Benedetta Bruzziches archival selection x Fondazione Pangea

Ricevo e volentieri condivido – Il brand Benedetta Bruzziches ha deciso di mettere in vendita una selezione di pezzi di archivio a favore di Fondazione Pangea ETS.

L’iniziativa è stata ispirata da un incontro, come spesso è accaduto nella storia della designer.

«Negli scorsi mesi – racconta Benedetta – ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con un gruppo di meravigliose ragazze afghane. A dispetto delle difficoltà e del divieto di accesso all’istruzione per le donne, hanno deciso, in maniera autogestita, di continuare a studiare, a essere curiose. E continuano a cercare con coraggio uno spiraglio di luce che illumini le loro vite».

Questa toccante esperienza personale ha spinto Benedetta a impegnarsi per restituire qualcosa, come donna e anche come brand.

Non è la prima volta che Benedetta ragiona in questi termini. Ricordo bene quando, in aprile 2020, decise che, fino al termine della quarantena, il 100% del ricavato dalle vendite realizzate attraverso l’e-commerce del brand sarebbe stato devoluto al potenziamento della terapia intensiva dell’Ospedale Belcolle di Viterbo Leggi tutto

Afghanistan, dai libri di Khaled Hosseini alla crisi di oggi

Undici anni fa, tra la primavera e l’estate del 2010, lessi Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, i due grandi successi di Khaled Hosseini ambientati in Afghanistan.

Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, Hosseini è nato nel 1965 a Kabul dove ha vissuto la sua infanzia.
Dal 1980, dopo aver ottenuto asilo politico in seguito all’arrivo dei russi, vive negli Stati Uniti con la moglie e i due figli.
Laureato in medicina, è autore del libro Il cacciatore di aquiloni, pubblicato nel 2003 (e che come racconta lui stesso aveva iniziato a scrivere sei mesi prima del crollo della Torri Gemelle); nel 2007 ha pubblicato il suo secondo libro intitolato Mille splendidi soli.
Sempre come racconta lui nella prefazione de Il cacciatore di aquiloni e proprio come Amir, il protagonista di quel romanzo, Khaled Hosseini ha iniziato a scrivere da bambino, negli Anni Settanta, nella sua Kabul.
È tornato in Afghanistan nel 2006 come inviato degli Stati Uniti per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Nei suoi libri, Hosseini parla dunque del suo Paese, naturalmente partendo dal proprio vissuto e dai ricordi personali del periodo pre-sovietico – ma non solo.
Attraverso i suoi personaggi parla delle varie fasi della storia tormentata dell’Afghanistan, della vita quotidiana, della condizione femminile e delle minoranze etniche. E parla di amicizie che salvano e condannano. Leggi tutto

Le donne per le donne, la rete civica per l’Afghanistan

Riceviamo e molto volentieri condividiamo – È nata Le Donne per le donne, una rete civica di donne le quali, di fronte al drammatico evolversi degli eventi in Afghanistan, hanno deciso di mettere subito in atto un’iniziativa che possa offrire un supporto a sostegno delle istituzioni, organizzazioni e associazioni che si occuperanno concretamente dell’emergenza rifugiati. È per me un onore dar voce a questa iniziativa.

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Lo scorso 31 agosto è nata Le donne per le donne, una rete solidale tutta al femminile che ha deciso di attivarsi con un progetto sociale concreto di supporto ai rifugiati provenienti dall’Afghanistan.

Le donne per le donne è l’iniziativa di un gruppo eterogeneo – nato in rete e cresciuto in pochissimo tempo – di persone che vogliono mettere a disposizione le proprie competenze per collaborare in modo attivo con istituzioni, associazioni e organizzazioni che già si stanno occupando concretamente di questa emergenza – sia sul territorio afghano sia nell’accoglienza dei profughi in arrivo in Italia.

