Be part of the legend: storie di montagna

Le Dolomiti non spiegano. Accusano.

Ci sono montagne che rassicurano. Le Dolomiti no.
Le Dolomiti ti fissano. E mentre le guardi ti rendi conto che non sei tu a osservarle: sono loro che ti stanno misurando. Da sempre. Non sono nate per il turismo, né per le cartoline. Sono nate come monito.
E le loro leggende non sono racconti da tramandare ai bambini prima di dormire, ma atti di accusa contro l’uomo, contro la sua arroganza, la sua fretta, la sua incapacità di custodire ciò che ama.

Raccontarle oggi non è folklore. È un gesto politico. È ricordare che esistono verità che non si piegano. Leggi tutto

Maneki neko, il gatto tra leggenda, cultura popolare e dieci curiosità

Non sono mai stata una persona superstiziosa, anzi, diciamo che le superstizioni mi infastidiscono.

Mi infastidisce che si dica che il viola porti male anche se conosco e capisco l’origine di tale superstizione (ne ho parlato qui) che oggi non ha comunque più alcun motivo di esistere; mi infastidisce ancor di più che si dica che una persona o un animale (poveri gatti neri!) portino male.

Forse, disprezzo le superstizioni (e non parlatemi di malocchio) perché credo che i fautori del nostro destino siamo esclusivamente noi stessi e perché credo che se e quando esistono casi, combinazioni, fortune e sfortune, siamo noi stessi a metterli in moto con le nostre azioni.

L’unica cosa in cui un poco credo è che i sentimenti positivi generino belle energie, mentre è il contrario con quelli negativi: è per questo che sto cercando di imparare, nel tempo, a tenere lontane persone e sentimenti negativi.

Come molti, invece, ho anch’io dei piccoli gesti scaramantici un po’ infantili.

Di solito, se riesco a connettere quando suona la sveglia, metto giù il piede destro dal letto e lo faccio da quando sono ragazzina.

E quando salgo le scale di casa, mi diverto talvolta a mettere i piedi al centro delle piastrelle senza calpestare i bordi. Sì, proprio come fanno i bambini.

Ma nulla che confini con la superstizione, per carità: non credo assolutamente che succeda qualcosa se metto giù dal letto il piede sinistro per primo né se calpesto il bordo della piastrella, sono solo giochetti con me stessa, modi per spronarmi da sola ma sui quali prevalgono sempre ironia e sense of humour.

Nonostante io non sia superstiziosa, da tempo amo però collezionare piccoli oggetti – soprattutto monili – che sono comunemente considerati dei portafortuna: la spiegazione è puramente imputabile alla mia passione per gli oggetti che hanno un senso, un significato, una storia da raccontare.

Questa estate, per esempio, in Grecia, ho fatto incetta di due simboli che amo da sempre: la Mano di Fatima (nota anche come Hamsa o Khamsa o Mano di Miriam a seconda della religione musulmana, dei cristiani d’oriente o ebrea) e l’Occhio di Allah spesso semplicemente chiamato Evil Eye.

Fermo restando il mio assoluto rispetto per tutte le religioni, il mio interesse verso questi due simboli è quello di una persona curiosa (di significato, origini e storia) e, conseguentemente, il mio resta un approccio da collezionista appassionata ma non credente. Qui, qui e qui potete vedere alcuni dei miei acquisti, braccialetti e anelli.

Aggiungete a tutto ciò una mia passione (mania…) per l’occhio di per sé stesso che colleziono in ogni forma (ne avevo già parlato qui) et voilà, il gioco è fatto. In fondo, non è un caso se molte civiltà hanno attribuito all’occhio moltissimi significati.

Ultimamente, mi sono appassionata a un nuovo amuleto: il maneki neko, letteralmente gatto che chiama, noto anche come gatto che dà il benvenuto, gatto della fortuna oppure gatto del denaro. O, se preferite l’inglese, lucky cat o fortune cat.

Sicuramente l’avrete visto, è una diffusa scultura giapponese, spesso fatta di porcellana o ceramica (ma ne esistono in plastica, legno, cartapesta, argilla, giada, oro), che rappresenta un gatto con una zampa alzata: si ritiene porti fortuna e per questo motivo si trova molto spesso negli esercizi commerciali e nei ristoranti orientali.

Avete letto bene, ho scritto giapponese: nonostante sia onnipresente nelle varie attività cinesi, l’usanza nasce in realtà in Giappone. Leggi tutto

El Tredesìn de Marz: la primavera a Milano riscopre tradizione e leggenda

L’aspetto ogni anno con impazienza prestando attenzione a tutti i piccoli segnali che preannunciano il suo arrivo.
Non mi riferisco a una persona, bensì alla primavera: amo e aspetto talmente tanto questa stagione che lo scorso anno le ho perfino dedicato diversi post qui sul blog.
Sono andata a rileggerli e in uno di essi ho trovato un brano che desidero riportare qui: perdonatemi se mi cito e se mi ripeto, ma sono parole che dipingono bene il mio stato d’animo, oggi come allora.
E non mi importa se Google mi penalizzerà per aver duplicato un (mio!) testo: esistono cose che mi stanno decisamente più a cuore dell’indicizzazione e del posizionamento sui motori di ricerca.

