Mi occupo di editoria & moda e ho visto Il diavolo veste Prada 2
Venerdì sera sono stata al cinema a vedere Il diavolo veste Prada 2.
Lo preciso subito: ciò che state per leggere non ha la pretesa di essere una recensione degna di un critico cinematografico. È semplicemente la riflessione di una persona che vive da vicino il mondo dell’editoria e della moda. E che, tra l’altro, non vuole imporre il suo punto di vista a nessuno.
Poi, una rassicurazione: eviterò di dare troppi dettagli circa la trama. Prima di tutto perché credo che praticamente la conoscano tutti. E poi desidero evitare il più possibile gli spoiler, trattandosi di un film appena uscito.
Dirò quindi solo lo stretto necessario nell’ottica dei ragionamenti che desidero fare. Credo, per esempio, di poter dire che c’è subito una differenza tra il primo film e questo. Il diavolo veste Prada 1 è particolarmente incentrato su abiti pazzeschi e su quanto terribile sia Miranda Priestly, l’influente e tirannica direttrice della rivista di moda Runway. Il Diavolo veste Prada 2 si avventura in un territorio diverso: lo stato in cui versa l’editoria a distanza di vent’anni.
Il film racconta cosa significa fare una rivista in un mondo ormai governato dalle piattaforme social e da contenuti sempre più veloci. Tagli di costi e di personale, visualizzazioni, contenuti sponsorizzati, inserzionisti e budget pubblicitari, influencer, contenuti virali, i click, le condivisioni, le metriche: sono queste le nuove parole d’ordine di un mondo profondamente cambiato.
Insomma, c’è un cattivo in questo sequel e non è (più) Miranda Priestly: è la profonda crisi dell’editoria e del giornalismo. Il film è una fotografia di tale crisi. È un ritratto, divertente come una commedia dev’essere ma, allo stesso tempo, realistico. E la situazione, attuale e reale, è fatta di redazioni che vengono smembrate, di riviste a continuo rischio di chiusura, di edicole che si svuotano. E di giganti della tecnologia, le Big Tech, che non aspettano altro che divorare quel che resta dei giornali.
A essere in crisi è soprattutto la dimensione cartacea. Non solo: il tutto non vale esclusivamente per l’editoria di moda, ma per l’editoria in generale. Perfino il giornalismo d’inchiesta non è immune alla crisi, come racconta proprio Il diavolo veste Prada 2. Il film inizia mostrando Andy Sachs che è diventata una giornalista affermata: durante una serata di gala, tuttavia, lei e l’intera redazione del magazine per cui lavora vengono licenziati in tronco con un messaggio (!). E il licenziamento avviene giusto un attimo prima che Andy riceva un importante premio per un suo reportage. Lo so, ho promesso di limitare gli spoiler, ma questo succede nei primi cinque minuti della pellicola e quindi non è una vera e propria rivelazione.
Detto ciò, immaginerete che ho guardato il film con un miscuglio di sentimenti e pensieri, visto che mi occupo di editoria e di moda. Oggi, vorrei cercare di dipanare questo groviglio condividendo un po’ di riflessioni.
Accontento prima chi vuole un parere veloce. Il film è nel complesso godibile, il ritmo è frizzante (anche se un po’ meno del primo) e le battute (battute? di questo ne riparleremo qui sotto) sono divertenti. E poi c’è Milano. Devo dire che le scene girate nel capoluogo meneghino rendono un gran servizio alla città mostrandone il lato più scintillante.
La ripresa notturna in Galleria Vittorio Emanuele II è davvero bellissima. Idem per le immagini della Basilica di Santa Maria delle Grazie che, nel refettorio, custodisce il Cenacolo di Leonardo da Vinci. Proprio per la delicatezza e il valore del dipinto, le scene ambientate all’interno del refettorio non sono però state girate in loco: l’interno è stato ricostruito in studio. C’è anche Palazzo Clerici, altro bellissimo edificio storico. E c’è Il Salumaio di Monte Napoleone che non è solo un ristorante, ma un vero tassello di memoria cittadina, inserito nel contesto di Palazzo Bagatti Valsecchi. Idem per Palazzo Parigi che rappresenta invece una delle espressioni più chic e contemporanee dell’ospitalità alberghiera milanese.
