Con K-NOW! Korean Video Art Today, la scena artistica contemporanea della Corea del Sud al MASI Lugano

La sua capacità di raccontare il mondo che diventa globalizzato attraverso l’avvento della televisione e delle tecnologie digitali lo ha reso un modello fondamentale per tutte le successive generazioni di artisti interessati ai nuovi media. È Nam June Paik (1932 – 2006), artista statunitense di origine sudcoreana che ha lavorato in diversi ambiti artistici. Il suo nome resta legato soprattutto alla videoarte di cui è stato uno dei pionieri. Già nel 1963, Nam June Paik realizzava Exposition of Music-Electronic Television, mostra che viene oggi considerata come il primo atto concreto di pratica della videoarte.

Lontana da un utilizzo passivo del mezzo tecnologico, la videoarte si serve dei medium digitali per precise finalità comunicative e non si ferma a una pura documentazione della realtà. La tecnologia diventa parte del processo creativo o, ancora, diventa il mezzo di presentazione. Si articola in molteplici forme: registrazione di azioni e performance, strutture multimediali complesse, installazioni video spesso interattive, cortometraggi (e talvolta lungometraggi) d’arte.

Il MASI, Museo d’arte della Svizzera italiana, inaugura la stagione 2026 con K-NOW! Korean Video Art Today. La mostra propone uno sguardo sulla scena artistica contemporanea della Corea del Sud proprio attraverso la videoarte, linguaggio che continua a essere profondamente intrecciato alla storia del Paese e alla sua società. Il progetto mette in luce l’originalità di una produzione artistica che, pur sviluppandosi in un contesto territoriale relativamente circoscritto, si è particolarmente affermata negli ultimi anni come una delle più dinamiche e seguite a livello internazionale.

In un percorso immersivo, ospitato nella sala ipogea del Museo, sono presentate otto opere di videoarte di artisti, artiste e collettivi di nuova generazione, cresciuti nell’ombra di una guerra irrisolta e nel pieno delle rapide trasformazioni della società coreana. Sono Chan-kyong Park, Jane Jin Kaisen, Ayoung Kim, 업체eobchae, Sungsil Ryu, Heecheon Kim, Onejoon Che e Sojung Jun.

Chan-kyong Park, fotogramma tratto da <em><strong>Citizen’s Forest</strong></em> (2016) © Chan-kyong Park
Chan-kyong Park, fotogramma tratto da Citizen’s Forest (2016) © Chan-kyong Park

Pur radicate nella storia e nella realtà del loro Paese, le opere affrontano alcune delle questioni fondamentali – culturali, storiche, esistenziali – che definiscono lo spirito del nostro tempo e di un presente globalizzato. Si va dal rapporto tra tecnologia e corpo a quello tra storia, memoria e tradizione, dalla migrazione a un mondo del lavoro sempre più segnato da richieste di performance e accelerazione.

«In un’epoca in cui le geografie culturali si intrecciano e i confini tra locale e globale diventano sempre più fluidi, dai lavori in mostra al MASI emerge non solo la trasversalità di temi comuni alle società contemporanee, ma anche la forza transnazionale della videoarte come strumento di percezione, memoria e narrazione del contemporaneo». A spiegarlo sono le curatrici del progetto ovvero Francesca Benini del MASI e Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul.

K-NOW! Korean Video Art Today offre inoltre una preziosa occasione di confronto con le diverse modalità attraverso cui oggi si può fruire il video nell’arte, dalle proiezioni tradizionali ai visori di realtà virtuale. Una varietà, questa, in cui si riflette l’evoluzione di un medium globale, profondamente trasformato da innovazioni tecnologiche che continuano a ridefinirne confini e possibilità espressive.

Sungsil Ryu, fotogramma tratto da <em><strong> BJ Cherry Jang 2018.9</strong></em> (2018) © Sungsil Ryu
Sungsil Ryu, fotogramma tratto da BJ Cherry Jang 2018.9 (2018) © Sungsil Ryu

L’esposizione si sviluppa in un percorso fluido e ritmato che attraversa immaginari, percezioni e dimensioni anche contrastanti. E attraversa anche le ultime generazioni, da Chan-kyong Park, classe 1965, a Sungsil Ryu, classe 1993.

All’inizio della mostra c’è l’opera Citizen’s Forest di Chan-kyong Park. L’artista ci porta in una dimensione sospesa e stratificata. Cerimonie dello sciamanesimo popolare si intrecciano alla commemorazione di fatti tragici della storia coreana recente, come il naufragio del traghetto di Sewol nel 2014, rivelando il potenziale della tradizione come forma profonda e sovversiva di recupero storico.

La mostra propone poi opere che esplorano la condizione contemporanea della vita all’interno di ambienti interconnessi, interfacciati e governati dai dati. E c’è spazio anche per satira e critica sociale.

Sungsil Ryu guarda a una società — coreana e non solo — segnata da forti gerarchie, competizione e ambigue aspettative di status. Il suo lavoro BJ Cherry Jang 2018.9 ruota attorno al personaggio fittizio di una streamer virtuale, appunto Cherry Jang, che fa leva sui desideri piccolo borghesi delle persone. Lo scopo è indurle a inseguire una presunta “cittadinanza di prima classe”, condizione di appartenenza che anche il visitatore può effettivamente comprare. Come? Scansionando il codice QR presente in mostra.

«Il confronto con la scena della videoarte in Corea oggi – concludono le curatrici Francesca Benini e Je Yun Moon – può stimolare una riflessione sulle geografie del contemporaneo. In un momento in cui molti Paesi tendono a chiudersi, queste opere video ricordano come “vedere” non sia un atto neutro: può implicare un cambiamento di prospettiva, un allargamento dello sguardo, la possibilità di intrecciare la nostra esperienza con quella degli altri».

