A tu per tu con Luca Trapanese: lui è “Nato per te”

Il 15 giugno al Teatro Excelsior di Empoli ed il 16 giugno al Teatro Manzoni di Milano, andrà in scena Luca Trapanese con “Nato per te – L’amore non chiede permesso”. Con l’occasione abbiamo avuto l’onore ed il piacere di intervistarlo.

È stato uno scambio a tu per tu denso di emozioni, di verità, di vita. Luca Trapanese è ormai da anni un simbolo ed è conosciuto per la sua storia personale, in particolare per il suo impegno verso la disabilità e per essere diventato il papà di Alba.

Luca Trapanese è anche molto altro e, con estrema gentilezza e disponibilità, ci ha dato modo di scoprirlo in questa intervista colma di umanità.

Da anni leggiamo il tuo nome sul web, un po’ ovunque, scoprendo la tua e la vostra storia, ma Luca Trapanese chi è?

Eh, Luca trapanese chi è? In realtà, Luca Trapanese, rispetto alla storia che lo ha fatto conoscere, cioè questo ragazzo, uomo, single, gay, napoletano che ha adottato per la prima volta una neonata di 27 giorni, è una persona che ha avuto una vita abbastanza rumorosa.

La mia prima esperienza è stata quella di essere vicino al mio migliore amico, che si è ammalato di melanoma a 14 anni. Negli anni Novanta non c’erano i social, non c’era Internet, non si parlava di tumore, non si parlava di tante cose. Io ho capito che il mio migliore amico stava morendo e l’ho accompagnato lungo tutto il percorso della malattia. Questo mi ha portato a vivere un’esperienza indimenticabile, terribile, ma forse anche la più bella: mi ha aperto gli occhi rispetto al significato della vita, del dolore, della malattia, della solitudine. Ho fatto i migliori viaggi nelle autoambulanze e le nottate negli ospedali. Gli ho tenuto la mano fino a quando non abbiamo recitato insieme il Padre Nostro.

Questa per me è stata una esperienza che mi ha aperto il mondo e non mi ha fatto allontanare dal dolore, dalla malattia, dalla disabilità, al contrario mi ha fatto avvicinare. Sono partito per Lourdes, ho scoperto la disabilità e il Treno Bianco (i treni dell’Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali, in acronimo UNITALSI, associazione che offre viaggi assistiti a persone con disabilità e anziani, N.d.R.). Poi, grazie al mio padre spirituale, sono arrivato in India, in Africa. In India ho conosciuto Madre Teresa, ho fatto molto volontariato, anche con altre realtà laiche e per me questo ha significato aprirmi, iniziare ad ascoltare quale fosse la mia vocazione.

Ho pensato che la mia strada fosse quella del seminario. Sono stato in seminario per tre anni. A un certo punto mi sono innamorato di un ragazzo che ho conosciuto sul treno andando a Lourdes e ho capito che il seminario non era la mia strada. Quindi ho lasciato il seminario per una storia che è durata quasi 15 anni. In questa storia abbiamo costruito insieme dei progetti ed è nata A Ruota Libera che è la ONLUS che si occupa ormai da vent’anni di disabilità a 360 gradi, con una grande attenzione soprattutto alle gravi disabilità, ai bambini anche in stato terminale. Si occupa anche di tutto quello che riguarda l’autonomia, l’indipendenza, la formazione e il lavoro, la sessualità.

Quindi Luca Trapanese è tante cose. È anche la fortuna delle persone che ha incontrato. È la bellezza delle relazioni che sono state, anche relazioni che sono finite, sono fallite, ma che comunque hanno lasciato delle cose importanti.

Luca ed Alba Trapanese
Luca ed Alba Trapanese

Nel 2018 è stato pubblicato “Nata per te”, scritto a quattro mani, o meglio, a due cuori da te e Luca Mercadante. Lo scorso anno è uscito il film e adesso approderai a teatro con “Nato per te – L’amore non chiede permesso”. Ci anticipi qualcosa?

Nato per te è proprio questo: parto da me da piccolo, dal sentirmi differente dagli altri, non diverso. Diverso, dal latino divergere significa difettato. Differente, invece, è che tu ed io siamo differenti, ma lo siamo insieme a tutti gli altri che ci circondano. Ognuno di noi ha delle caratteristiche, delle qualità, delle potenzialità.

Parto da questo proprio perché Alba è stata la ciliegina sulla torta, ma, fondamentalmente, il mio percorso rispetto alla disabilità, all’accoglienza, alla genitorialità, alla paternità, alla sindrome di Down era un percorso che io ho intrapreso da quando avevo 14 anni. Allora Nato per te è proprio quello. Nato per te, sono nato io per Alba o per chiunque altro io abbia incontrato, ma esattamente come tu sei nata per tutti quelli che hai incontrato, no? E viceversa quindi è questo: noi siamo connessi gli uni agli altri, nelle belle e nelle cattive storie, perché siamo il risultato di quello che abbiamo incontrato.

Faccio un percorso molto intimo della mia storia, della mia ricerca dell’amore e dell’omosessualità. Faccio un percorso delle mie esperienze, del mio volontariato. Anche della mia famiglia, che è una famiglia strana, la famiglia di origine, della mia adozione da adulto di cui nessuno sa o comunque di cui pochi parlano. Poi della mia paternità con quell’idea di non voler dare una lezione al pubblico, ma di donarsi per dire guardate che le nostre vite sono imperfette! Devono essere imperfette e noi non abbiamo il compito di rendere perfetta la vita, ma abbiamo esclusivamente il dovere di viverla, di cadere e di rialzarci. Abbiamo il dovere di ammettere i nostri fallimenti e di andare oltre, di cercare di trovare nuove strade e anche nuove opportunità.

