana vincitrice dell’edizione 2024, categoria Open Call. Viene presentata anche un’anteprima del progetto Go Live di Atefe Moeini (classe 1998), artista iraniana vincitrice dell’edizione 2025, categoria Open Call.
Istituito nel 2023, Photo Grant Deloitte si colloca tra i principali concorsi fotografici a livello internazionale. Si pone l’obiettivo di testimoniare visivamente le battaglie quotidiane legate al miglioramento dei diritti dell’uomo e al rifiuto di ogni forma di discriminazione. È promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte, in collaborazione con Triennale Milano, la direzione artistica di Denis Curti e il team di BlackCamera.
Photo Grant Deloitte prevede ogni anno due sezioni distinte.
La prima è Segnalazioni: prevede una giuria di qualità con dieci esperti del mondo della fotografia provenienti da tutto il mondo. Ogni giurato può presentare due candidature per un totale di 20 candidati che portano un loro portfolio. Il vincitore viene selezionato grazie a una seconda giuria di qualità con altri dieci esperti. I premi per il vincitore sono molto importanti, in denaro (40.000 euro) più una mostra e un catalogo.
La seconda sezione è Open Call ed è dedicata ai giovani sotto i 35 anni. Prevede la libera candidatura e ha lo scopo di dare un contributo allo sviluppo e all’espansione del linguaggio fotografico in un momento in cui vari ambiti – tra cui l’editoria – sono in crisi. In questo caso, il premio prevede un tutoraggio del candidato vincitore che ottiene assistenza, 20.000 euro e sei mesi per realizzare il proprio progetto.
Dopo aver indagato i concetti di Connections e Possibilities, al centro rispettivamente della prima e della seconda edizione, Photo Grant Deloitte ha promosso quest’anno il tema Contrast. L’edizione 2025 ha dunque invitato fotografe e fotografi a indagare i contrasti tra uguaglianze e disuguaglianze. E a prendere come riferimento i diversi aspetti contraddittori insiti nella società contemporanea.
I partecipanti al concorso hanno avuto il compito di dare voce a chi spesso rimane inascoltato, offrendo così i presupposti per la creazione di uno spazio libero e votato al confronto. Uno spazio in cui l’immagine fotografica può contribuire significativamente alla costruzione di un dialogo edificante.

A essere premiate da Photo Grant Deloitte – come sottolinea Denis Curti – non sono le foto più belle, ma il progetto più interessante.
Quello della progettualità, dell’impegno, del significato che prevale sulla semplice estetica fotografica è un messaggio potente. E che si ritrova appieno nei tre progetti in mostra in Triennale.
Il lavoro Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah si presenta come un diario intimo, un viaggio profondo attraverso la memoria, innescato dal lutto e dalla ricerca della propria identità. L’autore affronta infatti il vuoto creato dalla perdita del padre, segnato dalla scarsissima, se non nulla, documentazione fotografica che testimonia il loro rapporto. L’assenza di immagini visive e i ricordi sbiaditi danno origine a una ricostruzione mentale e immaginaria di quel legame.
Il lavoro Reinas di Fabiola Ferrero si concentra su due aspetti identitari del Venezuela: la produzione del petrolio e la bellezza delle donne. Ancora oggi, il Paese detiene la più grande riserva di petrolio al mondo e il maggior numero di titoli internazionali di bellezza. Dietro c’è tutto un mondo di sfumature e connessioni: Ferrero osserva senza giudizio, ma con l’occhio di chi vuole comprendere.
Il progetto Go Live di Atefe Moeini nasce da un’esperienza biografica. Nel 2018, Moeini è stata arrestata dalla polizia morale a Teheran per aver indossato jeans strappati, un foulard rosso e un cappotto lungo. Questo evento è stato l’inizio del suo lavoro fotografico ancora in corso, incentrato sulle vite delle donne iraniane la cui presenza nello spazio pubblico è costantemente sorvegliata, giudicata e punita.
Sempre in un’ottica di sostegno al talento, alla fotografia e alle nuove generazioni, l’ingresso alla mostra è gratuito. Si può visitare dal martedì alla domenica dalle 10:30 alle 20.
Per chi è interessato a un approfondimento, qui sotto ci sono ulteriori dettagli sui tre progetti e gli autori.
Emanuela Pirré
CARLOS IDUN-TAWIAH – HERO, FATHER, FRIEND
Il lavoro fotografico di Carlos Idun-Tawiah si presenta come un diario intimo, un viaggio profondo attraverso la memoria, innescato dal lutto e dalla ricerca della propria identità. L’autore affronta infatti il vuoto creato dalla perdita del padre, segnato dalla scarsissima, se non nulla, documentazione fotografica che testimonia il loro rapporto. L’assenza di immagini visive e i ricordi sbiaditi danno origine a una ricostruzione mentale e immaginaria di quel legame.