E poi… una nota mondana, definiamola così. Oltre ai volti più riconoscibili di vari stilisti e addetti ai lavori, a me è sembrato di riconoscere anche alcune persone che mi capita di vedere nel giro degli eventi moda… avete presente quando facevano i casting per le comparse proprio a Milano?

Detto tutto ciò, divertimento a parte, ho anche sofferto. E indovinate un po’? La sofferenza riguarda la situazione di cui ho detto in principio, ovvero il ritratto dell’editoria contemporanea.
Dovete sapere che, quando è uscito il primo film, nel 2006, io lavoravo in azienda. E sognavo, come tanti, il mirabolante mondo della moda, non immaginando ancora di poterlo approcciare proprio dal punto di vista editoriale. Avrete certamente sentito anche voi la frase «fai qualcosa che ami e non lavorerai un solo giorno nella tua vita». Molto romantica, certo. Perdonatemi se rispondo con un «fai della tua passione un lavoro e ne scoprirai il lato oscuro». Per me, almeno, è stato così. E scommetto di non essere affatto l’unica.
Perché, quando sono entrata in quel mirabolante mondo, ho scoperto che il primo film assomiglia fin troppo pericolosamente alla realtà. E ho scoperto che certe battute… non sono poi battute, in realtà. Nell’editoria di moda ci sono le Miranda Priestly. C’è chi tenta di metterti in difficoltà – e in imbarazzo – durante le riunioni di redazione. C’è chi ti liquida al tuo primo rifiuto e che, all’ingenua richiesta di spiegazioni, risponde solo con «fatti una domanda e datti una risposta». Roba che la famosa battuta «è tutto» di Miranda… quasi quasi impallidisce. È anche pieno di pseudo Emily Charlton, le persone disposte a qualsiasi sacrificio per passarti davanti (o sopra), incluso quello di sé stesse.
Quindi ebbene sì, ho scoperto il lato oscuro, quello oltre il luccichio, oltre eventi glamour e sfilate che, in fondo, durano solo pochi attimi. Dietro c’è un pacchetto fatto di giornate interminabili e di ritmi massacranti. Di poche (pochissime) certezze e di retribuzioni così basse da costringere a vivere in una perenne e stridente contraddizione tra ciò che ti passa sotto gli occhi e di cui ti occupi e scrivi e ciò che invece puoi realmente permetterti. Momento ottimismo: ci sono anche i Nigel Kipling, quei mentori preziosi che restano per sempre nel tuo cuore.
E così, ora che è uscito Il diavolo veste Prada 2, io sono molto più consapevole e molto più disincantata, purtroppo, di quando vidi il primo film. E il punto, oggi, è diventato – come scritto qui sopra – la crisi dell’editoria. La mia sofferenza attuale riguarda proprio questo.
Ho sofferto per l’episodio iniziale che ho già raccontato, quando Andy vince il premio e contemporaneamente viene licenziata. Quando alla stessa Andy dicono che sì, i suoi articoli sono belli ma che tanto nessuno è più interessato a leggere e a leggerli. Ho sofferto quando Runway rischia la chiusura e si parla di tagliare drasticamente i costi, introducendo un approccio data-driven ovvero legato a dati e numeri. Un approccio decisamente contrapposto allo stile creativo e glamour di Miranda che, sarà pure una carogna, ma è una visionaria e un’amante della bellezza.
In tutti questi momenti e in altri ancora, ho sofferto fremendo nella mia poltrona, per un motivo molto semplice: queste situazioni le ho vissute, le ho sperimentate.
Ho lavorato in una testata (cartacea) che è stata chiusa per problemi economici. Mi sono sentita dire «scrivi bene» e contemporaneamente «però chi legge oggi 2500 parole?». Mi sono sentita dire che i miei articoli sono interessanti e che tuttavia non fanno sufficienti visualizzazioni perché nessuno ha più il tempo che serve (serviva) per leggere. Che è meglio «trasformare il pezzo in un carosello Instagram più fruibile». Ho sofferto perché, come ho già scritto, anch’io sono stata liquidata con un messaggio. E senza nemmeno vincere un premio, contrariamente ad Andy.

