Se Instagram nasconde i like… è un’opportunità o una penalizzazione?
È stato un argomento che ha creato non poco scompiglio quest’anno nel web: dopo una fase sperimentale, Instagram ha deciso di nascondere definitivamente (?) il numero dei like.
Se metto il punto interrogativo è perché con Mark Zuckerberg, fondatore e proprietario di Facebook nonché proprietario di Instagram dal 2012, non si può mai sapere se e quanto una decisione sia definitiva.
A ogni modo: il test, iniziato il 17 luglio, aveva inaugurato una fase di prova allo scopo di sondare il parere degli utenti.
«Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti like ricevono. Stiamo avviando diversi test in più Paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram.»
Così aveva dichiarato Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram.
Attorno a fine settembre, la prova è diventata appunto ‘definitiva’ ed estesa a tutti gli utenti.
Il tasto like non è stato rimosso, tuttavia non è più visibile il numero dei ‘mi piace’; solo l’utente che ha condiviso il post su Instagram può avere accesso a tale informazione.
L’informazione è in realtà ancora visibile se, al posto di usare la app via smartphone, apriamo Instagram via pc – stranezze non facilmente comprensibili…
A ogni modo: prima in luglio e poi in settembre, ho letto molti post preoccupati e ho notato parecchia agitazione circa questa faccenda dei like.
Io, invece, non sono stata mai minimamente preoccupata, sebbene con i social ci lavori (anche).
Non ho finora scritto nulla riguardo questo cambiamento, credo forse di aver twittato condividendo il link di qualche articolo da una delle tante riviste che leggo: ho preferito aspettare e pormi in ascolto con tutti i sensi allertati, lasciando passare qualche mese allo scopo di poter osservare sviluppi e risultati e potermi fare un’opinione più chiara e, spero, fondata su basi più solide.
Adesso l’anno sta per chiudersi e, come sempre avviene in simili frangenti, è giunto il momento di un piccolo e personale bilancio: inizio allora dicendo perché non mi sono mai agitata.
Il primo motivo per il quale non mi agito è perché sono fermamente convinta del fatto che le evoluzioni siano del tutto naturali, in ogni ambito. E quindi è naturale che anche i social si evolvano.
Il secondo motivo è perché so bene che i social – quelli attuali – esistono da nemmeno 20 anni: parlando di alcuni tra i più celebri e diffusi, Facebook è nato nel 2004, Twitter nel 2006, Instagram nel 2010, Snapchat nel 2011, TikTok nel 2016.
Vivevamo (bene) prima di loro, continueremo a vivere (bene) anche se cambiano e si evolvono, detto da una che – ripeto – con i social ci lavora.
Il terzo motivo per cui non mi sono preoccupata (e non mi preoccupo) è che non ho mai puntato alla quantità anche perché, causa algoritmi (in parole molto spicce, le formule con le quali vengono determinati i criteri con i quali viene deciso quali contenuti mostrarci), è ormai quasi impossibile (ho scritto quasi) crescere organicamente e naturalmente e la quantità sui social si ottiene quasi esclusivamente in tre modi: se si è una vera celebrità, nel bene o nel male; se si investe in pubblicità; se si è disposti a usare sistemi che non sempre sono ‘naturali’ (diciamo così per restare soft).
Non rientro in nessuno dei tre casi e dunque ho semplicemente puntato a qualità e autenticità dei contenuti che produco.
E, per inciso, a me sembra (uno) che parlare a diverse migliaia di persone (numero che cresce se metto insieme tutti i miei canali social) sia cosa tutt’altro che trascurabile e (due) che sia importante, sempre nell’ottica della qualità, ciò che comunichiamo e condividiamo, sia che si parli a dieci persone sia che si parli a circa 5000.
