Bob Krieger, il grande fotografo che io ricorderò anche per la sua simpatia
«Stamattina ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare Bob Krieger in occasione dell’anteprima stampa della mostra che Palazzo Morando gli dedica.
Ed è così che ho scoperto qualcosa che non sapevo: oltre a essere un grande fotografo, uno dei fotografi che più hanno influenzato moda e costume a partire dagli Anni Sessanta (e questa parte mi era nota), ho scoperto che Krieger è anche un uomo simpatico, brillante e appassionato, davvero piacevolissimo da ascoltare, generoso quanto ad aneddoti ed esperienze.
Sono felice ogni volta in cui scopro che una persona nota è umile e non arrogante come invece sono molti anche senza essere conosciuti a livello mondiale…
E così, la cartelletta stampa con l’autografo e la dedica di Bob Krieger resterà tra i miei ricordi più cari.»
Sono le parole che ho scritto il 7 marzo 2019 dopo la conferenza stampa grazie alla quale ho avuto l’immenso onore di conoscere Bob Krieger.
Quando giovedì sera ho appreso della sua scomparsa… ero incredula.
L’ennesima scomparsa, l’ennesimo vuoto, l’ennesimo lutto per il mondo e non per quello della cultura, ma per l’intera umanità.
Silenziosa e pensierosa, gli do allora il mio saluto condividendo le foto che avevo realizzato quella mattina in occasione della conferenza stampa e dell’anteprima nonché riportando parte dell’articolo che avevo scritto per ADL Mag per raccontare la bella mostra di Palazzo Morando…
Bob Krieger nasce nel 1936 ad Alessandria d’Egitto, in una famiglia cosmopolita e amante dell’arte.
Nel 1967 si trasferisce a Milano dove inizia la carriera di fotografo: in pochi anni, si afferma lavorando soprattutto nel mondo della moda e collaborando con alcune tra le più importanti griffe a livello internazionale.
Il suo talento è particolarmente legato alla delicata arte del ritratto fotografico: nel corso della sua lunga carriera, ha immortalato i volti più noti non solo della moda, ma anche dell’industria, della politica, dello spettacolo, della cultura, dello sport.
Ha collaborato per anni con testate internazionali tra le quali Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar e, dal 1970 al 1975, è stato Art Director di Bazaar Italia; le sue foto sono comparse tre volte sulla copertina del prestigioso Time Magazine.
È dunque più che legittimo considerarlo uno dei più grandi fotografi contemporanei: la vasta collezione privata di Bob Krieger (e che era stata prestata anche a Palazzo Morando per la mostra) comprende scatti realizzati tra gli Anni Sessanta e gli Anni Novanta, come per esempio le campagne pubblicitarie dei più grandi stilisti italiani tra i quali figurano Armani, Ferré, Missoni, Valentino, Versace, Biagiotti, Gucci, Fendi, Dolce & Gabbana e tutti i protagonisti che hanno decretato il boom del Made in Italy nel mondo.
Krieger ha immortalato volti, geometrie, colori, volumi, linee: come egli stesso ricordava, il suo rapporto con gli stilisti «non era di prevaricazione, ne ho sempre accudito il talento», contribuendo così ad aprire la strada all’eccellenza del design e del lifestyle italiano in un ruolo che, ancora oggi, ci contraddistingue nel mondo.
Quelle che erano state messe in mostra lo scorso anno a Milano erano (anzi, sono e saranno!) immagini in grado di testimoniare un momento storico importantissimo, l’esplosione di un fenomeno senza pari: il boom del Made in Italy nel mondo.
«Italians are coming!»: così titolava Vogue America nel 1976 e quel periodo rappresentò in effetti per il nostro Paese la svolta nonché la definitiva affermazione: proprio gli Stati Uniti, per primi, si trasformarono in un terreno fertilissimo, capace non solo di accogliere grandi menti creative italiane, ma di conferire loro un riconoscimento tale da decretarne il successo planetario.
Autore, come ho già ricordato, di tre copertine di Time Magazine e corrispondente del New York Times Magazine per otto anni, Bob Krieger è stato uno dei protagonisti di questa travolgente stagione di successi della moda italiana nel mondo e ha decisamente contribuito a delineare un’epoca oggi considerata storica nell’ambito della fotografia del costume e della moda a livello mondiale.
«Negli Anni Settanta abbiamo invaso gli Stati Uniti e da quel momento siamo diventati i numero uno nel mondo. Devo dire che mi sento anche un po’ parte di questa invasione, con Armani, Versace, Ferré e tutti gli altri perché nasciamo tutti insieme. Il momento di gloria è stato il 1982 con la prima copertina di Time Magazine dedicata a Giorgio Armani che feci io con lui. Era la prima volta che uno stilista italiano era sulla copertina di un settimanale così importante ed è stata una consacrazione, come un Nobel, fantastico!»
Così, con grande entusiasmo, ricordava Bob Krieger; a sottolineare alla perfezione l’importanza e il valore della mostra di Palazzo Morando era stato Giuseppe Sala, sindaco di Milano.
«La capacità di Bob Krieger di cogliere l’anima della creazione e di raccordarla al contesto storico lo ha reso molto più di un fotografo di moda: un interprete del suo tempo. A Palazzo Morando riviviamo la nostra storia e la nostra identità in una straordinaria sequenza ravvicinata in grado di restituire le radici e i traguardi della grande moda milanese e italiana, ma anche del nostro costume, dei nostri stili di vita e della loro evoluzione.»
Tutti gli elementi della moda italiana immortalati da Bob Krieger – i colori, le geometrie, i volumi, le linee, l’opulenza alternata al minimalismo – si ritrovavano anche nel progetto di allestimento della mostra creato da Carlo Colombo, architetto e firma tra le più importanti del design internazionale: Colombo aveva elaborato un percorso espositivo di rigorosa eleganza nel quale i giochi di luce concorrevano a suggerire i volumi e creavano una sorta di scenografia teatrale.
«Il racconto è un cammino di emozioni accompagnato da questi oggetti di design che si distinguono per le forme eleganti e il colore, perché – ben aveva sottolineato Carlo Colombo – la moda è, per me, soprattutto colore. La collaborazione con Bob Krieger unisce la moda e il design, due tra le espressioni più alte del Made in Italy, in un linguaggio universale che ci accomuna nel segno della bellezza e del senso estetico.»
Moda e design, d’altro canto, sono le due anime che hanno sempre fortemente caratterizzato e distinto Milano che, ora, senza Krieger e dopo il COVID-19, deve cercare di reinventarsi e risorgere. Ancora una volta.
Addio Maestro…
Manu ♥
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.