C’è quasi un paradiso (o forse no) in mostra al Museum Rietberg di Zurigo

È aperta al pubblico al Museum Rietberg di Zurigo, fino al 6 settembre 2026, la mostra intitolata Quasi un paradiso – Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea. Si tratta di una esposizione collettiva con la curatela di Nanina Guyer e comprende le opere di artisti di fama internazionale provenienti o appartenenti alle diaspore di Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania.

Tali artisti hanno lavorato con materiale visivo dell’era coloniale per raccontare quali storie sono nascoste nelle fotografie storiche e in che modo gli artisti contemporanei le hanno portate alla luce.

Le loro opere – poetiche, critiche, visionarie – indagano come tali immagini definiscano identità, storia, senso di appartenenza e come possano essere reinterpretate. Non solo: rivelano anche un potere di guarigione che trascende i contesti storici specifici e che può toccare ciascuno di noi.

I venti rinomati artisti esplorano lo stato attuale di un patrimonio fotografico attraverso quattro sezioni tematiche intitolate Mutazioni, Confronto, Cura, In the photo fantastic. Gli artisti agiscono come archivisti, come contro-sguardo al punto di vista coloniale, come forze protettive e come potenti narratori che danno spazio a storie nascoste. Composte da fotografie, tessuti, film e sculture, le loro opere espandono i confini del medium fotografico e intrecciano domande legate alla propria identità e alle memorie collettive.

Ciò che le accomuna è un atteggiamento di speranza: la memoria diventa uno strumento di resistenza. Emerge così un cosmo visionario di immagini che sovverte le narrazioni e mette in luce storie non raccontate.

Cosa accadrebbe se questi mondi visivi diventassero reali? Quale potere esercitano le immagini che vediamo ogni giorno, prima ancora che iniziamo a interrogarle? Possiamo ritrovare un tipo di paradiso quando la storia viene raccontata (finalmente) da una pluralità di voci e non più con un unico punto di vista – ovvero quello di chi colonizza?

<em><strong>Quasi un paradiso</strong></em> @ Museum Rietberg, Zurigo – Dinh Q. Lê, <em>Crossing the Farther Shore,</em> 2014, © Dinh Q. Lê
Quasi un paradiso @ Museum Rietberg, Zurigo – Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014, © Dinh Q. Lê

LE QUATTRO SEZIONI TEMATICHE

Sono state scattate milioni di fotografie dall’invenzione del mezzo, ma questa eredità rimane distribuita in modo diseguale. In molti luoghi al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato delle comunità, offrendo risposte sulle loro origini, memorie, appartenenze. Senza fotografie, una parte della loro storia rimane nascosta. Nella prima sezione della mostra, Mutazioni, gli artisti reagiscono a questa assenza creando i propri archivi. Le loro opere rendono visibile ciò che è stato tramandato – e ciò che è andato perduto.

La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia in tutto il mondo. La macchina fotografica ha agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come “diversi”. Queste immagini furono riprodotte in massa in riviste e cartoline, diventando parte integrante della nostra memoria visiva collettiva. Ma le immagini non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo: stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella seconda sezione della mostra, Confronto, traggono forza e resistenza proprio da questi stereotipi coloniali. Cercano fotografie del passato, le decostruiscono e danno loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità visiva.

Nel corso del tempo, le fotografie storiche hanno spesso mostrato ingiustizie. In tutto il mondo, la macchina fotografica ha documentato lo sfruttamento dei corpi e della terra. Gli artisti della terza sezione, Cura, reagiscono a queste immagini storiche: intervengono nelle fotografie, cercando di proteggere coloro che hanno subito ingiustizie davanti – e oltre – l’obiettivo. Queste opere ci ricordano che il passato non è davvero passato e che le conseguenze sono ancora rintracciabili nel nostro presente.