Così, almeno, suggeriva il buonsenso prima che tante persone perdessero il senso della misura…
A ogni modo: visto che affermo di usare Instagram anche per lavoro, qualcuno potrebbe – giustamente! – chiedersi perché io non investa in pubblicità; mi rendo conto che ciò potrebbe apparire un controsenso e che la domanda è dunque legittima e, nell’ottica della trasparenza che desidero contraddistingua il mio operato, desidero rispondere e spiegare.
Quando agisco in nome e per conto di soggetti terzi (per i quali agisco di solito come responsabile della comunicazione), consiglio naturalmente a tutti i clienti che abbiano un prodotto da vendere di investire in pubblicità: così come si è sempre investito nella pubblicità offline (giornali, radio, tv, affissioni pubblicitarie), oggigiorno è più che normale investire nella pubblicità online, ovvero quella attraverso il web e i suoi strumenti che includono social network come Instagram.
La pubblicità non è il male quando è corretta, pulita, chiara, fatta secondo canoni legali; il male è la compravendita di follower, soprattutto fake, di like, di commenti; il male è usare bot automatizzati allo scopo di creare e millantare engagement in realtà inesistenti. Questo è il male e, pian piano, sta diventando anche illegale e legalmente perseguito o perseguibile, com’è giusto che sia (date un occhio qui, qui e qui).
Avrete notato che ho usato, appositamente, l’espressione ‘prodotto da vendere’ e proprio qui sta il nocciolo della questione: il mio blog e i canali social a esso collegati, soprattutto Instagram, non sono questo, sono semplicemente il luogo in cui unisco tutte le attività che faccio (responsabile comunicazione, editor, docente, blogger) e anche tutte le mie passioni; parlano di me e delle mie scelte in prima persona.
Ho sempre sostenuto che desidero che il blog resti uno spazio libero, indipendente e slegato da qualsiasi logica commerciale: i brand che scelgo sono da me rappresentati in maniera autonoma e libera, senza marchette, insomma, e perché davvero credo in loro. Li testo e quasi sempre ciò avviene a mie spese, quindi parlarne dipende solo dalla mia voglia di condividere ciò che amo, di condividere il bello e di dare voce al talento.
Insomma, io non ho ‘prodotti da vendere’.
Per fortuna, il mio lavoro è altro e i miei guadagni derivano da altro e dunque blog e Instagram (e Facebook e Twitter) restano – lo ripeto nuovamente – spazi liberi.
Sia ben chiaro, non condanno assolutamente chi monetizza attraverso il blog: provo antipatia e avversione esclusivamente per chi bara e imbroglia, per il resto credo vivamente nel fatto che ognuno debba essere libero di fare le scelte che reputa più opportune per la propria vita e la propria professione, ma per me il blog non è questo, non è un modo di monetizzare.
E proprio perché sono assolutamente trasparente, vi dico senza alcun problema che il blog mi ha portato lavoro indotto, ovvero ha fatto conoscere me, il mio lavoro, la mia correttezza, la mia competenza (per una volta… me la canto e me la suono anch’io, come si suol dire!) nonché la mia passione, procurandomi clienti che, apprezzando modo e approccio, mi hanno affidato la comunicazione, clienti che gestisco separatamente e attraverso altri canali.
Pertanto l’investimento che faccio attraverso blog e Instagram è esclusivamente quello del mio tempo, del mio lavoro, della mia professionalità e della mia passione … e scusate se a qualcuno sembra ‘poco’.
La mia non è presunzione, ve lo giuro, al limite è solo il mio lato da nativa analogica che emerge – o lato antico, se preferite.
Se poi un giorno sarò milionaria, prima di scappare con destinazione luoghi dove ci sia il mare e più o meno 25 gradi costanti tutto l’anno, allora prometto che investirò soldi per supportare le persone di talento nelle quali credo e che per ora devono ‘accontentarsi’ di avere il mio tempo, la mia attenzione e il mio impegno.
In definitiva, sono questi perché non mi preoccupo.
