Dr. Martens tra storia, curiosità, amore per loro e la collezione SS 19

Ho raccontato in varie occasioni come, dopo lunghi anni, la grande e folle storia d’amore tra me e le scarpe con tacco alto sia terminata senza ripensamenti né ritorni di fiamma.

Nessun evento tragico è alla base di questa fine: semplicemente, la nostra vita cambia e noi cambiamo così come mutano i nostri gusti e le nostre esigenze. Rivendico per tutti noi il diritto di evolverci e anche di cambiare idea.

Da quando ho abbandonato i tacchi alti, il mio amore si è riversato ancor di più su stivali, stivaletti, biker boots, anfibi, ballerine e sandali ai quali si sono aggiunte le sneaker che, un tempo, indossavo solo per le attività sportive.

Tutte le calzature che scelgo sono oggi unite da una caratteristica comune, ovvero quella di variare dal rasoterra (che porto con molta moderazione in quanto non è salutare quanto il tacco troppo alto) a tacchetti o rialzi o piccole zeppe che oscillano fra tre e massimo cinque centimetri, l’altezza che viene considerata ideale da molti ortopedici e podologi.

Tra le mie scarpe preferite ho citato gli anfibi e, in questo caso, si tratta di una passione immensa che coltivavo fin da ragazzina nonostante, allora, mia mamma non volesse saperne di comprarmi le calzature al centro dei miei desideri, ovvero gli anfibi Dr. Martens.

Se non me li voleva comprare era sicuramente perché – assolutamente in buona fede – pensava che quegli stivali stringati dalla spessa suola a carrarmato non fossero adatti a una ragazzina piuttosto riservata e dal look poco alternativo o aggressivo, mentre in quegli anni il nome Dr. Martens andava un po’ a identificare la cosiddetta cultura underground, quella che si è posta in antitesi e in alternativa alla cultura di massa: le Dr. Martens sono state in effetti le calzature che hanno identificato e accomunato talune sottoculture tra le quali punk, skinhead, grunge, metallari.

Naturalmente, mi sono rifatta da adulta, perdonando mia mamma per la mancanza di cui ho sofferto: sto scherzando, naturalmente, sul fatto di definire la mia come una sofferenza, mentre non scherzo affatto quando mi auguro che mia mamma possa perdonare (o meglio comprendere) il fatto che la sua ex-ragazzina quasi bon ton si sia trasformata in una donna un po’ ribelle, sicuramente allergica a certi diktat come «tacco alto = femminilità». Leggi tutto

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