Le lacune nella storia scritta, le fratture nella propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, nella sezione In the photo fantastic, gli artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati dall’accademica e scrittrice Saidiya Hartman: i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità immaginative. Gli artisti si dedicano a questa pratica visiva speculativa, che si costruisce a partire da frammenti storici, dando origine a scene in cui memoria e fantasia si intrecciano. Le figure rappresentate assumono nuovi ruoli, voci e identità. Gli artisti riescono così a liberare tali figure e a condurle in uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.

<em><strong>Quasi un paradiso</strong></em> @ Museum Rietberg, Zurigo – allestimento delle opere di Tshepiso Moropa e Raphaël Barontini
Quasi un paradiso @ Museum Rietberg, Zurigo – allestimento delle opere di Tshepiso Moropa e Raphaël Barontini

IL PUNTO DI VISTA DI A GLITTERING MAGAZINE SULLA MOSTRA

Sono stata a Zurigo e ho visitato Quasi un paradiso in compagnia della curatrice Nanina Guyer. La visita (come anche le precedenti) mi ha permesso di fare alcune riflessioni che desidero condividere.

Come ho già raccontato in precedenza, il Museo Rietberg è dedicato all’arte delle culture tradizionali e contemporanee di Asia, Africa, America e Oceania e le sue collezioni comprendono 32.600 oggetti e 49.000 fotografie. Tra queste fotografie ci sono quelle scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Sono documentazioni visive etnografiche e coloniali, nonché fotografie di studio realizzate da fotografi africani e asiatici. Queste immagini costituiscono un sottile filo conduttore che attraversa tutte le sezioni della mostra: nelle loro nuove opere, gli artisti vi hanno attinto per rendere visibili i messaggi nascosti.

La mostra, dunque, è un evento molto importante. È impressionante poiché fa riflettere, tanto, su ciò che è stato il colonialismo, sul modo in cui ha rappresentato e sottovalutato popoli e culture, su come abbia contribuito a plasmare – più o meno consciamente – il nostro immaginario. E, come ho scritto, lascia tuttavia ampio spazio alla speranza: sì, possiamo curare le ferite e rimediare alle ingiustizie.

Come? Accettando di metterci in discussione, cambiando il nostro approccio e adottando uno sguardo diverso. Smettendo, insomma, di fare tutto ciò che è stato fatto in passato, ovvero quel rappresentare i popoli “colonizzati” come “altri”, come “diversi”.

<em><strong>Quasi un paradiso</strong></em> @ Museum Rietberg, Zurigo – Sasha Huber, <em>Tailoring Freedom – Delia, profile,</em> 2023, © Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University
Quasi un paradiso @ Museum Rietberg, Zurigo – Sasha Huber, Tailoring Freedom – Delia, profile, 2023, © Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University

DUE PILLOLE DALLA MOSTRA: SASHA HUBER E ANDREA CHUNG 

Sono rimasta particolarmente impressionata e toccata dal lavoro di Sasha Huber e Andrea Chung.

Sasha Huber, classe 1975, è un’artista visiva. La sua ricerca indaga le politiche della memoria, il senso di appartenenza e la cura in relazione alle eredità coloniali, attraverso un approccio stratificato che comprende interventi riparativi, film, fotografia e collaborazioni artistiche. Mostra come le fotografie storiche possano essere “rammendate” nella serie Tailoring Freedom. Con un gesto di cura che può apparire furioso, Huber utilizza una graffettatrice per intervenire sulle immagini realizzate dal naturalista Louis Agassiz che, nel 1850, fece fotografare, completamente nude, diverse persone schiavizzate nel (folle) tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, è vero, ma creano allo stesso tempo una sorta di lucente armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli così allo sguardo colonialista.

«La ferita coloniale – dice Huber – potrebbe non guarire mai del tutto. Eppure, se la riconosciamo e la curiamo attraverso l’arte – un’arte che offre narrazioni storiche più complete e più giuste, e che dà forza alle persone che vivono le conseguenze della schiavitù – essa può contribuire a una guarigione collettiva che attraversa generazioni e comunità». L’uso della graffettatrice come simbolo di dolore e, al contempo, di riparazione è così diventato il suo segno distintivo.

