Hallyu, in mostra a Zurigo l’onda coreana diventata fenomeno mondiale

La musica permea profondamente la nostra vita.

È praticamente ovunque. Saliamo in auto e accendiamo l’autoradio. Entriamo in un negozio o in un locale e, molto spesso, ci accoglie un sottofondo musicale. Canticchiamo, a volte quasi senza accorgercene, i motivi (o tormentoni) del momento. Quasi ognuno di noi ha un brano musicale collegato a un momento specifico della propria esistenza oppure a una persona. E forse non esiste una sola persona al mondo che non sia in grado di citare almeno un nome di cantante o musicista. È forse l’unica arte per cui accade tutto ciò: per esempio, molte persone sono invece completamente disinteressate alla pittura o alla scultura.

Ascoltiamo musica per rilassarci, per divertirci, per trovare ispirazione, per avere compagnia. La ascoltiamo quando siamo allegri e quando siamo tristi. Usiamo infatti l’espressione colonna sonora: una colonna è qualcosa che ha una funzione fondamentale. Sostiene e, allo stesso tempo, abbellisce.

Visto questo intenso rapporto, possiamo fare un’ulteriore affermazione: la musica accompagna e sottolinea i cambiamenti della società. Esattamente come fa la moda. E, infatti, esistono profondi legami proprio tra musica e moda. Vari eventi culturali sottolineano tali legami e i cambiamenti che veicolano e lo fa anche la mostra di cui desidero parlare oggi, ovvero Hallyu! L’onda coreana.

La mostra è aperta fino al 17 agosto 2025 al Museo Rietberg di Zurigo. Ho avuto la preziosa opportunità di visitarla in compagnia di una delle curatrici. Si chiama Khanh Trinh e mi ha trasmesso tutto l’entusiasmo dietro un progetto che ha l’obiettivo di raccontare la cosiddetta hallyu, ovvero l’onda coreana o korean wave, il fenomeno che ha conquistato musica, cinema, arte multimediale, moda, cosmesi.

Verso la metà degli anni Cinquanta del Novecento, la Corea del Sud era ancora un Paese prevalentemente agricolo, arretrato e devastato dalla guerra. Nei decenni successivi, ha conosciuto una trasformazione incredibilmente rapida. Come? Attraverso la forza della propria cultura che unisce tradizione e, allo stesso tempo, capacità di innovazione. Il risultato? Un continuo gioco creativo che spazia in vari ambiti, tra cui musica e moda, e che si è diffuso in ogni angolo del pianeta.

L’esposizione di Zurigo ripercorre le origini della hallyu e i legami con l’arte tradizionale e analizza poi l’influenza oggi globale in vari ambiti. Dagli outfit del K-pop alle celeberrime coreografie, dagli oggetti di scena ai videoclip musicali, dalle tendenze beauty alla moda made in Korea, la mostra propone uno scintillante caleidoscopio della storia artistica e culturale sudcoreana.

Installation view of <em><strong>Hallyu! The Korean Wave</strong></em> © Museum Rietberg, Patrik Fuchs
Installation view of Hallyu! The Korean Wave © Museum Rietberg, Patrik Fuchs

La mostra è dunque, a mio avviso, estremamente interessante per vari motivi.

Prima di tutto, riunisce tanti elementi che hanno determinato il successo della hallyu e quindi aiuta a comprendere il fenomeno.

Nel percorso, per esempio, è possibile ammirare alcune opere di Nam June Paik, pioniere della videoarte che prefigura l’ascesa della Corea come centro tecnologico d’avanguardia. È possibile vedere la perfetta ricostruzione di una delle scenografie (… il bagno!) del celebre e pluripremiato Parasite e anche alcuni costumi di Squid Game. C’è anche una dance room in cui è possibile imparare a ballare il K-pop con la guida (virtuale) di esperti coreografi. Io mi sono soffermata a lungo davanti all’abito tradizionale, che si chiama hanbok, presentato nella declinazione tradizionale e in alcune reinterpretazioni contemporanee. Senza contare l’area dedicata all’interazione tra musica e moda, con gli outfit indossati dagli idol del K-pop.

Un altro motivo per visitare la mostra è il fatto che presenta tante curiosità. Esempio: moltissime persone usano almeno un prodotto cosmetico coreano. Ma sapevate che la Corea del Sud è oggi addirittura il terzo maggiore esportatore di cosmetici al mondo?

E poi c’è l’unicità dell’evento. Dopo il grande successo di pubblico ottenuto a Londra al Victoria and Albert Museum (che ha ideato la mostra), al Museum of Fine Arts di Boston e all’Asian Art Museum di San Francisco, il Museo Rietberg presenta l’unica tappa dell’Europa continentale. Bonus ulteriore: la tappa di Zurigo gode di arricchimenti rispetto alla formula originaria.

Qui sotto ricostruisco il percorso che ho potuto fare grazie a Khanh Trinh e condivido altre curiosità.

Che si ami la musica, il cinema, la moda o la cosmesi, la hallyu è sicuramente già parte della nostra vita. Se avete voglia di comprendere meglio perché, a Zurigo si possono trovare tante risposte. Anche a suon di musica, naturalmente.