Chi deve (o dovrebbe) preoccuparsi è chi, finora, ha barato, chi ha millantato numeri inesistenti o pompati innaturalmente in vario modo, dai sistemi automatizzati (i cosiddetti bot) ai gruppi segreti di scambio like e commenti.
Da anni auspico una pulizia in tal senso: Facebook e Instagram ci hanno provato in vari modi (leggete qui, qui e qui), ma senza grandi risultati. Forse questo è un nuovo, ennesimo tentativo sebbene temo che, chi vuole barare, troverà presto nuovi modi per farlo, anche perché questa situazione poco chiara ha molti… complici.
Sapeste quante volte mi sono sentita dire dagli uffici stampa frasi tipo «sei brava, Manu, ma smettila di fare l’ingenua e comprati qualche decina di migliaia di follower, così poi possiamo dare il progetto a te e siamo tutti contenti».
Naturalmente, non dirò i nomi di questi uffici stampa, ma vorrei dire una cosa: dicendo «siamo tutti contenti»… a chi ci si riferisce? Tutti chi? Non certo i clienti ingannati (leggete qui e qui)…
Cos’è? Incompetenza, incapacità, propensione verso strade facili, superficialità, scorrettezza? Perché se io sono brava (e sottolineo se), che bisogno c’è di vendere fumo?
Ripeto anche questo: le circa 5000 persone alle quali potenzialmente parlo – se consideriamo Instagram – saranno poche, ma almeno sono reali. E magari corrispondono addirittura alla quantità di follower reali tra il mare di quelli fake di certi account dai numeri mirabolanti, diventati tali dopo crescite miracolose – sì, sono ironica; magari sono perfino di più i miei, visto che ricordo bene i numeri di certe persone (che ora si spacciano per ‘influencer’) prima che facessero la ‘spesa’…
Sapeste quanto mi fa piacere quando incontro qualcuno che ha letto un mio post in Instagram e, soddisfatto, mi dice di aver seguito un mio spunto, che sia una mostra o un bijou; quanto mi fa piacere quando una persona che stimo mi dice di aver letto uno di quelli che chiamo ‘i post del cuore’ (questo nel blog e ricondiviso in Instagram) e di aver preferito parlarmene di persona perché provava troppa emozione; quanto mi fa piacere quando una cara amica mi dice che suo fratello (suo fratello, sì!) mi segue e si è mosso per comprare un paio di anfibi che indosso io stessa; quanto mi fa piacere creare nuovi incontri e nuovi legami tra le persone; quanto mi fa piacere che mi seguano professionisti e che uno stilista mi chieda di un prodotto che vuole includere in una sua sfilata; quanto mi fa piacere che, vedendomi di persona, qualcuno mi dica che sono meglio che nelle foto che pubblico.
Tutto ciò mi fa piacere perché credo nell’autenticità: non voglio ‘essere figa’ in Instagram, non mi interessa, e credo che dietro a un social ci siano persone vere, in carne, ossa e sentimenti, e che ognuna di queste persone sia importantissima, che siano una, dieci, cento o mille.
Non credo affatto che il mio account Instagram debba essere semplicemente specchio di me e delle mie vanità; nasco come comunicatrice e questo è ciò che mi piace portare avanti.


L’emblema di tutto ciò sono gli screenshot che mi permetto di condividere qui sopra.
Ho nascosto i nomi per motivi di privacy: il mio account è pubblico e visibile a chiunque, follower e non, e lo sono anche quelli di queste due persone, tuttavia non è detto che abbiano piacere nel vedere i loro nomi fuori citati fuori da quella piattaforma.
Spero però che non abbiano nulla in contrario se uso le loro splendide parole per dire che, quando leggo simili dimostrazioni, mi si apre il cuore perché mi dimostrano che, nel mio piccolo, sono riuscita a far capire il mio intento e a far passare il mio messaggio, come è successo con post recenti in Instagram (qui e qui), ben oltre i like.
