Le credenze vernacolari nell’era dei dispositivi tecnologici: intervista a Irene Mathilda Alaimo
Come si trasformano le credenze vernacolari nell’era dei dispositivi tecnologici? Lo racconta Irene Mathilda Alaimo, artista capace di riconnettere il contemporaneo con la ritualità. A intervistarla è Alice Taraboi, specializzata in Arti Visive e Studi Curatoriali.
Classe 2000, Irene Mathilda Alaimo è una giovane artista visiva di cui non si parla abbastanza.
Le sue opere, legate al misticismo e alla spiritualità, incarnano la comunione tra passato e presente, riconnettendo il contemporaneo con le ritualità che gli sono proprie.
Nata a Roma, Irene vive attualmente tra Venezia e la sua città natale, dopo essersi diplomata all’Accademia di Belle Arti di Urbino e aver conseguito la laurea magistrale in Arti Visive allo IUAV di Venezia. Nell’ultimo anno, è stata selezionata come artista in residenza dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, con la curatela di Camilla Mozzato.
Alaimo ha inoltre recentemente esposto una sua installazione negli spazi dello Studio Orma a Roma, coinvolto nella curatela del progetto. Rapture è il titolo dell’opera, una serie di proiezioni su metallo di immagini estatiche, di cui l’artista ci ha parlato nel corso di questa intervista.

Nella tua ricerca c’è una fortissima relazione tra passato e presente. La riattivazione di sistemi di credenze e rituali di un tempo passato viene infatti portata avanti nella tua pratica tramite l’utilizzo di dispositivi tecnologici contemporanei. Da dove nasce questo tuo interesse verso la riattivazione delle storie del passato e perché è importante preservarne la memoria?
L’interesse relativo alle narrazioni che potremmo definire vernacolari, o speculative, non si limita ad attingere a fenomeni unicamente passati, ma più specificamente indaga come alcune loro forme siano latenti nei sistemi di credenze più contemporanei. La mia ricerca, più che evidenziarne la memoria, direi che punta a stabilire i punti di contatto e di evoluzione delle modalità in cui questi sistemi si sviluppano ora, soprattutto alla luce del dispositivo tecnologico. Una questione che spinge la mia ricerca è proprio come il digitale, o più genericamente il mediale, stia alterando il modo di approcciarci non solo al reale, ma a tutto ciò che può essere inerente all’effimero (il religioso, il paranormale, il cospirazionale). È interessante per me indagare questi nuovi meccanismi, non per screditarne le pratiche, quanto per evidenziare le ansie e i desideri scaturiti dal panorama contemporaneo.

Ci puoi parlare dell’installazione Rapture, che hai esposto a Roma da Studio Orma, dal 7 maggio al 12 giugno di quest’anno? Qual è stata la risposta del pubblico?
Con Rapture si voleva proporre la disamina di un caso studio sulla cattura dell’impossibile. Tra il 1961 e il 1965, quattro bambine di Garabandal, un villaggio di montagna nel nord della Spagna, vengono colpite da ripetute estasi collettive nelle quali riferiscono di aver avuto apparizioni mariane. Il fenomeno era di mio particolare interesse proprio nella specificità in cui sia stato travolto da una massiccia copertura mediatica.
In quale maniera il dispositivo riesce a catturare quello che per definizione è non catturabile?
La mostra ruota intorno a questa domanda, attraverso il riutilizzo compulsivo dell’archivio a disposizione. I volti estatici delle ragazze – ingigantiti, sovraesposti, sfocati – appaiono come fratture nell’ossessione collettiva per il documentabile.
Il misticismo e il soprannaturale sono sicuramente tra gli aspetti che emergono in Rapture. Questi elementi hanno un ruolo centrale nella tua intera ricerca artistica o sono esclusivi di questa installazione?
Questi macrotemi sono quasi sempre i luoghi dai quali mi trovo ad attingere materiale. Non tanto per instaurare un discorso sul religioso nello specifico: come dicevo anche prima, ritengo che questi elementi possano essere indicatori di attitudini che ci coinvolgono tutti. A partire dal rapporto con il reale, con la rappresentazione, il digitale, l’escatologico.

