In tempi di COVID-19, scagli la prima pietra chi è senza peccato

Negli ultimi tempi mi sono sentita… disorientata.
Ho pensato a lungo a quale aggettivo usare per definire il mio stato animo e volete sapere una cosa? In realtà non ne esiste uno che mi soddisfi e che mi rappresenti al 100%.
Ciò che provo è molto complesso e anche un po’ aggrovigliato e credo sia uno stato comune a moltissimi di noi.
A ogni modo, penso che ‘disorientata’ – aggettivo che dipinge chi è smarrito, spaesato, interdetto, spiazzato – sia la definizione più vicina e calzante.

Dunque sì, ecco, mi sento disorientata, su molte cose e da molte cose, e tengo a precisare che il disorientamento non riguarda cosa devo e dobbiamo fare, quali comportamenti tenere.
Su quel fronte è tutto chiaro e il disorientamento è nei sentimenti e nei pensieri.
Il disorientamento è quello di cuore, anima e testa sballottati in una continua alternanza di contrasti, di alti e bassi, come se mi trovassi su una giostra impazzita e fuori controllo…

Quando ci si sente così, è preferibile tacere anche per non coinvolgere gli altri nel proprio stato d’animo, quindi ho scelto volontariamente e consciamente di non pronunciarmi più e in alcun modo riguardo gli sviluppi del COVID-19, privilegiando esclusivamente l’ascolto.

Non mi era mai successo nulla di simile, non mi ero mai sentita così fortemente e completamente spaesata, spiazzata, smarrita nemmeno in altri momenti molto duri, miei personali o comuni a tutta la nostra società e diciamo che ne abbiamo passati diversi.
Io ricordo personalmente (e non per averlo letto nei libri di storia), da piccolissima in poi, il disastro di Chernobyl, la guerra del Golfo, l’11 settembre, gli attentati terroristici in tutta Europa, la guerra in Siria, la SARS, l’encefalopatia spongiforme bovina diventata tristemente nota come morbo della mucca pazza, così, giusto per citarne alcuni.
Forse, però, questo è davvero un momento diverso rispetto a tutto ciò che abbiamo vissuto finora… forse presenta davvero un lato inedito in quanto nessuno di noi (se non i più anziani) aveva mai sperimentato personalmente una pandemia che implica una rigorosa quanto necessaria limitazioni delle nostre libertà individuali e personali.

Tuttavia ora, dopo il lungo silenzio, desidero esprimere alcuni pensieri.

Ho taciuto a lungo, sì, ascoltando e condividendo qualche pensiero giusto via Instagram; poi, stamattina, mi sono alzata e mi sono sentita pronta a scrivere.
È come se avessi messo in quarantena o in lockdown, come preferite, non solo la mia persona fisica ma anche il mio cuore e i miei pensieri.
Ho messo in quarantena pensieri troppo intensi, accesi, appassionati per più di tre settimane, visto che il precedente post è datato 9 marzo. E solo d’estate, per le vacanze, avevo fatto pause così lunghe.
E infatti anche questo post si è un po’ evoluto insieme ai miei sentimenti e pensieri.
È da un bel po’ che è in bozza, in effetti, spesso rivisto, aggiornato, tagliato, integrato; nelle prime versioni era più… accorato e ‘arrabbiato’, un po’ da accesa passionaria, diciamo così, poi io stessa mi sono rasserenata verso ciò che mi faceva fremere e ora spero di riuscire a essere più serena nel parlarne.
Sono contenta di aver atteso il momento giusto – sperando che lo sia davvero.
E non so perché il momento sia ora, non so perché proprio oggi.
Forse perché è terminato marzo, mese che di solito amo e che quest’anno mi (ci) è sembrato interminabile; forse perché sento che aprile può aprire una nuova fase della situazione complessa che viviamo; forse perché si avvicina la Pasqua e – anche se non sono certo una cattolica esemplare – questa solenne ricorrenza mi obbliga ancora di più a pensare ai concetti sui quali mi piacerebbe ragionare oggi, ovvero quelli di peccato, giudizio, condanna contrapposti a compassione, perdono, nuova vita.

Se lo si fa per professione, difficilmente quello di scrivere è un atto egoistico: si scrive per gli altri, si scrive per condividere.
O questo, almeno, è ciò che penso io.
Questo ‘pezzo’ (non so come altro definirlo… non è un articolo… non so se sia un post…) – dicevo – credo che questo ‘pezzo’ sia una di quelle rarissime volte in cui ho scritto soprattutto per me stessa.
Forse proprio perché non è un pezzo… ‘professionale’.
Forse perché avevo semplicemente bisogno di mettere nero su bianco, seppure in modo digitale, ciò che avevo nella testa e nel cuore da settimane.
Per terapia, insomma. Per placare il tormento. Per non impazzire.

