Giulia Rositani SS 2016 e la realtà a colori

A volte ritornano: è il titolo di una raccolta di racconti di Stephen King ed è anche un modo di dire.

Ritornano le mode, le canzoni, le persone e perfino certi amori: qui su A glittering woman ritornano spesso i talenti nei quali credo perché, come ho già confessato, mi piace seguire i loro percorsi.

E così oggi, in una giornata in cui sento il bisogno di un pizzico di favola e di fantasia, do il bentornato a Giulia Rositani, giovane stilista che ha un posto nel mio cuore.

Per la primavera / estate 2016, Giulia immagina una realtà leggera come un sogno, una realtà nella quale stampe, disegni e colori accompagnano con ironia la vita – perennemente sospesa tra ordinario e straordinario – di noi donne.

Il suo è un vortice di colori che si rincorrono: giallo, verde, arancione, rosso, rosa, blu e bianco sono usati nei loro toni più accesi. Tali toni richiamano un vivace contesto naturale che riesce a sposarsi con il contesto urbano grazie a tagli geometrici e allo stesso tempo morbidi e versatili. Leggi tutto

Poculum, quando il vetro diventa papillon

Il vetro ha sempre esercitato su di me un fascino smisurato.

Possiede una serie di caratteristiche che mi intrigano particolarmente: è frutto di ingegno e creatività; può assumere infinite forme e colori; nasce grazie a un elemento quale il fuoco, sinonimo di pura energia.

Ricordo bene quanto da bambina il vetro mi incantasse apparendomi come un autentico prodigio, una sorta di miracolo; ricordo con quanta meraviglia andai a visitare una vetreria con la scuola. Conservo ancora un coniglietto bianco e rosa che fu forgiato in quella occasione davanti ai miei occhi sbalorditi: poi, poco più grande e insieme ai miei genitori, scoprii anche l’arte veneziana in tale settore. E fu amore.

La scorsa estate, in occasione di un piccolo viaggio stampa in Francia, ho appreso che la Provenza ha una storia lunga circa un migliaio di anni nel campo della vetreria: ho visitato un paio di laboratori e ho avuto la possibilità di assistere ad alcune fasi della lavorazione.

Quando è stata offerta la possibilità di cimentarsi in prima persona, non me lo sono fatta ripetere due volte e mi sono offerta volontaria, facendo una scoperta: soffiare il vetro è difficilissimo! Pensavo – scioccamente – fosse necessario essere vigorosi e così, quando ho avvicinato le labbra alla pesante canna di metallo aiutata dal maestro vetraio, ho soffiato con quanto fiato avevo in corpo.

Ma il vetro, miracolo di leggerezza, non ha bisogno di forza bensì di grazia e perizia: come risultato ho dunque ottenuto una bolla abnorme e assai sgraziata che ha fatto sorridere perfino l’esperto maestro il quale, nonostante cercasse di restare serio, aveva un guizzo divertito negli occhi. Chissà cosa avrà pensato, minimo che fossi la solita inetta, o magari ha apprezzato il mio spudorato coraggio.

Dal canto mio, mi sono divertita e ho avuto la conferma che è meglio che continui a limitarmi ad ammirare il vetro: temo che, da grande, non farò questo meraviglioso mestiere.

In qualità – appunto – di semplice osservatrice ed estimatrice, sono felicissima di segnalarvi un brand che mette al centro proprio il vetro e lo fa in un modo originale e inconsueto: oggi, desidero raccontarvi la storia di Poculum, il primo papillon in vetro temperato rigorosamente made in Italy. Leggi tutto

Gucci e i funeral shop di Hong Kong, ovvero cose bizzarre dal mondo

Un funeral shop espone alcune repliche in carta delle borse Gucci (photo AFP)

Quando ho letto la notizia, ho pensato in prima istanza a uno scherzo – lo confesso. D’altro canto, eravamo in periodo di pesce d’aprile.

Poi, ho riflettuto con maggiore attenzione e ho capito che, in realtà, c’erano tutti gli estremi perché fosse una notizia seria. Molto seria e ricca di sfaccettature e implicazioni.

Di cosa sto parlando?

Dovete sapere che a Hong Kong esistono dei negozi che si chiamano funeral shop: sono parenti delle nostre pompe funebri, ma sono specializzati soprattutto in oggetti di carta – riproduzioni di automobili, case, abiti, accessori, strumenti tecnologici, denaro – appositamente fatti per essere bruciati o seppelliti con il corpo di coloro che lasciano questa vita e che, secondo la credenza, potranno così portarli nell’aldilà.

Non mi offendo se, a questo punto, qualcuno sta toccando ferro, è anche questa un’usanza: i cinesi credono che a ogni estinto corrispondano gli oggetti che ha amato in vita e che sia importante che li porti con sé; noi crediamo che parlare di certe cose porti sfortuna e che toccare ferro ci protegga. Usanze, tradizioni, credenze, superstizioni: a ciascuno la sua, a ciascuno la libertà di decidere quanto siano vere e di crederci o meno.

