In stato di fluttuazione, dal 16 luglio al 26 settembre in Fondazione Gori – Celle a Pistoia
Apre giovedì 16 luglio 2026, dalle ore 17 alle 20, in Fondazione Gori – Celle a Pistoia, la mostra In stato di fluttuazione. Tale mostra è l’esito della prima edizione della residenza COABITAZIONI: Arte, Paesaggio e Comunità. Il tempo delle cose. Persone, suoni, paesaggi, progetto con la direzione artistica di Pietro Gaglianò. Visitabile solo su appuntamento, l’esposizione resterà aperta fino al 26 settembre.
La residenza ha coinvolto 8 artiste e artisti e 2 curatori che, dal 16 febbraio 2026, hanno vissuto e lavorato negli spazi della Fattoria di Celle, in stretto dialogo con la collezione della Fondazione Gori e con il parco di arte ambientale che circonda la villa.
Durante il periodo di residenza, i partecipanti hanno incontrato personalità del mondo dell’arte, della critica, dell’attivismo culturale nell’ambito di un serrato programma di incontri. Il progetto formativo ha fornito esperienze di pratica creativa e produttiva e un ampio panorama di visioni sulle relazioni tra arte e paesaggio, secondo prospettive del pensiero militante, della critica, dell’approfondimento storiografico. Attraverso un’esperienza immersiva di convivenza, ricerca e produzione, i partecipanti hanno sviluppato progetti capaci di interrogare le relazioni tra arte e paesaggio.
Le artiste e gli artisti coinvolti sono Nicolò Andreatta, Marta Cornacchia, Silvia Cotugno, Laura Angela Gelsomini, Alessia Lastella, Davide Mariani, Roberto Orlando e Angelica Picco. I curatori sono Giulia Giacomelli e Lorenzo Vanda.

In stato di fluttuazione: la mostra
La mostra In stato di fluttuazione si sviluppa negli spazi del Pomario – uno degli spazi più antichi della tenuta recentemente restaurato – e della Limonaia della Fattoria di Celle. Il titolo parafrasa una riflessione de I Passages di Parigi di Walter Benjamin sul collezionismo: la collezione è da lui intesa come sistema mobile di relazioni in cui gli oggetti modificano continuamente il proprio significato attraverso le prossimità che instaurano e “si mostrano in uno stato di perenne fluttuazione”.
La mostra si presenta così come un sistema aperto di relazioni che si costruisce attraverso connessioni, prossimità e incontri inattesi. La fluttuazione non indica una dispersione caotica, ma la condizione stessa degli oggetti e delle opere: il significato si trasforma continuamente in base alle relazioni che instaurano.
Il titolo richiama inoltre la dimensione enciclopedica del collezionismo fondata sull’accostamento di elementi eterogenei, come le opere in mostra, e sulla costruzione di costellazioni di senso. In questa prospettiva, vicina agli studi di Adalgisa Lugli, il significato non deriva da una classificazione stabile. Deriva, bensì, dalle relazioni che si instaurano tra cose diverse. La fluttuazione diventa così una modalità di conoscenza, rinegoziabile ogni qual volta vi si inserisce un cambiamento.
La genesi delle opere
Le opere sono il risultato di un processo condiviso di osservazione e ascolto del luogo e si muovono in questo contesto come pratiche di cura del giardino. Ciascuna di queste sembra incarnare un gesto specifico di tale cura. Da imparare a riconoscere un luogo e il modo in cui abitarlo, passando per accompagnare i flussi d’acqua. Transitando per proteggere ciò che già vive, per trovare un centro e attraversare l’imprevisto. Fino a cercare zone d’ombra e invisibilità, capire quanto trattenere e quanto lasciare andare.
Sono pratiche che considerano il giardino non un sistema da controllare ma da accompagnare. Così come suggerisce Gilles Clément nel suo libro Il giardino in movimento: non impongono una forma definitiva allo spazio, ma ne negoziano continuamente il modo di abitarlo.

Lo spazio e gli spazi
Come il Pomario accoglie le opere compiute, la Limonaia – spazio di protezione e latenza, luogo in cui le piante svernano prima di fruttificare – accoglie ciò che le precede: gli studi delle artiste e degli artisti, dove il visitatore incontra non l’opera ma il suo presupposto. Lo spazio accoglie materiali eterogenei che restituiscono i diversi percorsi sviluppati durante la residenza, condividendo in tal senso la dimensione processuale della ricerca.
Le otto opere in mostra
Nicolò Andreatta, Quest’acqua che alla fine tocca terra. Un’installazione scultorea che si sviluppa lungo un tratto del perimetro del Pomario. L’opera è composta da circa settanta elementi in terracotta lavorata a mano, disposti in successione lungo il pendio del muro di cinta.
Marta Cornacchia, La fine del mondo. Un intervento site-specific collocato al centro del Pomario all’interno di un’ellisse scavata nella ghiaia e costituito da un legno fossile risalente a circa 200 milioni di anni fa.
Silvia Cotugno, Davanti a un foglio bianco, per dare senso al giorno. Ambiente all’interno dell’antica serra del Pomario, uno spazio in cui la luce diventa materia costitutiva dell’opera.
Laura Angela Gelsomini, Palingenesi. Un intervento scultoreo composto da un tronco d’albero spezzato, prelevato dal parco di Celle e ricollocato nel Pomario, accanto a una struttura in filo di corten. Questo ne ricostruisce e prolunga idealmente la parte inferiore.
Alessia Lastella, Se tu c’hai, tu compri e tu fai. Se un tu c’hai, mangi quel che tu pòi. Un intervento site-specific che individua e protegge alcune porzioni del Pomario sottratte al regolare sfalcio dell’erba.
Davide Mariani, La solagna è ancora ombrosa. Esito di una pratica performativa sviluppata nel corso della residenza, durante la quale ha raccolto 2948 frammenti di terracotta rinvenuti nella tenuta e nel parco di Celle.
Roberto Orlando, Istruzioni per una estrazione – Lacrime. Serie di sculture disseminate nel Pomario, esito di una ricerca sviluppata attraverso l’osservazione delle specie vegetali presenti nel parco.
Angelica Picco, Dietro gli occhi, lontanissimo. È un’installazione site-specific all’interno della fontana seicentesca del Pomario, trasformata in uno spazio di sosta e ascolto.
Oltre la mostra
Oltre alla mostra, nel periodo di apertura, prenderanno vita molti eventi collaterali (programma qui). La Fondazione Gori-Celle si conferma nuovamente inestimabile fucina nell’ambito dell’arte ambientale e dell’arte contemporanea. In un mondo troppo rapido e troppo poco attento ai dettagli, è necessario dar spazio a chi, al contrario, preserva la bellezza incastonata nel proprio habitat naturale.
Fluttuare, variare, saper cambiare, rimanendo sempre fedeli alla propria anima, ovvero ciò che deve rimanere non negoziabile. E la Fondazione Gori-Celle ha un’anima che da molto tempo si afferma con la propria artistica identità.
Federica Santini
Federica Santini
Classe 1992. Nata nel giorno che spacca l'anno a metà. Creata per rompere ogni tipo di schema e per tendere volutamente all'imperfezione. Vedo i volti nelle case, resto senza fiato davanti agli edifici abbandonati andati in rovina, mi perdo nella bellezza dei fiori che nascono dalle crepe. Curiosa, resistente, determinata, piena, ribelle e caoticamente umana. La mia penna è viva, sincera ed irriverente.