Caporalato in ambito moda, ultimi casi e possibili soluzioni

Ci sono casi in cui preferirei avere torto. Lo dico sul serio, giuro.

Penso a quando apro uno di quei cosiddetti vasi di Pandora, ovvero quando scoperchio verità che fanno male. Preferirei essere smentita. Preferirei di gran lunga poter dire «ok, mi sono sbagliata, questa volta».

E invece no. Sembra quasi che ci sia un oscuro impegno, un accanimento. Non solo le peggiori previsioni risultano esatte, forse perché mi esprimo dopo aver ben osservato e dopo essermi accuratamente documentata. Viene addirittura dimostrato anche quel detto secondo il quale al peggio non esiste limite.

È ciò che sta accadendo da quando ho scritto l’articolo su ipocrisia e arroganza della moda. Per essere precisa l’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie di articoli su tali argomenti. L’articolo in questione, datato 2 luglio, parte dalla questione attuale dei dazi minacciati da Trump per focalizzarsi su una grande e scottante questione: la delocalizzazione e il suo vero prezzo, in termini sociali, culturali e, conseguentemente, anche economici.

Neanche il tempo di scrivere e pubblicare detto articolo ed ecco che accadono nuovi fatti che dimostrano come al peggio non esista limite. Fatti che allungano, purtroppo, la lista dei peccati della moda.

Oggi parliamo dunque di altri due peccati gravissimi: appropriazione culturale e caporalato che, tra l’altro, hanno spesso una certa familiarità con il discorso delocalizzazione.

Per l’appropriazione culturale parliamo della sfilata primavera-estate 2026 di Prada all’ultima Milano Fashion Week Uomo. Tra gli accessori sono spuntati dei sandali in cuoio: la particolarità? Il design ricorda molto (troppo…) delle calzature fatte a mano in India, note come chappal di Kolhapur, indossate da secoli da milioni di indiani. I sandali prendono il nome da una città, Kolhapur, appunto, nello stato del Maharashtra. Lì vengono realizzati e fanno dunque parte del ricco patrimonio culturale indiano.

È stato l’inizio di un caso destinato a far rumore e che avrebbe potuto avere anche possibili risvolti legali. Ma pare che, da controversia sul plagio culturale, il tutto potrebbe invece trasformarsi in una storia di riscatto e collaborazione internazionale. Dopo un’ammissione di colpevolezza (ebbene sì, ha detto Prada, l’ispirazione in effetti c’è stata), sussiste ora l’intenzione di avviare una collaborazione con gli artigiani indiani, pare concretizzata in un primo incontro già avvenuto.

Mia postilla.

In passato, Prada era già stata oggetto di critiche per situazioni di insensibilità culturale, come la presentazione di elementi decorativi che richiamavano figure stereotipate di personaggi africani. Se non mi credete o se non ricordate o se non ne avete mai sentito parlare, provate a cercare Pradamalia blackface…

Tengo a specificare che Prada non è l’unico brand a essere scivolato su questioni di appropriazione e/o insensibilità culturale. La lista sarebbe lunga.

Dopodiché il dibattito si è spostato rapidamente su un altro dolorosissimo peccato: il caporalato.

Se eravamo abituati a sentirne parlare soprattutto in settori come l’agricoltura, tra gli assolati campi di pomodori e frutta, ora si scopre che il caporalato esiste anche nella moda. Mi fa sorridere parlare di scoperte perché, come ho già detto parlando di delocalizzazione e di appropriazione culturale, non sono certo fatti nuovi, in realtà. La prima volta in cui io ho usato il termine caporalato accostandolo alla moda è stata, per esempio, nel 2014, idem per delocalizzazione.

Stavolta è Max Mara, notissima azienda italiana, a essere al centro di una vicenda molto complessa.