Non per nulla esiste il detto “Paese che vai usanza che trovi” e, in fondo, a me sembra che questa tradizione cinese non differisca da quelle portate avanti fin dall’antichità da molte popolazioni in tutto il mondo: il culto dei morti è sempre esistito e il primo esempio illustre che mi viene in mente è quello di Tutankhamon. Nella tomba del sovrano egizio sono stati infatti trovati cofanetti e casse contenenti stoffe, cosmetici, oggetti d’uso quotidiano nonché gioielli e molto altro ancora, tanto da costituire un inestimabile tesoro.

Nella Hong Kong dei giorni nostri, la domanda di riproduzioni in carta raggiunge il suo apice durante il Qingming Festival, conosciuto anche come Tomb-Sweeping Day, ovvero il momento in cui si rende omaggio agli antenati visitando le loro tombe. Il rituale inizia con le operazioni di pulizia (ovvero sweeping) per poi proseguire con offerte di cibo, incenso e – appunto – repliche in carta: per Cina, Taiwan e Hong Kong è una festività nazionale che dura tre giorni a partire dal 2 aprile.

Con il passare del tempo, le repliche in carta sono diventate sempre più elaborate, raffinate e sofisticate e oggigiorno riguardano spesso riproduzioni assai credibili di accessori elettronici quali smartphone e tablet.

Ma volete sapere quali sono gli accessori più in voga ai funerali di Hong Kong? Quelli griffati Gucci, tanto che la maison della doppia G ha deciso di inviare una lettera di avvertimento ad alcuni negozi di Hong Kong che vendono le versioni cartacee dei suoi prodotti (borse e calzature) come offerte ai morti. Leggi tutto

Abbinare scarpe e borsa? Sorpassato. Provate Your Opticar Illusion!

Uno dei tanti dilemmi femminili è l’abbinamento tra scarpe e borsa.

Fino a non molto tempo fa, la regola che andava per la maggiore era quella che voleva che questi due accessori fossero perfettamente coordinati e integrati, ovvero che fossero dello stesso colore e dello stesso materiale, pelle o tessuto. Addirittura, qualora ci fosse la cintura, doveva anch’essa seguire gli stessi criteri.

Per fortuna, non esistono più regole così ferree nella moda e oggi si dà precedenza alla personalità: certo, continua a esistere – o dovrebbe continuare a esistere – una cosa che si chiama buongusto e che è la regola base per creare uno stile personale degno di nota. Un tocco di stravaganza è sempre il benvenuto e aggiunge sale, ma ricordiamo che equilibrio e misura non passano mai di moda né sono soggetti a trend. Leggi tutto

CiöD, il detto “chiodo scaccia chiodo” oggi si indossa

Qual è l’ingrediente indispensabile per riuscire a realizzare un prodotto di successo?

Credo sia difficile – e pressoché impossibile – dare una risposta univoca, perché le discriminanti sono molte e, a volte, ci sono logiche che risultano incomprensibili: ho visto naufragare splendide idee così come ho visto procedere a gonfie vele progetti sui quali mai avrei scommesso.

A me piace pensare che, oltre ad avere l’idea giusta al momento giusto, servano cuore e passione: qualcuno potrà pensare che sono un’ingenua ma, per fortuna, in questo piccolo spazio web posso sognare e posso far sì che la risposta alla domanda iniziale sia proprio questa. Posso far sì che talento e passione restino i miei chiodi fissi.

E oggi è proprio il caso di usare tale espressione: ancora una volta, do spazio a un progetto che ha il sapore della passione e della sfida; ancora una volta, do spazio a una storia di ingegno e creatività made in Italy e il tutto è collegato… ai chiodi.

Il nome di questo progetto è infatti CiöD che, in dialetto bergamasco, significa chiodo. L’idea è stata quella di scegliere un nome particolare che racchiudesse in sé sia il territorio di origine sia il concetto e la forma: obiettivo raggiunto e ora vi racconto come e perché. Leggi tutto

Heineken H41, la birra con il lievito che viene dalla Patagonia

Io e la nuova Heineken H41 alla Milano Vintage Week – foto di Valerio Giannetti

Tra le voci che circolano sulla moda, ce n’è una molto insistente: si dice che gli addetti ai lavori mangino poco o nulla.

E non mi riferisco solo alle modelle, circola la stessa voce su editor, stylist e via discorrendo: perfino i film hanno contribuito a questa storiella, penso per esempio a Il diavolo veste Prada.

Delle blogger, poi, si dice che ordinino alcuni piatti esclusivamente per fotografarli, senza poi consumarli.

