Giulia Barela e i gioielli che ci portano in fondo al mare

Il mio primo incontro con Giulia Barela risale a due anni fa.

Mi trovavo a Vicenza e camminavo tra gli stand della manifestazione Origin Passion and Beliefs: fui magneticamente attratta dai suoi gioielli sospesi tra natura, arte e architettura. Queste tre passioni si intrecciano continuamente e costantemente nell’universo di Giulia che vive e lavora a Roma, città simbolo di bellezza universale ed eterna.

Ci siamo poi riviste in più di un’occasione al White, il salone milanese: pur avendo fatto varie chiacchierate e pur avendo fotografato diverse volte i suoi pezzi, fino a oggi non avevo avuto la possibilità di dedicarle un post (benedetto tempo che non mi basta mai). Oggi, finalmente, scrivo di lei con grande piacere.

Permettetemi di iniziare raccontando qualcosa a proposito del suo percorso che risulta significativo per comprendere il suo lavoro e le sue creazioni.

Giulia Barela è infatti approdata al mondo della gioielleria attraverso esperienze assai diverse tra loro: una laurea in giurisprudenza, un’intensa formazione tra Roma e Londra e, in seguito, un lavoro di prestigio nell’ambito delle relazioni internazionali.

Successivamente, è nata in lei la consapevolezza di volere realizzare un progetto molto più personale, partendo da una grande passione che fa da sempre parte della sua vita, ovvero i gioielli posseduti e indossati dalle tante donne della sua grande famiglia. Grazie a un innato talento, Giulia ha iniziato a disegnare monili e a farli realizzare: poi, il disegno non le è più bastato e ha deciso di imparare la tecnica della fusione a cera persa. Leggi tutto

La Terrazza sui Fieschi e l’appassionata cultura dell’ospitalità

Provo da sempre grande passione per i viaggi e credo che tale passione sia direttamente proporzionale alla mia curiosità e alla sete di conoscenza che pare scorrermi nelle vene insieme al sangue.
Quand’ero molto giovane, pensavo che i migliori viaggi di conoscenza fossero quelli molto lontani dalla realtà quotidiana; con gli anni, ho imparato che, in verità, si possono fare viaggi di grande scoperta anche a pochi chilometri da casa e che non è affatto necessario recarsi dall’altra parte del mondo.
Un’altra cosa che ho imparato grazie ai viaggi è a guardare con occhi diversi questo nostro Paese. Sono tra coloro che guardano l’Italia con affetto e che pensano – con una certa malinconia, lo ammetto – che non le mancherebbe nulla per essere un luogo assolutamente ideale nel quale vivere.
Posso dirvi che sento ancora più mie queste considerazioni dopo un paio di giorni appena trascorsi in Liguria: mi sento più ricca e rigenerata come riesco a sentirmi solo dopo le belle scoperte e i veri viaggi e penso una volta di più che alla nostra Italia non manchi niente, anzi, al contrario, che abbia inestimabili tesori e risorse.
Ho già parlato in precedenti post del grande amore che sento per la Liguria, regione che vivo come una seconda casa subito dopo la Lombardia: non conto più i soggiorni in questa splendida terra e stavolta desidero spendere qualche parola a proposito del luogo in cui io e mio marito Enrico abbiamo alloggiato.
Il posto si chiama La Terrazza sui Fieschi ed è un bel bed and breakfast di proprietà di una simpaticissima coppia, Fulvio e Paola: a loro si deve il merito di alcune considerazioni che ho fatto e che ora desidero condividere. Leggi tutto

Yezael by Angelo Cruciani: Pink Power sulla SS 2016

Molte persone sostengono che il bello di avere un’idea risiede anche nella possibilità di poterla cambiare o di vederla evolvere.
Ho passato metà della mia vita – la prima, quella da adolescente impetuosa – a essere ciò che oserei definire un’integralista delle opinioni; ora, nella seconda fase – quella di donna ormai matura, almeno dal punto di vista anagrafico – sto in effetti riscoprendo la bellezza che non conoscevo fin quando sono stata solita dividere ogni cosa tra bianco e nero senza vedere le sfumature.
Per questo, oggi, quando ascolto le opinioni di qualche giovane testa impetuosa esattamente quanto lo era la mia, cerco di non prendermela per sentenze a volte taglienti se non offensive; cerco di sorridere e lo faccio con un filo di imbarazzo, rendendomi conto solo ora di quanto, probabilmente, all’epoca sono apparsa come un giovane, inesperto e cocciutissimo mulo.
Eppure, a discolpa mia e di quei giovanissimi che sono come me, posso citare una frase che mi ripeteva spesso mia mamma quando, paziente, ascoltava le mie idee intemperanti: il fuoco non scotta fino a quando sono gli altri a dirtelo. Ovvero, per capire certe cose devi provarle sulla tua pelle.

