In dialogo con il Benin, uno sguardo alla mostra aperta a Zurigo fino al 16/2/25

Sono appena stata a Zurigo, in Svizzera, per visitare due mostre attualmente ospitate dal Museo Rietberg. La prima di cui desidero parlarvi è aperta fino al 16 febbraio 2025 e si intitola In dialogo con il Benin – arte, colonialismo, restituzione.

Vi dico subito perché ho deciso di parlarne.

Si tratta di un importante progetto espositivo che vuole illustrare il passato, il presente e il futuro del patrimonio culturale del Regno del Benin, un tempo collocato nell’attuale Nigeria. E, seguendo la missione che contraddistingue la sua ricerca espositiva, il Museo Rietberg non vuole mostrare la storia dell’Africa esclusivamente da una prospettiva occidentale. L’esposizione è infatti stata organizzata in stretta collaborazione con studiosi residenti in Nigeria e rappresentanti della diaspora panafricana.

L’arte del Benin viene dunque considerata in una prospettiva di confronto storico-culturale che mette in luce il valore e l’importanza di queste opere per il Paese africano. Al tempo stesso, la mostra affronta il tema del saccheggio dei beni artistici e della loro vendita sul mercato internazionale, affrontando la questione della restituzione.

Il tema è complesso e importante. Visto che ho avuto l’opportunità di visitare la mostra In dialogo con il Benin con la guida di una delle quattro curatrici, vi lascio qui di seguito alcuni importanti elementi che Esther Tisa Francini ha raccontato al gruppo del quale facevo parte.

Spero che queste informazioni possano risultare utili per chi vorrà visitare la mostra. E anche per chi, magari non potendolo fare, è comunque interessato a questo tema.

Emanuela Pirré

 

 

In dialogo con il Benin – arte, colonialismo, restituzione

Museo Rietberg
Galblerstrasse 15 – Zurigo, Svizzera
Qui il sito – qui il profilo Instagram

<em>Santuario ancestrale di un Oba con oggetti rituali in ottone, avorio, legno e pietra.</em> Nigeria, Benin City, 1954. Foto: Elsy Leuzinger. Museo Rietberg, Archivio fotografico.
Santuario ancestrale di un Oba con oggetti rituali in ottone, avorio, legno e pietra. Nigeria, Benin City, 1954. Foto: Elsy Leuzinger. Museo Rietberg, Archivio fotografico.

La mostra in dettaglio

L’anno cruciale nella storia del Benin fu il 1897. L’esercito britannico conquistò il regno riducendo in macerie il palazzo reale e mandando in esilio l’allora sovrano (ovvero un Oba) Ovonramwen. Gli inglesi si impadronirono così di migliaia di manufatti pregiati che finirono sul mercato dell’arte. Preziose sculture in avorio, figure commemorative e placche in ottone lavorate a rilievo vennero strappate dal loro contesto originario e trasformate: da trofei di guerra in merci e, infine, in oggetti da esposizione che andarono ad arricchire i musei europei. Tra questi anche il Rietberg le cui collezioni contengono manufatti culturali che furono saccheggiati in quel periodo.

Negli ultimi quattro anni, il Museo Rietberg ha aderito all’iniziativa denominata Benin Svizzera, ponendosi alcune domande fondamentali che esigono risposte urgenti. Quali caratteristiche deve avere un approccio responsabile di fronte all’ingiustizia coloniale? In che modo un museo deve gestire collezioni che contengono oggetti estorti con la violenza durante l’era coloniale? E come affrontare gli interrogativi su temi fondamentali quali la perdita, la proprietà e la memoria sollevati dalle restituzioni? Com’è possibile integrare la prospettiva della società d’origine con quella della diaspora? E, infine, perché è così importante instaurare una collaborazione paritaria?

Per rispondere a queste domande, un passo fondamentale per il Museo Rietberg è proprio rendere nota la storia del colonialismo e riconoscerne le ingiustizie commesse attraverso la sua misson espositiva. A tal fine, il Museo sta conducendo ricerche sulla provenienza degli oggetti facenti parte delle sue collezioni, per ricostruire la loro origine e il viaggio che hanno compiuto.

Questa mostra mette in luce la storia travagliata delle opere del Benin. E illustra anche le attività di cooperazione portate avanti insieme alla Nigeria e che si spingono oltre il tema della restituzione.

La pluralità di voci come principio

Come ho spiegato in principio, seguendo la missione che contraddistingue la sua ricerca espositiva, il Museo Rietberg non ha voluto mostrare la storia dell’Africa solo da una prospettiva occidentale. Ha invece progettato e realizzato la mostra In dialogo con il Benin in stretta collaborazione con partner nigeriani ed esponenti della diaspora panafricana in Svizzera.