E dire che il film inizia quasi bene. Dopo il licenziamento, ad Andy viene offerto di tornare a Runway occupando la posizione di features editor ovvero la persona che dà spessore narrativo a una rivista con pezzi di sostanza e di approfondimento: interviste, profili, ritratti, reportage, storie che riguardano cultura, società, lifestyle. È un posto da responsabile, insomma, quello di chi commissiona articoli, gestisce i collaboratori freelance e si assicura che lo stile editoriale sia in linea con l’immagine della pubblicazione. Insomma, il posto che fa brillare gli occhi a chi ama davvero il giornalismo. E io alzo la mano.
Come primo atto del suo nuovo incarico, Andy scrive un articolo per redimere Runway da un brutto scivolone (e qui non aggiungo altro). E ne è fiera, tanto che attende il commento di Miranda la quale sì, approva, ma smorza l’entusiasmo di Andy con una domanda, la solita: qualcuno ha realmente letto il pezzo? Si intende oltre al titolo e all’estratto da leggere frettolosamente in uno di quei maledetti post o caroselli condivisi via social.
Miranda stessa appare provata da tutti questi cambiamenti.
Nel 2006, in una scena diventata celeberrima, la direttrice spiegava come una scelta fatta da chi come lei era ai vertici finisse a cascata sul maglioncino blu ceruleo comprato da Andy nella grande distribuzione. Nel sequel, quel meccanismo si inverte: sono le piattaforme social e gli inserzionisti a decidere cosa arriva in alto. E i magazine… eseguono. «Senza di loro non esistiamo noi», ammette Miranda.
Tant’è che la temibile e temuta direttrice non si sogna più di dire ad Andy frasi tipo il famoso (o famigerato) «non essere ridicola, tutti vogliono questa vita, tutti vogliono essere noi». Al contrario, la incoraggia a scrivere un libro-confessione dicendole che, forse, è un bene che le persone sappiano cosa c’è dietro la superficie luccicante che tutti vedono. A cosa occorre rinunciare per far parte di quel mondo. Dice che il pubblico «deve sapere che c’è un prezzo» da pagare, per esempio per avere una carriera come quella da direttrice.
Sia ben chiaro, non voglio fare la lagna, come si suol dire. Né fare la vittima.
Primo, perché so bene che ogni lavoro ha i suoi risvolti negativi. Incluso il nostro, però, che (scusate se lo ripeto di nuovo) non è solo luccichio. Eppure, per Miranda (e anche per me) resta il lavoro più bello del mondo (come dichiaro anche nel Manifesto di questo sito). È il mestiere che volevo fare e che vorrei continuare a fare.
Secondo, perché so che con il web le cose stanno cambiando per tutti, non solo per l’editoria. Terzo, perché so che le rivoluzioni sono naturali e che ognuna porta con sé cose positive e cose meno positive. Io stessa esisto, come professionista, anche grazie al web e, in questo stesso momento, pur facendo delle critiche, ne sto usufruendo.
Bisogna anche ammettere che, nei tempi d’oro dell’editoria, ci sono state molte esagerazioni. E che molti ne hanno approfittato. Cachet e budget spropositati, viaggi stampa dall’altra parte del mondo con auto di lusso private e voli in prima classe. Si narra di giornalisti che uscivano dalle sedi dei brand con shopping bag colme di accessori di lusso, altro che influencer moderni. Io non ho visto che la coda di tutto ciò e il viaggio stampa più lontano che ho fatto è stato nel sud della Francia.
Tant’è che ho finito per spostare un po’ il mio target. Qui nel magazine i contenuti moda sono progressivamente diminuiti in favore di altri che mi stanno altrettanto a cuore, come quelli su arte, mostre, design.
Non mi illudo che in tali ambiti non ci sia crisi: ribadisco che la crisi dell’editoria è generale e globale. E non consideratemi una traditrice. Non rinnego la moda che sarà sempre l’amore più grande, ma il sistema sì, lo ammetto, quello mi ha un po’ delusa. E se lo tradisco è perché quel sistema ha prima tradito me.

Permettetemi, a questo punto, di dire una ulteriore cosa.