Volete sapere la mia opinione maturata osservando innumerevoli colleghi e colleghe? Sì, è vero, qualcuna che salta i pasti per entrare nella mitizzata taglia 40 – o anche nella 38 – c’è, ma molte persone hanno un rapporto assolutamente normale col cibo. E poi dai, abbiamo tutti l’amica fissata, quella eternamente a dieta da quando aveva 12 anni. E magari lavora in banca.

Siccome le generalizzazioni non mi piacciono né mi piace parlare per un’intera categoria, vi dirò qual è il rapporto della sottoscritta col cibo: ottimo, posso affermare che ci lega una relazione felice e appagante.

Amo mangiare, sono onnivora, golosa e buongustaia: ho gusti molto vari, spazio da piatti semplici a pietanze raffinate, provo volentieri di tutto e sono sempre stata così, fin da piccola.

Probabilmente parte del merito è di mia mamma: è sempre stata una buona cuoca, ha sempre preparato ottimi piatti variando le proposte e ha educato me e mia sorella al piacere della tavola e del convivio.

Sono ghiotta di legumi e di verdure (impazzisco, per esempio, per i cavolini di Bruxelles che considero una vera e propria leccornia) nonché di pietanze come il fegato (lo adoro alla veneta, con tanta cipolla): mia mamma non ha mai dovuto insistere per farmi mangiare tutte queste cose sebbene, per dire l’assoluta verità, devo confessare che da bambina non amavo i fagioli. Poi, crescendo, ho cambiato idea anche su quelli: pasta e fagioli è un piatto meraviglioso.

Le cure per l’inappetenza a me non sono mai servite: ho sempre goduto di un sano e robusto appetito, perfino quando da adolescente qualche amore infrangeva il mio cuoricino. Ed ero una buona forchetta tanto che un mio fidanzatino dell’epoca mi disse la frase “meglio farti un vestito che invitarti a cena”: trovai la frase molto originale e spiritosa, salvo poi scoprire che era un modo di dire e che non era farina del suo sacco… giusto per restare in tema.

Oggi, continuo a essere una buona forchetta: nonostante abbia avuto momenti in cui sono stata più magra e momenti in cui sono stata più in carne, non ho mai avuto la necessità di fare una dieta vera e propria. Diciamo che costituzione e metabolismo mi aiutano, anche perché ho sempre fatto attività fisica; quando desidero dimagrire, non seguo diete squilibrate o punitive, mi limito a mangiare in maniera più ordinata e regolare evitando i cosiddetti cibi-spazzatura e limitando le quantità.

A volte salto qualche pasto, lo ammetto, ma solo a causa dei ritmi lavorativi: all’occasione successiva, però, divorerei anche le gambe del tavolo!

Finora non ho nemmeno mai sofferto di intolleranze o allergie, cosa della quale sono molto grata: ho toccato da vicino cosa significhi dover eliminare degli alimenti, anche per esperienze in famiglia, e spero che non capiti mai a me in prima persona, sebbene la scienza alimentare abbia fatto passi da gigante e sia in grado di aiutare chi ha problemi di questo tipo. Ecco, la salute è l’unico motivo per il quale potrei rinunciare a degli alimenti: sarebbe una sofferenza, ma la salute è in effetti più importante della gola.

Credo di poter affermare, in definitiva, che il mio approccio gioioso al cibo sia dovuto – come per molti altri ambiti della mia vita – alla caratteristica che più di tutte mi accompagna: la curiosità. Il cibo mi appassiona e mi incuriosisce, esattamente come la moda, ed esattamente come la moda considero che sia espressione della cultura di un popolo: non per nulla, in ogni viaggio o spostamento che faccio, piccolo o grande che sia, in luoghi lontani o vicini, mi piace assaggiare i piatti tipici.

Naturalmente, un’amante della buona tavola come me non può non amare il buon bere, anzi, lo considero parte integrante. Leggi tutto

Le tre candeline di A glittering woman :-)

(Collage di momenti da… A glittering woman 🙂 Dall’alto, da sinistra: con la stilista Giulia Rositani | Nel laboratorio di pelletteria Fausto Colato | In vetreria a Biot, Francia durante un viaggio stampa | Con la stylist Evelina La Maida | Perle di saggezza fotografate a un press day | Con Viola Baragiola del brand Ultràchic | Con alcune delle allieve del mio corso di Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso | Ospite della storica del gioiello Sonia Catena e di un suo dibattito | Con lo stilista Alberto Zambelli vincitore della prima edizione del Premio Ramponi)

Conosco persone che si lasciano divorare da rimpianti e rimorsi, persone che vivono ancorate al passato.
A me storia, passato e tradizioni piacciono, molto, ma non ne sono schiava: mi piace guardare avanti.
Per questo motivo, archivio successi e obiettivi raggiunti senza sentire il bisogno di dormire sugli allori, come si suol dire; considero sconfitte e insuccessi come lezioni utili delle quali fare tesoro ma sulle quali non soffermarmi a piangere troppo a lungo. Leggi tutto

Stella Jean SS 2016 batte Kanye West mille a zero

Mi ero ripromessa di stare zitta, di tenere la mia boccaccia chiusa, ma non ce la faccio: oggi mi sono seduta qui alla scrivania con l’intenzione di scrivere un post a proposito della bellissima collezione Stella Jean SS 2016 e, mentre rinfrescavo la memoria rileggendo il comunicato stampa e mentre annuivo convinta davanti alla dichiarazione d’intenti della brava stilista, mi è tornato in mente l’episodio incriminato e, d’un tratto, mi sono resa conto che i margini cedevano rendendomi impossibile tacere.

