Il 2025 della moda, un bilancio tra tante domande e poche risposte

Il 2025 è stato un anno complesso e turbolento.

La moda è da sempre uno specchio della società e dunque non fa altro che restituirci il riflesso della situazione globale, perché è molto più di ciò che indossiamo. Per esempio, è un’industria che dà lavoro a moltissime persone in ogni parte del mondo.

Anche per il sistema moda, dunque, è stato un anno particolarmente impegnativo e segnato da stravolgimenti strutturali, tra vendite e acquisizioni più o meno inaspettate e continui cambiamenti di direttori creativi. Non mancano poi i peccati capitali, dal caporalato al greenwashing passando per questioni come l’appropriazione culturale.

In questo editoriale di fine anno, provo a ricapitolare le questioni lasciate aperte da un 2025 che ha posto molte domande e offerto poche risposte.

Il 2026 eredita un compito: cercare le risposte a queste e altre domande.

I CAMBI DI DIREZIONE CREATIVA TRA IMPLICAZIONI DIRETTE E INDIRETTE

I cambi di direzione creativa in seno a brand e Maison sono ormai talmente all’ordine del giorno che molte testate di informazione hanno una rubrica dedicata. Fashion Network, per esempio, ha la rubrica Nomine, mentre Pambianco ne ha una intitolata Giro Poltrone. 

Per tutte le persone per cui la moda è una bella passione e non un mestiere, tutto ciò risulta spesso come una sfilza infinita di nomi spesso nemmeno troppo noti. Prendiamo, per esempio, Dario Vitale, nome che, nell’ultimo mese, è stato sulla bocca di tutti per un motivo non molto bello: la brevità della posizione occupata in Versace.

La conferma ufficiale è arrivata a inizio dicembre: Dario Vitale non è più il direttore creativo. Il designer era stato nominato con decorrenza dal 1° aprile 2025 e dunque lascia il ruolo dopo soli otto mesi: che quel 1° aprile abbia portato male? Eppure, a settembre, aveva presentato una prima collezione che era stata reputata promettente.

Segnalazione importante. L’uscita di scena di Vitale è arrivata a sole 48 ore dall’acquisizione definitiva di Versace da parte del Gruppo Prada per il quale, tra l’altro, il designer aveva lavorato fino a gennaio 2025 occupandosi di Miu Miu. Che intrecci! Decifrare cosa sia realmente accaduto è tutt’altro che semplice. E adesso la domanda è: chi raccoglierà l’eredità creativa di uno dei marchi più iconici della moda italiana?

Versace e Vitale non sono certo l’unico caso, lo ripeto.

Soltanto durante l’ultima tornata di sfilate, tra Milano e Parigi, hanno debuttato tanti nuovi direttori creativi. Ho voluto che, nel nostro magazine, a parlarne ci fossero voci nuove e così Leonardo Pulcini ha parlato di Jonathan Anderson e della sua sfilata di esordio per la linea donna di Dior. Il suo articolo è qui.

Leonardo ha parlato di una delle questioni legate al cambio di direzione creativa: la riconoscibilità. Che è anche una delle grandi domande attuali: quanto un marchio deve rimanere fedele a sé stesso?

Ma, oltre a questa domanda fondamentale, desidero mettere il focus su ulteriori questioni. La mia attenzione è stata infatti attirata da una notizia, datata 9 dicembre, alla quale non è stata data particolare evidenza.

Swinger International, azienda di Bussolengo, in provincia di Verona, sta per licenziare quasi la metà dei propri dipendenti. Si tratta di un’azienda che, dai primi anni Settanta, produce jeans e prêt-à-porter per molte grandi firme della moda. Parliamo di una procedura di licenziamento collettivo per 70 degli attuali 148 lavoratori, come si legge nel quotidiano locale L’Arena.

Dove sta il collegamento? Pare che la situazione di Swinger International sia precipitata da pochissimi mesi a seguito – come riferiscono fonti sindacali – della «perdita delle commesse di ordini di Versace il quale da solo generava l’80% circa del giro d’affari aziendale». Swinger produceva infatti la linea Versace Jeans Couture.

Attenzione: interpellata da Fashion Network, Prada ha precisato che Versace aveva deciso di cessare il rapporto di licenza con Swinger già nell’ottobre del 2024, dunque prima dell’inizio dell’acquisizione da parte di Prada. Prada ha anche chiarito che la cessazione della licenza è esclusivamente legata alla scelta, risalente all’anno scorso, di chiudere la linea Versace Jeans Couture.