Le quattro curatrici sono Josephine Ebiuwa Abbe, Solange Mbanefo, Michaela Oberhofer e Esther Tisa Francini. Alcune sono residenti in Nigeria, altre in Svizzera e sono attive in campi diversi, come gli studi teatrali, l’architettura, l’antropologia dell’arte e la storia. Insieme hanno sviluppato i contenuti, i testi, il design e il programma della mostra. Hanno inoltre raccolto filmati e interviste con esperti provenienti da musei e università e studiosi delle arti che illustrano la prospettiva nigeriana sul patrimonio culturale del Paese.

Il museo ha anche commissionato nuove opere, realizzate nei laboratori dei fonditori di bronzo a Benin City. Inoltre, artisti contemporanei come Cherry-Ann Morgan e Kwaku Opoku si sono confrontati con temi quali la schiavitù e il patrimonio culturale, la memoria e la guarigione.

Omoregie Osakpolor, <em>Ingresso di Igun Street: Omaggio alla storia, al presente e al futuro di Benin.</em> Nigeria, Benin City, 2024. Realizzato per conto del Museo Rietberg.
Omoregie Osakpolor, Ingresso di Igun Street: Omaggio alla storia, al presente e al futuro di Benin. Nigeria, Benin City, 2024. Realizzato per conto del Museo Rietberg.

L’allestimento

Per l’allestimento della mostra In dialogo con il Benin, il Museo Rietberg ha scelto di avvalersi per la prima volta della collaborazione dell’architetta svizzero-nigeriana Solange Mbanefo che si è ispirata alla visione del mondo del Benin.

L’allestimento degli spazi interni richiama infatti i cortili inondati di luce del palazzo reale. Il rosso corallo dominante rappresenta invece il simbolo della regalità e delle cerimonie di corte. L’esposizione delle opere vuole riflettere il modo in cui gli oggetti venivano originariamente collocati: su colonne o sugli altari consacrati agli antenati. Le aree esterne, dedicate alla “biografia” delle opere e alla storia contemporanea, sono invece dominate dall’azzurro, il colore dell’acqua e quindi del dio del mare Olokun. Il richiamo all’acqua vuole essere anche un riferimento ai rapporti commerciali tra il Benin e il Portogallo a partire dal Quattrocento. E vuole rappresentare le relazioni con l’estero intrattenute dal Regno attraverso i suoi porti fluviali.

Il tratto distintivo dell’allestimento è tuttavia l’architettura di Mbanefo che ha scelto di ispirarsi a forme geometriche e figure del Benin. Suggestivi frammenti di scene di strada a Benin City si alternano alle immagini di uno spazio espositivo zurighese.

Solo quando i visitatori adottano la giusta prospettiva, i frammenti si uniscono per restituire una visione d’insieme. E offrono l’opportunità di sperimentare la complessa storia del Benin e la pluralità di voci presenti in mostra.

Un mio scatto realizzato in occasione della visita alla mostra <em><strong>In dialogo con il Benin</strong></em> @ Museo Rietberg
Un mio scatto realizzato in occasione della visita alla mostra In dialogo con il Benin @ Museo Rietberg

Il percorso espositivo di In dialogo con il Benin

Il percorso espositivo si apre con una delle grandi immagini presenti in mostra. Ad accogliere i visitatori è infatti la fotografia di Omoregie Osakpolor che ritrae Igun Street, a Benin City, sede delle corporazioni dei fonditori e centro artistico d’eccellenza.

L’occupazione coloniale e le sue conseguenze sono raccontate in un film prodotto in Nigeria che presenta i traumatici eventi del 1897, quando gli inglesi conquistarono e saccheggiarono il Benin. Una nuova scultura in ottone e i canti funebri di Josephine Ebiuwa Abbe esprimono poi l’incessante dolore della società Edo per quei tragici eventi.

Le storie dell’arte dalla prospettiva beninese

Il nucleo centrale della mostra, concepito come un cortile interno e dedicato alla storia del Regno del Benin e del suo artigianato, è suddiviso in quattro isole tematiche che illustrano e presentano le opere d’arte seguendo i concetti di Memoria e Architettura, Commemorazione e Rituale, Prestigio e Performance, Produzione artistica passata e presente.

Alcuni partner beninesi sottolineano il significato degli oggetti, come il pendente d’avorio che ricorda il cerimoniale dell’incoronazione. Gli aspetti performativi dell’arte sono presentati nei video che arricchiscono la mostra, attraverso interviste, canti e danze. Per inserire la produzione beninese nel più ampio contesto della storia dell’arte africana, ai sedici oggetti beninesi del Rietberg sono state affiancate opere provenienti dalla collezione africana appartenente al museo. Si aggiungono prestiti provenienti dal Bernisches Historisches Museum e dal Musée d’ethnographie di Neuchâtel.