A quale episodio mi riferisco? All’assai infelice espessione “migrant chic” pronunciata da Anna Wintour (temibile e temuta direttrice di Vogue, ovvero quella che è considerata la più autorevole rivista di moda statunitense e mondiale) per definire la collezione Yeezy Season 3 presentata dal rapper Kanye West.

Vi riassumo brevemente i fatti: la regina di Vogue, intervistata per un programma della televisione americana, si è lasciata scappare (o forse sono io che spero che le siano scappate…) quelle parole mentre raccontava la sua esperienza risalente allo scorso febbraio in occasione della sfilata-spettacolo del rapper (marito di Kim Kardashian) al Madison Square Garden di New York.

Inutile sottolineare che il web si è riempito di commenti al vetriolo e richieste di scuse a profughi e migranti che, a stento, riescono ad avere un cappotto per difendersi dal freddo; inutile dire come in molti abbiano definito vuoto e superficiale il mondo della moda (ma grazie Mrs. Wintour, ottimo lavoro).

La cosa peggiore è il fatto che lo show che ha presentato la collezione (una collaborazione tra Mr. West e l’artista Vanessa Beecroft con centinaia di persone tra comparse e modelli) era in effetti volutamente (!) ispirato a un campo profughi: come ha commentato qualcuno su Twitter “perdonare la collezione di Kanye e descriverla ‘migrant chic’ è totalmente inappropriato”.

Sapete una cosa? Sono d’accordo, completamente. Leggi tutto

Demanumea, le borse che diffondono l’Art-à-porter

Accessori: oggetti che sono in grado di accendere e scatenare le passioni femminili, soprattutto quando assumono la forma di scarpe e borse.

Questa è la mia scherzosa definizione del termine accessori: se ne preferite (giustamente) una un po’ più seria, potremmo prendere in prestito quella dell’illustre vocabolario Treccani.

Alla voce accessorio, si trova quanto segue: “Che s’accompagna a ciò che è o si considera principale, quindi secondario, marginale, complementare”. E ancora: “Nell’abbigliamento, gli elementi che completano un abito o vi s’aggiungono con funzione decorativa o utilitaria”.

È vero, gli accessori nascono per accompagnare l’abito e per essere complementari a esso ed è altrettanto vero che svolgono funzione decorativa, tuttavia oggi rifiutano il ruolo marginale e secondario per reclamare piuttosto quello di veri protagonisti. E sono sempre più spesso utili, sotto diversi punti di vista, e sempre meno superflui.

Perché? E in quale modo? I moderni accessori sono ricchi di carattere e sono sempre più particolari grazie a materiali e lavorazioni: sono artigianali o al contrario super tecnologici e la loro scelta racconta tanto, anzi, tantissimo di noi. Lo fanno al punto tale che si potrebbe affidare il nostro outfit ad abiti sempre più lineari da caratterizzare e personalizzare proprio con gli accessori.

Prendiamo, per esempio, la borsa. Leggi tutto

Vinosource, la linea di Caudalie tra idratazione e soffitti rosa

“Quando sei qui con me / questa stanza non ha più pareti / ma alberi / alberi infiniti / quando sei qui vicino a me / questo soffitto viola / no, non esiste più…”

È da quando sono piccola che sogno di entrare in una stanza e trovare un soffitto viola che si trasformi in alberi infiniti, proprio come canta Gino Paoli in una delle sue canzoni più belle, Il cielo in una stanza. È il potere che hanno certi testi, vere poesie in musica capaci di forgiare il nostro immaginario.

Settimana scorsa sono andata molto vicina al sogno di trovare quel soffitto e il merito è di Caudalie che, per un’occasione speciale, ha riempito una stanza di eterei palloncini rosa. Così, quando sono arrivata all’appuntamento, mi sono ritrovata a fissare a bocca aperta un ondeggiante tetto di sfumature varianti tra il carnicino e lo shocking: sembrava di stare in un piccolo sogno e d’un tratto ho compreso perché l’invito recitasse Life is better in pink.

Probabilmente vi state chiedendo perché Caudalie, marchio di estetica che seguo da tre anni, abbia voluto un soffitto rosa: e io ve lo dico, l’ha fatto per presentare la gamma Vinosource all’acqua d’uva bio.