Perché questo esordio?
Perché oggi vi parlo di moda uomo e questo è un argomento sul quale il mio pensiero è costantemente in evoluzione. È un territorio sul quale mi riservo la facoltà di cambiare idea.

Mi spiego meglio.

Ricordo di aver scritto in un post – a proposito di Julian Zigerli e Alessandro Dell’Acqua – di non apprezzare le mezze misure applicate al guardaroba, soprattutto a quello maschile.
A me piace quel tipo di moda che continua la grande tradizione sartoriale oppure apprezzo la moda d’avanguardia e chi osa; ciò che sta in mezzo, per come la vedo io, è solo noia.
Visto che penso che la moda sia linguaggio e comunicazione, credo che stare a metà tra le due scelte crei un territorio in cui regna la confusione: detesto quando una collezione comunica un senso di pretenziosità immotivata, così come detesto se trasmette un messaggio del tipo vorrei ma non oso.
Ciò che è certo è che occorre coraggio per entrambe le opzioni: se si segue la strada tracciata dai grandi sarti, si accetta un confronto che può risultare rischioso; se si decide di rompere con la tradizione, si tenta di scrivere nuovi codici che spesso risultano di non facile comprensione, soprattutto nell’immediato. Leggi tutto

NOWGenerations, la moda priva di limiti temporali e generazionali

Sono ancora malinconica per la scomparsa di Bill Cunningham, autentica icona e protagonista del mio post precedente.

Pensando a lui, oggi più che mai, ho voglia di dare spazio al talento, alla passione, alla bellezza.

E allora credo che sia il giorno giusto per parlarvi dell’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere lo scorso 10 giugno quando Accademia del Lusso, scuola di moda e di design, ha presentato il fashion show 2016, ovvero la sfilata che chiude l’anno accademico: cornice suggestiva e avveniristica dell’evento è stata Piazza Città di Lombardia a Milano.

Lo show – intitolato NOWGenerations – è stato preceduto da lunghi mesi di preparazione nonché da un contest che ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione di 3 look ciascuno.

Non è il primo anno che seguo la sfilata di AdL: feci lo stesso lo scorso anno, ma stavolta lo show ha avuto un sapore ancora più particolare in quanto ho terminato il mio primo anno di docenza proprio presso tale scuola con la cattedra di Fashion Web Editing.

È stato un anno molto impegnativo durante il quale mi sono messa alla prova: posso affermare che la prima sfida di chi desidera insegnare è sicuramente quella da vivere con sé stesso e il successo più grande è quello di riuscire a trasmettere veramente qualcosa, a lasciare un segno. Sarà il tempo a dire che tipo di insegnante io sia, ma intanto posso dirvi che, visto che sono una persona che mette cuore e passione in ogni singola cosa che fa, quest’anno ho sentito ancor di più l’emozione dello show in quanto, durante tutti questi mesi, ho potuto vivere l’atmosfera della scuola dall’interno. Leggi tutto

A loving tribute to the great photographer Bill Cunningham

Bill Cunningham alla sua scrivania nella redazione del New York Times

Ho saputo della morte di Bill Cunningham navigando su Instagram: era circa l’una di notte di sabato scorso, la notizia era appena trapelata e il social network si è rapidamente riempito di foto in suo ricordo.
Mi si è gelato il sangue perché quest’uomo di 87 ani era uno dei miei miti. Non solo per quanto riguarda la moda, ma molto più in generale.
Quella notte, ho spento la luce attorno alle tre: non mi davo pace e forse speravo fosse uno scherzo di pessimo gusto.
Non lo era e oggi, a distanza di una settimana, desidero rendere omaggio a questo grande uomo, un piccolo tributo un po’ più organizzato delle prime parole da me pubblicate su Instagram quella notte.

