A Milano, la mostra Abitare il Nero ci interroga sulle infinite sfumature del nero
Si fa presto a dire nero. Spesso lo menzioniamo come se fosse un unico colore con un unico significato. Ma non è così. Ha innumerevoli sfumature e declinazioni, esattamente come gli altri colori. E ha accompagnato e sottolineato le umane vicissitudini, mutando significato in base al frangente storico, politico, sociale, culturale.
Il nero può essere il colore dell’eleganza più ineccepibile e anche dell’autorevolezza e del potere. Altre volte è il colore di chi non vuole farsi notare, di chi vuole passare inosservato e quasi sparire. È il colore del cordoglio e del lutto. Eppure, può essere anche il colore della ribellione, di chi va contro corrente. Credo dunque di poter fare un’affermazione: proprio perché così indefinibile e misterioso, il nero è probabilmente il colore più adatto per descrivere la complessità di noi esseri umani.
E quanto il nero sia un colore ricco e sfaccettato è qualcosa che gli artisti di ogni ambito sanno molto bene. Il pittore Alberto Burri (1915 – 1995), per esempio, l’ha scelto per Nero con punti (1958), uno dei suoi capolavori. Yohji Yamamoto, importantissimo esponente della moda giapponese, viene definito il Poeta del Nero per aver messo tale tinta al centro della propria estetica. Anche CUBO Museo d’Impresa del Gruppo Unipol ha scelto il nero per una mostra, unendo proprio Burri e Yamamoto nonchè Issey Miyake e Junya Watanabe.
Fino al 5 maggio 2026, la Unipol Tower di Milano ospita il progetto espositivo Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese. La tela Nero con punti è posta in dialogo con alcune creazioni firmate da Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe, tre dei più radicali fashion designer giapponesi contemporanei.
La tela di Burri è appartenente al Patrimonio Artistico di Unipol, mentre i cinque abiti sono un prestito proveniente dagli Archivi di Ricerca Mazzini di Massa Lombarda, in provincia di Ravenna.

L’ambizioso progetto espositivo è affidato alla curatrice di moda e studiosa di fashion theory Silvia Casagrande. Rappresenta la nuova tappa del viaggio di valorizzazione dell’opera di Burri iniziato con il suo restauro. Obiettivo attuale è amplificare e rilanciare la rilevanza e l’attualità di un lavoro di capitale importanza. E lo è a maggior ragione in un momento colmo di conflitti e mutamenti geopolitici come quello contemporaneo.
Nero con punti è una grande tela di iuta sulla quale Alberto Burri ha steso una pittura nera monocroma «scura come l’ebano e ineluttabile come la notte», così come scrive Ilaria Bignotti nella pubblicazione Alberto Burri. Un capolavoro restituito in un viaggio che continua. Al centro della tela, l’artista ha spalancato una ferita poi ricucita con fili e spaghi. Il suo è un gesto insieme pittorico e chirurgico, un’allegoria dello strappo e della possibile ricomposizione del mondo.
Ritrovata in condizioni logore e lacerata dal tempo, la tela viene inviata nel 2019 a Firenze per essere sottoposta a indagini e cure. Se ne occupa la restauratrice Muriel Vervat, in collaborazione con il CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nel capoluogo toscano, la tela è oggetto di un delicato biorestauro attuato per mezzo di un prodotto di origine vegetale. Si tratta di un estratto dalle alghe giapponesi Funori, già impiegate da secoli in Oriente per il restauro di materiali porosi come carte e tessuti, eppure quasi sconosciute in Occidente. Grazie a queste alghe, è possibile effettuare restauri che non aggrediscono il materiale di base e conferiscono una maggior resistenza a muffe e umidità nel tempo.
Dopo il restauro, Nero con punti è stato al centro di una mostra negli spazi espositivi di CUBO Bologna, nel 2022, e di una successiva giornata di studi nel 2023. La giornata è stata presieduta da Bruno Corà, massimo esperto e Presidente della Fondazione Burri. L’obiettivo? Offrire al pubblico una lettura che ponesse al centro il valore, il senso e le declinazioni del nero, da e attorno a Burri.
Proprio da questo lungo percorso nasce il legame tra l’opera del maestro italiano e il Sol Levante, come racconta Silvia Casagrande attraverso il suo progetto espositivo, portando alla luce sorprendenti affinità tra Burri e i fashion designer giapponesi.