Come ho avuto modo di raccontare in precedenti post, tutta la filosofia di Caudalie gira attorno all’uva e Vinosource è un ulteriore passo di Mathilde Thomas, la fondatrice, verso la conoscenza e l’impiego di questo prezioso ingrediente.

“Pensa a quel momento di puro piacere quando gusti un acino d’uva dolce e succoso… è questa la sensazione che ho voluto evocare. Per un effetto ancora più goloso, ho colorato le confezioni delle creme Vinosource e di Eau de Raisin con la dolcezza del rosa. Un invito a gustare la vita come se fosse un acino d’uva.”

Mathilde racconta così la gamma basata su formule naturali che mirano a dissetare, idratare e lenire la pelle del viso: potrebbero sicuramente bastare queste sue parole, eppure, come avviene con tutti i prodotti Caudalie, anche stavolta c’è una bella storia che merita di essere raccontata. Leggi tutto

Mauro Gasperi SS 2016 e la mia mania per il talento

Quando mi chiedono quali siano le mie passioni, cito la moda, l’arte, la musica, il cinema, la buona tavola, i viaggi. Sono alcuni degli argomenti che mi appassionano e non necessariamente in quest’ordine, anzi, un ordine non c’è: dipende dal momento, sono tutti importanti.

Quando invece mi chiedono di raccontare quale sia il mio talento, resto perplessa. Sapete una cosa? Non lo so, non l’ho ancora capito. Sempre che io ne abbia uno!

Da bambina, sapevo cosa mi sarebbe piaciuto essere in grado di fare: avrei voluto saper suonare il piano oppure avrei voluto sapermi muovere leggiadra sulle punte. Mi sarebbe piaciuto avere sufficiente talento per diventare una pianista o una ballerina.

Poi, col tempo, ho capito due cose: la prima è che – purtroppo – non possiedo quei talenti; la seconda è che forse non sono quelli giusti per me. Nonostante io sembri molto estroversa, in realtà sono piuttosto riservata: sì, mi piace aprirmi agli altri e al mondo, ma non amo esibirmi, in realtà. Il palcoscenico mi spaventa, mi irrigidisce, e un pianista e una ballerina, per forza di cose, devono esibirsi.

Preferisco stare dietro le quinte: quando scrivo mi espongo, è vero, ma lo posso fare stando qui al pc. In questo modo, condivido cuore e pensieri; poi, ci sono altre occasioni in cui espongo invece la mia faccia, letteralmente e fisicamente. Insomma, mi piace lasciare sempre un lato coperto, protetto, in un senso o nell’altro, esponendomi solo a piccole dosi. Un ballerino, invece, deve necessariamente donare tutto in contemporanea, volto, corpo, cervello, anima, cuore, pancia: ammiro tanto questi artisti, non sarei mai stata all’altezza.

Ecco, forse ho scritto la parola magica: artisti e io, purtroppo, non lo sono, è questo il punto. Il mio talento non è quello, non so fare nulla che sia artistico.

E per questo amo chi invece possiede talenti artistici; per questo mi piace seguire il loro percorso. Leggi tutto

La Moda aiuta il Duomo e instaura un dialogo tra apparenza ed essenza

Ho espresso più volte, qui e in altre sedi, il mio entusiasmo per il fermento che sta animando Milano.

Sono felice di cogliere e sottolineare tutta una serie di elementi concreti che mi fanno ben sperare che la mia città torni a essere una delle protagoniste della vita culturale e sociale italiana: talvolta, mi sono spinta fino a esprimere il sogno di un nuovo Rinascimento.

Non mi pento di queste parole e di queste speranze, anzi, le riconfermo proprio ora: in questi giorni, la città è piacevolmente invasa dal movimento generato dal Salone del Mobile e dalla Design Week e devo dire che si respira un’atmosfera bellissima, allegra, vivace e vitale. Come se ciò non bastasse, giovedì mattina ho partecipato all’inaugurazione di un evento che ha dato ancor più senso al mio entusiasmo in quanto unisce due dei miei grandi amori, quello per Milano – appunto – e quello per la Moda (questa è una delle occasioni in cui il termine va scritto con la M maiuscola).

Da buona milanese, quando parlo di amore per la mia città non posso non pensare al Duomo, una delle più grandi cattedrali gotiche in Italia e in Europa.