«Dopo aver perso mio padre prematuramente – racconta Carlos Idun-Tawiah – mi sono rimasti pochissimi scatti che ci ritraggono insieme. Ciò che resta sono ricordi lontani e ritratti formali in studio, immagini che sembrano scollegate dalla nostra relazione quotidiana. All’epoca la fotografia non era così accessibile e l’archivio che avrei voluto semplicemente non esiste. ‘Hero, Father, Friend’ nasce come risposta a questa assenza. Ricostruisce i momenti emotivi e visivi che ho desiderato, colmando le lacune con scene sia reali che immaginate».
Protagonisti delle fotografie sono momenti sulla spiaggia con lo zio, lezioni di pianoforte con il nonno, partite di calcio con i cugini più grandi. Queste esperienze hanno colmato l’assenza del padre e hanno ricordato all’artista che l’amore spesso arriva in modi inaspettati. Nasce così una riflessione sulla paternità non solo come un ruolo biologico o di responsabilità, ma come un dono che può manifestarsi in molte forme.
Il lavoro vive così nella tensione tra realtà e finzione, intrecciando due linee temporali. Una è radicata nelle esperienze vissute con zii, mentori e anziani della chiesa che hanno preso il posto del padre dopo la sua scomparsa. L’altra è immaginaria, plasmata da ciò che avrebbe potuto essere. La fotografia diventa così uno strumento capace di collocare passato, presente e futuro in un’unica dimensione atemporale.
Hero, Father, Friend rispecchia pienamente il tema del concorso di quest’anno, Contrast, offrendo una risposta stratificata.
Custodisce il contrasto emotivo tra dolore e desiderio. Il contrasto visivo tra ritratti messi in scena e ricostruzioni intime. E il contrasto sociale tra le narrazioni dominanti sulla paternità e le forme di cura quotidiana, sfumate e spesso invisibili.
Carlos Idun-Tawiah, classe 1997, è un fotografo e regista ghanese con base ad Accra. Traendo ispirazione dagli archivi africani, sia personali che collettivi, il suo lavoro reimmagina i paesaggi in evoluzione del continente, sfumando i confini tra finzione e realtà, passato e presente, memoria e immaginazione. Le sue fotografie si concentrano sul potere silenzioso della vita quotidiana: le relazioni tra generazioni, i ritmi della giovinezza, i legami di amicizia e di fede.
Con uno sguardo attento e intuitivo, crea immagini intime ma ampie, radicate nell’emozione e sensibili alle sfumature dell’esperienza umana. Attraverso ogni storia, cerca di onorare la bellezza e la complessità della vita africana contemporanea, non come un osservatore esterno, ma dall’interno, sinceramente convinto che fede, speranza e amore possano guarire il nostro mondo.

FABIOLA FERRERO – REINAS
Il lavoro presentato da Fabiola Ferrero si concentra su due aspetti identitari del Venezuela: la produzione del petrolio e la bellezza delle donne. Ancora oggi, il Paese detiene la più grande riserva di petrolio al mondo e il maggior numero di titoli internazionali di bellezza.
Negli anni Cinquanta del Novecento, grazie agli stretti legami con gli Stati Uniti e l’Europa per investimenti esteri e immigrazione, il Venezuela entrò in un’epoca di grande sviluppo. Il concorso Miss Venezuela, introdotto nel 1952 dalla compagnia americana PanAm Airlines, faceva parte di questo periodo fiorente ed esprimeva gli ideali di progresso attraverso la figura femminile.
Negli ultimi sei anni, Fabiola Ferrero ha concentrato il proprio lavoro sul declino del Venezuela, esplorando le conseguenze del deterioramento dell’industria petrolifera e la perdita degli ideali a essa legati. Attualmente, la sua ricerca si spinge verso aspetti più profondi dell’identità del Paese. Attraverso l’archetipo della reginetta di bellezza, indaga ciò che resta del mito di crescita e modernità che ha segnato il boom economico nella seconda metà del Novecento.
«So quanto i concorsi possano essere dannosi per le donne venezuelane, perché impongono standard di bellezza eteronormativi, eppure molte partecipanti mi raccontano di sentirsi più libere proprio nel personaggio che si sono create», osserva Fabiola Ferrero.
«Per le donne venezuelane che vivono in mezzo al caos politico ed economico – continua Ferrero – i concorsi di bellezza rappresentano una piattaforma di progresso personale e una possibile via per uscire dalla povertà. La maggior parte delle studentesse che ho incontrato nelle escuelas de reinas (“scuole per regine”) proviene da famiglie a basso reddito, nonostante i costi elevati della preparazione. Vincere titoli minori può aprire la strada a competizioni più grandi e, con esse, a uno status pubblico».
Focalizzandosi sulle donne che sono state Miss Venezuela e analizzando i concetti di bellezza strettamente legati all’ideale di modernità emerso con la ricchezza petrolifera, il progetto Reinas pone al centro la prospettiva femminile nella storia e nell’identità dello Stato venezuelano. Qui potete leggere il focus firmato da Federica Latorre per A glittering magazine.