Vedete, io mi metto in discussione costantemente, chiedendomi praticamente ogni sacrosanto giorno se faccio bene ad andare avanti secondo quelli che sono i miei ideali e i miei valori.
Non ho mai accettato compromessi; dico ogni giorno tanti no davanti a proposte che non mi rappresentano minimamente; credo nella coerenza e nella condivisione autentica; so che tutto ciò arriva alle persone che hanno i miei stessi valori, e lo capisco anche dagli scambi di opinioni e commenti proprio via Instagram, ma non sono stupida o cieca e, attorno a me, continuo a vedere tutto un mondo che va a un’altra velocità.
Gente che compra follower e like e che così ottiene fama e lavori (quelli che perdo io…) nonché quegli uffici stampa dei quali vi ho parlato; e io mi chiedo allora se questo mondo non sia impazzito e se io non sia davvero definitivamente… fuori moda.
Poi leggo parole come quelle degli screenshot qui sopra e sorrido: le spalmo sul mio cuore come se fossero un balsamo benefico e dico a me stessa «lascia che ognuno si goda i frutti della strada che ha scelto».
Incluso chi parla a un pubblico che non esiste per condividere non cose in cui crede ma – prendo in prestito le parole di una di queste persone – ‘prodotti inutili’ senza anima.
D’altro canto perché ‘lamentarmi’? Se – come ho scritto – ognuno raccoglie i frutti di ciò che semina… posso lamentarmi di non riuscire a raggiungere una vanagloria che non ho mai inseguito?
Ma desidero ora tornare alla decisione di Instagram e fare ciò che vi avevo promesso, ovvero tracciare un piccolo bilancio di questi prima mesi di ‘nuova vita’ senza like.
Ancora una volta, sarò sincera anche a costo di andare apparentemente contro i miei ‘interessi’: sì, anch’io ho verificato un calo di ‘popolarità’ o meglio di coinvolgimento del mio account, io che non ho mai comprato né scambiato nemmeno un solo like né mai adoperato un bot.
Non sono l’unica visto che alcuni sondaggi realizzati per esempio in Canada – il primo Paese in cui Instagram ha iniziato la sperimentazione ad aprile 2019 – hanno mostrato che molti influencer (più della metà) coinvolti nel primo test hanno visto diminuire i like sui propri post nonché una crescita minore del numero di follower.
Attraverso alcuni strumenti di analisi, ho verificato anche che il mio engagement rate (E.R.) si è abbassato: l’E.R. calcolato da questo strumento è la media dei like e dei commenti degli ultimi 12 post (escluso il più recente) diviso il numero totale dei follower e il mio E.R. risulta essere più basso rispetto alla media.
Qualcuno potrebbe chiedersi (ancora una volta giustamente) perché: vi darò qualche possibile risposta, possibile perché non pretendo di essere in possesso della verità assoluta – né in realtà credo la possieda nessuno.
A detta di alcuni esperti, l’eliminazione del conteggio dei like ha influito sul cosiddetto ‘effetto gregge’: sembra sia un impulso inconscio, ovvero è più facile mettere un like su una foto che ne ha già altri, e possibilmente tanti, poiché siamo influenzati, confortati e supportati dal fatto che sia già stata apprezzata. È un impulso estremamente naturale, insomma.
Se il numero di like non è visibile potrebbe – come Instagram spera – portare l’utente a concentrarsi sul valore del contenuto, la qualità della foto e il messaggio del testo che la accompagna; oppure, potrebbe invece portare a un mancato ‘stimolo di emulazione’.
In realtà, perdere utenti e like di questo tipo dovrebbe essere positivo, sebbene lo scotto iniziale è quello di vedere un calo: d’altro canto c’è sempre un prezzo da pagare e io sono lieta di pagarlo se questo porta a una successiva maggiore pulizia e chiarezza.