Anticipo dunque che questo è un post di riflessione personale a voce alta, a tratti molto intimo, quindi non ha alcuna pretesa di essere fonte di verità tanto meno assoluta: come sempre e a maggior ragione in questo caso, non ho verità assolute ma nemmeno certezze definitive o soluzioni illuminanti da offrirvi, sono solo mie opinioni e miei sentimenti che condivido nel caso in cui a qualcuno vada di leggere – e anche di dire la sua, cosa che mi farebbe molto piacere, in qualsiasi forma, qui, via social, in commento privato.
Lascio sempre una porta aperta.

Non parlerò, pertanto, direttamente di COVID-19, cosa che lascio alle fonti ufficiali e autorevoli: lotto costantemente contro le fake news, come comunicatrice e anche come cittadina, e non ne voglio certo creare a mia volta, visto che non sono una fonte primaria e ufficiale.
Desidero piuttosto parlare di alcune dinamiche sociali scatenate dalla pandemia, in aggiunta a quelle sanitarie che, naturalmente, preoccupano moltissimo tutti noi.
Vorrei parlare, per esempio, della spaventosa tendenza a giudicare e del (preoccupante) moltiplicarsi di giudici, giustizieri, sceriffi.

Sono costantemente in ansia non solo per la serissima situazione, ma anche perché vedo tanta gente costantemente pronta a puntare il dito e a giudicare – novelli sceriffi, giudici o giustizieri a seconda dei casi – come se poi qualcuno di noi fosse perfetto e in possesso di quella famosa verità assoluta.
Vivo così nella costante paura di sbagliare, di commettere errori che verranno subito additati, giudicati e condannati.
Prendiamo come esempio pratico il mondo blogger del quale anch’io faccio parte visto che è una delle dimensioni tra cui mi divido.
Se un blogger (o un influencer) scrive circa il COVID-19, c’è subito qualcuno pronto a dirgli di tornare a occuparsi di futilità; se un blogger non scrive nulla allora l’accusa diventa quella di insensibilità e menefreghismo.
Se si organizzano raccolte fondi è una mossa pubblicitaria; se si continua a fare il proprio lavoro si è inopportuni e fuori luogo.
Questa accusa di ‘inopportunità’ vale perfino per testate giornalistiche di determinati ambiti: l’ho riscontrato attraverso l’account Instagram di CorriereModa, ramo del Corriere la cui natura è già insita nel nome. I poveri moderatori di tale account si trovano spesso a fare fronte a critiche e insulti quando, tra l’altro, il Corriere ha varie sezioni tematiche e una preposta a occuparsi di salute, ovvero CorriereSalute.
Mi baso appunto sui commenti che incontro quotidianamente in giro per il web, parole che mi ritrovo a leggere ogni giorno perché, occupandomi anche di social media management, tale lettura fa parte del lavoro e dello studio continuo volto a capire come funzionino le meccaniche sociali negli Anni Duemila.
È un compito abituale e diventa gravoso, lo ammetto, quando viene fuori il peggio della nostra umana natura: mi sembra che tutto l’odio mi resti appiccicato addosso e, a maggior ragione in questi giorni, si trasforma in qualcosa che mi amareggia anche più del solito.

Percepisco insomma – e magari non sono l’unica – un’impressionante tendenza a giudicare, anche in maniera molto pesante e da parte di tutti nei confronti di ogni cosa.

Eppure, più di duemila anni fa, qualcuno ci aveva detto che solo chi è senza peccato dovrebbe scagliare la prima pietra e quel qualcuno ci ha anche detto – e dimostrato – che occorre avere pietà per i peccatori e per chi sbaglia.
Questo non vuol dire essere indulgenti, lassisti o lasciare correre né vuol dire permettere o lasciare fare, per carità: vuol dire, semplicemente, esercitare comprensione, compassione e – possibilmente – perdono.
«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»: la frase riportata dal Vangelo (Giovanni 8,1-11) è rivolta da Gesù a coloro che gli avevano condotto un’adultera con la speranza provocatoria che egli ordinasse di lapidarla.
In altre parole: conducono da Gesù una persona in evidente stato di errore (credo che in effetti tradire non sia un comportamento positivo indipendentemente dalla morale religiosa) aspettandosi per lei la lapidazione e Gesù dice benissimo, fatevi avanti, chi è senza peccato scagli per primo la pietra, ovvero chi è senza peccato la giudichi.
Com’è finita la parabola lo sappiamo tutti: nessuno ha scagliato la pietra e la frase è diventata un’espressione con la quale si vuole ricordare che, prima di giudicare severamente qualcuno, sarebbe opportuno fare un esame di coscienza perché nessuno è senza peccato – incluso quello stesso di giudicare; si tratta quindi di un’esortazione a essere comprensivi con il prossimo e con i nostri umanissimi limiti.