Sebbene non abbia bisogno di presentazioni – e tanto meno della mia – desidero raccontare alcune cose a proposito di Bill Cunningham.
Era nato nel 1929 ed è stato uno dei più famosi fotografi di moda americani: per 40 anni ha realizzato fotografie e ha commentato le nuove tendenze sia delle passerelle sia delle strade dalle pagine del New York Times.
Aveva iniziato la sua carriera disegnando e realizzando cappelli, una passione nutrita fin da bambino, poi iniziò a lavorare come giornalista di moda per Women’s Wear Daily (WWD) dove però litigò con il direttore John Fairchild su chi fosse il migliore stilista tra Yves Saint Laurent e André Courrèges. Fairchild propendeva per Saint Laurent e Mr. Cunningham volle mantenere la sua libertà: non accettò che gli fosse impedito di scrivere di Courrèges e dunque lasciò WWD.
In seguito, collaborò con il Chicago Tribune e con la rivista Details: nel 1966, il fotografo David Montgomery gli portò una macchina fotografica da pochi dollari dicendogli di usarla come se fosse un taccuino per appunti. Bill Cunningham lo prese in parola.
La collaborazione con il New York Times iniziò negli anni ’70 e nel 1978 ottenne una rubrica tutta sua: senza sapere chi fosse, fotografò una donna in strada. La donna aveva attirato la sua attenzione per una stola di pelliccia di nutria: era l’attrice Greta Garbo, allora 73enne, e quello scatto fu il punto di partenza della rubrica On the street.
Bill Cunningham era anche considerato un simbolo della città di New York: poteva infatti capitare di vederlo scattare foto ai passanti perché frequentava sì le sfilate e le cene di gala (alle quali si recava solo per lavorare e mai per prenderne parte, come racconta anche Jacob Bernstein in un bellissimo articolo per il New York Times) ma frequentava anche e soprattutto le strade cittadine dove fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello.
Nel mondo della moda – un mondo bizzarro, occorre ammetterlo, e spesso con leggi tutte sue – era noto a tutti ed era molto apprezzato nonostante avesse un carattere schivo e vivesse in modo isolato, caratteristica che di solito non aiuta chi voglia lavorare in tale ambito.
Pensate che Anna Wintour, direttrice di Vogue, ha più volte detto “We all get dressed for Bill”, ovvero “Ci vestiamo pensando a Bill”. Lei, la temutissima imperatrice della moda.

Sul New York Times, Bill Cunningham aveva due rubriche, quella che ho già citato, ovvero On the Street, e Evening Hours.
La prima raccoglieva fotografie scattate per le strade di New York e assemblate in modo tale da mostrare le ultime tendenze da lui individuate; l’altra rubrica era invece dedicata alla vita mondana newyorkese. Leggi tutto

Brexit, i miei pensieri tra sogni europeisti e british icon

Brexit… Leave or Remain? That is the question! (credit NextQuotidiano)

Non sono un’esperta né di politica né di economia: cerco di seguire entrambe perché mi interessano, ma la verità è che le notizie connesse spesso mi lasciano perplessa o disorientata.
Sulle questioni sociali sono molto decisa: se si tratta di condannare tragedie come gli omicidi di genere o di schierarmi per garantire uguaglianza di diritti a tutti, sono determinata e inflessibile, mentre su tante questioni politiche ed economiche sono dubbiosa e mi è più difficile farmi un’opinione definitiva e prendere una posizione assoluta.

Tutti sanno che il 23 giugno il Regno Unito ha votato sulla Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea.
Tutti sanno anche quale sia stato l’esito del referendum: il Leave ha prevalso con il 51,9% dei voti. I britannici che hanno votato Leave sono stati 17.410.742; il fronte Remain ha ottenuto 16.141.241 voti.
La Scozia, l’Irlanda del Nord e Londra hanno votato largamente per il Remain; il Leave ha prevalso nel resto d’Inghilterra e in Galles. Insomma, altro che… regno unito!

In parole povere, sarà Brexit, ovvero il Regno Unito lascerà l’UE.
E, intanto, gli effetti – tutti negativi, al momento – si fanno sentire.
La sterlina è andata a picco, Borse e mercati finanziari sono andati in rosso in tutto il mondo. Da giovedì scorso, regna una sensazione di incertezza per il futuro, soprattutto in campo economico.
David Cameron, il primo ministro britannico, si è dimesso.
L’Europa sta rispondendo a muso duro: Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, seguita a ribadire la volontà di iniziare immediatamente i negoziati con Londra (che temporeggia) in vista della Brexit.
Pare che Scozia e Irlanda del Nord siano decise a non seguire la maggioranza inglese nel divorzio da Bruxelles e si parla di referendum (in Scozia) per sancire il divorzio.
Intanto, i pentiti del Leave aumentano e qualcuno chiede che il referendum venga ripetuto.
È un bel disastro, insomma, un autentico terremoto che scuote non solo il Regno Unito e non solo l’Europa.

