Da Paul Poiret a Jonathan William Anderson, la moda veste ancora la cultura

L’argomento principe di questo periodo è, giustamente, uno e soltanto uno: i Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026. La nostra Francesca Soba, per esempio, sta lavorando a un articolo che parla dei successi delle atlete di varie nazionalità e non solo delle nostre meravigliose Azzurre. Io mi concentro invece su un altro punto, ovvero il rapporto tra Olimpiadi e moda.

Penso di poter affermare che, tra i tanti aspetti della cerimonia di inaugurazione (e tralasciamo le varie polemiche, per carità), siamo rimasti tutti più o meno affascinati dalle divise ufficiali delle varie nazioni. Molti importanti brand globali hanno firmato le uniformi dei team, creando un punto di incontro tra design, tecnologia e identità culturale. L’abbigliamento olimpico è diventato il racconto visivo di ogni Paese in un intreccio tra performance e stile. E così ciò che si indossa diventa, ancora una volta, un veicolo comunicativo immediato e di grande impatto.

Qualche nome? Cito tre delle mie divise preferite. Goyol Cashmere ha creato le uniformi per la MongoliaStella Jean, stilista italo-haitiana (della quale ho parlato spesso) ha vestito la nazionale di Haiti. Moncler ha lavorato per gli atleti del Brasile. Il tutto rispettando l’identità culturale di queste nazioni.

Abbiamo poi visto una Maison cimentarsi in qualità di creatrice dei costumi di gara di una pattinatrice. Mi riferisco a Deanna Stellato-Dudek, statunitense naturalizzata canadese, che ha indossato due costumi creati da Oscar de la Renta. Per lei, il brand ha dato letteralmente vita (gli abiti sembravano danzare con lei) a delicate cascate di perline e cristalli rigorosamente applicati a mano. Un primo abito color champagne, raffinatissimo, e un secondo declinato in una vibrante tonalità scarlatta, ispirato al flamenco, con migliaia di perline disposte per disegnare l’illusione di una cascata di fiori. Due abiti creati per le performance, due outfit su misura che rappresentano i primi modelli della Maison dedicati a questo sport.

Tutte queste interessanti contaminazioni tra moda e sport mi danno l’opportunità di collegarmi a un argomento che mi sta a cuore: la rilevanza culturale della moda.

In un recente articolo dedicato a Louis Vuitton e ai 130 anni della tela Monogram, ho parlato di come tale brand ambisca non solo a vendere prodotti, ma a essere una «marca culturale». E lo fa non solo attraverso le collaborazioni artistiche, ma anche attraverso iniziative culturali slegate da qualsiasi collegamento diretto con i prodotti. Cito la Fondation Louis Vuitton, il museo d’arte contemporanea situato nel Bois de Boulogne, a Parigi. Ospita una collezione permanente e importanti mostre dedicate ad artisti del calibro di Monet, Basquiat, Rothko. Anche gli Espace Louis Vuitton di Venezia, Monaco, Tokyo, Osaka, Pechino e Seoul ospitano frequentemente mostre importanti. Un esempio è la mostra di Jeff Koons in apertura a Osaka. Troverete tutti i dettagli nel nostro A glittering calendar.

Sopra: Goyol Cashmere per il team Mongolia (photo credit: account Instagram Goyol Cashmere) / Sotto: Deanna Stellato-Dudek in Oscar de la Renta (photo credit: Oscar de la Renta)
Sopra: Goyol Cashmere per il team Mongolia (photo credit: account Instagram Goyol Cashmere) / Sotto: Deanna Stellato-Dudek in Oscar de la Renta (photo credit: Oscar de la Renta)

Un ulteriore caso significativo è quello di Prada. Oltre alle celeberrime sedi della Fondazione Prada di Milano e Venezia, il brand ha restaurato quella che ora si chiama Prada Rong Zhai, una residenza del 1918 che si trova a Shanghai in Cina. La prossima mostra aprirà a metà marzo e, anche in questo caso, il nostro A glittering calendar non mancherà di darne notizia. Cito anche la prima edizione di Fondazione Prada Film Fund, l’iniziativa dedicata al sostegno del cinema indipendente lanciata nel 2025.

Potrei proseguire perché, ormai da diverso tempo, sempre più brand e gruppi del lusso investono in musei, architetture e restauri di monumenti per costruire qualcosa che vada oltre i prodotti. È un modo per diventare culturalmente rilevanti e per lasciare un segno duraturo, qualcosa che possa andare oltre i successi di una singola stagione. Il vantaggio può essere reciproco: l’arte offre a moda e lusso una dimensione che punta all’eternità e moda e lusso offrono all’arte una piattaforma globale.