Certo, se errare è umano perseverare è diabolico – si dice – quindi, presa debita nota dei nostri errori e dei nostri limiti, non ci resta che rimediare e dimostrare di avere compreso.
«Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più.»
Così si conclude la parabola raccontata da Giovanni lasciandoci un insegnamento immenso, potente e coraggioso: a nessuno, nemmeno al peccatore, è negata la possibilità di redimersi, tuttavia dobbiamo correggere i nostri errori e cambiare le scelte che con il tempo si sono magari rivelate poco giuste e felici.

Si procede per correzioni, ho letto o sentito in questi giorni da qualche parte (forse erano parole del sindaco della mia Milano, Beppe Sala, ma non ne sono certa): è una gran verità, purtroppo, che piaccia o meno agli sceriffi, ai giudici o ai giustizieri.
Scelte poco giuste e felici, ho scritto qui sopra, oppure scelte esageratamente ottimiste: sì, certo, è un mea culpa e con questo mi riferisco anche e soprattutto a me stessa, perché i miei vizi o peccati sono l’ottimismo e la positività che potrebbero sembrare doti ma che, in realtà, diventano appunto invece vizi e peccati se e quando sfuggono di mano.
Io che mi esercito costantemente nel superare i limiti partendo dai miei, devo invece ammettere che ottimismo e positività mi sono sfuggiti di mano e che, ora, ho bisogno di esercitarmi nello stare almeno due passi dietro questi limiti.

E vi assicuro – anzi lo assicuro a coloro che si ergono a giudici e giustizieri – che non esiste pena più severa o peggiore punizione della costante vergogna, del costante dolore, del costante tormento, della costante ansia che provo ogni giorno, soprattutto quando penso – lo ripeto – al mio iniziale ottimismo: permettetemi di precisare che la mia non era però superficialità bensì l’incrollabile fiducia che alberga in me, quella che le cose possano essere prese in mano e risolte… COVID-19 incluso.

Mi sbagliavo.
È del tutto evidente che per risolvere una situazione simile non bastano buona fede, ottimismo e positività (povera idiota me). Aiutano – se si tengono al guinzaglio – ma certo non bastano.
Del senno di poi sono piene le fosse, recitavano i nostri padri e i nostri nonni: oggi ciò si rivela vero nel modo più doloroso possibile, come metafora e anche concretamente, attraverso le persone che ogni giorno scompaiono falciate dal COVID-19.
E questa dolorosa verità è tale per tutti, è una verità per gli ottimisti e per i pessimisti, per i sognatori e per i realisti, per i peccatori e per i giudici perché quelle fosse sono piene degli errori e delle mancanze ma anche dei giudizi.
E io credo che non ci resti altro che cercare di ripartire, senza sentirci migliori degli altri oppure esenti da errori e peccati. Senza scagliare la prima pietra.
Vale per i privati cittadini, per le istituzioni, per le autorità, per i pensatori, per i comunicatori.
Perché gli unici veri angeli e gli unici veri eroi (anche se loro non vogliono essere chiamati così, per loro è la normalità, si sono sempre comportati così, dovere e impegno fino in fondo e prima di tutto, prima di ogni cosa) sono i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari di ogni ordine e grado, i farmacisti nonché tutti coloro che ogni giorni sono esposti al rischio per garantirci i servizi essenziali, dai trasportatori ai cassieri nei supermercati, dalle forze dell’ordine agli operatori che si occupano della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti.
Quanto abbiamo bisogno di tutti loro, del loro coraggio e della loro forza, mentre non abbiamo bisogno – a mio avviso – di persone che si ergano a giudici, giustizieri, sceriffi così come – ed è un’altra opinione personale – non abbiamo bisogno di gogne e linciaggi mediatici anche perché degenerare è un attimo.

Certo, per carità, sicuramente esiste una ‘graduatoria’ (se vogliamo chiamarla così) anche tra gli errori, tra le mancanze e quant’altro: se qualcuno vuole prendersi l’onere di stilarla faccia pure.
Io proprio non me la sento e, sicuramente, non ora: ci sarà un tempo forse più adatto per chi vorrà giudicare e condannare, più penalmente che moralmente, intendo.

Un altro motivo per il quale non approvo la tendenza a giudicare è il fatto che credo fermamente che la più grande sofferenza in questo momento sia quella di sentirci un po’ soli a causa delle distanze fisiche e sociali che, necessariamente e più che giustamente, abbiamo dovuto adottare.
Ognuno ha il proprio modo di reagire davanti a questo senso di solitudine e io, francamente, non mi sento in grado di giudicare come ognuno faccia fronte a tutto ciò, sebbene mi renda conto che certe reazioni sono pericolose e che – ancora una volta – occorre prenderne atto e correggere comportamenti non più giustificabili.
E poi… diamoci tregua, regaliamoci un po’ di pace: giudicare e mettere alla gogna le persone è faticoso, risucchia molta energia e ci pone in uno stato di continua tensione. Aumenta rabbia e frustrazione, ci fa sentire impotenti.
Come lo so? Per esperienza personale.
Perché, come ogni essere umano, ho sperimentato anch’io e in prima persona i nostri lati peggiori e i nostri istinti più biechi e meschini; non ne sono certo esente (tutt’altro!) e, insomma, è capitato anche a me di giudicare.