Il dibattito si era acceso già a fine maggio con la protesta di un gruppo di lavoratrici della Manifattura San Maurizio, controllata dal gruppo reggiano, con due giornate di sciopero fatte per denunciare «permessi negati, ferie imposte, ritmi insostenibili che producono danni fisici e malattie professionali e nessun riconoscimento salariale». Le lavoratrici hanno denunciato anche «offese gratuite» legate al loro aspetto fisico e a una presunta insufficiente operosità. Così abbiamo letto tra le pagine de Il Fatto Quotidiano che ha raccolto le loro testimonianze.

È doveroso segnalare una smentita da parte dell’azienda nonché il fatto che una settantina di dipendenti del medesimo stabilimento abbiano scritto una nota congiunta diramata a inizio luglio segnalando condizioni di lavoro totalmente differenti da quelle denunciate dalle colleghe e sottolineando, invece, il clima secondo loro positivo all’interno del posto di lavoro.

Dove sta la verità? Non sta a me sentenziarlo e mi limito a riportare a voi, cari lettori, quanto finora noto. Tenete dunque presente che esistono due punti di vista e nessuna sentenza o provvedimento legale. Tenete anche presente che qualora le denunce delle lavoratrici risultassero fondate… questa sarebbe a tutti gli affetti una forma di caporalato.

Dove invece un provvedimento legale c’è – e anche abbastanza pesante – è il caso Loro Piana.

L’azienda è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per un anno dal Tribunale di Milano. L’accusa? Aver indirettamente subappaltato la propria produzione a imprese accusate di sfruttamento dei lavoratori. Il tutto è basato sull’indagine di un pubblico ministero, Paolo Storari.

Secondo l’inchiesta, il meccanismo sarebbe stato finalizzato alla “massimizzazione dei profitti”. Come riporta il Corriere «Loro Piana non ha verificato la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici e sub-appaltatrici alle quali affidare la produzione e negli anni non ha eseguito efficaci ispezioni o audit per appurare in concreto l’operatività della catena produttiva e le effettive condizioni lavorative».

Vorrei attirare l’attenzione su una questione.

In entrambi i casi, non stiamo parlando di capi di fascia fast fashion (non sarebbe naturalmente giustificabile nemmeno in questo caso) bensì di capi di fascia altissima, venduti a pressi esorbitanti, a migliaia e migliaia di euro. E questa è un’ulteriore aggravante.

Loro Piana ha diramato un comunicato dichiarandosi all’oscuro dell’esistenza dei sub-fornitori «non dichiarati e non autorizzati» e di cui «in violazione degli obblighi legali e contrattuali» non sarebbe stata informata fino al 20 maggio 2025. In tale data sarebbe stata messa al corrente della situazione e avrebbe interrotto «in meno di 24 ore» i rapporti con il fornitore al centro dell’inchiesta sullo sfruttamento di manodopera.

Giuro, non voglio accanirmi ma non posso tacere. Godo di buona memoria e ricordo che, purtroppo, anche per Loro Piana non è comunque la prima volta.

Era marzo 2024 quando un report di Bloomberg Businessweek aveva riportato alla ribalta un altro annoso problema, quello dello sfruttamento dei tosatori andini delle vicuñe, animali da cui si ricava il prezioso filato utilizzato dall’azienda italiana del lusso.

«Nonostante il successo del marchio – si leggeva nella denuncia – la popolazione indigena versa in gravi condizioni di povertà». Anche in quel caso, Loro Piana aveva spiegato di pagare regolarmente,  aggiungendo che «la distribuzione di quel pagamento è poi al di fuori del nostro controllo».

No comment. Anzi, no, voglio commentare: ma una volta non si diceva che la legge non ammette ignoranza e che, pertanto, non la giustifica?

Aggiungo altro.

Loro Piana, che è sotto l’egida del gruppo LVMH, è l’ennesima azienda di moda a essere coinvolta in indagini su pratiche lavorative scorrette all’interno della catena di fornitura del lusso italiano e a finire in amministrazione giudiziaria. Non so se ricordate alcuni casi precedenti tra cui Giorgio Armani Operations, Alviero Martini e Manufactures Dior (anche questa, peraltro, sempre nell’orbita del gruppo LVMH) e poi la Valentino Bags Lab. Per amor di precisione, segnalo anche che, per le prime tre, l’amministrazione giudiziaria è stata poi revocata prima del termine.

