Calder Sculpting Time, il MASI di Lugano omaggia l’artista rivoluzionario

Torno sempre molto volentieri al MASI, il Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano. La sede LAC in Piazza Bernardino Luini ha una posizione davvero suggestiva, proprio di fronte al lago. E l’approccio è quello di un museo moderno e dinamico, capace di mettere in cartellone mostre interessanti, ben concepite e ben realizzate. Esattamente come quella appena inaugurata e intitolata Calder Sculpting Time.

Alexander Calder (1898, Lawnton, Pennsylvania – 1976, New York City) è una figura cardine dell’arte del ventesimo secolo, scultore acclamato e influente. Nato in una famiglia di celebri artisti di formazione classica, Calder ha utilizzato il suo genio innovativo per cambiare profondamente il corso dell’arte moderna e ha sviluppato un nuovo modo di scolpire. Piegando e torcendo il filo metallico, ha disegnato figure tridimensionali nello spazio.

Nel 1926, trasferendosi a Parigi, è entrato in contatto con gli artisti delle avanguardie. Ed è diventato famoso per le opere che Marcel Duchamp, in occasione di una visita allo studio di Calder nel 1931, definì mobiles e nelle quali elementi sospesi e astratti si muovono e si bilanciano in un’armonia mutevole.

Possiamo dunque affermare che Calder è l’uomo che “fece muovere la scultura”.

Attraverso l’introduzione del movimento in una forma d’arte statica, la sua opera implica il passare del tempo e si spinge oltre il visivo, nella sfera temporale.

Veduta dell’allestimento <em><strong>Calder Sculpting Time</strong></em> al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York
Veduta dell’allestimento Calder Sculpting Time al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York

In occasione dell’anteprima stampa alla quale ho partecipato, sono rimasta profondamente colpita da una serie di pensieri di Calder.

Tale pensieri arrivano fino a noi in primis attraverso le opere, ma anche grazie alla sue affermazioni condivise nel tempo attraverso articoli e interviste.

«(…) perché quindi non mettere in movimento le forme plastiche? Non mi riferisco a un semplice moto traslatore o rotatorio, ma a vari movimenti di natura, velocità ed estensione diverse combinati in modo da ottenere un insieme conseguente. Così come si possono comporre i colori o le forme, allo stesso modo si possono comporre i movimenti.»

Così ha scritto Calder nel 1933 e in queste parole c’è – secondo me – un manifesto condensato del suo pensiero e della sua opera.

Ed è stato sempre Calder a raccontare i suoi esordi in What Abstract Art Means to Me nel Museum of Modern Art Bulletin nel 1951 (*).

«Il mio debutto nel campo dell’arte astratta si verificò a seguito della visita all’atelier di Piet Mondrian a Parigi nel 1930. A colpirmi erano stati, in particolare, alcuni rettangoli di colore che aveva affisso con le puntine sulla parete secondo un pattern che seguiva il suo temperamento. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto farli oscillare, ma lui mostrò disapprovazione. Tornato a casa provai a dipingere in modo astratto, sebbene dopo due settimane ero di nuovo alle prese con i materiali plastici.

Credo che in quel momento – e di fatto da allora in poi – l’idea formale soggiacente al mio lavoro sia stata il sistema dell’universo o una sua porzione, trattandosi di un modello abbastanza ampio con cui lavorare. Intendo dire che il concepire corpi isolati sospesi nello spazio, di diversa grandezza e densità, forse di diversi colori e temperature, circondati e avvolti da flussi allo stato gassoso, alcuni a riposo, altri coinvolti in un movimento eccentrico, tutto questo mi sembra una fonte ideale di forma.»

Veduta dell’allestimento <em><strong>Calder Sculpting Time</strong></em> al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York
Veduta dell’allestimento Calder Sculpting Time al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York

A partire dagli Anni Cinquanta, Calder si è dedicato sempre più alla realizzazione di sculture all’aperto su larga scala in lastre d’acciaio imbullonate.

Oggi questi imponenti giganti portano la bellezza nelle piazze pubbliche delle città di tutto il mondo. E ci permettono di godere della sua arte.

Si aggiunge a ciò l’evento ospitato dal MASI. Ed è un evento importante poiché si tratta della più completa mostra monografica dedicata ad Alexander Calder da un’istituzione pubblica svizzera negli ultimi cinquant’anni.

Attingendo da importanti collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui la Calder Foundation di New York dalla quale proviene un ampio corpus di opere, Calder Sculpting Time presenta oltre 30 capolavori dell’artista creati tra il 1931 e il 1960.

La mostra esplora l’impatto profondo e trasformativo di un artista davvero rivoluzionario. E delinea lo sviluppo di un linguaggio formale e scultoreo caratterizzato da un’innovazione senza precedenti durante gli Anni Trenta e Quaranta del Novecento.

Concepita come spazio aperto, libero da pareti, l’esposizione offre l’opportunità di ammirare opere che vanno dalle prime astrazioni o sphériques di Calder fino a una selezione di mobiles più recenti, stabiles e standing mobiles di varie dimensioni.

In mostra è inoltre presentata una selezione di constellations, termine proposto da Marcel Duchamp e James Johnson Sweeney per le sculture dell’artista realizzate in legno e filo metallico.

Veduta dell’allestimento <em><strong>Calder Sculpting Time</strong></em> al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York
Veduta dell’allestimento Calder Sculpting Time al MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York

La mostra è stata curata da Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge.