Va benissimo appassionarsi al film, sapere a memoria le battute, fare la fila per i gadget. Ma ricordatevi che quel lavoro qualcuno la fa realmente e che lo fa per vivere. Nelle redazioni, ci sono persone che dedicano tempo, fatica, passione.
Volete aiutarci? Comprate i giornali e, soprattutto, leggeteli. Non accontentatevi della superficialità, di contenuti che per voler essere immediati e veloci finiscono per diventare frettolosi e scarsi. Poveri. Perché, altrimenti, accade ciò che vedete nel film: i giornali chiudono e le persone restano a casa.
L’ho già scritto qualche mese fa, parlando della chiusura di Fashion Magazine, e abbiamo purtroppo l’esempio recentissimo della chiusura di Wired Italia. E se chiudono i giornali, se ci accontentiamo di contenuti superficiali di scarsa qualità, non ci rimette solo chi ci lavora. Ci rimettiamo tutti, perché diventiamo progressivamente più poveri. Anche perché siamo tutti in primis lettori, anche chi fa il giornalista, l’autore, l’editor, lo storyteller o il content creator. Anzi, non si può scrivere se non si legge.
Tengo a precisare che con questo discorso non voglio tirare acqua al mio mulino ovvero suggerire di leggere A glittering magazine. Posso solo sottolineare – ancora una volta – quanta passione io e la redazione mettiamo in ciò che facciamo e quanta cura (e accuratezza) mettiamo nel produrre i nostri articoli, dalla ricerca degli argomenti alla verifica delle fonti e delle informazioni. Per arrivare, infine, alla scrittura. Ma se questo lavoro corrisponda o meno ai vostri interessi quanto, per esempio, ad argomenti… beh, questo potete e dovete giudicarlo soltanto voi. Di riviste e giornali, cartacei e web, ce ne sono tanti e ognuno può scegliere i suoi preferiti.
Concludo con un aneddoto, giusto per alleggerire un po’.
Qualche giorno fa, la ragazza da cui faccio la manicure mi ha detto entusiasta che sapeva dell’uscita del film e che aveva pensato a me poiché sa del mio lavoro. Con un sorrisone, ha aggiunto che le ricordo «quella del film». Ho incassato sorridendo a mia volta, senza ribattere. E sperando che non si riferisse né a Miranda né a Emily. Diamine, non ho la durezza di Miranda e nemmeno l’arrivismo e la competitività tossica di Emily. Ho la stessa passione di Andy per il giornalismo, quella sì. Mi sento proprio come lei quando, nella famosa scena iniziale, afferma con passione che «il giornalismo è ancora importante».
Aspettate… pensandoci meglio, in effetti a volte mi sento anche come Emily. Precisamente quando dice che «i carboidrati condivisi non hanno calorie». Tra le frasi de Il diavolo veste Prada 2 che diventeranno iconiche… al momento sposo questa.
Ah, per la cronaca: avete appena letto 2479 parole.
Emanuela Pirré
A proposito della citata chiusura di Fashion Magazine: se vi va, trovate il mio articolo qui.
Federica Callegari, nostra graditissima guest editor, parla invece qui dello stile del film.
E poi… sostengo sempre e con grande convinzione il lavoro delle persone che stimo, sia che collaborino con me che con altri progetti. Condivido quindi volentieri un articolo di Francesca Soba, editor di A glittering magazine ma non solo. Riguarda naturalmente Il diavolo veste Prada 2 e offre un altro punto di vista e ulteriori riflessioni interessanti.
E Francesca non si è fermata lì e ha scritto un articolo – stavolta per noi – su cosa significhi essere Emily oggi, nel 2026.
Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.