Direi che possiamo fare un’affermazione, senza tema di smentita. Avendo almeno cinque casi recenti, possiamo dire che sì, nella moda esiste il caporalato.

E meno male che lo scorso 26 maggio era stato annunciato trionfalmente quello che si considerava un traguardo, un successo. Mi riferisco alla firma del protocollo per la legalità nei contratti di appalto nelle filiere produttive della moda. Sottoscritto presso la Prefettura di Milano, il protocollo d’intesa è stato firmato anche da Luca Sburlati, neoeletto presidente di Confindustria Moda. La firma del documento si inserisce nell’ambito di un più ampio piano in direzione anti – caporalato e si auspica l’estensione all’intero territorio nazionale e non solo lombardo.

Che qualcuno informi le aziende del comparto moda, lombarde e non, allora. Scherzo ma non troppo.

Che ne dite, cari amici lettori?

Non vi sembra che ci sia quel fil rouge che, purtroppo, ho chiamato ipocrisia? Non pensate anche voi che il problema sia l’incongruenza tra lusso, percepito e reale, e l’assenza quasi totale di chiarezza e trasparenza? E come può esserci lusso senza trasparenza? Sentite anche voi una dissonanza, fortissima e sempre più insopportabile?

Basterebbe davvero un po’ più di trasparenza e onestà intellettuale. Quando i grandi brand globali si ispirano a prodotti artigianali profondamente legati all’identità culturale di una comunità (e parliamoci chiaro, può avvenire in un mondo ormai globalizzato) perché non dichiararlo? Perché non riconoscere chiaramente l’origine e coinvolgere attivamente i creatori locali?

Questo sì che sarebbe apprezzamento culturale e non appropriazione. E sarebbe una bella occasione per tutti, anche per chi prende, attinge. Perché potrebbe farlo in maniera nobile e uscendone pulito.

E vi dirò di più, non basta nemmeno la tanto sbandierata sostenibilità ambientale. Non basta se non è accompagnata da quella sociale. Anche questa è una cosa che sostengo da anni. A cosa servono rapporti sull’acqua o l’energia salvate (e parlo in generale, nessun riferimento specifico) se poi i lavoratori sono abusati e non rispettati? Perché se non c’è rispetto per tutto e tutti, quei rapporti rischiano di essere puro greenwashing.

A questo punto, forse, vi starete chiedendo se esistano soluzioni.

Io me lo chiedo da anni e ho sempre confessato di avere più dubbi e domande piuttosto che soluzioni da offrire. Non ne sono all’altezza. Resto però mentalmente aperta e cerco il confronto. Sulla questione delocalizzazione e per l’articolo dello scorso 2 luglio, per esempio, mi ero confrontata con Elisa Savi, persona con un’esperienza lunga, concreta e comprovata in ambito prodotto moda.

Sono anche convinta del fatto che, oltre a parlare, occorra passare all’azione. Per esempio, pensando a strumenti che possano aiutare ad attuare controlli.

Per un altro mio recente articolo su costumi da bagno e sostenibilità ambientale, ho ascoltato Raffaella Santoro di TÜV SÜD, ente di riferimento nei servizi di testing, ispezione e certificazione. Per la questione caporalato, mi sono rivolta a Marco Sartori, CEO di Kyp.

Cos’è Kyp? È una realtà che, attraverso un team composto da legali ed esperti di compliance, ha studiato a fondo la questione affidabilità legale e fiscale. L’ha fatto prendendo in esame migliaia di casi giurisprudenziali di aziende coinvolte in casi simili.

Il risultato è una piattaforma, basata su tecnologie come la blockchain. La piattaforma permette di monitorare i livelli di trasparenza e affidabilità dei partner commerciali, fornendo alert su profili di rischio.

Ecco il mio botta e risposta con Marco Sartori.

Partiamo dal caso Loro Piana: cosa comporta?