Non sto quindi affermando che la procedura di licenziamento in Swinger sia colpa di Prada oppure del cambio di direzione creativa.

Restano tuttavia alcuni fatti tra cui la «perdita delle commesse di ordini di Versace» e il conseguente «rallentamento della produzione». E desidero quindi semplicemente sottolineare quanto qualsiasi decisione strategica – tra cui la dismissione di linee – possa avere grande impatto e forti conseguenze su tutta una filiera, dal punto di vista economico e dal punto di vista umano.

Mi riferisco ai lavoratori che rimarranno a casa. E mi riferisco a Dario Vitale, prima esaltato e poi bruciato prima di poter costruire un vero percorso.

Ne sa qualcosa anche Sabato De Sarno, nominato direttore creativo di Gucci a fine gennaio 2023, in qualità di successore di Alessandro Michele, e cordialmente salutato esattamente due anni dopo, a inizio febbraio 2025. Il compito affidato a De Sarno era molto arduo: risollevare le vendite del marchio, già in sofferenza sulla fine ‘dell’era d’oro’ firmata Michele. Complice anche il momento di stallo generale dell’intero settore del lusso, i conti di Gucci hanno continuato a segnare ancora cali a doppia cifra e quindi ciao ciao caro Sabato.

Un peccato, a mio avviso, perché De Sarno è un gran talento così come lo è Vitale. E mi dispiace che questi cambi così bruschi rischino di minare le loro carriere.

E allora auguro a Vitale la stessa soddisfazione che sta raccogliendo De Sarno a chiusura del suo 2025.

Lo stilista ha infatti appena presentato il libro Napoli Infinita, progetto editoriale e visivo curato da lui e dedicato alla sua città d’origine. Il volume riunisce 35 voci di artisti da diversi ambiti, musica inclusa, per celebrare i 2500 anni dalla fondazione della città partenopea. Il risultato è un ritratto sfaccettato, profondo, contemporaneo.

Bellissimo, insomma, come auguro sia il futuro e la seconda vita di De Sarno e di Vitale.

IL CAPORALATO, DAGLI SVILUPPI FINO ALLO STOP DEL DDL

Della triste questione del caporalato ho ampiamente parlato varie volte e l’ultima è stata quest’anno (qui).

In quell’occasione, ho scritto che, se eravamo abituati a sentirne parlare soprattutto in settori come l’agricoltura, tra gli assolati campi di frutta, nel 2025 abbiamo scoperto che il caporalato esiste anche nella moda. Ne sono prova, purtroppo, casi che hanno come protagonisti nomi illustri tra cui Loro Piana e Tod’s, con accuse ancora da chiarire.

Tali casi sono un pugno nello stomaco. E rappresentano un grande smacco per la moda italiana, per il suo prestigio e per la sua autorevolezza. «If You Can’t Trust Loro Piana, Who Can You Trust?»: è il titolo di un articolo di BoF, The Business of Fashion, una delle testate più autorevoli del settore. Bella domanda…

Torno oggi sull’argomento per due aggiornamenti.

Il primo aggiornamento è una pessima notizia: ci sarebbero altre tredici aziende di moda e lusso sospettate di sfruttamento del lavoro.

Dolce&Gabbana, Versace, Prada, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating: sono questi i player coinvolti nelle inchieste portate avanti dalla Procura di Milano.

Le case di moda entrate nel mirino compaiono nei fascicoli sulle fabbriche cinesi clandestine in quanto committenti che affiderebbero la produzione ad appaltatori e subappaltatori violando le norme sul lavoro e la sicurezza. Oltre che in Lombardia, le indagini si spingono fino alla Toscana e alle Marche.

Anche il secondo aggiornamento non è felice. Mi riferisco allo stop al ddl Pmi.

Il disegno di legge per le piccole e medie imprese contiene anche le norme anti-caporalato. Alcuni articoli avrebbero istituito una certificazione di conformità per le filiere moda, con il corollario di una protezione de facto per le aziende committenti in caso di irregolarità. Proprio come nei casi di caporalato recentemente saliti agli onori della cronaca, insomma. E proprio tale protezione è stata interpretata come uno ‘scudo penale’ che avrebbe protetto le aziende capofila dalle ripercussioni penali delle eventuali anomalie riscontrate nella propria catena di fornitura.

Dopo un’accesa controversia, la vittoria è andata a sindacati e opposizione, contrari alla clausola. E il ddl Pmi è ora momentaneamente fermo.