Posso dire che la loro idea di apertura e libertà mi è arrivata forte e chiara, permettendomi un’immersione suggestiva nel mondo di Calder. L’allestimento che è stato realizzato fa sì che le opere rispondano a ogni minimo cambiamento dell’aria e della luce, vibrando in modo imprevedibile e continuo. E ciò permette a ogni visitatore di catturare piccoli momenti unici.

Entrando e poi muovendomi nelle sale dedicate alla mostra, ho sorriso, spontaneamente. E mi sono sentita leggera. Non è cosa da poco, in tempi come i nostri. Ed era un po’ – lo ammetto – che non mi capitava di provare una sensazione simile entrando in un’esposizione d’arte.

La mostra Calder Sculpting Time rimane in cartellone al MASI fino al 6 ottobre 2024.

Emanuela Pirré

 

(*) Alexander Calder, What Abstract Art Means to Me, in Museum of Modern Art Bulletin, vol. 18, n. 3, primavera 1951, pp. 8-9. Traduzione italiana in Riccardo Venturi (a cura di), Alexander Calder. Scritti e conversazioni, Abscondita, Milano, 2009, pp. 22-24.

 

 

CALDER SCULPTING TIME

5 maggio – 6 ottobre 2024

A cura di Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge

MASI, Museo d’arte della Svizzera italiana
Sede LAC
Piazza Bernardino Luini 6
Lugano

Qui trovate il sito del MASI

 

La mostra in dettaglio

Alexander Calder si inserì nell’avanguardia parigina poco dopo essersi trasferito nella capitale francese nel 1926. In questo periodo iniziò a creare il suo rivoluzionario Cirque Calder e ampliò la sua invenzione di ritratti in filo metallico, totalmente privi di massa. Nel 1930, il lavoro dell’artista si spostò in maniera netta verso l’astratto.

La mostra segna questo importante snodo nella produzione dell’artista con le prime sculture non oggettive di Calder e che egli descrisse come densités, sphériques, arcs e mouvements arrêtés.

Nel catalogo della mostra dell’artista del 1931 alla Galerie Percier di Parigi, Fernand Léger scrisse: «è qualcosa di serio nonostante non dia l’impressione di esserlo».

Tra queste opere spicca lo stabile Croisière, in cui fili sottili delineano un volume curvilineo a cui sono connesse due piccole sfere dipinte in bianco e nero. Le linee di fili metallici di Calder scolpiscono volumi dai vuoti e presentano il movimento di un’azione priva di peso e di massa.

Una delle innovazioni più importanti di Calder è stata quella di aver incorporato il movimento nelle sue composizioni, introducendo così la dimensione temporale. I suoi mobilestermine coniato da Duchamp nel 1931 per descrivere queste opere – sono sculture cinetiche le cui composizioni in continua mutazione sono attivate dalle condizioni dell’ambiente in cui si trovano.

Calder Sculpting Time presenta uno dei più importanti mobiles, Eucalyptus (1940).

La scultura fece il suo debutto nella mostra di Calder del 1940 alla Pierre Matisse Gallery di New York e in seguito fu inclusa in quasi tutte le mostre più importanti allestite durante la vita dell’artista. «Muovendosi liberamente e interagendo con l’ambiente circostante – spiegano le curatrici Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge – sembra dare forma all’aria; cambia continuamente, giocando con il tempo».

La mostra include anche altri mobiles come Arc of Petals (1941) e l’imponente Red Lily Pads (1956), esposta nell’ultima sala, di fronte alla grande vetrata che offre una suggestiva vista sul lago e sul panorama circostante. Queste opere rispondono a ogni minimo cambiamento dell’aria e della luce, vibrando nell’imprevedibilità del tempo e dei suoi diversi momenti.

«Calder ha creato organismi metallici che possiedono le qualità della leggerezza e della varietà in forme biomorfiche sottili, che sono allo stesso tempo resistenti e fragili, dinamici ed estetici, solidi e ipersensibili» spiegano le curatrici.

In mostra, anche gli stabiles di Calder – termine coniato da Jean Arp per le opere statiche dell’artista in risposta a Duchamp – che esplorano invece il movimento implicito.

Untitled (circa 1940) e Funghi Neri (1957) rendono evidenti le spettacolari variazioni di scala di queste opere, dalle dimensioni più ridotte a quelle maggiori.

A causa della scarsità di lastre di metallo durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943 Calder iniziò una nuova serie di sculture astratte realizzate con fili metallici e legno, appese alla parete ad altezze inaspettate. Sweeney e Duchamp, che curarono la retrospettiva di Calder del 1943 al Museum of Modern Art di New York, proposero il termine constellation per queste sculture.

«L’eredità di Calder – spiegano ancora le curatrici – perdura non solo nella presenza fisica delle sue opere, ma anche nel profondo impatto del suo lavoro, che ha cambiato il modo in cui percepiamo e interagiamo con la scultura. Il suo contributo alla storia dell’arte si estende ben oltre l’uso innovativo di materiali e l’impiego di nuove tecniche, catturando la sottile essenza di momenti fugaci. Confrontarsi con questa dimensione temporale è l’obiettivo della mostra».

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale in tre edizioni separate (italiano, inglese e tedesco). Il catalogo contiene un saggio di Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge e una selezione di testi storici.

La mostra è realizzata grazie a Fondazione Favorita.

Photo credit: allestimento mostra Calder Sculpting Time @ MASI Lugano, Svizzera. Foto Luca Meneghel © 2024 Calder Foundation, New York / Artists Rights Society (ARS), New York

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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