Non si torna indietro e ora si parla di togliere i like anche da Facebook (date un occhio qui).
Un’altra spiegazione è che – purtroppo – Instagram pullula di account fake o che vengono utilizzati per promuovere vari servizi e quindi considerati spam: è inevitabile – nonché molto fastidioso per chi non mercanteggia like o follower – che, con il tempo, nelle nostre community si aggiungano account di questo tipo perché spesso e volentieri si tratta di bot che seguono gli utenti in maniera automatizzata. E se abbiamo un account pubblico, nessuno ha bisogno del nostro benestare per seguirci, che sia reale, fake o automatizzato…
Per questa ragione, anche chi non ha mai acquistato follower può aver notato un calo dei propri numeri o, anche, maggiore difficoltà nella crescita: oltre ad aver nascosto i like e aggiornato i propri algoritmi, Instagram sta portando avanti una rimozione di account fake dalla piattaforma.
Qual è la soluzione in questo caso? La più facile, ma anche la più dolorosa per chi come me crede nella libera circolazione delle idee, è quella di impostare il proprio profilo Instagram come privato: in questo modo si ha il controllo su chi diventa un nostro nuovo follower; un’altra soluzione è quella di… eliminare follower.
Vi sembra un paradosso?
Pensateci bene: chi è follower di un profilo ma non interagisce (ovvero non mette like, non commenta i post, non guarda le stories) in realtà penalizza quel profilo perché va a ridurne la visibilità: l’algoritmo di Instagram decide a quante persone far vedere i nostri contenuti in base alle interazioni che ottiene.
Quindi, se si hanno tante persone che non interagiscono (e che stanno lì per semplice curiosità, voglio essere ottimista…), l’algoritmo ‘pensa’ che i nostri contenuti non siano interessanti e non li farà vedere agli altri, spingendoli in basso nei loro aggiornamenti.
Dunque il vero problema è che le persone che non interagiscono con i nostri contenuti ma che continuano a seguirci abbassano quella che si chiama copertura organica: ecco perché può essere una soluzione eliminare ghost follower, ovvero fake/falsi/spam//bot nostro malgrado ma anche follower reali ma inattivi.
Esistono modi assolutamente leciti per farlo e che non vengono penalizzati (una rimozione di massa di follower potrebbe essere interpretata come azione di spam dall’algoritmo di Instagram) e, nella visione di utilità che vorrei contraddistinguesse il mio operato, vi lascio volentieri un paio di link per approfondire qualora siate interessati (qui e qui): se poi volete sapere il mio pensiero e la mia posizione in merito… voilà, vi accontento.
Ancora una volta, da buona antica nativa analogica quale sono, non ho al momento intenzione di procedere in tal senso e di eliminare follower inattivi: aspetterò ancora e continuerò la mia osservazione, tanto non è la visibilità la mia prima preoccupazione. Francamente, mi dispiace molto di più che le persone non abbiano voglia di interagire e che questa inattività o apatia penalizzi non solo i miei contenuti ma anche e soprattutto gli altri membri della piccola community che sono orgogliosa di aver costruito.
D’altro canto, da un punto di vista squisitamente umano, posso capire che una persona abbia voglia semplicemente di guardare (oddio, non che un like costi molto…): volendo essere fedele ai miei ideali, sarebbe giusto tagliare fuori queste persone ed escluderle?
Non so, ripeto, mi riservo di pensarci con calma…
Intanto, oltre gli interessi o le scelte personali, ciò che conta è che la decisione di Instagram potrebbe essere una rivoluzione per il mondo del marketing digitale e dei cosiddetti ‘influencer’ (quanto lo scrivo tra virgolette mi riferisco a quelli finti, io credo fermamente che esistano e siano sempre esistite persone che influenzano gli altri).
«Le aziende che vogliono fare attività di influencer marketing potrebbero essere spinte a valutare elementi più significativi rispetto al semplice numero di like, come la qualità dei contenuti, la reach, cioè il numero effettivo di persone raggiunte da un contenuto, o le visualizzazioni.»