Se un tempo il rito aveva un ruolo centrale nella vita dell’uomo, oggi è sicuramente relegato ai margini. In base alle tue ricerche e al tuo punto di vista, credi che la ritualità nella società odierna sia morta o possono esistere nuove forme rituali di cui forse non siamo neanche consapevoli?
Penso ci siano forme rituali contemporanee assolutamente intriganti. Nella mia tesi magistrale, incentrata sull’immaginario apocalittico del XXI secolo, analizzavo proprio alcune di queste, tra cui una pratica nata su Tik Tok durante la pandemia chiamata shifting – un mix tra ritualità sciamaniche, proiezioni astrali e cultura mainstream.
Era di particolare interesse per me evidenziare l’ambiguità di questi fenomeni nati via internet dove, da un lato, si palesa un evidente appiattimento della conoscenza delle fonti tradizionali e una impossibilità ad approcciarsi al trascendentale canonico. Dall’altro lato, il sincretismo che denomina queste ritualità sembra promuovere un forte rimescolamento e messa in discussione del paradigma mediale e informazionale che ci assoggetta. È un rapporto paradossale che vede l’utente contemporaneamente consumatore e demiurgo.
L’ipotesi è che delle ragazzine chiuse nelle loro stanze, imponendosi il sonno, possano «produrre una sospensione operativa del mondo» (G. Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, Torino 2000).
«Verso l’annientamento terreno; per fuggire dalla fine imminente; da una stanza troppo stretta; per una separazione definitiva dai doveri quotidiani; in nome della realtà del desiderio». È un estratto dalla mia tesi Per una Teoria dell’Accecamento.

Studiando la tua pratica, mi verrebbe da definire la tua figura oltre che artistica anche archivistica e antropologica. Sono termini che vedi aderenti al tuo tipo di ricerca o a cui senti di non appartenere?
Ritengo siano dei termini molto vicini al mio modo di operare. Sono assolutamente ossessionata dal collezionare materiale di tipo documentale e, spesso, è la fase del mio lavoro in cui mi soffermo di più e che mi appassiona maggiormente. In generale, credo che l’archivio sia intensamente centrale nella mia pratica sia da un punto di vista formale che prettamente concettuale. In molti dei miei lavori cerco di sottolineare le forme del documentare, attraverso l’uso dei suoi stessi dispositivi o la sua scomposizione in minime parti.
Ci sono degli artisti, contemporanei o della storia dell’arte, dai quali prendi ispirazione o che ti stimolano particolarmente per il tuo lavoro?
Sicuramente il lavoro di Susan Hiller è di forte ispirazione per me, soprattutto per quanto riguarda le tematiche affrontate che sento molto affini. Spesso utilizzo un termine coniato da lei stessa per descrivere il mio lavoro – paraconcettuale – ovvero «just sideways of conceptualism and neighboring the paranormal».