Ma torniamo alle divise per i team olimpici creati dai vari brand e ai costumi della Maison Oscar de la Renta per la pattinatrice Deanna Stellato-Dudek.

Queste collaborazioni, sebbene traslate nello sport, continuano una tradizione avviata già più di cento anni fa da alcuni grandi come Paul Poiret, Coco Chanel, Elsa Schiaparelli che, a inizio Novecento, hanno aperto il dialogo con altre discipline tra cui teatro, balletto e cinema. Hanno creato costumi di scena e hanno inaugurato quella che è poi diventata una consuetudine consolidata, portata avanti da molti degli stilisti che hanno attraversato il secolo dopo di loro.

Oggi quella tradizione continua grazie a due casi recentissimi e che portano i nomi di Giorgio Armani e Jonathan William Anderson.

Lo scorso 12 febbraio, alla Wiener Staatsoper, si è tenuta la cerimonia di apertura del Ballo dell’Opera di Vienna 2026. Le sedici coppie di ballerini del Wiener Staatsballett hanno eseguito un pezzo corale indossando costumi creati su misura da Giorgio Armani.

È uno degli ultimi progetti da lui personalmente curati, una collaborazione nata dal suo legame con la ballerina Alessandra Ferri, Direttrice Artistica della compagnia. Eterei abiti in tulle dalle linee morbide e svasate e fluide tute sartoriali hanno espresso l’estetica Armani, con ricami di paillettes dorate e cristalli appositamente realizzati per catturare la luce del teatro dell’opera, esaltando ogni movimento. Una collaborazione che riafferma il dialogo della Maison con le arti performative e il suo legame con l’eccellenza culturale internazionale.

Giorgio Armani per Wiener Staatsballett (photo credit account instagram Giorgio Armani)
Giorgio Armani per Wiener Staatsballett (photo credit account instagram Giorgio Armani)

Lo stilista Jonathan William Anderson e Justin Vivian Bond hanno invece collaborato alla creazione dei costumi per il personaggio protagonista di Complications in Sue, nuova opera che ha debuttato in prima mondiale dal 4 all’8 febbraio all’Opera di Philadelphia.

Il progetto nasce da un’idea di Justin Vivian Bond – icona del cabaret, performer e protagonista sul palco – con libretto del drammaturgo premio Pulitzer Michael R. Jackson, al suo esordio nel mondo lirico. L’opera si sviluppa in una serie di quadri ognuno ambientato in un decennio diverso della vita della protagonista Sue e musicato da un compositore diverso.

Elemento centrale della produzione è la collaborazione con Jonathan William Anderson, direttore creativo di JW Anderson nonché di Dior. È lui a firmare i costumi di scena in un mix di pezzi d’archivio e capi creati appositamente.

Per lo stilista si tratta del debutto come costumista d’opera, mentre è già stato costumista per il cinema con Luca Guadagnino (per i film Challengers, Queer e anche per Artificial, pellicola attualmente in lavorazione). Quello con Bond è invece un sodalizio creativo già consolidato negli anni attraverso campagne e progetti culturali e che ora trova una nuova espressione attraverso teatro, musica, opera lirica e performance.

Jonathan William Anderson veste Justin Vivian Bond per Complications (photo credit account JW Anderson)
Jonathan William Anderson veste Justin Vivian Bond per Complications (photo credit account JW Anderson)

Lo so: davanti al rinnovato interesse della moda verso la cultura, qualcuno obietterà che si tratta di furbizia e opportunismo.

Qualcuno sosterrà che questo non sia altro che un modo di farsi pubblicità. E mi taccerà di essere un’ingenua. Eppure, nonostante io sia spesso in prima linea nel denunciare i peccati della moda, del connubio moda – cultura desidero vedere invece il lato positivo. Sarà ingenuità, me lo dico da sola. O sarà forse una speranza che voglio nutrire.

Voglio credere che il rapporto tra moda, lusso e arte possa essere non solo un vezzo da marketing, ma che possa rappresentare un legame che ridisegna identità e immaginario. E che conduce all’eternità, come è stato per Poiret, Chanel, Schiaparelli e molti altri.

Emanuela Pirré

 

 

 

Se vi va di restare ancora un po’ con A glittering magazine…

Il mio articolo sui 130 anni della tela Monogram qui

L’articolo di Leonardo Pulcini sull’esordio di Jonathan William Anderson con la collezione Dior SS 2026 qui

L’articolo di Francesca Soba sulle regine del ghiaccio qui

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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