Fabiola Ferrero, classe 1991, è una giornalista e fotografa nata a Caracas, attualmente divisa tra la Francia e il Venezuela. Il suo lavoro personale scaturisce dal contrasto tra i ricordi della sua infanzia e la realtà attuale del Venezuela, suo Paese d’origine. Grazie alla sua formazione in scrittura e giornalismo investigativo, sviluppa progetti visivi a lungo termine sull’America Latina, con un focus particolare sulla crisi venezuelana.
Ha partecipato al programma di Fotografia e Giustizia Sociale della Magnum Foundation. Ha vinto vari premi prestigiosi tra cui il World Press Photo nel 2023 per la categoria Progetti a Lungo Termine nella regione sudamericana.
Interessata a creare opportunità per altri fotografi emergenti nella regione, ha fondato Semillero Migrante. È un programma di tutoraggio fotografico incentrato sul tema della migrazione che offre istruzione gratuita a giovani fotografi di lingua spagnola.
L’ANTEPRIMA: ATEFE MOEINI – GO LIVE
Il progetto fotografico Go Live di Atefe Moeini nasce da un’esperienza biografica. Nel 2018, Moeini è stata arrestata dalla polizia morale a Teheran per aver indossato jeans strappati, un foulard rosso e un cappotto lungo.
«Sono stata gettata in una macchina della polizia, trattenuta per ore e costretta a cambiarmi con ciò che loro consideravano abbigliamento “islamico” prima di essere rilasciata», ricorda Atefe Moeini. «Ciò che mi è rimasto – aggiunge – non è stata solo la paura, ma una profonda frattura, la sensazione che il mio corpo fosse diventato un campo di battaglia».
Questo evento è stato l’inizio del suo lavoro fotografico ancora in corso, incentrato sulle vite delle donne iraniane, la cui presenza nello spazio pubblico è costantemente sorvegliata, giudicata e punita.
Moeini ritrae donne che, come lei, sono state arrestate o ammonite per il loro abbigliamento, chiedendo loro di indossare proprio quegli abiti incriminati. Alcune mostrano il volto, altre scelgono l’anonimato. Insieme, danno forma a una ribellione silenziosa, una memoria visiva di resistenza, orgoglio e sopravvivenza.
Go Live è una testimonianza potente sull’essere viste, dopo anni in cui è stato imposto di non esserlo.
Atefe Moeini, classe 1998, è un’artista che lavora principalmente con la fotografia e la scrittura. È nata e cresciuta a Bushehr, nel sud dell’Iran. Ha vissuto a Teheran dal 2017, quando ha compiuto 18 anni, fino al suo trasferimento negli Stati Uniti nel 2024.
Il suo lavoro unisce narrazioni visive immaginative a un approccio intuitivo alla creazione d’immagini. Traendo ispirazione dalle esperienze personali, crea fotografie che esplorano l’intersezione tra individualità e connessione umana condivisa. La sua pratica è profondamente influenzata dall’intensità lirica del rap underground iraniano e dal suo ruolo nel sostenere i movimenti per la libertà in Iran negli ultimi vent’anni. È anche ispirata dai videoclip pop della diaspora, prodotti da cantanti iraniani in esilio a Los Angeles, e dalla loro capacità di suggerire mondi alternativi, accendendo l’immaginazione verso vite che avrebbero potuto essere vissute.
Come parte della Biennale di Teheran 2023, Moeini ha presentato un’installazione fotografica intitolata Six Windows and a Balcony in un appartamento nel centro di Teheran, dove aveva vissuto durante le proteste del 2022. Attualmente è studentessa del programma MFA presso la Yale School of Art di New Haven, nel Connecticut
PROXIMITIES È IL TEMA DI PHOTO GRANT DELOITTE 2026
In occasione dell’apertura della mostra, è stato annunciato il tema dell’edizione 2026: Proximities.
Oggi l’umanità vive una condizione di distanza che non deriva solo dallo spazio fisico. Dipende anche dall’economia sempre più polarizzata, dalle tecnologie che filtrano la spontaneità dell’incontro tra individui e dalla cultura che fatica a superare la frammentazione sociale.
È una distanza che include spazio, tempo e relazioni. Ci può essere una prossimità territoriale separata da un confine invalicabile oppure una lontananza che diventa prossimità del sentire, dell’anima, di intenti, capace di annullare le distanze.
La fotografia può intercettare e raccontare questo vuoto. Osserva come i corpi occupano le città, come le comunità si ritirano dietro schermi e ritmi di lavoro che consumano l’attenzione.
Le Proximities diventano allora un tema di indice sociale: mostrano allo stesso tempo chi resta incluso e chi invece scivola fuori dal perimetro del visibile. Nel contesto attuale, l’immagine fotografica è il linguaggio che riesce a registrare e raccontare le micro-relazioni. Osservare le Proximities significa rendere leggibile la trama di legami che resiste sotto la pressione economica e sociale contemporanea.
La fotografia mette in evidenza ciò che la società tende a ignorare: nessuna comunità esiste senza contatto. E la distanza non è un destino, ma un effetto delle strutture che regolano la nostra vita quotidiana.
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.