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, e Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem Cgil, esprimono soddisfazione. «Fin dall’inizio – spiegano – avevamo evidenziato che la scelta di deresponsabilizzare i committenti fosse sbagliata e che, semmai, il tema era ed è quello di una maggiore qualificazione industriale, di sistemi preventivi e di modelli organizzativi e gestionali condivisi».

Sono di altro avviso le associazioni del settore moda che hanno invece caldeggiato l’approvazione della misura al fine di circoscrivere l’operato delle aziende in un quadro di regole e norme certe, pur dichiarandosi anche loro contrarie al concetto di un cosiddetto ‘scudo penale’.

In una nota congiunta, Altagamma, Camera Nazionale della Moda Italiana, Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda parlano di un’occasione perduta. «Esprimiamo rammarico e preoccupazione per il rinvio di un intervento normativo di importanza strategica e ribadiamo, quindi, l’urgenza di dotarsi in tempi brevi di una legge nazionale sulla certificazione della filiera, strumento essenziale per tutelare i lavoratori, sostenere le imprese, rafforzare la credibilità del Made in Italy e contrastare fenomeni di illegalità».

Tutelare i lavoratori, sostenere le imprese, rafforzare la credibilità del Made in Italy, contrastare fenomeni di illegalità: sono tutte misure più che necessarie. Così come la maggiore qualificazione industriale e i sistemi preventivi citati da Landini e Falcinelli.

Il dubbio, quindi, resta. Almeno per ora, per il 2025.

È bene privilegiare l’urgenza approvando un decreto imperfetto? Oppure è meglio attendere e approvare qualcosa che risulti veramente efficace?

Spero che sia il 2026 a portare la risposta. E a portare qualcosa che non sia una caccia alle streghe, ma che non rappresenti nemmeno l’ennesimo scudo con scappatoie utili solo ai cosiddetti furbetti.

L’APPROPRIAZIONE CULTURALE E LA SOLUZIONE PRADA

Negli ultimi anni sentiamo parlare sempre più spesso di appropriazione culturale.

Viviamo in un mondo iperconnesso e in cui mode, capi, accessori, immagini, suoni e tradizioni viaggiano velocemente da un continente all’altro. Poter scoprire e apprezzare culture diverse è bellissimo, ma non sempre lo scambio è davvero equo. Capita infatti che grandi marchi e aziende si approprino di simboli, abiti o storie appartenenti a comunità marginalizzate, trasformandoli in tendenze di massa e guadagnandoci sopra senza riconoscere nulla a chi quelle tradizioni le ha create e le custodisce. E questo è, in poche parole, il fenomeno che prende il nome di appropriazione culturale.

E allora… dove finisce l’apprezzamento e dove inizia l’appropriazione culturale? Come si possono distinguere in modo chiaro, netto, definitivo?

Anche questi sono argomenti di cui mi sono occupata spesso. Recentemente, però, ho lasciato la parola a Giada Crudo che ha provato a dare qualche risposta e a proporre delle soluzioni. Il suo articolo è sempre qui nel magazine.

Uno dei casi trattati nel suo articolo è quello di Prada che, per la SS 2026, ha creato dei sandali palesemente uguali ai chappal di Kolhapur, città in India. E così dei sandali in cuoio, fatti a mano e indossati da milioni di indiani da secoli, sono passati da simbolo di un patrimonio culturale a calzatura venduta a caro prezzo nell’ambito del lusso.

Ma su questo, almeno, c’è una notizia positiva: Prada realizzerà in India una collezione di sandali in edizione limitata ispirata alle calzature tradizionali del Paese.

Il brand spiega di voler trasformare le polemiche in una collaborazione con gli artigiani indiani. Prevede di produrre i sandali negli Stati del Maharashtra e del Karnataka, nell’ambito di un accordo con due enti sostenuti dallo Stato, coniugando l’artigianato locale indiano con tecnologia e know-how italiani.

Rispetto, riconoscimento, collaborazione, reciprocità: sono proprio queste le risposte che eviterebbero l’appropriazione e metterebbero le basi di un sincero e onesto apprezzamento.

Attendiamo fiduciosi gli sviluppi e la concreta realizzazione del progetto Prada. Appuntamento, anche in questo caso, al 2026.

LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE NEL 2025 TRA PASSI AVANTI E QUALCHE BRUSCA FRENATA

Sostenibilità: tutti ne parlano, pochi la applicano veramente. Facili riempirsi la bocca di slogan e proclami, molto difficile trasformarli in fatti concreti.

Parto con una buona notizia e parto dall’Italia.