Ricerca sulla provenienza e restituzione

La ricerca sulla provenienza delle opere d’arte è un primo passo per rendere giustizia ai paesi afflitti dal colonialismo portando alla luce storie dimenticate. Seguendo questa considerazione, il Museo ha voluto dedicare l’area esterna della mostra a un percorso che ripercorre la storia degli oggetti, dalla loro creazione fino all’attuale collocazione in Europa. Mappe e documenti d’archivio illustrano gli spostamenti, mettendo in evidenza le relazioni politiche ed economiche, le conseguenze dell’occupazione coloniale, le transazioni sul mercato globale dell’arte e il background dei collezionisti.

Infine, una panoramica cronologica presenta la storia del Regno del Benin e le sue ramificazioni a livello globale fino a giungere all’Iniziativa Benin Svizzera. Uno dei capisaldi del percorso che ha condotto all’iniziativa, influenzando il dibattito sulla restituzione, è il Festival of Arts and Culture (FESTAC) tenutosi nel 1977 in Nigeria per celebrare la pluralità culturale del mondo panafricano. Sul tema del processo di restituzione, la mostra indica anche nuove possibili strade da intraprendere. E sottolinea l’importanza di collaborare con i rappresentanti dei paesi di origine e della diaspora panafricana.

L’ottica contemporanea

Completano la mostra alcune opere contemporanee che arricchiscono l’esposizione permanente sull’Africa.

Con l’installazione It is complicated l’artista caraibica Cherry-Ann Morgan affronta il tema della schiavitù e delle proprie radici africane. Nipadu del ghanese Kwaku Dapaah Opoku offre un’interpretazione artistica del saccheggio del Benin paragonando i musei a dei luoghi di sepoltura.

Marilyn Nance, <em>Arrivo della delegazione panafricana al World Black and African Festival of Arts and Culture (FESTAC).</em> Nigeria, Lagos, 1977. Archivio Marilyn Nance.
Marilyn Nance, Arrivo della delegazione panafricana al World Black and African Festival of Arts and Culture (FESTAC). Nigeria, Lagos, 1977. Archivio Marilyn Nance.

Le voci dei protagonisti

«Ciò che mi interessa della mostra In dialogo con il Benin è l’opportunità di parlare della mia cultura in prima persona, e non tramite ciò che altri mi hanno raccontato». – Josephine Ebiuwa Abbe, co-curatrice ed esperta di discipline teatrali, docente all’Università del Benin, Benin City, 2023

«Fin dall’inizio la prospettiva multipla è stata un punto centrale della mostra e secondo me anche un’opportunità per portare avanti il processo di decolonizzazione». – Solange Mbanefo, co-curatrice e architetto, Lucerna, 2023

«La storia non riguarda solo ciò che è stato, ma anche ciò che è. Quegli oggetti raccontano ancora la loro storia e continueranno a farlo domani». – Enibokun Uzébu-Imarhiagbe, storica, docente dell’Università del Benin, Benin City, 2023

«Per me, toccare questi oggetti è una cosa più spirituale che fisica: essi rappresentano la nostra storia e la nostra anima». – Patrick Oronsaye, artista e storico dell’arte, 2023

«Vedere queste opere in un museo mi incoraggia a sperare in un futuro migliore». – Phil Omodamwen, fonditore di sesta generazione, Benin City, 2023

«Ho un legame personale con questi oggetti, che hanno avuto un’influenza sulla mia arte e sulla mia creatività». – Samson Ogiamen, artista e mediatore culturale, Graz, 2023

Iniziativa Benin Svizzera: la ricerca e il dialogo

La mostra In dialogo con il Benin si svolge nell’ambito dell’Iniziativa Benin Svizzera, lanciata nel 2020 e sostenuta dall’Ufficio federale della cultura.

Sotto la guida di Michaela Oberhofer e Esther Tisa Francini del Museo Rietberg, otto musei svizzeri stanno esaminando gli oggetti del Benin presenti nelle proprie collezioni, con l’aiuto dei colleghi nigeriani. La collaborazione non è finalizzata solo alla ricerca, ma prende in considerazione anche questioni quali l’ingiustizia coloniale e la restituzione, il patrimonio culturale e l’identità.

Con questa mostra, il Museo Rietberg fa un passo importante nella gestione delle collezioni in collaborazione con le società di origine. L’obiettivo è rielaborare insieme le storie del patrimonio culturale e cercare buone soluzioni per il futuro di entrambe le parti.

Parallelamente alla mostra allestita presso il Rietberg, altre esposizioni sulla gestione del patrimonio culturale del Benin hanno luogo nei musei partner. Sono il Musée d’ethnographie de Neuchâtel, il Musée d’ethnographie de Genève e il Museo di Etnografia dell’Università di Zurigo.

 

 

 

 

 

Se vi va di leggere anche un approfondimento sull’altra mostra ospitata dal Museo Rietberg, quella dedicata ai Ragamala, lo trovate qui.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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