Quale consiglio daresti ai giovani artisti desiderosi di intraprendere questa strada, non sempre semplice, anzi rischiosa e senza certezze, ma per la quale sentono una forte vocazione? Qual è stato il tuo percorso?
Per quanto difficile il percorso, e considerandomi anche io una giovane artista, una cosa che spesso mi ripeto è di non mettermi fretta. Purtroppo, il sistema dell’arte, come tutti gli ambiti lavorativi in questo momento storico, non fa altro che chiedere massima performatività e un’estrema velocità nella produzione. Penso sia nostro dovere di nuove generazioni distaccarci da queste modalità lavorative tossiche, sia da un punto di vista etico che umano.
Nei miei anni in Accademia di Belle Arti e poi successivamente in IUAV a Venezia, ho notato questo forte condizionamento alla produzione costante e ininterrotta, un metodo che mi ha portato a forti insoddisfazioni. Solo negli ultimi anni, distanziandomi dal mondo universitario, sono riuscita ad apprezzare i lunghi periodi di incubazione e ricerca richiesti da un singolo progetto.
Hai in previsione dei progetti futuri dei quali ci vuoi (e ci puoi) parlare?
In questi mesi sto lavorando a un progetto che parte proprio dallo studio iniziato con Rapture. È un’ulteriore indagine estatica, ma questa volta il punto di vista sarà più che interno.
Alice Taraboi
Rapture di Irene Mathilda Alaimo
Le apparizioni sarebbero avvenute tra il 1961 e il 1965 nel villaggio montano di San Sebastián de Garabandal, in Cantabria, nel nord della Spagna. Secondo il racconto delle quattro giovani veggenti – Conchita González, Jacinta González, Mari Loli Mazón e Mari Cruz González, all’epoca tra gli undici e i dodici anni – il 18 giugno 1961 apparve loro per la prima volta San Michele Arcangelo. Il 2 luglio dello stesso anno iniziarono le apparizioni della Vergine Maria, invocata come Nostra Signora del Monte Carmelo. La tradizione devozionale parla di migliaia di apparizioni pubbliche fino al 1965, anno dell’ultima apparizione riferita da Conchita.
Ciò che oggi rende Garabandal peculiare è la sua sopravvivenza mediatica. Collocandosi all’alba della diffusione dell’immagine in movimento, è tra i primi fenomeni visionari a essere registrati in modo esteso e ravvicinato. Le immagini delle ragazze in estasi – filmati, fotografie, cronache – ne diventano la condizione di persistenza, prolungandolo e riattivandolo nel tempo.
Irene Mathilda Alaimo entra in questo archivio del sovrannaturale non per scioglierne il mistero, né per ricostruirlo come cronaca religiosa. La sua ricerca si concentra sul punto in cui esperienza, testimonianza e immagine si contaminano. Rapture (termine che indica il rapimento estatico, ma anche la cattura) diventa così una scena in cui il miracolo non è separabile dal desiderio di vederlo, verificarlo, registrarlo, forse persino rubarlo alla sua origine.
Alaimo lavora sulla possibilità che questa documentazione non sia un semplice resto del fenomeno, ma la sua seconda apparizione. L’immagine insiste, ritorna, crea e distrugge. Ci permette forse di rivivere quei momenti, ricostruendoli, dissacrandoli e essendone al contempo trasformati. Con questa operazione, l’artista scava nell’ossessione collettiva per il vedere, divenuta condizione necessaria del credere.
Qui il profilo Instagram di Irene Mathilda Alaimo.
Alice Taraboi
Classe 1999, vive e lavora a Monza. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera in Discipline della valorizzazione dei beni culturali, ha concluso il percorso universitario laureandosi in Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA – Nuova Accademia di Belle Arti, Milano.
Nel 2021 ha presentato alla Biennale di Venezia di architettura il seminario HSD – Quartieri Milano, Biennale Sessions, sulla riqualificazione dei quartieri milanesi. Nel 2023 ha preso parte alla conferenza Siamo bio-diversificati. L’ARTE E LA BIODIVERSITÀ all’Accademia di Brera.
Tra le esperienze istituzionali, ha lavorato tra il 2022 e il 2023 al MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, contribuendo alla curatela delle mostre, allo svolgimento di laboratori didattici e di visite guidate. Nel 2025 è stata gallery assistant alla galleria Francesca Minini di Milano e lo stesso anno, a Mia Photo Fair, è stata assistente di James Dwyer della galleria londinese Michael Hoppen.
Nel 2023 ha contribuito alla pubblicazione del catalogo HUMAN LANDSCAPE 2021/2023 come traduttrice.
Dal 2023 collabora con Artuu Magazine, rivista per la quale scrive regolarmente articoli di taglio critico e recensioni a mostre e spettacoli (si possono leggere qui) e ha da poco avviato collaborazioni con altre realtà giornalistiche.