Quattro chiacchiere a proposito dei maglioni Aran tra verità, miti e icone
Lo dico sempre, detesto l’inverno, eppure amo i maglioni e li amo quanto più sono caldi e avvolgenti.
In fondo, sono coerente (in questo, almeno): visto che non mi piace il freddo, mi rifugio in capi che siano in grado di farmi sentire protetta e coccolata.
E allora, oggi, vorrei parlarvi di un tipo di maglione che apprezzo molto, un maglione che ha un’origine precisa e una bella storia da raccontare, ricca di aneddoti e perfino di qualche leggenda, mito e mistero.
Mi riferisco ai maglioni Aran, quelli che spesso vengono definiti semplicemente ‘maglioni con le trecce’, maglioni nati per assolvere precise funzioni e poi diventati anche trendy (come spesso accade nella storia del costume), amati da personaggi famosi che ne sono in un certo senso diventati testimonial – e non mi riferisco a nomignoli di poco conto.
Iniziamo il nostro viaggio delineando il contesto geografico.

Le Aran (Oileáin Árann in irlandese, Aran Islands in inglese) sono un gruppo di tre isole rocciose situate all’imbocco della baia di Galway, nella Repubblica d’Irlanda.
Le tre isole si chiamano Inis Mór, Inis Meáin e Inis Oírr e, in tutto, contano tra i 1200 e i 1300 abitanti: sono sempre state una roccaforte della lingua irlandese, ancora oggi parlata correntemente, e sono quindi un’importantissima oasi Gaeltacht, parola gaelica che identifica quelle zone in cui è ancora in uso la lingua irlandese al posto del ben più diffuso inglese.
Raggiunte dalla corrente elettrica e dai servizi mediatici solo molto recentemente, oggi le isole stanno un po’ perdendo la loro fortissima tradizione, un po’ proprio per i servizi televisivi di alcuni canali che trasmettono esclusivamente in inglese, un po’ per la tendenza delle nuove generazioni a raggiungere la terraferma e ad abbandonare il luogo di nascita.
Le principali attività economiche sono la pesca e il turismo, cui si aggiungono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame: proprio la pesca è strettamente legata ai maglioni Aran.
Su queste isole si producono infatti dei maglioni di lana grezza che erano usati in passato dai pescatori (e anche dagli agricoltori) delle Aran.
I diversi punti a maglia inventati di generazione in generazione dalle donne sono piccole opere d’arte e si dice che siano stati ispirati dai celti, antichi abitanti delle isole: ogni famiglia possedeva un proprio tipo di maglia.
Proprio questa varietà dà origine a una delle leggende cui accennavo e secondo la quale, se un pescatore periva in mare e il suo corpo non era identificabile, i familiari potevano riconoscerlo proprio dall’intreccio del suo maglione.
Non tutti, però, credono che questa leggenda corrisponda a verità e molti credono che sia – appunto – solo questo, una leggenda.

