Studio Re presenta OFF THE SPOT, un format che elegge l’arte a linguaggio di comunicazione

Dal 6 al 9 maggio, a Milano, l’agenzia di comunicazione Studio Re lancia OFF THE SPOT, un format culturale inedito e aperto al pubblico. La curatela è affidata a Mirko Pancaldi, architetto o «trafficante di epifanie», come lui stesso ama definirsi.

Il format OFF THE SPOT nasce come evoluzione audace e filo-provocatoria di The Spot, l’evento relazionale annuale con cui l’agenzia celebra il meglio dei propri clienti beauty, fashion & lifestyle. OFF THE SPOT è un incubatore di idee, un acceleratore contemporaneo progettato per scandagliare il caos del presente e far emergere ciò che è destinato a resistere.

Il cuore dell’evento è la mostra intitolata Poeticamente abita l’uomo su questa terra. Sorprende il fatto che un’agenzia di comunicazione mescoli clienti e arte? No, se a farlo è una realtà che, da 25 anni, costruisce costantemente relazioni veramente autentiche tra brand, media e persone.

La curatela di Mirko Pancaldi costruisce shock visivi che aprono infinite finestre di evasione, visione e discussione. Il titolo della mostra attinge a un verso di Hölderlin riletto da Heidegger: l’esposizione invita a riflettere sul senso dell’abitare – fisico, relazionale ed esistenziale – in un’epoca segnata dalla dispersione digitale e dal disorientamento.

Le opere dei quattro artisti selezionati – ovvero Carlo Galli, Alan Maglio, Giuseppina Maurizi e Anna Nutini – non offrono risposte facili, anzi, al contrario, pongono interrogativi profondi. Perché “abitare” significa esserci, essere sulla terra, sotto il cielo, tra le cose, in un modo che implica anche (e forse soprattutto) responsabilità.

Questa visione curatoriale – spiegano Studio Re e Pancaldi – muove dal presupposto che l’arte sia una conoscenza anticipatrice. Nella sua Storia della Fisiognomica, il critico e storico Flavio Caroli scriveva che gli artisti fungono da sensori. Sono capaci di mappare l’interiorità umana e di leggere i mutamenti della sensibilità collettiva ben prima che la scienza o la società ne abbiano coscienza. Per Pancaldi, le opere esposte non sono dunque semplice ornamento, ma evocazioni che superano la lettura dei dati ed entrano nel poetico – nel senso greco originario di ποίησις, poíēsis: fare, produrre, creare.

<strong>OFF THE SPOT</strong> by <strong>Studio Re</strong>, <strong><em>Poeticamente abita l’uomo su questa terra</em></strong> (photo by Emanuela Pirré)
OFF THE SPOT by Studio Re, Poeticamente abita l’uomo su questa terra (photo by Emanuela Pirré)

«L’arte – spiega Pancaldi – non decora il presente, lo anticipa. Gli artisti che ho scelto non illustrano il caos contemporaneo – lo attraversano e lo abitano. Ne restituiscono una forma che la razionalità ancora non sa nominare. Abitare, oggi, significa scegliere dove mettere il peso: fisicamente, eticamente, esistenzialmente».

In maniera del tutto parallela, questo progetto si configura per Studio Re come un esercizio di pensiero laterale che arricchisce il proprio impegno di Corporate Conscious Responsibility. È una scelta consapevole volta a tradurre la responsabilità sociale in un’azione concreta, capace di stimolare riflessioni profonde e condivise nell’agire quotidiano.

Teatro di questo progetto è l’ART CELLAR, il magazzino di Studio Re in Via Soperga 45 a Milano.

La scelta di questo spazio non è scenografica, ma – anche in questo caso – è una precisa dichiarazione d’intenti. Rifiutando la neutralità del white cube, l’agenzia conferma la propria identità di realtà solida ed eclettica, capace di coniugare il razionale della comunicazione con la libertà di uno sguardo che sa superare il confine del quotidiano. OFF THE SPOT è dunque l’anima dell’agenzia che si “prende il permesso” di agire fuori dagli schemi – perché lo ritiene necessario.

L’apertura al pubblico è su appuntamento nei giorni di giovedì 7, venerdì 8 e sabato 9 maggio scrivendo all’indirizzo events@studiore.net

Emanuela Pirré

 

OFF THE SPOT PRESENTA POETICAMENTE ABITA L’UOMO SU QUESTA TERRA

ALAN MAGLIO

Abitare il sogno
La rêverie per Bachelard non è un semplice «sogno a occhi aperti» passivo o una distrazione, ma una vera e propria attività dello spirito che ci permette di abitare il mondo in modo poetico.
Così Maglio abita le sue immagini: le fotografie sono abitate anche quando l’uomo non è presente, emergono le tracce della sua storia, oggetti comuni come testimonianze del passaggio umano.
La pratica di Maglio è come quella del detective. Trova indizi nel passato, li isola, estraendoli da stampe originali e li colloca in un nuovo contesto ri-semantizzandoli, stabilendo nuovi nessi logici.
Scerbanenco ambienterebbe i suoi noir in queste stanze sospese fra neon e macchie di muffa, ma senza cercare i colpevoli — solo la prova. Vite che si succedono nei luoghi.
La fotografia si sovrappone al disegno quando l’artista ripropone sui retro delle immagini i contorni di ciò che è ritratto sul fronte. L’astrazione del tratto leggero della matita estrapola dalla biografia personale dei soggetti ritratti un’indagine sull’umanità intera e sul suo bisogno di fissare il tempo, portando a compimento questo immaginifico archivio della memoria collettiva.