Parola di Vincenzo Cosenza, Responsabile Marketing di Buzzoole, azienda di influencer marketing.
E se lo dice anche lui… beh, allora non si può dire altro che «sarebbe ora».
E io – ancora una volta da antica nativa analogica ma oggi a tutti gli effetti immigrata digitale con una costante e inguaribile allergia verso chi gioca sporco – aggiungo un bel «magari!»: magari si valutassero i contenuti, la preparazione, la competenza, la conoscenza.
Io continuo a sognare che ciò avvenga perché anche questo continua a essere gratis.
Concludo con delle scuse e una promessa.
Le scuse sono dedicate a voi che vi siete sorbiti questo lunghissimo post.
Vi ringrazio per la vostra pazienza, il vostro tempo e il vostro coraggio se siete giunti fin qui: tenevo tuttavia a essere chiara e, magari, utile.
Non è la prima volta che parlo di questi argomenti (per esempio qui e qui), argomenti che mi stanno molto a cuore perché poche cose mi infiammano come le questioni di onestà e di onestà intellettuale: prometto dunque che mi impegnerò affinché questa sia l’ultima volta, perché non voglio tornare più a fare questi discorsi.
Credo di aver ormai detto (anzi scritto) tutto quanto avessi da dire…
Allo stesso tempo, questo post è anche un modo per rendervi partecipi e per essere – ancora una volta – completamente onesta, sincera, corretta e trasparente con tutti coloro che mi fanno il dono di essere preziosi membri di una piccola comunità.
So che a voi devo moltissimo perché chi vuole comunicare – per vocazione e per professione – deve tutto a chi raccoglie e vuole interagire: sarò anche fuori moda ma so che ogni sforzo di dare è nullo senza chi riceve e risponde e tutto ciò mi è molto più chiaro di quanto lo sia a molti rampanti ‘influencer’, giovani ma anche meno giovani.
Per questo mi indigna così tanto chi svilisce quello che io amavo considerare un miracolo perché, in origine, i social network erano stati concepiti per il meraviglioso ideale di condividere e non per essere una mera vetrina del proprio ego – ciò in cui sono poi stati trasformati da molti.
Comprare like e follower è tradire lo spirito dello strumento che si usa, è non averne rispetto, è l’esatto contrario del creare condivisione e community; è segno evidente del disinteresse (o del timore di non esserne all’altezza? o della certezza di un’incapacità?) verso una reale co-mu-ni-ca-zio-ne (parola abusata quasi quanto icona o mito…) poiché si vanifica un mezzo che era nato per ampliare i nostri confini e non per essere l’ennesimo mercato delle vanità. Era una possibilità, l’abbiamo limitato a una televendita.
Il mio è dunque anche un modo per ringraziarvi per la fiducia e per concludere un altro anno magari un po’ faticoso, ma anche intenso e stimolante perché, in fondo, a me le sfide piacciono.
Ora mi prendo una piccola pausa e il blog va in vacanza per qualche giorno.
Ne approfitto per riposare e anche per riflettere.
E per finire di preparare un articolo sui cambiamenti del sistema moda nel decennio 2010 – 2019: da tempo raccolgo materiale e faccio ricerche e presto sarò pronta per condividere il tutto con voi.
Non vedo l’ora di farlo, di condividerlo, perché il lupo perde il pelo ma non il vizio; nel male, è vero, ma anche nel bene.
Buon Anno, amici miei: vi auguro che sia stimolante, intenso e senza scorciatoie che accorciano la strada ma la privano di emozione.
E, comunque, anche nei prossimi giorni, mi trovate sempre via Instagram: anche in questo, nonostante tanti contro (dubbi, perplessità, penalizzazioni, furbetti e delusioni), non perdo il vizio 😉
Manu ♥
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.