Andrea Chung, classe 1978, rielabora invece il mito afro-futurista di Drexciya, secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere (le terribili imbarcazioni mercantili utilizzate fino al XIX secolo per la deportazione di milioni di uomini, donne e bambini africani resi schiavi), avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco in cui il trauma della schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza e resistenza. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, restituendo loro nuova visibilità.

«Sogno ciò che avrebbe potuto essere – spiega Chung – e mi aggrappo a mondi in cui non siamo mai stati colonizzati. Ma vivo anche nell’osservazione e descrizione di un presente nato da miti raccontati sia dai colonizzati che dai colonizzatori. E immagino un futuro in cui siamo liberi».

<em><strong>Quasi un paradiso</strong></em> @ Museum Rietberg, Zurigo – installazione di una delle opere di Andrea Chung
Quasi un paradiso @ Museum Rietberg, Zurigo – installazione di una delle opere di Andrea Chung

L’IMPORTANZA DI QUASI UN PARADISO

Delle foto scattate da Louis Agassiz – e rese umane dall’intervento di Sasha Huber – abbiamo anche i nomi dei protagonisti: sono Alfred, Delia, Drana, Jack, Jem, Fassena, Renty.

Dovete sapere che le foto originali – precisamente dei dagherrotipi, il primo procedimento fotografico della storia – sono stati oggetto di una controversia legale durata anni. Nel 2019, Tamara Lanier, discendente di Renty e Delia, due delle persone ritratte, ha citato in giudizio l’Università di Harvard per appropriazione indebita delle immagini che deteneva. La risposta di Harvard? Ha accettato sì di trasferire la proprietà legale, ma all’International African American Museum di Charleston, nella Carolina del Sud. L’ha fatto sei anni dopo, nel maggio 2025, e, tra l’altro, non a Lanier stessa, la richiedente.

Non mi pronuncerò su questa scelta e su cosa io ne pensi; lascio che ciascuno tragga le proprie conclusioni. Tuttavia non posso trattenermi del tutto e affermo che, a mio avviso, questa è una chiara dimostrazione di quanto le ferite del colonialismo siano profonde e tuttora rintracciabili. Dimostra quanto una mostra come Quasi un paradiso abbia senso di esistere. E quanto sia necessaria e importante.

«Quando rifiutiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non esiste mai una sola storia su un luogo qualsiasi, riconquistiamo una sorta di paradiso».

Sono parole della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie (The Danger of a Single Story, TED Talk, 2009). E credo che non vi sia nulla da aggiungere.

Emanuela Pirré

 

 

 

QUASI UN PARADISO – FOTOGRAFIA DELL’ERA COLONIALE  NELL’ARTE CONTEMPORANEA

16 aprile 2026 – 6 settembre 2026

Artisti in mostra

Sammy Baloji, Raphaël Barontini, Mary Enoch Elizabeth Baxter, Daniel Boyd, Andrea Chung, Omar Victor Diop & Lee Shulman, Sasha Huber, Yuki Kihara, Cédric Kouamé, Dinh Q. Lê, Dimakatso Mathopa, Tuli Mekondjo, Tshepiso Moropa, Aline Motta, Frida Orupabo, Rosana Paulino, Wendy Red Star, David Shongo, Zenaéca Singh

Museo Rietberg, Zurigo
Galblerstrasse 15 – 8002 Zürich, Svizzera

Orari
Aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 17; il giovedì aperto fino alle 20
Lunedì chiuso

Costo del biglietto
CHF 18 intero / CHF 14 ridotto / gratuito <16 anni

Come arrivare:
Tram 7 in direzione Wollishofen fino alla fermata “Museum Rietberg” (quattro fermate dopo Paradeplatz)
Sono disponibili soltanto parcheggi per persone con disabilità

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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