Qualcuno si chiederà magari a questo punto (giustamente) qualcosa tipo «allora tu cosa suggerisci in alternativa?».
A parte il fatto che ribadisco nuovamente di non avere alcuna verità o soluzione da offrirvi, condividerò semplicemente ciò che io ho scelto e deciso di fare.

E ciò che ho scelto di fare è, in fondo, ciò che ho sempre fatto.
Lo divido in tre punti.

Punto uno: prendo atto della situazione e cerco di farlo con quanta più obiettività e lucidità possibili, nel bene e nel male, che mi piaccia o meno, senza se e senza ma.
Prendere atto della situazione significa essere costantemente informata e aggiornata senza tuttavia farmi prendere da quel fenomeno che è stata nominato infodemia ovvero, come ben spiega Treccani, evitando di essere succube di quella «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili».
Lo metto in pratica concretamente evitando la ricerca compulsiva di informazioni e usando e diffondendo SOLO fonti informative affidabili, ufficiali, aggiornate e accreditate: condividere è quanto faccio attraverso i miei canali social, soprattutto Instagram e soprattutto usando le storie.

E proprio a questo proposito e sempre in questo ambito, voglio aggiungere una cosa scomodando addirittura Manzoni…

Molti, in questi giorni, hanno rispolverato Alessandro Manzoni e I promessi sposi, facendo parallelismi tra la situazione attuale e ciò che il celeberrimo scrittore racconta a proposito della Grande Peste del 1629–1631.
Dirò una cosa scomoda e impopolare: visto che è spesso stato fatto per sottolineare, appunto, quante somiglianze vi siano tra quella situazione e la nostra, anche in termini di comportamenti e colpe, e quanto Manzoni risulti straordinariamente moderno (ed è tutto vero, concordo), vado però a sottolineare un passaggio che qualcuno (grazie Cristian) mi ha fatto ricordare.
«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.»
Cosa ne possiamo ricavare?
Che il buon senso (inteso come la capacità di giudicare con equilibrio e ragionevolezza una situazione, comprendendo le necessità pratiche che essa comporta) non coincide sempre necessariamente con il senso comune («un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano» secondo Giambattista Vico 1668–1744, filosofo, storico e giurista italiano), quindi il primo non deve soccombere al secondo. Mai, anche quando non è facile opporre resistenza.

Con questo non voglio offendere né disprezzare né sminuire né minimizzare.
Vorrei solo che riflettessimo su quanto sia importante informarci e aggiornarci in verità, verità che coincide con il buon senso ma non sempre con il senso comune, quanto sia importante prendere atto della situazione attenendoci ai fatti, quanto sia importante rispettare le regole ma non assecondare né alimentare atteggiamenti e comportamenti irrazionali di nessun tipo ivi inclusi panico, ansia, giudizi, caccia alle streghe, gogne mediatiche, tribunali improvvisati, odio sociale, atteggiamenti tutti sterili e improduttivi.
Chi sta VERAMENTE facendo qualcosa di CONCRETO è dotato di quel buon senso, è alquanto impegnato e non si lancia in ramanzine, reprimende, filippiche, requisitorie, invettive: da queste persone accetterei una lavata di capo, eccome, ma la realtà e che non ne hanno né tempo né voglia e, mentre fanno alacremente il loro lavoro, si limitano a invitarci a fare la nostra parte.
Chapeau.

Ah, a proposito di persone che fanno cose concrete…
In questo periodo di quarantena da COVID-19, ho visto la serie tv Hunters, una serie che parla molto di giustizia e vendetta nonché delle loro interpretazioni.
In una puntata, Meyer Offerman, il personaggio interpretato da un incredibile Al Pacino, dà la sua definizione di eroe.
«L’eroe – dice Offerman – non è colui o colei che fa la cosa giusta; l’eroe è chi ha il coraggio e la forza di fare ciò che è necessario.»
Sono d’accordo con questa definizione ed è per questo che per me medici e infermieri sono eroi: non perché siano superiori o diversi rispetto agli altri esseri umani bensì perché hanno il coraggio e la forza di fare ciò che è necessario.
Chapeau, di nuovo.