Ciò che è assolutamente e indiscutibilmente vero è che i motivi intricati richiedono grande maestria con i ferri: ogni maglione contiene all’incirca 100.000 punti e le donne impiegavano anche una sessantina di giorni per completarne uno.
Ogni motivo ha inoltre un significato speciale: molti – come dicevo – fanno riferimento all’arte celtica e alla vita delle isole.
Il torciglione (la treccia) è una riproduzione delle funi dei pescatori e rappresenta l’augurio di una giornata fruttuosa in mare; il diamante è un augurio di successo e salute, riproduce i piccoli campi delle isole ed è spesso riempito con un punto riso che rappresenta le alghe utilizzate come fertilizzante nei terreni aridi; lo zigzag è un diamante a metà e rappresenta i sentieri tortuosi sulle scogliere dell’isola; l’albero della vita è uno dei punti originali, risale ai primi modelli e rappresenta l’importanza del clan familiare, il desiderio di unità e di longevità degli appartenenti.
I motivi percorrono il maglione in maniera verticale e comprendono solitamente anche le maniche.
I maglioni venivano realizzati originariamente con lana grezza, come detto, e non lavata affinché trattenesse i suoi oli naturali: tra le qualità, occorre dire che erano impermeabili, traspiranti, caldi e dovevano essere lavati raramente; tra le pecche… va da sé che non avessero un ottimo odore.
Ma ai pescatori non importava visto che i maglioni davano risposta a una precisa esigenza: tenerli al caldo.
Con l’avvento del Novecento, i maglioni Aran hanno visto accrescere la loro fama anche a livello mondiale.
Gli storici del costume sono tuttora in disaccordo circa una datazione precisa quanto a questa diffusione, ma si ritiene che, all’inizio del XX secolo, le industriose donne delle remote Isole Aran si trovarono a desiderare di avere una propria fonte di entrate e la trovarono iniziando a vendere i loro modelli ai negozi della terraferma.
Gli Anni Cinquanta e Sessanta videro poi crescere l’esportazione verso la terraferma in maniera significativa.
Ed esattamente come accadde ai pantaloni jeans (capo nato per soddisfare le esigenze dei mandriani e dei taglialegna negli Stati Uniti e brevettati dal celeberrimo Levi Strauss nel 1873 come ho raccontato qui), anche la diffusione dei maglioni Aran fu aiutata dalla sinergia con la musica e con il cinema, ovvero le macchine dei sogni di quegli anni.
Così come personaggi del calibro di James Dean, Marlon Brando ed Elvis Presley fecero diventare desiderabili i jeans indossandoli sulle scene e nella vita, a incrementare il successo globale dei maglioni Aran fu – per esempio – una band folk di origine irlandese chiamata The Clancy Brothers, band diventata molto popolare negli Anni Sessanta negli Stati Uniti.
I fratelli Patrick, Tom e Liam Clancy indossavano maglioni Aran in occasione delle loro esibizioni (nonché per le copertine dei loro dischi) e tali apparizioni lanciarono una vera e propria tendenza.
Chi ne fu… ‘responsabile’? La leggenda narra che fu la mamma a inviare ai suoi ragazzi un maglione ciascuno per tenerli caldi durante il rigido inverno di New York.

Sul fronte cinema, i testimonial furono estremamente illustri.
Steve McQueen, di nuovo Elvis Presley, Marilyn Monroe, Britt Ekland indossarono maglioni Aran così come un’autentica e immortale icona di stile: Grace Kelly fu immortalata in barca in outfit total white composto da maglione irlandese e pantaloni.
Negli stessi anni, i maglioni Aran iniziarono ad apparire anche sulle copertine delle riviste di moda più prestigiose, mentre la rivista Patons Publications pubblicava gli schemi per realizzarli.
In seguito, i maglioni Aran hanno continuato ad avere fan famosissimi: Bill Clinton, Chris Evans, Sarah Jessica Parker, Kate Bosworth, Oliva Palermo, Gwneth Paltrow, Claudia Schiffer, Steven Spielberg, Taylor Swift – giusto per citarne alcuni.
Pensate che i maglioni Aran sono perfino protagonisti di un libro: peccato sia stato scritto da un tedesco che non visitò mai le isole!
Heinz E. Kiewe amava le storie e, mentre cercava di scoprire le origini del maglione, concluse che si trattasse di un pezzo di artigianato antico di secoli: nel 1967, Kiewe pubblicò il suo libro ‘The Sacred History of Knitting’ che però non presentava fatti reali e documentati al 100%. Tuttavia, gli abitanti delle isole Aran furono così felici dell’interesse commerciale nei confronti delle loro terre che non si presero la briga di correggere Kiewe, tanto che molti dei suoi racconti vivono ancora oggi…
E – udite udite – nel 2017 il Museum of Modern Art (MoMA) di New York ha deciso di includere il maglione Aran in una mostra (date un occhio qui) in qunto considerato fortemente rappresentativo del design del XX secolo, in compagnia di capi come il tubino nero, il maglione bretone a righe, la giacca da motociclista e – guarda un po’ – i pantaloni jeans.