Il Duomo è il simbolo che rappresenta il capoluogo lombardo nel mondo grazie a una straordinaria architettura frutto di una storia secolare: generazione dopo generazione, epoca dopo epoca, lo scorrere del tempo ha scolpito e plasmato il marmo della Cattedrale, unendo tecniche e soluzioni ideate e realizzate da sapienti artisti e artigiani. Leggi tutto

Ogni vita è paese se troviamo la forza di un sorriso

“Regalami un sorriso / per i miei giorni tristi / per quando farà buio / se tu non ci sarai…”
Qualcuno ricorda questa canzone un po’ vintage di Drupi? Mi sono ritrovata a canticchiarla senza nemmeno accorgermene quando una persona che stimo mi ha chiesto di partecipare a un bel progetto che si chiama Ogni vita è paese.
Domenica 17 aprile presso il Chiosco del Parco Trapezio di Rogoredo Santa Giulia, a Milano, dalle ore 11 alle 19, l’Associazione La forza di un sorriso presenterà una mostra fotografica con un format particolare e che amo molto: immagini scattate durante viaggi in diverse città e luoghi dell’Africa verranno messe in dialogo con fotografie scattate in Italia e in Europa.
La mostra si configura come seconda parte di un progetto partito dal quartiere Rogoredo lo scorso autunno grazie a I volti dell’Africa, esposizione che ha riscosso grande successo tanto da essere ora in tour presso altre città d’Italia.
Dopo tale successo e a seguito della risposta positiva, l’Associazione ha voluto partire nuovamente dallo stesso quartiere in cui l’idea è nata e si è consolidata, continuando a puntare sullo spirito di condivisione e di solidarietà.
La nuova esposizione prevede foto di vari momenti, situazioni e volti africani – bambini, giovani e anziani – ai quali si affiancano ritratti di vita quotidiana tra Italia ed Europa: ne nasce un parallelo interessante. Da una parte, infatti, si evidenziano tante e diverse declinazioni; dall’altra, risaltano giochi di luci e di ombre del tutto simili e che vanno ben oltre le distanze geografiche e culturali.
Ogni Paese ha infatti i bambini che giocano all’aperto, il mercato di quartiere, i panni stesi al sole; in ogni Paese la natura crea scenari e paesaggi straordinari, dallo sbocciare di un fiore alle sfumature di un tramonto. Magari lo fa con forme differenti o altri colori, è vero, ma il punto è che uno solo è il mondo e una sola è la vita: che sia qui o che sia lì, che sia in Europa o in Africa, ogni luogo ha le sue bellezze, i suoi sorrisi e le risorse necessarie per inventarsi – e reinventarsi – ogni giorno. Ecco perché Ogni vita è paese. Leggi tutto

Angela Pavese fa sbarcare a Monza blogger che vengono da Mercurio

Ho spesso sospettato di essere una marziana o – quanto meno – mi sono spesso sentita un pesce fuor d’acqua.

Marziana nel senso che mi pare di non appartenere né ad alcun luogo né ad alcuna tipologia, soprattutto professionale: da quando lavoro come freelance, mi sento un po’ confusa e spaesata esattamente come E.T., l’extra-terrestre del famoso e omonimo film, diviso tra gli amici trovati sulla Terra e il desiderio di tornare a casa, tra le stelle, coi suoi cari.

Cosa sono io, in effetti?

Qualcuno mi chiama blogger, altri mi dicono che assomiglio di più a una giornalista, più che altro per il lavoro che svolgo per alcune testate online.

E io? Cosa penso di me stessa?

Mi sento una blogger? Non lo so, credo di sì in quanto tengo in vita questo spazio, ma di sicuro mi sento poco fashion blogger perché le categorie chiuse non mi piacciono e perché qui pubblico un po’ di tutto, dalla moda all’arte, dal cibo ai viaggi, dal lifestyle al beauty, dai libri che amo ai miei pensieri in libertà.

Mi sento una giornalista? No, per carità, non mi sento affatto una giornalista perché sono molto severa con me stessa e, non essendo in possesso del famoso tesserino, non oserei mai nemmeno pensare di poterlo essere. In linea generale, non credo nei “pezzi di carta”, eppure quel mestiere mi incute un tale senso di rispetto che no, senza tesserino non me la sento proprio di usare una parola che per me è troppo importante. Leggi tutto