Punto due: cerco di avere comprensione, gentilezza ed empatia verso il mio prossimo, tengo a debita distanza (in tutti i sensi…) chi giudica, chi si erge a moralizzatore, chi vomita insulti inutili e chi continua a sottolineare negatività (polemiche, errori, ecc.) soprattutto se lo fa con sarcasmo (e del sarcasmo parliamo tra un attimo).
Lo faccio a mia volta senza giudicare chi giudica (scusate il giro di parole…) e chi fa una scelta diversa dalla mia e continua a polemizzare, sottolineare, moralizzare: lo faccio per una semplice esigenza, ovvero abbassare la tensione e cercare di proteggermi non solo fisicamente ma anche psicologicamente.

Accennavo al sarcasmo: fare sarcasmo in un momento così difficile come questo risulta molto, molto pericoloso. E anche un po’ fuori luogo – e questo è nuovamente un mio personalissimo punto di vista.
Ho scritto sarcasmo e non ironia perché tra le due c’è una grande differenza.
L’ironia sottolinea lati bizzarri e contraddittori della realtà mirando più che altro a far sorridere o ridere e quindi viene giustamente considerata un meccanismo positivo e benefico; il secondo ha invece una nota estremamente amara, caustica, aggressiva e nasconde un’animosità che mira a offendere e umiliare. È priva di empatia e compassione e il risultato è solo quello di inasprire gli animi.
Se le parole sono sempre state importanti, ora lo sono più che mai e chiunque, non solo chi ha molta visibilità, dovrebbe stare particolarmente attento e dovrebbe rinunciare a tutto ciò che può creare malintesi e ulteriori focolai di tensione.
Più che mai, oggi, è necessaria la comunicazione assertiva, in positivo; ciò che è negativo, polemico e sarcastico non va sottolineato e va messo da parte, almeno per ora.
Poi, quando ne saremo fuori, come per il giudizio e la condanna, ognuno farà – se lo vorrà – le sue analisi in negativo e in positivo.
Ora bisogna sottolineare e dare voce SOLO alla positività, alla speranza, alla solidarietà, all’empatia: personalmente faccio fatica a usare anche un tocco di leggera ironia, mi sembra sempre di poter mancare di rispetto a qualcuno o a qualcosa, ma questo è un mio scrupolo.
Così come ancora una volta ribadisco che tutto ciò, anche quello sul sarcasmo, è solo un mio umile punto di vista.

E, al sarcasmo, io preferisco la gentilezza.

«Ora che la pandemia ha velocemente e radicalmente cambiato le nostre vite, vorrei fare un appello a tutti a essere gentili. Con chi ci sta accanto nelle nostre case, dove siamo chiusi per responsabilità verso la salute nostra e altrui. Sui social, dove, dopo una prima ondata di unità e solidarietà, sembra tornata prepotente l’invidia sociale verso chi crediamo abbia più fortuna di noi in questi tempi difficili. Sui luoghi di lavoro, tra i tanti che ancora continuano ad alzarsi ogni mattina per andare in cantiere o in ufficio, affinché la giusta distanza da tenere tra le persone non diventi cattiveria o sospetto. Verso gli abitanti degli altri Paesi, che stanno vivendo ora quello che noi abbiamo cominciato a vivere un mese fa. E gentilezza verso la Cina, che non è una fabbrica di untori, ma il posto dove tutto è partito semplicemente perché il mondo globalizzato non poteva fino a ora essere sbarrato con i muri. Finora.»
Così scrive Silvia Grilli, direttore di Grazia, nel suo editoriale nel numero 14 del 19 marzo.
E allora scriverò l’ennesima cosa scomoda e impopolare: sono d’accordo e mi unisco a te, Silvia, il tuo è un messaggio importante e lo colgo anche per fare una riflessione sulla gentilezza e sulla escalation del cosiddetto odio (o invidia) sociale in tempi di COVID-19.
È innegabile – purtroppo… – che tale l’odio sociale esista: dapprima è stato riversato addirittura su un intero popolo, i cinesi, sebbene attribuire una nazionalità a un virus, in un mondo globalizzato, sia cosa un po’ assurda – e ora forse ce ne stiamo rendendo conto. L’odio, in tal caso, investiva anche chi rifiutava di prendersela con i cinesi, con l’accusa di essere superficiale e amico degli untori.
Poi l’odio si è concentrato su persone come gli influencer o qualche celebrità tacciati – come ho già detto – di insensibilità o di occuparsi di cose più grandi di loro, dipende dai casi; dopodiché è toccato ai runner; è toccato perfino ai flash mob da balcone, tacciando chi se ne rende protagonista di insensibilità verso i morti.
E ora mi chiedo: quale sarà la prossima categoria nel mirino?
Ecco perché parlo di escalation; ecco perché affermo con convinzione che odio, invidia, giudizio siano chine pericolosamente discendenti verso il baratro e senza ritorno; ecco perché scelgo la gentilezza.