Emanuela Pirré

 

 

HALLYU! L’onda coreana

4 aprile 2025 – 17 agosto 2025
Museo Rietberg ai piani – 1 e –2
Galblerstrasse 15 – Zurigo, Svizzera
Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 17 / mercoledì fino alle 20 / lunedì chiuso

La cultura pop coreana raccontata in quattro capitoli

Oltre 200 oggetti – costumi, oggetti di scena, fotografie, video, opere storiche e contemporanee – raccontano la storia della cultura pop sudcoreana divisa in quattro capitoli.

Primo capitolo: la storia recente

Nel giro di poche generazioni, dagli anni Cinquanta alla fine del Novecento, un Paese che era preindustriale e segnato dalla guerra si è trasformato in un centro culturale, tecnologico, economico. Fotografie, manifesti, documenti storici ed esempi delle prime apparecchiature di elettronica di consumo testimoniano gli epocali cambiamenti socio-politici che hanno portato alla rapida ascesa della Corea del Sud.

Sul piano economico e culturale, la Corea del Sud ha puntato sulla velocità e sul rischio, avviando un processo di trasformazione che ha generato forti contrasti all’interno di una società in cui tecnologie all’avanguardia convivono con rituali sciamanici e confuciani di tradizione secolare. È in questo contesto che ha avuto origine la hallyu. Con curiosità e creatività, gli artisti e i creativi coreani mescolano elementi nazionali e stranieri, tradizione e modernità.

La hallyu ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta, quando le serie televisive e i film sudcoreani hanno iniziato a riscuotere grande successo in tutta l’Asia. Spinta da un’industria musicale professionale e amplificata da internet e dai social media, la popolarità del K-pop si è presto diffusa su scala globale. Il riconoscimento internazionale definitivo è arrivato nel 2012 con il video virale Gangnam Style dell’artista sudcoreano PSY, il primo a superare i due miliardi di visualizzazioni su YouTube. Il brano, imitato e parodiato in tutto il mondo, è una satira sullo stile di vita materialista del quartiere di Gangnam, un’area di Seul in cui un tempo abbondavano le risaie e che oggi è una delle più lussuose dell’intera Corea.

L’odierna Corea del Sud è una potenza economica e culturale che esporta i suoi prodotti in tutto il mondo. Film, serie e gruppi musicali superano confini culturali, sociali e linguistici. E danno vita a nuove tendenze che sono parte integrante della cultura pop globale contemporanea.

Secondo capitolo: K-drama e K-cinema

Alla fine degli anni Ottanta del Novecento, quando la democrazia inizia a germogliare in Corea del Sud, anche l’industria televisiva e cinematografica conosce un forte sviluppo. Le emittenti commerciali e l’allora emergente televisione via cavo hanno alimentato la competizione, portando a un miglioramento qualitativo sia nei film che nelle serie televisive, i cosiddetti K-drama.

Con la serie televisiva Winter Sonata trasmessa per la prima volta nel 2003, l’onda coreana si diffonde rapidamente in tutta l’Asia, conquistando in particolare il Giappone. Negli anni Duemila, grazie all’ascesa delle piattaforme di streaming, i film e le serie coreane hanno raggiunto velocemente un pubblico globale. Con trame avvincenti, audaci commistioni di generi e un’estetica che fonde suggestioni tradizionali e moderne, queste produzioni appassionano i fan di tutto il mondo.

A partire dalla fine degli anni Novanta, l’ascesa dell’industria cinematografica coreana ha dato vita a una nuova generazione di cineasti. Film come Oldboy (2004) di Park Chan-wook o Parasite (2019) di Bong Joon-ho hanno ottenuto grande successo di critica e pubblico. Benché radicate nella realtà coreana, queste storie possiedono un fascino universale anche grazie ai registi che hanno ampliato il repertorio tradizionale, mescolando abilmente i generi e sperimentando nuove forme di espressione estetica.

La mostra celebra questa varietà attraverso manifesti, spezzoni di film e oggetti di scena. Troviamo la ricostruzione della celebre stanza da bagno di Parasite, alcuni costumi di Squid Game, grande successo di Netflix, e il set di prodotti per la cura personale delle protagoniste del film Mademoiselle. Diverse reinterpretazioni del tradizionale hanbok mostrano l’originalità con cui i cineasti coreani rielaborano l’abito tradizionale. Non manca un omaggio ai webtoon (dall’unione delle parole web e cartoon), fumetti digitali pensati per i dispositivi mobili e che hanno ispirato numerose serie televisive e film.

Terzo capitolo: il K-pop e i suoi fan

Sostenuta dai social media e da comunità di fan digitali, la musica pop coreana, alias K-pop, è diventata un fenomeno globale. In mostra vi sono gli outfit scintillanti indossati dal gruppo Aespa nel video musicale Next Level e i costumi di ispirazione punk della boy band Ateez nel video Fireworks (I’m the One).