L’obiettivo della rete è quello di fornire un aiuto pratico e duraturo da parte della società civile a sostegno degli operatori in questa grande tragedia umanitaria – e non solo in questo momento di particolare emergenza ma anche negli anni a venire. Leggi tutto

TELESCOPE – racconti da lontano: l’edizione 69 parla di Afghanistan

Il 15 marzo 2020, nel pieno della prima fase della pandemia, ricevetti una newsletter capace di catturare tutto il mio entusiasmo e tutto il mio interesse nel giro di pochi istanti: si trattava dell’annuncio di TELESCOPE – racconti da lontano, un progetto voluto dal team di Lara Facco Press&Communication, importante ufficio stampa, comunicazione e pubbliche relazioni in ambito arte.

TELESCOPE veniva presentato come un appuntamento settimanale pensato per parlare di progetti culturali, «mostre, collezioni, singole opere protagoniste di un racconto a più voci, per non fermare la cultura, alimentare il confronto culturale, esplorare nuovi modi di comunicare».

Così come il telescopio è lo strumento che consente la visione di oggetti distanti, allo stesso modo TELESCOPE si proponeva dunque come un insieme di «parole di giornalisti, curatori, direttori, artisti e critici per raccontare quello che per un po’ non potremo vedere di persona, tante voci per comporre un mosaico complesso che, senza la presunzione di sostituirsi a una visita dal vivo, restituisca “da lontano”, almeno in parte, l’emozione della fruizione culturale».

La promessa è stata mantenuta e la newsletter TELESCOPE è arrivata all’edizione numero 70: da assetata di cultura, arte e conoscenza quale sono, non ne ho persa nemmeno una.

Ma ciò che desidero sottoporre ora alla vostra attenzione è l’edizione numero 69 di TELESCOPE interamente dedicata all’Afghanistan, un’uscita speciale per il Paese oggi tristemente al centro dell’attenzione mondiale.

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Sono nata in Italia – e per questo sono privilegiata

Ho pubblicato i pensieri che seguono il 19 agosto in Instagram.
Ho il desiderio che restino anche qui, visto la velocità (che tutto cancella) dei social network…

Sono nata in Italia e, anche grazie a questo luogo di nascita, i miei genitori hanno potuto educarmi alla libertà e al rispetto.
Per essere nata in Italia ho potuto giocare, sognare, crescere a tempo debito e non precocemente, ho potuto decidere chi amare, scegliere chi frequentare.
Ho potuto e posso studiare.
Ho potuto e posso lavorare.
Ho potuto e posso fare scelte personali e professionali senza particolari costrizioni o limiti.
Ho potuto e posso viaggiare – com’è accaduto nei giorni scorsi (qui sopra sono a Étretat, in Normandia).
Ho potuto e posso ascoltare musica, visitare musei, vedere un film, prendere un aperitivo, pranzare o cenare fuori, usare Internet e utilizzare i canali social per potermi esprimere e poter ampliare le mie conoscenze.
Ho potuto e posso vestirmi, pettinarmi e truccarmi come mi pare.

Sono nata in Italia e poter fare tutte queste cose fa di me una privilegiata come lo sono la maggior parte delle persone che vivono nel cosiddetto Occidente.

Sono una privilegiata nel senso che Gino Strada attribuiva a tale termine, ovvero questi che dovrebbero essere normali diritti di tutti gli esseri umani sono in realtà privilegi solo di una parte dell’umanità.

Ne sono conscia, di questo privilegio, e ci sono giorni in cui questa consapevolezza mi manda in crisi, mi atterrisce e mi fa sentire sbagliata, un vero e proprio schifo, privilegiata solo e semplicemente perché nata nella parte “giusta” del mondo per un puro caso.

Ho sempre cercato – nel mio essere una minuscola nullità – di dare voce a chi non ha i miei stessi privilegi. So che non è sufficiente. E confesso che non ho soluzioni, al momento, per essere di maggiore utilità.
Però coltivo la consapevolezza (e quel tormento) nella speranza… non lo so, nella speranza – forse – di poter capire cosa fare, di più e meglio. Credo sia il minimo che ogni persona privilegiata debba fare, oggi più che mai, capire come mettere a buon frutto e non sprecare questi privilegi che non smetto di sperare (e sognare) possano trasformarsi in diritti.

Manu
Agosto 2021, pensando all’Afghanistan

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