Punto tre: mi sforzo di cercare soluzioni per guardare verso il futuro perché tendere verso il futuro è anch’essa cosa normale, naturale e umana quanto errare ma, per fortuna, in questo caso, è un’attitudine positiva SE debitamente calibrata e modulata.
Serve a salvare la specie e a salvarci la vita quasi quanto le regole pratiche che siamo assolutamente tenuti a seguire.
Le regole pratiche servono appunto a salvarci la vita, concretamente e fisicamente; guardare avanti e oltre (e quindi anche ogni tanto alle cosiddette ‘leggerezze’) ci salva la testa, l’anima e il cuore.
Perché una volta che abbiamo osservato scrupolosamente tutte le regole mettendo noi stessi e gli altri in sicurezza – e DOBBIAMO farlo, non esiste alcuna alternativa – non siamo costretti a pensare tutto il giorno e costantemente al COVID-19, anzi, al contrario.
Il fatto di essere aggiornati a ciclo continuo grazie ai media (televisione, radio, giornali, web) è da una parte sicuramente positivo ma diventa allo stesso tempo quasi un’ossessione che ci costringe a pensare in continuazione alla malattia (vedere sopra alla voce infodemia): in questo modo, creiamo uno stato di dipendenza dalla paura la quale prende il sopravvento e – sostengono molti esperti della psiche – finisce per indebolire perfino il nostro sistema immunitario.
La distrazione è la via per allontanare la paura e con distrazione NON intendo certo dimenticarsi dell’emergenza; vuol dire al contrario impegnare la mente nello studio, nel lavoro, in un hobby, in attività piacevoli che – lo ripeto nuovamente – si possano espletare in sicurezza ed esclusivamente seguendo le regole e standocene a casa.
Ma scaricare la tensione e concedersi un po’ di sana leggerezza non è un peccato – questo è ciò che vorrei sottolineare.

E allora, a proposito di leggerezza, se qualcuno ha rispolverato Manzoni, perdonatemi se invece io rispolvero (come ho già fatto in varie occasioni qui nel blog e anche altrove) il ‘mio’ amato Italo Calvino.

Quando parlo di leggerezza non mi riferisco a qualcosa che fa rima con disimpegno o superficialità, bensì a uno stato di grazia che lieve e soave solletica i sensi, con garbo e intelligenza, e che permette di «planare sulle cose dall’alto», proprio come affermava il grande Calvino che a questo valore – tale lo considerava – dedicò anche un saggio.
Il saggio sulla leggerezza è la prima delle conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-86: morì prima, purtroppo, e il testo da lui preparato fu pubblicato postumo (Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio).
«In questa conferenza cercherò di spiegare, a me stesso e a voi, perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto», scriveva Calvino, quasi a dimostrare che la pesantezza del mondo – quella che ci ritroviamo a subire anche oggi, per forza di cose – può essere sconfitta solo dal suo contrario.

Calvino aveva capito quanto la leggerezza ci avvicini al nostro prossimo, quanto ci aiuti a sentirci comunità, quanto ci aiuti a tessere il filo dell’empatia e della solidarietà.
La leggerezza resta la più solida alleata della volontà e dell’ottimismo buono, quello che serve quando la vita ci sembra un tunnel buio ed è per questo che concedersi qualche minuto di leggerezza in un momento storico e sociale così complicato non è un peccato, un reato, un crimine, un delitto.
Non siamo sbagliati e nemmeno egoisti se ci appelliamo a qualche grammo di leggerezza: cerchiamo al contrario di salvare la psiche oltre al corpo e teniamocelo caro quel tanto di leggerezza che ancora ci rimane o che riusciamo a trovare, magari a fatica.
Non sto suggerendo di uscire sul balcone e di unirci a tutti i costi ai cori oppure ai flash mob, ma chiedo di non avercela però con chi se la sente invece di farlo, con chi si sforza di sorridere, altrimenti la situazione diventa davvero drammatica.
Condannando la leggerezza, qualcuno sta sottovalutando gli effetti psicologici devastanti di questa situazione che ognuno di noi ha bisogno di esorcizzare. E degenerare, tra l’altro, è un attimo, l’ho già scritto parlando dei giudici e dei giustizieri.
Sono fermamente convinta del fatto che il giorno in cui non avremo più leggerezze, cose belle, piccole innocenti distrazioni, sorrisi (magari perfino un po’ tristi)… ecco, quello sarà il giorno più buio e nero, quello in cui avremo perso la speranza e la prospettiva del futuro.
Il primo giorno della fine del mondo.