Pensieri in ordine (quasi) sparso: io e la (mia) salute…

Lo confesso: per quanto riguarda la salute, sono una persona molto fortunata.
Mi ammalo difficilmente e raramente: credo inoltre di avere una soglia di sopportazione del malessere piuttosto alta.
Quando ero una lavoratrice dipendente, incassavo ogni anno il cosiddetto premio presenza perché i miei giorni di assenza per malattia erano praticamente inesistenti.
Quest’inverno, per esempio, non ho avuto nemmeno un raffreddore, nonostante mio marito mi rimproveri di non coprirmi abbastanza. Non ha torto, in effetti: qualche anno fa, andavo a nuotare alle sette del mattino, prima di andare in ufficio, e uscivo dalla piscina con i capelli ancora bagnati, anche con la pioggia o con la neve. E senza cappello, naturalmente…
A volte, penso che qualcuno mi stia ripagando per tutti gli incidenti che ho subito da bambina. O, forse, quegli incidenti mi hanno temprata rendendomi più forte e donandomi una salute di ferro.
Recentemente, però, in occasione di una visita con il medico sportivo, quest’ultimo mi ha ventilato l’ipotesi di una cosa molto grave.
È stato un fulmine a ciel sereno e sono seguiti diversi controlli nonché visite specialistiche: ho covato tantissima ansia e, ogni volta in cui andavo a fare uno di quegli esami, mi sentivo come un’imputata in attesa di giudizio. Non ho memoria di un’altra volta in cui sia stata tanto in pensiero per la mia salute.
(Nota… folcloristica: nonostante tutto, però, non ho mai rinunciato ad affrontare le cose a modo mio e, anche per andare in ospedale, ho adottato tanta auto-ironia, come quella mattina in cui mi sono presentata con una collana di rossetti, come dimostra il selfie qui sopra, o come un’altra mattina in cui ho scelto una collana fluo. Altri pazienti mi guardavano come se fossi matta, le infermiere – divertite – mi hanno chiesto se i rossetti fossero veri. Sì, lo sono e la collana è un’altra opera di quel genio di Serena Ciliberti, anima di Sayang Ku. Mai perdere l’occasione di supportare il talento! 🙂 )
Tra attese varie e tempi tecnici, il tutto è durato esattamente tre mesi: per come è messa la sanità pubblica in Italia mi è andata benissimo, lo so, ma a me sono comunque sembrati mesi lunghissimi.
Durante questo periodo, ho taciuto la cosa a tutti con pochissime eccezioni: non ho detto nulla nemmeno ai miei genitori, non volevo si preoccupassero. Hanno già avuto la loro dose di preoccupazione quand’ero piccina e quando il fato si è accanito. Leggi tutto

Profumo di Sardegna nella collezione Angelo Marani SS 2016

Provate a chiudere gli occhi anche solo per un istante.

Immaginate di trovarvi davanti al mare, con piccole onde che variano dall’azzurro fino al verde.

Immaginate la brezza salmastra che vi accarezza il viso e che porta il frinire delle cicale e il profumo del mirto.

È l’atmosfera che ha ispirato Angelo Marani per la sua collezione primavera / estate 2016: lo stilista desidera farci respirare il profumo della natura della splendida Sardegna, ma non quella odierna.

Marani porta infatti indietro le lancette e ci fa rivivere la seduzione degli anni Settanta e la frenesia della Costa Smeralda dell’epoca: ci riporta a un’Italia carica di belle promesse e piena di grandi speranze.

I suoi sono abiti ricchi di emozione, sono raffinate alchimie di colori e di lavorazioni di alta artigianalità come per esempio quella dell’organza dévoré.

La lavorazione dévoré deve il suo nome a un termine francese che significa letteralmente divorato: indica una tecnica il cui scopo è quello di eliminare (divorare, appunto) una parte del tessuto. Dopo la lavorazione, il fondo risulta trasparente, favorendo la visualizzazione del disegno costituito dalle fibre non divorate: Angelo Marani aggiunge a questa tecnica un’ulteriore sovrastampa e pennellate fatte a mano. Leggi tutto