Sono sempre stata un’estimatrice della bella stagione, così come ho sempre detestato il freddo e lungo inverno.
Ogni anno, quando iniziano i primi sentori di primavera, vivo puntualmente le stesse sensazioni: sento scorrere linfa nuova nelle vene e posso finalmente togliermi di dosso un’immaginaria e pesante coltre di torpore.
È come se, durante l’inverno, io congelassi una parte di me in una sorta di letargo per concentrare tutte le risorse verso lo sforzo di sopravvivere: terminata quella che per me è una vera e propria emergenza, le energie mentali e le emozioni tornano a fluire liberamente.
Quando andavo a scuola, sebbene fossi un’alunna piuttosto diligente, l’inizio della bella stagione coincideva con una certa insofferenza a stare chiusa fra quattro mura, costretta su banchi che improvvisamente diventavano stretti: ricordo anche che pregavo mamma affinché facesse il cambio dell’armadio consentendomi di indossare le gonne più leggere, il blazer blu coi bottoni dorati, i mocassini.
Non sono cambiata poi molto da allora e, ancora oggi, il tepore primaverile continua a darmi quella sensazione di solletico dei sensi che mi rende quasi insopportabile l’abituale routine e mi fa venire voglia di spazi liberi e di orizzonti più ampi: mi viene voglia di scappare dal traffico congestionato, dal cemento, dagli angoli di cielo ritagliati tra un palazzo e l’altro.

Così scrivevo a maggio dello scorso anno.
Quest’anno, non è ancora arrivato quel momento in cui, varcando il portone di casa, mi accorgo che l’aria è finalmente cambiata; non è ancora arrivata quella mattina in cui le mie narici si riempiono d’un tratto e a sorpresa di un odore diverso, più leggero e sottile, quell’odore al quale non so dare un nome. È semplicemente l’odore che, per me, segnala l’arrivo della primavera.
Non c’è un giorno preciso in cui ciò capita né è sempre lo stesso, perché le stagioni arrivano realmente – o finiscono – non sempre come è formalmente segnato sul calendario.
Qualcuno penserà magari che quest’anno l’inverno non si è fatto sentire con la solita irruenza: non importa, attendo lo stesso la primavera e non vedo l’ora di annusarla come se fossi una bestiolina che si risveglia dopo il lungo letargo.

Con gioia, dunque, vi parlo di una serie di eventi che si svolgeranno a Milano, la mia città: l’associazione culturale verdeFestival ha organizzato quattro appuntamenti che compongono la rassegna Primavera di verdeFestival e che sono stati pensati per dare il benvenuto alla bella stagione. Leggi tutto

Milano dalle app di Art Stories ai libri di Ada Cattaneo

In questi giorni, sono letteralmente galvanizzata dall’atmosfera che respiro: non solo sento la primavera in me, ma la noto attorno, la osservo invadere Milano, la mia città.

Stavolta non mi riferisco solo al risveglio della natura, ai cespugli e agli alberi fioriti che punteggiano ogni aiuola spezzando allegramente il ritmo monotono di cemento e asfalto: mi riferisco maggiormente al fermento culturale che sta animando le ultime settimane (e voglio escludere certi brutti episodi dei quali non ho alcuna voglia di parlare in questa sede).

Prima è stata la volta della Design Week, adesso è in corso l’Expo: inoltre, sono finalmente stati terminati i lavori sulla Darsena e nella Galleria Vittorio Emanuele II. Giorgio Armani e Miuccia Prada, due stilisti da sempre fortemente legati al capoluogo lombardo, hanno inaugurato i loro spazi dedicati ad arte, moda e cultura, l’Armani/Silos e la nuova sede della Fondazione Prada.

Amo da sempre il luogo in cui sono nata e cresciuta e trovo che, pur in mezzo a innegabili limiti e difetti, offra moltissimo: non apprezzo chi se ne lamenta a vanvera, soprattutto chi qui è stato accolto e ha trovato un lavoro, ma ammetto che, nell’ultimo decennio, anch’io ho sofferto di una certa negatività che si era impossessata della città e di noi abitanti.

Mi sembra che ora le cose stiano cambiando e che ci siano elementi concreti affinché Milano torni a essere una delle capitali della vita culturale e sociale italiana. Sono orgogliosa di stare qui e cercherò di godere di tutto ciò, di avere una parte attiva e di dare il mio piccolo contributo, nella speranza che questo fermento non si arresti.

Sapete, questa atmosfera ritornata vivace mi porta a un’ulteriore considerazione: non occorre andare dall’altra parte del mondo per scoprire cose nuove, spesso è sufficiente guardare con occhi diversi ciò che è sempre stato attorno a noi. Basta attingere alla bellezza che ci circonda, cosa in fondo non difficile in Italia. Leggi tutto

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