Come si uccide un essere umano?
Limitandone la libertà e poi togliendogli la speranza, soprattutto quella nel futuro.
Costringendolo a pensare costantemente ed esclusivamente alla sopravvivenza fisica e al qui e adesso.
Togliendogli qualsiasi prospettiva.
Privandolo di cibo, per l’anima ma anche per lo spirito.
In ogni campo di prigionia, di qualsiasi tipo, in qualsiasi epoca, in qualsiasi luogo e latitudine del mondo, a uccidere noi essere umani non è mai stata solo la privazione fisica e oggettiva della libertà o gli stenti fisici; a ucciderci è la privazione della dignità (dignità fisica, mentale, morale) e la privazione della speranza.
Quando un uomo smette di sperare smette anche di vivere e inizia a morire.

Riflettiamoci… Pensiamo a cosa raccontano documenti e filmati storici e anche alla produzione artistica quali libri, film e quant’altro parli di prigionia e speranza…
Al momento, abbiamo dovuto rinunciare a parte della nostra libertà – ed è cosa assolutamente necessaria; non rinunciamo però alla speranza, alla prospettiva e al futuro.
Fare o meno questa rinuncia è una nostra scelta.

Ecco perché, in principio, ho accennato all’avvicinarsi della Pasqua.
Lo ripeto, sono consapevole di essere una pessima cattolica, eppure la Pasqua è la solennità che da sempre mi scuote profondamente perché il concetto di risurrezione è per me immenso, assoluto.
Nasciamo, viviamo, sbagliamo, pecchiamo eppure ci viene data la chance della rinascita interiore e spirituale: esiste forse un concetto più potente, solenne e assoluto di questo?
E per rinascere dobbiamo liberarci dagli errori ma anche dai giudizi, per rinascere dobbiamo essere liberi di voltare pagina, di guardare avanti, di cercare di rimediare agli errori fatti.
Abbiamo bisogno della consapevolezza e anche del perdono, di perdonare noi stessi e gli altri, di essere perdonati – e nessuno ha il diritto di negarci questa possibilità. Abbiamo bisogno di espiare e per me espiare significa impegnarsi a cambiare e fare il possibile per rimediare.

«O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato.»
Non c’è formula cristiana che io sussurri con maggior dolorosa consapevolezza di questa.

Ora torno al mio silenzio.

Mi rendo conto di aver parlato troppo (pensate quanto tormento mi dava questo groviglio di sentimenti e pensieri…) e torno a cercare di risolvere i miei conflitti e le mie contraddizioni, cercare un equilibrio tra le vecchie abitudini e le nuove necessità, cercare di perdonarmi per errori, debolezze, fragilità, mancanze, cercare di cambiare e rimediare.
Torno a pensare a come portare avanti ancora meglio il punto tre della mia scelta, ovvero protendermi verso il futuro.

Potrebbe essere che – di nuovo – non scriva qui per un po’.
Perché, in fondo, sono parzialmente d’accordo con chi dice che parlare di COVID-19 non competa a chi – come me – si occupa di moda e altre futilità: è vero, non mi compete dal punto di vista tecnico e medico, in quanto ho già detto che io stessa mi affido alle fonti ufficiali e quindi non mi passa minimamente per la testa di aggiungermi al mare di inutilità e fake news.
Come ho scritto in principio, sarebbe andare contro tutto ciò in cui credo.

Oppure potrebbe essere che io torni a scrivere con un po’ di regolarità.
Se scrivo che sono d’accordo ‘parzialmente’ è perché mi riferisco al fatto che credo che questa emergenza riguardi comunque noi tutti e che, semplicemente, ognuno debba trovare il proprio ruolo e il proprio taglio.
Il mio taglio potrebbe essere, per esempio, quello di raccontare di chi fa qualcosa per superare questo momento, come le iniziative intraprese da aziende e anche istituzioni, enti, musei, case editrici e altri ancora.

È proprio a fare questo che sto pensando da un po’, da quando, in uno scambio sotto un post nel profilo Instagram di ModaCorriere, ho letto una risposta un po’ disperata quanto sincera.
«Non è nostra competenza scrivere di argomenti diversi dalla moda, cerchiamo di tirare un po’ su il morale con quello che sappiamo fare, parlare di abiti.»
Se ci pensiamo bene e con calma, è una verità sacrosanta ed è quasi buffo che sia necessario sottolinearlo per difendersi dalla frustrazioni di altri (tutta la mia comprensione personale e professionale ai moderatori del profilo).
Ed è ciò che so fare (spero…) anch’io, parlare di talento, parlare di moda e cultura, raccontare storie all’insegna del bello e del ben fatto.
E credo che questo sia ciò che devo continuare a fare, credo possa essere il mio ruolo, il mio taglio.
Credo, lo sottolineo, e vi avevo avvisato che ho poche certezze da offrire, perfino a me stessa…

Mi riservo di pensarci ancora un attimo.