La mostra è aperta a Lugano fino al 19 luglio 2026.

Emanuela Pirré

 

 

K-NOW! Korean Video Art Today

8 marzo 2026 – 19 luglio 2026
MASI – Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano

Artiste e artisti in mostra:

Chan-kyong Park (Seoul, 1965)
Jane Jin Kaisen (Jeju, 1980)
Ayoung Kim (Seoul, 1979)
업체eobchae
Sungsil Ryu (Seoul, 1993)
Heecheon Kim (Seoul, 1989)
Onejoon Che (Seoul, 1979)
Sojung Jun (Busan, 1982)

I video hanno una durata variabile tra i 5 e i 26 minuti. La durata complessiva della visita alla mostra è di circa 1 ora e 40 minuti.

Citizen’s Forest (2016) di Chan-kyong Park. La video installazione multicanale ha un formato panoramico allungato che richiama l’orizzontalità dei rotoli distesi utilizzati nella pittura tradizionale asiatica. In questa dimensione sospesa e stratificata, cerimonie dello sciamanesimo popolare si intrecciano alla commemorazione di fatti tragici della storia coreana recente, come il naufragio del traghetto di Sewol nel 2014, rivelando il potenziale della tradizione come forma profonda e sovversiva di recupero storico.

Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim. Il video è trasmesso su un LED wall monumentale al centro dello spazio espositivo. Il pubblico segue i viaggi su motocicletta di una giovane corriere attraverso una Seoul trasformata in un rutilante paesaggio algoritmico. Nata durante la pandemia di COVID-19, l’opera invita a riflettere sulla gig economy, sistema basato su impieghi temporanei e su un mondo del lavoro sempre più accelerato e performante.

Anche il collettivo audiovisivo 업체eobchae, fondato nel 2017 a Seoul e composto da Nahee Kim, Cheonseok Oh e Hwi Hwang, osserva i modelli economici dominanti e le trasformazioni tecnologiche per proiettare visioni speculative e scenari possibili, a volte inquietanti, a volte profondamente rivelatori. Attraverso un’estetica digitale ironica e distopica, ROLA ROLLS (2024) esplora un futuro privo di risorse fossili. E racconta la trasformazione del personaggio “R”, simbolo dell’industria petrolifera, in membro di una setta ecologista che rende gli esseri umani sistemi ibridi autosufficienti. Le tappe evolutive sono visualizzate nella futuristica scultura TREE OF ROLA (2024), esposta insieme al video.

<em><strong>TREE OF ROLA</strong></em> (2024) e, dietro, <em><strong>ROLA ROLLS</strong></em> (2024) – entrambe del collettivo 업체eobchae (foto di Emanuela Pirré)
TREE OF ROLA (2024) e, dietro, ROLA ROLLS (2024) – entrambe del collettivo 업체eobchae (foto di Emanuela Pirré)

Sungsil Ryu guarda a una società — coreana e non solo — segnata da forti gerarchie, competizione e ambigue aspettative di status. Il suo lavoro BJ Cherry Jang 2018.9 ruota attorno al personaggio fittizio di una streamer virtuale, appunto Cherry Jang, che fa leva sui desideri piccolo borghesi delle persone. Lo scopo è indurle a inseguire una presunta “cittadinanza di prima classe”, una condizione di appartenenza che anche il visitatore può effettivamente comprare. Come? Scansionando il codice QR presente in mostra.

Il video come spazio mentale, luogo e strumento di percezione, attraverso cui riflettere su come la tecnologia abbia trasformato il nostro modo di vivere, vedere e sentirci presenti: il tutto è al centro della ricerca di Heecheon Kim. In Ghost1990 (2021), fruibile tramite visore VR, il pubblico assume il punto di vista di un atleta infortunato. Si viene così immersi nella tensione tra vulnerabilità, desiderio di controllo e ossessione per la performance fisica.

Per Onejoon Che il video è invece un formato di indagine sulle comunità e i confini. In Made in Korea (2021), realizzato con il musicista nigeriano Igwe Osinachi, l’artista affronta il tema dell’emigrazione africana in Corea con il linguaggio dei videoclip musicali. L’opera è presentata su uno schermo integrato in un’installazione a parete con due file di copertine di LP. Offre uno sguardo leggero ma profondo sulla trasformazione sociale del territorio e sulle sue contraddizioni.

All’opera di inizio mostra di Chan-kyong Park rispondono i video Offering (2023) e Wreckage (2024) dell’artista Jane Jin Kaisen presentati con una doppia proiezione alla fine del percorso. Dalle immagini potentemente evocative e poetiche emerge il legame dell’artista con l’isola di Jeju e con le memorie storiche sommerse nelle sue acque, come il massacro dei civili del 1948 da parte dell’esercito sudcoreano. Kaisen richiama inoltre la relazione del luogo con forme di resistenza femminile, in quanto custode della cultura delle Haenyeo, le donne pescatrici apneiste.

La dimensione politica dei luoghi è esplorata anche da Sojung Jun in Green Screen (2021), presentato nella hall del museo. Il video, girato lungo la Zona Demilitarizzata (DMZ) tra le due Coree, restituisce un luogo carico di storia, di attese e separazioni, ma anche di rigenerazione, in cui la natura si è riappropriata del territorio. L’invito è a ripensare i confini non solo geografici, ma anche quelli simbolici.

La mostra K-NOW! Korean Video Art Today è accompagnata da un catalogo illustrato pubblicato da Mousse Publishing in edizione bilingue italiano-inglese. Il volume comprende saggi critici di Francesca Benini, Je Yun Moon e Adeena Mey. Ha una prefazione di Tobia Bezzola e otto interviste con gli artisti e le artiste presenti in mostra.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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