Sarcasmo e cliché nelle foto di Juno Calypso in mostra a Milano

Juno Calypso, Milk, 2016

Lo ammetto: saltellare con leggerezza, allegria, curiosità tra eventi molto diversi tra loro e godermi l’opportunità di vivere le esperienze più disparate (senza graduatorie, senza discriminazioni, senza pregiudizi, senza esclusioni) è cosa che mi diverte molto.

Ultimamente, Milano mi sta offrendo detta possibilità con particolare ed estrema generosità: nelle ultime settimane, ho potuto dividermi tra l’inaugurazione della mostra dedicata alla maison di moda Etro e l’inaugurazione della mostra dedicata invece al grande pittore Magritte, ho potuto divertirmi come una bambina all’anteprima di una mostra dedicata ai dinosauri così come ho potuto imparare moltissimo in occasione della tavola rotonda tenuta da Alba Cappellieri a proposito di uno dei suoi bellissimi libri sul gioiello.

Come dicevo, per me non v’è graduatoria tra questi eventi molto diversi tra loro: tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è occasione di crescita e di apprendimento, tutto ciò che mi consente di colmare le mie personali lacune è occasione ghiotta e imperdibile.

La più recente opportunità si è verificata giusto un paio di sere fa con un vernissage dedicato a Juno Calypso, artista londinese in mostra per la prima volta in Italia presso lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano.

Oggetto della mostra sono le fotografie di Juno e desidero essere chiara fin da subito: Juno non fa foto graziose di paesaggi o animali o modelle vestite all’ultima moda, no, lei – con una notevole dose di sarcasmo e ironia che risultano talvolta stranianti – affronta i pregiudizi e i cliché legati alla donna contemporanea, in ambientazioni alquanto surreali tra cui un motel americano e una villa-bunker a Las Vegas.

A un primo sguardo magari un po’ distratto, i suoi possono apparirci come autoritratti fotografici dall’estetica caramellosa: in realtà, si rivelano invece come scatti dall’approccio fortemente critico, sospesi tra noia, narcisismo, black humor e capaci di condurre a una riflessione dai contorni molto seri.

La fotografa, nata e cresciuta a Londra, è un nome cult per gli amanti di un’estetica pop pink che richiama gli Anni Sessanta e Ottanta: è nota a livello internazionale soprattutto per le tre serie intitolate Joyce, The Honeymoon e What to do with a Million Years.

Il suo è un lavoro tutto da scoprire: l’artista, giovane ma già affermata, è capace di calamitare un significativo seguito sia online, attraverso i suoi canali social, sia di persona, in occasione di mostre e performance a New York, in Sud Corea, Messico, Canada e Cina.

Juno Calypso – vincitrice tra gli altri del prestigioso Photography Awards, il premio di foto-giornalismo più ambito al mondo indetto dal British Journal of Photography – riesce a realizzare scatti intensi in grado di appassionare noi visitatori: la mostra milanese propone immagini selezionate dalle tre serie citate, a partire da Joyce.

Joyce è l’alter-ego dell’artista, un personaggio immaginario che raffigura il cliché della casalinga sola e repressa in ambientazioni insolite e surreali, una donna alla ricerca ossessiva e spasmodica della perfezione.

Solitudine della protagonista e carattere surreale delle ambientazioni si ritrovano anche nella serie The Honeymoon: nel 2015, l’artista si è chiusa per una settimana nella camera sospesa tra kitsch e démodé di un motel americano con la sua valigia piena di parrucche e lingerie. Joyce ha quindi posato in vasche da bagno rosa a forma di cuore e nuda di fronte a specchi multipli, mostrandoci aspettative deluse e un’atmosfera di estrema malinconia.

Sono infine presenti scatti dal suo progetto più recente, What to do with a Million Years.
Questa volta, la scelta del set cade su Las Vegas, dove ancora oggi si trova un vero e proprio bunker costruito nel pieno del terrore nucleare alla fine degli Anni Sessanta, una villa sotterranea creata da un ricco imprenditore di cosmetici, progettata per essere vissuta quotidianamente.
Il bunker è dotato di ogni comfort, piscina, bagno idromassaggio, stanza per gli ospiti, sala da ballo e un giardino in cui fare il barbecue.
«Una via di mezzo tra una tomba e un mausoleo, dove tutto è silenzioso e immobile, una sorta di capsula del tempo», racconta Juno.
Come se il luogo non fosse già sufficientemente incredibile, a rendere per lei (e per noi!) tutto ancora più misterioso è stato il fatto di scoprire che l’attuale proprietà del bunker è di una società interessata alla crionica, la disciplina che studia la possibilità di preservare a basse temperature uomini e animali.

Mi fa piacere sottolineare che le opere di Juno Calypso sono state pubblicate da numerose testate internazionali tra cui Time, The Guardian, Paper, i-D, Dazed & Confused, The Sunday Times, The Independent, Vice e Vogue Italia.

Mercoledì sera, mentre osservavo pensierosa gli scatti che estremizzano la moderna mania verso il binomio eterna bellezza – eterna giovinezza oppure gli scatti ambientati in un luogo decisamente paradossale che sembra uscito da Twin Peaks o da Psycho (ricordate il Bates Motel?), mi è venuto un pensiero: il nome della fotografa mi ricorda la mitologia greca e nello specifico Calipso, la bellissima Ninfa costretta a vivere su un’isola sulla quale approdavano uomini bellissimi ed eroici di cui lei non faceva che innamorarsi, ma che dovevano ripartire.
Un giorno, fu Ulisse ad approdare sull’isola e Calipso se ne innamorò, naturalmente: nell’Odissea, Omero racconta come ella lo amò e lo tenne con sé per lunghi anni, offrendogli invano l’immortalità che l’eroe insistentemente rifiutava.
Ulisse conservava infatti il desiderio di tornare a Itaca e non si lasciò sedurre: fu Ermes, il messaggero degli dei, a convincere Calipso a lasciarlo partire e lei, a malincuore, infine acconsentì.

Perché ho pensato a questa storia e perché ve l’ho raccontata?
Perché ho pensato che il nome della divinità greca è proprio perfetto per la giovane fotografa londinese.

Siete degli irriducibili e incorreggibili curiosi proprio come me?
Allora lasciatevi sedurre dagli scatti di Juno Calypso, novella dea della fotografia contemporanea.

Manu

 

Mostra Juno Calypso
Fino a venerdì 11 gennaio 2019 presso lo Studio Giangaleazzo Visconti
Corso Monforte 23, Milano
Tel. 02/795251 – info@studiovisconti.net
Ingresso gratuito
Orari: dal lunedì al giovedì, dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 18.30; venerdì dalle 10 alle 15.

Per seguire Juno Calypso: qui trovate il suo sito, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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