Collezione Gori, dove l’arte ambientale è di casa
Pensando ad un’opera d’arte, la nostra mente, di getto, si trova catapultata in un museo, nella sua concezione più classica. Non sempre, però, il nostro pensiero ci orienta nella giusta direzione. Uscendo dagli schemi, spostando il nostro punto di vista, potremmo scoprire una stupefacente collezione di opere d’arte in cui immergersi totalmente. Questo stupore ce lo dona proprio la collezione Gori, in cui è possibile ammirare 50 installazioni all’aria aperta dislocate tra un parco ottocentesco e campi di ulivi.
Visitare questo luogo incantato, situato a Santomato, a pochi minuti da Pistoia, ci consente di fare un viaggio artistico nello spazio e nel tempo.
Sì, perché dal 1980 qua sono stati ospitati artisti che hanno creato opere per il parco nel parco. Pur sembrando un concetto complesso ed astratto, in realtà, non c’è niente di più semplice da spiegare. Ogni artista che veniva invitato a Celle, prima ancora di progettare l’opera, sceglieva la sua precisa collocazione nello spazio. Da lì iniziava un processo creativo intenso, generato con la consapevolezza che quella sarebbe stata per sempre l’immutabile dimora dell’opera stessa.
L’arte si interseca con la natura, con lo spazio, generando un legame indissolubile.

Ogni artista che ha creato opere per la collezione Gori, ha lasciato un’impronta, delineando un nuovo tratto distintivo perfettamente incastonato nel parco. Ogni opera ha una propria anima, un proprio carattere ed è figlia consapevole della collezione stessa.
Visitando il parco, non c’è niente che stoni e l’occhio è sottoposto a continui stimoli. Oserei dire che la Collezione Gori è in grado di risvegliare vivacemente il fanciullino che è in ognuno di noi.
Non si può non rimanere estasiati di fronte a Katarsis, opera dell’artista Magdalena Abakanowicz. Si rimane sospesi, in silenzio, lasciando spaziare l’immaginazione tra svariate interpretazioni. Si rimane ammaliati, raccolti, distanti dalla divorante frenesia quotidiana.

Non ci si può non riscoprire bambini innocentemente vanesi trovandosi immersi nell’opera La Cabane Éclatée aux 4 Salles di Daniel Buren. Colori, specchi, geometrie e l’immancabile cifra stilistica rendono riconoscibile l’artista ovunque.

A riempirci ulteriormente gli occhi di stupore durante la visita ci pensa lo Spazio teatro Celle di Beverly Pepper. Qui l’opera sembra che esca con naturalezza dal terreno, che sia stata originata direttamente dal suolo in maniera del tutto spontanea. La mente viaggia e ci lascia immaginare uno spettacolo di musica classica al tramonto in una sera di fine estate. Quanta magia genera l’arte.
E ancora non ci si può esimere dal romanticismo, ricercando durante la visita Le fontane dell’amore di Hossein Golba. Si scoprono quasi per caso, ma, subito dopo, le si cercano in tutto il parco, osservando queste sculture il più da vicino possibile, per coglierne ogni sfumatura.

A farci sognare ad occhi aperti è, senza alcun dubbio, Il mio buco nel cielo di Bukichi Inoue. Quest’opera ci guida in un percorso del tutto inaspettato, in cui si spalancano molteplici interpretazioni metaforiche. Un passaggio d’arte che ci suggerisce di riflettere, di meditare e lo fa con una delicatezza innata. Ogni passo è meraviglia ed incanto.
Ma la collezione Gori continua a stupirci e lo fa magistralmente quando ci palesa Tema e variazioni II di Fausto Melotti. Qua l’arte ambientale ci insinua un dubbio, dandoci contemporaneamente speranza. L’opera si riflette in uno specchio d’acqua, lasciando ad un elemento naturale la delicatezza di un riflesso imponente.

Ogni installazione ha il suo senso, immediato o meno che sia. Ogni opera si lascia guardare e ti guarda dentro, creando un dialogo naturale col contesto e coi visitatori. Qua sembra di essere ad una festa in cui ognuno si sente a proprio agio, dove ognuno trova il proprio posto ed il proprio ruolo. Non c’è niente che stoni, niente che abbia la pretesa di essere letto in maniera univoca o immediata. La collezione Gori consente di fare un viaggio che va oltre la natura, oltre l’arte, oltre se stessi. Un viaggio che la vita ci chiede di fare.
Federica Santini
Photo credits Fondazione Gori-Celle
& Federica Santini
Federica Santini
Classe 1992. Nata nel giorno che spacca l'anno a metà. Creata per rompere ogni tipo di schema e per tendere volutamente all'imperfezione. Vedo i volti nelle case, resto senza fiato davanti agli edifici abbandonati andati in rovina, mi perdo nella bellezza dei fiori che nascono dalle crepe. Curiosa, resistente, determinata, piena, ribelle e caoticamente umana. La mia penna è viva, sincera ed irriverente.