Glittering comments
Ciao Manu, con grandissimo piacere e interesse leggo le tue 2479 parole e rimango basita, sono davvero così tante?!! Perchè i tuoi articoli sono come un buon risotto al tartufo, lo vuoi gustare con calma perchè sai che è un primo costoso ma allo stesso tempo ti piace così tanto che in un attimo il piatto è vuoto ma le sensazioni no, quelle rimangono, le senti dentro di te. E in questo articolo ho sentito tanta malinconia ma anche tanto amore per quel modo di fare comunicazione che è cambiato e a mio avviso è stato reso accessibile a tutti. Poi ti conosco, alcune tue considerazioni le conosco già perchè me le avevi raccontate, ed alcune, in piccola parte, le avevo vissute con te ad alcune presentazioni che avevamo fatto insieme. Quindi questo tuo articolo, mi ha colpito ancora di più. E voglio aggiungere, sarò la voce fuori dal coro, per me però è sbagliato che tutti possano dedicarsi alla comunicazione se non tutti sono in grado. E la stessa cosa che è successa con i libri, oggi tutti si scrivono perchè tutti si autopubblicano ed i risultati sono pessimi. E magari anche un libro brutto che viene spinto dai vari booktoker vende tantissimo. Io amo la tecnologia, però bisognerebbe avere la capacità di capire chi è in grado di fare un certo lavoro e chi no. Tornando alla moda, ovvio è un settore che piace a tutti, va bene chi sia la passione di tanti ma per lavorare ci vogliono delle competenze che non tutti hanno e soprattutto ci vorrebbero anche persone attente a capire chi può parlare di moda e chi no, chi seguire e chi no. Il giornalismo è in crisi ma la crisi più grande riguarda tutta la società che non sa più scegliere con la propria testa, che non gusta più il tartufo, anzi nemmeno ne riconosce la prelibatezza e lo mangia velocemente accompagnato da un bicchiere di coca cola. Senza offesa per la coca cola, ovviamente.
Ho scritto troppo, chiedo venia.
Giovedì sera, andrò a vedere il film e ti darò le mie impressioni. Per il momento grazie del tuo articolo, l’ho apprezzato tanto.
Ps: mi hanno detto che il primo libro è veramente bello, devo recuperarlo. Il secondo meglio evitarlo. Bacione😘
Laura cara… cosa posso dirti se non un enorme, sentito e anche commosso grazie?
E non solo per aver letto tutto, ma anche per la tua grande attenzione e per tutte le riflessioni – preziose – che hai aggiunto. Altro che chiedere scusa per aver scritto troppo! Detto poi a me, autrice del papiro da 2479 parole!
Scherzi a parte, la tua riflessione circa “avere la capacità di capire chi è in grado di fare un certo lavoro e chi no” è molto importante. E ti dirò di più: la sottoscrivo. Vale, naturalmente per tutto e per tutti. Io, per esempio, non mi sogno di dare parere medici, di dare consigli per riparare una macchina o un rubinetto, di dare consigli su finanza e investimenti. Non me lo sogno per un motivo molto semplice: non ho le giuste competenze. Ogni lavoro ha le sue regole e la propria dose di conoscenze (incluse moda e comunicazione) e no, non è vero che tutti sanno o possono fare tutto. Quindi io faccio un applauso al tuo ragionamento e ti sono grata per averlo sottolineato.
Assolutamente, tengo poi ad avere il tuo parere e le tue impressioni dopo aver visto il film.
Ancora grazie e un grande e caloroso abbraccio,
Emanuela, anzi… Manu
Ciao Manu,
leggo solo ora questo bellissimo articolo. L’ ho letto tutto d’un fiato e le tue considerazioni sono molto interessanti. Per qualche tempo, poco a dir il vero, mi sono appassionata al mondo della moda, come designer. Non è un mondo facile, soprattutto per chi ha una “visione”romantica del fashion e di quanto gira intorno. Però penso che ci siano davvero tante persone in gamba, come te ad esempio, che riesci a farcelo comprendere senza nascondere le difficoltà e i problemi che stanno dietro a tutto quello che non vediamo e che spesso non immaginiamo nemmeno che possa esserci.
In ogni caso, anche se hai spoilerato poco…mi è sembrato di stare al cinema a guardare il film, e mi è piaciuto molto!
Cara Angela… grazie di cuore!
Per tutto: per aver letto, per aver voluto commentare e interagire, per la tua gentilezza e il tuo garbo.
Grazie per aver condiviso la tua interessante e preziosa esperienza. Condivido al 100% le tue parole e il tuo punto di vista: non è un mondo facile, la moda, e la visione “romantica”, quella più pura, si scontra con la realtà. Oggigiorno, purtroppo, la moda è sempre meno creazione e sempre più business.
Aggiungo che il tuo apprezzamento nei miei confronti è un onore. Davvero.
Ti auguro una splendida giornata,
Manu