Con l’allentamento progressivo della censura culturale, a partire dal 1987, la musica straniera comincia ad arrivare in Corea del Sud influenzando la scena locale. Tra le antesignane del K-pop vi sono figure come Kim Wan Sun, definita la Madonna coreana, e la cantante Patti Kim che, con la sua voce unica, ha segnato l’industria pop nazionale. Il debutto del gruppo Seo Taiji and Boys al Saturday Night Music Show nel 1992 è oggi considerato la pietra miliare di questa corrente musicale.

Le star o idol del K-pop sono artisti carismatici, spesso selezionati da agenzie di talenti e sottoposti a un rigoroso percorso di formazione della durata di anni. È così che sono nati gruppi come le Blackpink e i BTS, capaci di conquistare fan in tutto il mondo con performance spettacolari e brani accattivanti. La storia turbolenta della Corea del Sud ha influenzato profondamente il K-pop: la fusione di generi musicali e influenze culturali lo ha reso un genere ibrido, in grado di superare le barriere linguistiche e attrarre un pubblico internazionale.

Le community globali di fan del K-pop sono diventate un fenomeno culturale di grande rilievo. Invece di limitarsi al ruolo di semplici consumatori, traducono testi, creano archivi e producono contenuti per i fan. Si tratta di comunità intergenerazionali, dotate di un’infrastruttura digitale molto sviluppata, spesso utilizzata anche per promuovere cause sociali. La hallyu ha inoltre contribuito alla crescente diffusione di corsi di lingua coreana in tutto il mondo.

Quarto capitolo: K-beauty e K-fashion

Grazie alla hallyu, la Corea del Sud è diventata un punto di riferimento globale nei settori bellezza e moda. Il product placement nei K-drama e le campagne pubblicitarie con le star del K-pop hanno reso celebri in tutto il mondo cosmesi e moda coreane. Dai portacipria decorati alle moderne maschere a LED, dall’abito tradizionale (hanbok) allo streetwear, la mostra esplora le molteplici sfaccettature della cultura coreana in ambito bellezza e stile.

Gli standard estetici sono profondamente radicati nella cultura coreana. Durante la dinastia Joseon (1392-1910), prendersi cura del proprio aspetto non era considerato un atto di vanità, ma un dovere morale, espressione del proprio status sociale e della virtù stessa. L’aspetto esteriore rifletteva lo stato interiore. Nonostante le trasformazioni della Corea moderna, questa concezione è ancora molto diffusa. La K-beauty combina antiche formulazioni con nuovi ingredienti e tecnologie avanzate. La cura della pelle, d’importanza centrale per donne e uomini, ha dato impulso a una tendenza globale. Con prodotti innovativi e design accattivante, la Corea del Sud è oggi il terzo maggiore esportatore di cosmetici al mondo.

La hallyu ha portato anche la moda coreana sotto i riflettori internazionali. Con tagli destrutturati, streetwear d’avanguardia, accostamenti eccentrici e stili gender-fluid, la K-fashion ha influenzato le tendenze globali, rivolgendosi in particolare a Millennials e Gen Z. E posizionandosi tra streetwear e marchi di lusso.

Le rivisitazioni dell’abito tradizionale giocano un ruolo chiave nella moda, nel cinema e nella musica pop. I giovani stilisti coreani ne ampliano l’estetica tramite motivi audaci e colori e silhouette inedite, pur mantenendo un forte legame con il passato. Sempre più star del K-pop indossano hanbok contemporanei, accrescendone la popolarità. Indossare gli hanbok è diventato dunque per i coreani di tutto il mondo una dichiarazione di stile che esprime un rapporto orgoglioso con il proprio patrimonio culturale.

In esclusiva al Rietberg

All’interno delle sale del piano – 1 che ospitano la collezione permanente, il Museo Rietberg presenta una zona dedicata alle tradizioni artistiche della Corea.

Qui, accanto a immagini buddhiste e sciamaniche, sono esposte pitture decorative di genere e xilografie policrome provenienti dalla collezione del museo e da importanti raccolte europee. È presente, per esempio, un paravento ottocentesco decorato con immagini di libri e strumenti di scrittura: simboleggia l’aspirazione alla conoscenza e al successo professionale, valori confuciani evocati anche da numerosi K-drama e brani K-pop. C’è anche una versione contemporanea del paravento esposta al piano – 2.

La playlist ufficiale & il calendario degli eventi collaterali

In occasione della mostra, il Museo Rietberg presenta una playlist ufficiale concepita per offrire un’esperienza sonora complementare.

La playlist propone una raccolta di brani che riflettono la vitalità e l’innovazione della scena musicale coreana, includendo successi che hanno scalato le classifiche internazionali e pezzi che hanno segnato l’ascesa del fenomeno hallyu. La selezione è disponibile via Spotify (regalo per i lettori di A glittering magazine… eccola qui). È un’estensione della mostra ed è un’opportunità per avvicinarsi ancora di più a questa corrente culturale.

La mostra è accompagnata anche da un fitto calendario di incontri collaterali tra cui visite guidate, conferenze, rassegne musicali, workshop. Gli eventi sono sempre aggiornati nel sito del museo.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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