Il nero, l’ombra, la piega, il taglio, la sutura, la struttura: sono i temi che si intrecciano da Burri fino alle sperimentazioni dei maestri della moda, fautori di una rivoluzione del linguaggio dell’abito.
Quando negli anni Ottanta del Novecento i creativi giapponesi – eredi della ricerca iniziata dal grande Issey Miyake (1938 – 2022) – introducono un cambiamento radicale nella storia della moda contemporanea, gli abiti neri diventano volutamente imperfetti.
Sono fatti di strappi, brandelli, irregolarità. Proprio in queste nuove creazioni, il tessuto diventa metafora della pelle. Le lacerazioni esibite rompono il codice dell’abito perfetto e su misura, aprendosi a una nuova estetica. Con i designer giapponesi il nero dà voce alla materia, acutizza pieghe (cito Miyake e le sue iconiche plissettature) e sovrapposizioni. Non è il nero della rivalsa, della ribellione, del potere o del lutto. È il nero che sottolinea l’armonia delle ombre.
In questa tensione tra materia e silenzio, tra luce e ombra si può cogliere una relazione con la ricerca di Alberto Burri. Nelle opere di Burri – nei cretti, nelle combustioni, nelle lacerazioni – le superfici diventano luoghi di trasformazione e memoria. Anche nella moda giapponese, la ferita della materia non è distruzione. È un linguaggio che trasforma vuoto e assenza in profondità. In viva profondità.
Nella Unipol Tower, il nero di Burri dialoga perfettamente con il fascino degli abiti di Yamamoto, Miyake e Watanabe tra profondità e matericità. Ad accompagnare il dialogo sono le riflessioni di Silvia Casagrande, anch’esse contenute nella pubblicazione di Ilaria Bignotti già citata qui sopra.


Permettetemi di ritornare per un attimo alla premessa iniziale.
Sempre nella pubblicazione dedicata ad Alberto Burri, Ilaria Bignotti cita Ettore Sottsass e un episodio da lui narrato in Scritto di notte (Adelphi Edizioni, Milano 2010, pagine 209-210). Sottsass racconta di quando, trovandosi a Tokyo e volendo comprare un mattoncino per fare l’inchiostro nero, entra in un negozietto piccolo e antico. Fa la sua richiesta all’anziano e sorridente signore al banco e segue un lungo silenzio. Arriva poi una risposta, anzi, una domanda – «quale nero?» – per la quale Sottsass si sente «un verme».
«Potevo essere così ignorante? Potevo avere imparato così poco da tutti i miei maestri, da tutti i libri che avevo letto, da tutte le mostre che avevo visto, da tutti gli amici con i quali avevo parlato, da tutti i luoghi dove ero stato, da pensare che esistesse “un solo nero”? Quel signore aveva concentrato in una domanda secca tutto quello che i maestri mi avevano spiegato con moltissime parole e che io avevo un po’ capito ma non abbastanza. La domanda di quel sorridente antico signore giapponese che viveva in mezzo a innumerevoli neri non lasciava spazio: non c’è il nero, esistono innumerevoli neri. Di quale nero parliamo? Vogliamo parlare del nero?»
Accogliendo l’invito, possiamo parlare del nero – anzi, dai neri – partendo da quelli di Burri, Yamamoto, Miyake e Watanabe.
Emanuela Pirré
Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese
A cura di Silvia Casagrande
Date: 16 aprile – 5 maggio 2026
Sede mostra: CUBO in Unipol Tower – Via Fratelli Castiglioni 2, Milano (piazza Gae Aulenti, zona Porta Nuova)
Orari: lunedì 14 – 19 | martedì – venerdì 9:30 – 20 | sabato 11:30 – 17:30 | domenica chiuso
Ingresso libero
Per prenotare una visita guidata: qui
Se vi va di restare ancora un po’ con A glittering magazine…
Qui l’articolo, sempre di Emanuela Pirré, su una mostra interamente dedicata a Yohji Yamamoto
Qui l’omaggio, sempre di Emanuela Pirré, a Issey Miyake scomaparso nel 2022
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.