Quali sono, dunque, i motivi del successo dei maglioni Aran?
Possiamo dire che sono caldi, comodi, informali e – forse proprio per questo – finiscono per diventare straordinariamente cool, come piace dire a chi scrive di moda (presente esclusa ma stavolta mi adeguo…).
Tanto cool che, decennio dopo decennio, i maglioni Aran sono stati proposti da molte case di moda non solo irlandesi: Jean Paul Gaultier (che nel 1985 propose addirittura un Aran total look), Burberry, Valentino, Isabel Marant, Massimo Dutti, JW Anderson (qui va detto che il fondatore Jonathan Anderson è nato e cresciuto a Magherafelt in Northern Ireland), Christopher Kane (scozzese…) – anche in questo caso giusto per fare alcuni nomi.
Periodicamente riscoperto e riportato in auge e in passerella dagli stilisti blasonati, il maglione a trecce delle Isole Aran continua a vivere un’eterna giovinezza e non conosce declino, tanto che maglie Aran style vengono puntualmente proposte anche da tutti i marchi di pronto moda.
Certo, oggi i maglioni Aran sono un po’ diversi da quelli delle origini.

Perfino alcuni maglifici presenti sulle isole fanno esperimenti con filati nobili come il cashmere nonché con fili di lino e di baby alpaca (altro che lana non lavata…), reinterpretando la tradizione in chiave moderna: si scava, insomma, nell’eredità delle Isole Aran producendo qualcosa di più vicino al gusto contemporaneo.
A ogni modo, se si vuole proprio l’originale (sebbene modernizzato), rigorosamente di origine controllata, e se non ci si accontenta né delle versione demi couture dei brand blasonati né tanto meno della versione fast fashion, l’unica soluzione è andare alla fonte: l’Irlanda e, più nello specifico, le Isole Aran.
Purtroppo, la mancanza di magliaie esperte e qualificate come una volta e i vantaggi economici che si possono ottenere dalla produzione a macchina hanno portato a un enorme calo dei capi fatti a mano e i maglioni Aran davvero ancora lavorati a mano sono diventati oggi rari e preziosi perfino sulle isole d’origine.
Se si esce un po’ dai circuiti e dai negozi turistici, però, si può tuttora trovare qualcosa e questa prospettiva, secondo me, vale già da sola un viaggio (se poi aggiungiamo la meraviglia dei luoghi…).
Parola di una freddolosa come me che, a oggi, ne possiede due (uno paricollo che uso davvero spesso, come qui e qui e qui, e che indossai perfino per incontrare Stefano De Martino, qui, e poi un secondo a collo alto – qui), entrambi solo ispirati a quelli originali. Me ne serve uno originale!
Ho letto che un vero maglione Aran può assorbire il 30% del suo peso in acqua prima di risultare umido: ciò mi attrae non poco, devo dire, e mi farebbe sopportare il clima (per me) rigido delle isole.
Mi vedo già a percorrere i sentieri tortuosi sulle scogliere di Inis Mór scrutando il mare, romanticamente avvolta in un candido maglione Aran…
Romanticamente, ho scritto… ok, aggiungiamo anche poncho, cappello e sciarpa per la metà di me disastrosamente freddolosa, tutto rigorosamente sferruzzato Made in Aran Islands – of course.
Manu
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.
Glittering comments
Grazie per questo “gioiellino”. Divertente e interessantissimo excursus su un capo che è nel mio armadio sin da quando ero in fasce, e che ora mi diletto a produrre e declinare in tante diversissime combinazioni. Sono una knitter incallita e patita di lana e maglioni. Per merito di questo articolo lo sferruzzo sarà più consapevole e avrò una storia in più da raccontare a mia figlia che mi guarda e vuole imparare. Elena
Carissima Elena,
Le faccio subito una confessione: sono commenti come il suo a darmi energia e voglia di produrre nuovi articoli e nuovi racconti!
Grazie di cuore. Grazie per aver letto, per aver apprezzato, per aver commentato, per aver condiviso il suo amore per la lana e lo sferruzzare.
Che bello, invidio molto la sua arte. Mia nonna era una knitter incallita (conservo ancora le babbucce che faceva per me), parzialmente lo è anche la mia mamma, mentre io so fare qualche punto perché ho cercato di imparare ma sono lontana anni luce dalla maestria della mia antenata.
Sarei curiosa di vedere le sue meraviglie, cara Elena.
E sa una cosa? Trovo meraviglioso che sua figlia la guardi e voglia imparare: è bellissimo che lei possa lasciarle un’eredità (e un’arte, lo ripeto) così bella e nobile.
Le e vi mando un abbraccio con grande simpatia.
Emanuela Pirré