Emanuela Pirré

 

Postilla 1: Ringrazio Daniela che, con un messaggio, mi ha dato la forza di pubblicare un post che avevo in bozza da parecchio. Che mi ha dato il coraggio di essere me stessa. Nel bene e nel male. In positivo e in negativo. Che mi ha dato il coraggio di andare oltre i giudizi per prendere una posizione attiva. Grazie, amica cara, e sappi che le tue parole sono state per me preziose e salutari, anzi, proprio curative: sapere di essere stata compresa – con le mie intenzioni imperfette ma sincere, i miei modi, i miei limiti, i miei difetti, le mie mancanze, i miei errori – di essere stata compresa, dicevo, fosse anche solo da una persona (che, tengo a specificare, non fa parte dell’ambito ‘leggero’ e ‘superficiale’ com’è talvolta reputato quello della moda in cui mi muovo) è qualcosa che mi farò bastare e delle quale cercherò di farmi forte, salvando anche quel che resta della parte… glittering.

Postilla 2: Ringrazio anche Irma che, con un altro messaggio, ha delicatamente colto e sottolineato il mio silenzio dichiarando tuttavia di rispettarlo. Non ci siamo mai conosciute di persona, Irma cara, solo virtualmente, eppure sei stata capace di confortarmi, di scrivere che mi tieni vicina «con il pensiero e, se posso, con il cuore», mi hai raccomandato di riguardarmi e di «non perdere mai il tuo sorriso, per favore». Certo che puoi starmi vicina con il cuore e prometto che mi impegnerò anche in questo, nel non perdere il sorriso, con tutta me stessa.

Postilla 3: Ho sempre avuto poca simpatia verso la pratica del giudizio della vita altrui. Ecco cosa scrivevo nel 2014, a proposito di additare le scelte di Renée Zellweger e circa la libertà di Cayetana de Alba (e certe ipocrisie altrui) nonché nel 2015 a proposito delle critiche verso Cara Delevingne e poi di quelle verso Daniela Santanchè per il suo abbigliamento alla prima della Scala.

Postilla 4: In caso mi accada qualcosa… perché nessuno di noi può oggi escludere questa possibilità, nessuno può pensare di essere immune al COVID-19… lascio questo scritto come mio testamento spirituale

 

 

Immagine elaborata da me con PhotoFunia

 

 

PICCOLE PERLE CHE HO RACCOLTO LUNGO I SENTIERI DEL WEB
PER DARE SPAZIO E VOCE AD ALTRI PUNTI DI VISTA…

(E magari continuerò ad aggiornare questa sezione…)

«Provati fisicamente ed emotivamente. Per chi amiamo, per chi non conosciamo ma a cui il destino ci accomuna, ed anche per noi stessi. Leggere oggettivamente la situazione, non è essere negativi, ma realisti. L’ignoranza non ha mai salvato nessuno. Sentirsi fragili è lecito, andare avanti è un dovere oltre che un diritto. Nessuno deve essere giudicato nella sua fragilità, nessuno ha il diritto di giudicare l’altrui dolore o sminuirlo. Siamo esseri fallibili, è vero, siamo umani, ma ora più che mai si esige rispetto per la vita e discernimento. Alla fine di tutto dovremo raccogliere i cocci e ricostruire, facendo delle nostre cicatrici bellezza. Ognuno con i propri tempi. Ognuno con il proprio cuore, perché l’amore resta l’unico vero collante delle nostre vite.» (Eva Rondinelli qui)

«I telefoni ci hanno allontanato prima, quando potevamo abbracciarci, ora però senza gli smartphone non potremmo vederci!» (Gloria Del Vecchio qui)

«Maybe this period is making you feel wildly ambitious. Maybe you feel alive with productivity. Maybe you feel fatigued from being emotionally overwhelmed. Maybe you only have the energy to figure out what tv show you’re going to binge next. Maybe you feel exhausted from caring for your children. Maybe you feel full of gratitude for this time you get to spend with your children. Maybe all you could do today was not cry. Maybe all you could do today was have a good cry. Maybe your daily walks have reminded you that it’s spring time and the earth is showing you that there is beauty amidst this trying time. Maybe you feel lonely because you’re spending more time alone than ever before. Maybe you’re feeling lonely in a house full of people. Maybe you found a moment of bliss sitting in bed in your bathroom watching a movie with a glass of wine (me currently). Maybe you felt a spell of anxiety today (me earlier). Maybe you caught your breath and were able to remind yourself that this too shall pass (me again). Maybe you feel scared. Maybe you feel confident that things will be okay. Maybe you feel none of these things or all of these things at different points throughout the day. Either way. I just want to remind you that during these times it’s important to put as little pressure on yourself as possible. There are enough pressure in this climate, both socially and economically, don’t add to this period by thinking that there is some correct way to move through it emotionally. However you feel is just the way you feel. It is all okay. And on that note. Don’t be afraid to reach out to others to talk about how you feel. Post about it to your community, call a friend, a hotline, a family member, a mentor or teacher. We are so much better at helping each other when we know how we are all honestly feeling.» (Cleo Wade qui)

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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