In novembre, il nostro governo ha varato un decreto contro il greenwashing. Il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, un decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sulla transizione verde. Il provvedimento rafforza tutele e strumenti contro le pratiche commerciali scorrette legate alla sostenibilità ambientale e sociale dei prodotti, i cosiddetti ‘green claim’ ingannevoli, e introduce nuove modalità di informazione chiara e verificabile a beneficio dei consumatori. Evviva!

C’è poi la questione che tiene banco ormai da anni: quella che oppone materiali naturali e materiali sintetici alternativi.

Chi appoggia i materiali naturali accusa quelli sintetici di essere poco sostenibili dal punto di vista ambientale, soprattutto se derivati dai combustibili fossili. Chi appoggia i materiali alternativi afferma che servono troppe risorse (tra cui l’acqua) per produrre alcune fibre naturali. Con l’ulteriore aggravante della crudeltà nel caso di pelle e pellicce animali.

Non darò né torto né ragione a nessuna delle due posizioni. Mi limito a dare conto di un po’ di fatti ed elementi su cui ognuno possa farsi una propria opinione.

Lo scorso 27 novembre, la Commissione Europea ha promesso di sostenere lo sviluppo del settore della “bioeconomia”, alla ricerca di redditività di fronte alla concorrenza di prodotti inquinanti a basso costo. I “prodotti a base biologica”, ottenuti cioè da piante o da rifiuti organici, si candidano a sostituire la plastica tradizionale, ma il loro sviluppo è “troppo lento”, anche a causa di costi spesso molto più elevati rispetto a quelli dei prodotti derivati dal petrolio. L’esecutivo europeo punta dunque a creare una sorta di “alleanza per i prodotti a base biologica”, riunendo aziende dell’UE che acquistino collettivamente “soluzioni a base biologica”. Promette anche di semplificare le norme e le autorizzazioni per i prodotti innovativi.

Una buona notizia, insomma. E ci sono buone notizie anche per chi condanna le pellicce.

Il CFDA (Council of Fashion Designers of America, l’equivalente della nostra Camera Moda) ha appena deciso di bandire le pellicce della New York Fashion Week. A partire dalla manifestazione del prossimo settembre 2026, l’organizzazione non consentirà più l’utilizzo di pellicce animali all’interno delle collezioni presentate nel calendario ufficiale. Tale lasso di tempo è pensato per offrire ai designer il tempo necessario per adeguare materiali e piani di produzione e sfilata. Inoltre, è prevista una sorta di esenzione ma esclusivamente per le pellicce ottenute da comunità indigene attraverso pratiche tradizionali di caccia di sussistenza.

La decisione si allinea a quella della London Fashion Week che ha interrotto la promozione della pelliccia nel 2023, così come alle settimane della moda di Copenhagen, Berlino, Stoccolma, Amsterdam, Helsinki e Melbourne.

Cambiamenti di questo tipo avvengono anche nell’editoria. A inizio 2025, Condé Nast ha vietato l’uso di pelliccia animale nei contenuti editoriali e pubblicitari. E Condé Nast significa in primis VogueLo scorso 9 dicembre, anche Hearst ha fatto la stessa scelta e ha implementato il medesimo divieto. E quindi anche il big competitor di Vogue, ovvero Harper’s Bazaar, diventa fur free.

D’altro canto, negli ultimi anni, si sono susseguiti gli annunci di numerose griffe che hanno scelto di bandire le pellicce di origine animale. L’ultimo in ordine di tempo è Rick Owens con un annuncio di un paio di settimane fa.

Per contro c’è qualche notizia meno positiva, collegata alla “bioeconomia”.

Un paio d’anni fa, in un articolo per AdlMag, ho parlato degli studi portati avanti da varie aziende per pelli di origine vegetale ricavate da ananas, bucce di mela, funghi, uva – giusto per citare alcuni materiali alternativi. Ho anche sottolineato come talvolta questi studi si arenino e ho citato il fallimento del materiale Mylo. Prodotto dalla startup statunitense Bolt Threads, era stato progettato per essere un’alternativa tattile e visiva molto simile alla pelle di origine animale. Generato a partire dal micelio, l’apparato vegetativo dei funghi, Mylo è stato protagonista degli esperimenti eco-friendly di maison del calibro di Hermès e di colossi dello sportswear come Adidas. E anche delle creazioni di Stella McCartney.

E proprio Stella McCartney, marchio ammiraglio nell’ambito della moda sostenibile, naviga oggi in acque molto turbolenteNel 2024, le perdite ante imposte del brand sono aumentate a 33,6 milioni di sterline (38,5 milioni di euro) rispetto ai 25 milioni dell’anno precedente. A dirlo sono i bilanci presentati alla Companies House, agenzia esecutiva del governo britannico incaricata della tenuta del pubblico registro delle imprese.