Alba e Luca Trapanese
Alba e Luca Trapanese

La tua, la vostra, è una storia che va oltre ogni possibile concetto di amore. Quindi, Luca, cos’è per te l’amore in ogni sua forma?

L’amore è donarsi. L’amore è avere la capacità di dire anche di no, di accogliere i propri limiti.

Innanzitutto io credo che sia importante amarsi, quindi avere la consapevolezza che prima di tutto tu non sei perfetto e non lo sarai mai. Non devi essere come ti vogliono gli altri, ma devi essere te stesso e solo così tu potrai amare anche gli altri, perché non pretendi da chi ti è vicino di essere quello che non è. Secondo me questo è anche un modo di liberare i giovani. Anche di liberare i genitori, che vogliono per forza che i figli siano i primi, i migliori, che siano all’altezza della performance.

Amare significa guardarsi e guardare. Se tu ti guardi riesci poi a vedere anche l’altro ed è questo quello che mi ha dato la disabilità, ovvero l’idea di imperfezione che non ti chiede di essere guarita, bensì ti chiede di essere accolta, ascoltata. Questo significa per me amare. Poi sbaglio e non sono perfetto, anche io non so amare. In questo momento io sono innamoratissimo. Ho imparato anche a capire realmente l’amore da padre, ma anche l’amore da compagno, poi l’amore di famiglia.

La tua vita è un inno all’empatia, all’accoglienza. Quanto sono presenti questi due concetti nella tua esistenza?

C’è chi dice che io sono padre di tutti e questo è bellissimo. A me, però, devasta perché la gente poi ha l’idea che io possa risolvere tutti i problemi, che abbia la bacchetta magica o che abbia la forza di ascoltare sempre tutti, di accogliere sempre tutti. Questo io cerco di portarlo nella vita concreta e non solo, ripeto, la mia capacità di essere padre di Alba è nata soprattutto dalla capacità di accogliere la diversità attraverso la disabilità. Questo mi fa entrare in empatia.

Luca ed Alba Trapanese
Luca ed Alba Trapanese

Uno dei miei ultimi romanzi, che è Non chiedermi chi sono, racconta come io nel 1992, appena finito il liceo, mi sono avvicinato a un ragazzo schizofrenico etero che aveva avuto una brutta storia. Sono entrato così in empatia con lui che l’ho aiutato a riemergere da questa depressione, da questo isolamento. Fondamentalmente perché io non mi sono mai visto superiore: sono un disadattato che incontra altri disadattati. Evviva Dio i disadattati! Mi fanno paura quelli che vedi sempre perfetti e non ammettono che ci sono tanti problemi. Non è possibile oggi dire “io non ho problemi” o “io sono realizzato”. Bisogna anche accettare che ci sono delle cose che non vanno. Questo ci fa entrare in empatia con gli altri.

Ovviamente c’è poi l’accoglienza: è molto più difficile l’accoglienza, cioè accogliere proprio l’altro così com’è. Anch’io a volte non ce la faccio, non sarebbe umano. Anch’io a volte non riesco ad entrare in empatia con determinate situazioni o persone e questo credo che sia giusto.

Nel tempo hai smantellato un costrutto sociale relativo alle barriere, per questo te ne siamo grati, moltissimo. Hai messo a nudo anche il concetto di fragilità. Domanda banale: la consideri un punto di debolezza o di forza?

La fragilità è il punto di forza. Non esiste chi non è fragile.

Il problema è che se noi vogliamo sempre parlare di forza e di perfezione. Quando ti arriva il momento di fragilità, non ce la fai e crolli. Vedi tutti i suicidi, vedi le depressioni, le ansie dei giovani, perché noi li abbiamo massacrati rispetto a dei modelli di perfezione che non esistono.

Un giorno, ad un evento sul tema dei diritti, a cui ero in veste di assessore, fatto con tantissime scuole, un ragazzo mi ha chiesto: “Assessore, secondo te qual è il diritto che dobbiamo proprio rispettare, il più importante fra tutti?” ed io gli ho risposto: “Il diritto all’imperfezione, perché quello raccoglie tutti!”

Noi abbiamo bisogno di dirci “siamo fragili, siamo imperfetti, sbagliamo” perché siamo capaci di rialzarci. Invece se noi ci chiediamo di raggiungere solo la perfezione, quando sbagliamo e cadiamo è la fine, non riusciamo più a a trovare la strada. Da lì derivano poi la violenza, l’angoscia, la depressione e tutto quello che si può immaginare rispetto alla solitudine.

Grazie a Luca Trapanese per questa intervista a tu per tu e per darci modo di accarezzare ancora una viva umanità.

Federica Santini

 

 

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Federica Santini

Classe 1992. Nata nel giorno che spacca l'anno a metà. Creata per rompere ogni tipo di schema e per tendere volutamente all'imperfezione. Vedo i volti nelle case, resto senza fiato davanti agli edifici abbandonati andati in rovina, mi perdo nella bellezza dei fiori che nascono dalle crepe. Curiosa, resistente, determinata, piena, ribelle e caoticamente umana. La mia penna è viva, sincera ed irriverente.

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