Pensieri in ordine (quasi) sparso: dopo Bruxelles…

Qualcuno sta cercando di distruggere il mondo che pensavamo ci appartenesse e che credevamo di conoscere.
Qualcuno vuole tapparci la bocca, farci tacere, ridurci al silenzio, toglierci la gioia di vivere, privarci di aria e luce.
Qualcuno vuole buio e terrore perenni, vuole un continuo stato di tensione e paura.
È ormai del tutto evidente che le persone che auspicano terrore e caos non hanno alcuna intenzione di fermarsi: vogliono minare – letteralmente – qualsiasi sicurezza e qualsiasi certezza.
Siamo a un punto di svolta e dobbiamo prenderne atto: siamo davanti a un cambiamento, epocale e per molti lati irreversibile, cominciato da tempo e che procede su diversi fronti.
Da un lato, c’è la crisi economica globale.
Dall’altro, c’è la crisi umana e sociale, un’enorme bolla di odio e di ignoranza che è cresciuta a dismisura e che ora esplode in tutta la sua immensa gravità, non solo con le assurde stragi di Parigi e di Bruxelles, ma con decine, centinaia, migliaia di episodi di orrore e cecità assoluta che insanguinano il pianeta intero avvolgendolo in un’atroce tela di ragno.
Dobbiamo reagire prima che sia davvero troppo tardi.
Dobbiamo reagire tutti insieme, come comunità di esseri umani; dobbiamo reagire anche come singoli individui, cellule di un grande organismo.
Oggi, nel giorno in cui si festeggia la Pasqua e la risurrezione, desidero affermare con forza che non intendo cambiare la mia vita e soprattutto non intendo limitarla.
Non smetterò di prendere un aereo, quando voglio o quando devo. Non smetterò di viaggiare, da sola o in compagnia. Non smetterò di usare metropolitana e autobus.
Non smetterò di andare al cinema, a teatro, a un concerto. Non smetterò di frequentare luoghi pubblici.
Non smetterò di informarmi e studiare attraverso tutti i mezzi a nostra disposizione. Non smetterò di leggere riviste e libri.
Non smetterò di esprimere la mia personale opinione e il mio libero pensiero nel rispetto di quelli altrui.
Non smetterò di fare ciò che spero di saper fare, raccontare moda e altre cose più o meno leggere, più o meno amene, più o meno frivole. Non smetterò perché mi piace vivere tra il serio e il faceto, come dichiaro fin dallo slogan del blog, perché la vita per me è profondità e leggerezza e la amo per questo.
Non smetterò di credere nella bellezza, nella cultura e nella libertà, valori che reputo assoluti. Non smetterò di credere nella loro luce come baluardo contro il buio di ignoranza, odio, superstizione, soprusi, violenze. Non smetterò di credere che siano l’unico antidoto contro disumanità e sonno della ragione.
Non accetterò di avere confini e limiti imposti da chi vuole far morire la fiducia nell’umanità.
Non accetterò di far prevalere la paura, non accetterò di lasciarmi governare, tiranneggiare e paralizzare da lei.
Non intendo rinunciare a vivere, non intendo seppellirmi da sola.
Non voglio vivere a metà, da rinunciataria, da segregata, da prigioniera o – peggio ancora – come se fossi già morta dentro, perché per me rinunciare alla bellezza, alla cultura e alla libertà di movimento, di pensiero e di parola sarebbe questo, equivarrebbe a morire. E visto che, purtroppo, ho già percorso un buon tratto della vita che mi è stata donata, non ho nessuna intenzione di farmi scippare la parte che resta: ne voglio godere intensamente fino a quando mi verrà concesso di restare qui.
Voglio arrivare viva alla mia morte, come hanno affermato altri prima di me, e non mi farò tiranneggiare da nessun individuo che si arroghi il diritto di falciare altre vite.
“Non ho paura delle rappresaglie, preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”: così ha detto Stéphane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo, barbaramente trucidato da un manipolo di vigliacchi insieme a nove colleghi e a due poliziotti.
Come lui, la pensava anche Paolo Emanuele Borsellino.
“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”: era il motto del magistrato assassinato con cinque agenti della sua scorta, uno degli uomini più importanti nella lotta alla mafia insieme al collega ed amico Giovanni Falcone a sua volta assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti.
Dedico queste frasi e queste parole a chi è morto a Bruxelles e in ogni altro luogo per mano dei trafficanti di terrore.
E le dedico a tutti noi, perché chi vuole seminare orrore e paura – sotto qualsiasi bandiera o appellativo lo faccia, mafia, terrorismo o altro – ha un solo scopo, quello di distruggere la libertà: non permettiamolo.
Dopo il terribile terremoto in Irpinia del 1980, Sandro Pertini, colui che è sempre rimasto nel mio cuore come il Presidente degli Italiani, disse qualcosa di indimenticabile: “Il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.
E allora viviamo, viviamo, viviamo.
E lasciamo morire di fame paura e terrore, brutte bestie che si nutrono della nostra libertà.

Manu

Bouton d’or, fior di gioielli in casa Van Cleef & Arpels

Ci risiamo, sono in piena fibrillazione primaverile: annuso l’aria come un animaletto che esca dalla tana dopo un lungo letargo e gioisco del più piccolo raggio di sole come un passerotto che riscaldi le piume dopo il freddo e grigio inverno.

E così, oggi desidero raccontarvi una storia che ha il profumo di questa stagione: tutto nasce con un fiore, il ranuncolo, uno dei miei preferiti. Prediligo i fiori eleganti ma allo stesso tempo semplici, non pretenziosi.

I ranuncoli provengono dall’Asia e la conoscenza di questa pianta è molto antica: i Greci la chiamavano batrachion che significa rana ed è stato Plinio, scrittore e naturalista latino, a informarci del perché di tale etimologia. Molte specie di questo genere prediligono le zone umide, ombrose e paludose, habitat naturale degli anfibi: da qui, ecco giungere il nome che è rimasto ancora oggi grazie alla riconferma da parte di Linneo, botanico e naturalista svedese considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi.

Sapete qual è il corrispondente del nome ranuncolo in francese? Bouton d’or, letteralmente bottone d’oro. Poetico, vero? Ed evocativo, perché in effetti il ranuncolo assomiglia a un bottone di petali.

E non potrebbe esserci nome più adatto per una collezione della Maison di gioielleria Van Cleef & Arpels, gioielli che sembrano fatti proprio con tanti piccoli e preziosi bottoni d’oro.

Ciò che mi piace è che, come accade spesso in casa Van Cleef & Arpels, anche questi monili sono sospesi tra modernità e tradizione: l’estetica della collezione Bouton d’or trae infatti la sua origine da un motivo denominato “paillette” e che fece il suo ingresso negli archivi della Maison nel lontano 1939. Leggi tutto

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