Insomma, la sostenibilità ambientale è una strada lunga. Si fanno passi avanti. E c’è qualche brusca frenata, qualche fallimento o qualche intoppo. Anche economico. E occorrerebbe chiedersi cosa significa, per esempio, la situazione di brand come Stella McCartney e il fallimento di tanti piccoli progetti che propongono moda sostenibile ed etica.

Senza contare che la sostenibilità ambientale si riallaccia indissolubilmente a quella sociale. Ovvero alla tutela dei lavoratori, a condizioni dignitose e al blocco di situazioni come caporalato e sfruttamento.

IL FUTURO È NELLA QUALITÀ, FORMAZIONE INCLUSA

L’avevo dichiarato fin dal principio. Il 2025 ha portato tante domande e poche risposte.

Una risposta, però, la voglio dare.

Il futuro della moda, l’unico modo per salvare la filiera, è la qualità. Accompagnata dal rispetto e dalla collaborazione.

Lo dimostra la querelle Prada e la soluzione proposta, basata proprio su questi tre elementi. E su un quarto altrettanto fondamentale: la formazione.

La partnership tra Prada e i due enti indiani includerà infatti programmi di formazione in India e opportunità di trascorrere periodi presso l’Accademia di Prada in Italia.

Formazione è la parola chiave di un altro recentissimo progetto.

Il 18 dicembre ha preso il via a Fossò, in provincia di Venezia, École de Souliers, un corso di formazione sull’orlatura della calzatura di lusso femminile. È progettato e realizzato da Accademia HModa insieme a Dior e all’Istituto dei Mestieri d’Eccellenza di LVMH in Italia. Il corso coinvolge 10 studenti e terminerà nel mese di marzo 2026. Nelle 320 ore di durata, fra teoria e pratica, spiccano attività laboratoriali che culmineranno in un’esperienza all’interno dei reparti di orlatura di Manufactures Dior.

Iniziative come queste contribuiscono alla costruzione concreta delle competenze su cui si reggerà il futuro della moda italiana ed europea. Perché qualità, formazione, cultura lasciano meno spazio alle brutte abitudini.

Brutte abitudini che includono arroganza e ipocrisia – e anche di questo ho già parlato sempre quest’anno (qui).

E ora posso confessarlo. Io la penso un po’ come Rick Owens e condivido un’affermazione contenuta nella nota con cui – come dicevo – ha annunciato lo stop all’uso delle pellicce animali.

«C’è ancora del lavoro da fare, ma tutti insieme possiamo puntare più in alto e iniziare da qualche parte».

La pensa allo stesso modo anche Stella McCartney che, a parte le difficoltà già citate, si allea con H&M, emblema fast fashion. Dalla loro collaborazione (che tra l’altro è la seconda) nasce una capsule collection realizzata con materiali certificati e responsabili, molti dei quali riciclati, e alternative innovative ai tessuti tradizionali.

Vi sembra un gesto folle, un’eresia? McCartney non la vede così.

«È l’occasione – spiega la designer – per riflettere sui progressi compiuti in termini di sostenibilità, pratiche cruelty-free, design consapevole e per riconoscere con onestà quanto ancora dobbiamo fare, insieme. Sono felice che H&M percorra questa strada con me: il vero cambiamento avviene solo quando si agisce sia dall’interno che dall’esterno. E ho sempre creduto che agire dentro il sistema sia la chiave per spingere l’industria verso il futuro».

Come dice Owens, occorre iniziare da qualche parte. Come dice McCartney, agire dentro il sistema è la chiave per cambiarlo.

Anche perché penso che tra immobilismo e integralismo esista un’ampia gamma di sfumature.

Meglio aprirsi a discussione e confronto piuttosto che chiudersi in atteggiamenti sterili o addirittura ostili. Meglio evitare estremismi, in qualsiasi direzione. Ed è meglio un risultato parziale, e che porta comunque verso il cambiamento, piuttosto che praticare l’intransigenza.

Le posizioni assolute, intransigenti e che colpevolizzano possono spaventare o far sentire inadeguati. È però altrettanto vero che trincerarci dietro le scuse (come per esempio la classica «abbiamo sempre fatto così») non salverà né noi né il sistema moda.

Ciao 2025. E speriamo che il 2026 sia un anno trasformativo ma in un senso un po’ più positivo.

Emanuela Pirré

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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