«Il caso che coinvolge Loro Piana, e l’amministrazione giudiziaria disposta a seguito delle accuse di sfruttamento del lavoro, è l’ennesimo campanello d’allarme su un fenomeno purtroppo ancora troppo radicato nel nostro sistema produttivo: il caporalato. Un fenomeno che, se un tempo si associava prevalentemente al settore agricolo, oggi si manifesta anche nelle filiere più sofisticate e globalizzate, comprese quelle dell’alta moda e del lusso. Questa vicenda dimostra con chiarezza che nessuna azienda è al riparo, nemmeno quelle di livello internazionale, da rischi connessi a un inadeguato presidio della propria supply chain.

Il caporalato non è soltanto una questione etica e sociale, ma una variabile di rischio concreta per tutte le imprese, che può generare conseguenze gravi sotto il profilo reputazionale, penale e commerciale. La presenza di soggetti opachi lungo la catena di fornitura, spesso operanti in subappalto, rende infatti difficile tracciare e garantire il rispetto delle condizioni minime di legalità e dignità del lavoro».

Quale tipo di risposta serve?

«Diventa essenziale attuare un sistema di controllo accurato della filiera, che non si limiti alle mere dichiarazioni contrattuali, ma che preveda verifiche sostanziali e continue sui fornitori e subfornitori, compresa l’analisi dei soggetti impiegati, dei modelli organizzativi e del rispetto delle normative in materia di lavoro e sicurezza. In questo contesto, gli strumenti digitali diventano alleati fondamentali per una due diligence efficace e proattiva».

Come si inserisce KYP in questo panorama?

«Piattaforme come KYP – acronimo di Know Your Partner – consentono oggi di monitorare in modo strutturato i livelli di trasparenza e affidabilità dei partner commerciali, fornendo alert su profili di rischio, valutazioni reputazionali e sfruttando tecnologie come la blockchain per garantire tracciabilità e immutabilità dei dati. Non si tratta più solo di un’opzione, ma di un investimento strategico per la tutela dell’impresa.

Il messaggio che emerge da casi come questo è chiaro: la responsabilità d’impresa oggi non si esaurisce nei confini societari. Le aziende devono rispondere anche delle scelte fatte a monte, nella catena di approvvigionamento. Non basta offrire eccellenza nel prodotto, se manca un presidio serio su come quel prodotto viene realizzato. Il controllo della filiera è un tema cruciale non solo per prevenire criticità, ma per garantire una vera sostenibilità – legale, sociale ed economica – del business».

Marco Sartori, CEO di KYP
Marco Sartori, CEO di KYP

In definitiva: tecnologia e digitale rappresentano strumenti che possono aiutarci a tenere sotto controllo questioni che rischiano di sfuggirci di mano, tra cui il caporalato.

Volete un’ulteriore dimostrazione?

Dopo i recenti casi giudiziari che hanno coinvolto aziende sotto la propria egida (ovvero Loro Piana e Manifactures Dior), il gruppo LVMH corre ai ripari. E ha annunciato che sta rivalutando, per esempio,  «le sue catene di fornitura in tutte le filiali». E che avrebbe allo studio una «tecnologia di tracciabilità per i suoi marchi».

Un’ultimissima cosa.

Quando dico che parlo di queste cose da anni non voglio apparire virtuosa.

Primo, non sono certo l’unica a parlarne. E poi non mi interessa essere la prima della classe né migliore di altri né esente da peccati. Non mi aspetto pacche sulle spalle o lodi.

Desidero semplicemente sottolineare come permettiamo da troppo tempo che queste cose accadano. E come sia arrivato il momento di passare alle soluzioni.

Emanuela Pirré

 

 

 

 

 

A glittering magazine è anche in
Facebook | Twitter | Instagram

 

Sharing is caring: se vi va, qui sotto trovate
alcuni pulsanti di condivisione

 

 

 

 

 

Spread the love

Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Lascia un commento

Nome*

email* (not published)

website

error: Sii glittering... non copiare :-)