CARLO GALLI

Abitare l’abitudine
L’abitare si fonda sulla ripetizione e sulla consuetudine. Non si abita un luogo per un istante; lo si abita quando i gesti quotidiani — l’abitudine — creano una sintonia tra l’uomo e lo spazio. Nei teloni di Galli riconosciamo la nostra storia, la casa di famiglia e i suoi simulacri. Il pizzo del centrino è la trama della nostra memoria.
Galli abita il suo — e il nostro — tempo con un comportamento attivo di custodia. Pittura liquida e nervosa, che evoca più che descrivere, superando il fotorealismo per lasciar spazio al ricordo come testimonianza fenomenologica. Dipingendo, studia le strutture e l’essenza dei fenomeni così come appaiono: il suo obiettivo è andare «alle cose stesse», sospendendo il giudizio sull’esistenza del mondo esterno per cogliere le essenze pure attraverso un metodo rigoroso.
In questa ricostruzione intima ci sono dei salti, dei glitch, delle mancanze che la rendono universale. In quel luogo non descritto dove si allarga la maglia della rete, c’è lo spazio di fuga verso l’immaginifico.

ANNA NUTINI

Abitare il corpo
Corpo senza organi, asciutto e a tratti trasparente, perché è materia che scorre, che si deforma, che scivola via dal proprio scheletro. È il corpo definito solo da intensità: dove senti dolore o piacere, lì si concentra il corpo, indipendentemente dalla forma umana.
L’uomo è complemento di arredo del mondo, ha perso il centro umanistico, e fallite «le magnifiche sorti e progressive». Nutini non mette in scena una metamorfosi — non è un uomo-vaso, non è una poltrona con le gambe e neppure un tavolo con capezzoli. Vuole smarcare il figurativo per arrivare alla figura e alla presenza pura che non è simbolo di qualcosa.
In questi quadri c’è una presenza fisica che appartiene al mondo e lo abita condividendone — e con-fondendo — gli atomi con oggetti e natura. Siamo altari che offrono cibo e cura come eucarestia laica attraverso la compassione, come elevatissima forma di appartenere alla terra, fiorendo.

GIUSEPPINA MAURIZI

Abitare il confine
L’abito è l’oggetto più prossimo al corpo, confine fra la pelle e il mondo. La foglia è il primo abito, quello dei progenitori cacciati dal paradiso: un abito simmetrico e naturale che Maurizi riproduce come archetipo del vestito. Abitare è «indossare» un luogo.
Per Maurizi l’ago è strumento dell’azione primordiale di cucire. Un gesto originario che affonda le sue radici in una memoria arcaica: l’amigdala, utensile litico tra i primi strumenti inventati dall’uomo, condivide con l’ago non solo una forma archetipica, ma una funzione fondativa. E amigdala è anche il luogo del nostro cervello deputato alla gestione delle emozioni.
Cucire non è qui un’operazione decorativa, ma un atto di centratura dell’artista e, per estensione, di chi si avvicina alla sua opera. L’opera si offre così come dispositivo rituale contemporaneo: Label/Daimon si presenta come un’etichetta simbolica sospesa, pensata idealmente per aderire al corpo — un segno da collocare sulla schiena, come il Semamori giapponese, antico talismano cucito sugli abiti dei bambini per proteggerne la parte più vulnerabile. Il confine dell’abito è il luogo della protezione che l’artista ci dona.

MIRKO PANCALDI

Curatela
Mirko Pancaldi si definisce come un creativo milanese, «trafficante di epifanie», architetto disobbediente, maker sartoriale e professore curioso. Il suo approccio progettuale è descritto come una miscela di curiosità indisciplinata e rigore strategico, guidato dalla volontà non solo di pensare out of the box, ma di metterne in discussione la costruzione stessa.
La visione professionale di Mirko Pancaldi si articola attraverso l’architettura e l’interior design. Il suo lavoro si fonda sul principio heideggeriano secondo cui non costruiamo per abitare ma costruiamo perché abitiamo, creando vere e proprie esperienze capaci di fondere tradizione e comfort contemporaneo con un occhio di riguardo per le superfici tattili e i colori evocativi. Un approccio che si estende anche alla curatela e un’attitudine che trasmette anche nella didattica in qualità di docente dell’Accademia di Belle Arti di Sanremo.
Le competenze distintive lo rendono un equilibrista pragmatico, dotato di un senso psicogeometrico che gli permette di progettare l’invisibile essendo consapevole che gli oggetti debbano entrare a far parte della biografia di chi li vive. Coniuga il tutto con una profonda attenzione alla memoria e all’identità.

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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