Ecco, questa è una di quelle questioni politiche ed economiche molto ingarbugliate e nella quale ci sono infinite variabili: lascio le analisi profonde a chi se ne intende, tuttavia vorrei esprimere tre pensieri abbastanza precisi, soprattutto dal punto di vista sociale e culturale. Leggi tutto

Artistar Jewels 2017, A.A.A. talento cercasi

Talento. Credo che sia la parola più ricorrente qui in casa A glittering woman.

Amo il talento e mi piace la definizione che Treccani ne dà: “Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, specialmente in quanto naturali e intese a particolari attività”.

Il talento, dunque, è dote: ci si nasce, se ne è naturalmente provvisti e se non c’è non si può imparare in quanto è un’inclinazione profonda e radicata. Non può essere imitato o riprodotto o simulato o comprato – e lasciatemi aggiungere per fortuna, in un’epoca in cui troppe cose possono essere imitate, riprodotte, simulate, comprate.

Certo, tale dono può poi essere vissuto in vari modi: può essere coltivato, messo a buon frutto oppure può andare sprecato. C’è chi sa farne buon uso e chi meno: c’è chi parte con un piccolo talento e riesce a renderlo degno di nota e successo; c’è chi parte con un grande talento e, al contrario, lo mortifica.

Forse non tutti sanno, però, che il talento, in origine, era… una bilancia: ebbene sì, l’accezione attuale di abilità, ingegno, inclinazione trae origine dal greco tàlanton, che significa, appunto, bilancia.

Come spesso accade, con il trascorrere del tempo, tàlanton assunse un significato estensivo andando a indicare anche il peso che si metteva sulla bilancia; dall’idea di peso e sempre per estensione, lo stesso termine passò a identificare l’oggetto pesato e, infine, la maggior moneta pesata. Perché? Perché anticamente il valore delle monete era determinato dal peso effettivo del metallo: tàlanton diventò così la moneta di maggior valore.

L’ulteriore evoluzione verso un senso squisitamente metaforico si fa risalire al Vangelo e alla nota “Parabola dei talenti” (Matteo 25, 14-30) nella quale alcuni talenti (ovvero le monete) vengono affidati da un signore ai suoi tre servi. Sappiamo tutti come la parabola prosegue: i primi due uomini fanno fruttare le monete, il terzo tiene il suo senza farne nulla, scava una buca in terra e lo nasconde. Quando torna, il padrone ha parole lusinghiere per i primi due e di rimprovero per il terzo, togliendogli anche il talento che gli aveva dato.

Et voilà: quei talenti sono il simbolo dei doni dati da Dio all’uomo e da semplice monete diventano metafora di capacità intellettuale che – come sostengo anch’io – deve però essere messa a buon frutto, deve essere fatta circolare e non deve essere sprecata.

In definitiva, il talento deve andare a braccetto con altre doti, tra le quali la creatività e l’impegno. E, vista la mia convinzione a proposito del fatto che vada sostenuto, incentivato e aiutato, oggi presento l’ennesima iniziativa volta a mettere in luce il talento, in questo caso nel campo del gioiello.

Riparte infatti Artistar Jewels, appuntamento che porterà alcuni tra i protagonisti del gioiello contemporaneo all’interno di una prestigiosa cornice nel cuore di Milano: dal 23 al 26 febbraio 2017, Palazzo Giureconsulti ospiterà la manifestazione per la prima volta, portandola a due passi dal Duomo. Leggi tutto

Mikky Eger: i suoi gioielli e l’esperienza come sua allieva

Alcuni giorni fa, ho pubblicato su Instagram una foto con il mio pensiero a proposito della passione.

Credo che la passione, quella vera, chieda moltissimo prima ancora di dare: porta notti insonni, fa saltare i pasti, sconvolge tutti i ritmi, chiede impegno e devozione, riesce perfino a strappare delle lacrime, scompiglia e mette in dubbio tante cose, tante certezze. Mette in dubbio perfino l’idea che una persona può avere di sé stessa.

Eppure, riesce poi a rendere tutto mille volte tanto, con gli interessi.

Credo anche che tutto ciò sia particolarmente vero per le passioni che portano a creare qualcosa e che presuppongono una buona dose di talento: posso elencare l’arte, l’architettura, la fotografia, la moda, la gioielleria, la cucina, giusto per fare qualche esempio.

E oggi, desidero parlarvi di passione, creatività e talento applicati all’arte orafa: mi fa piacere condividere con voi la storia di Mikky Eger e la bellissima esperienza che ho potuto vivere grazie a lei.

Micaela detta Mikky è nata in Germania, precisamente ad Amburgo, ma si è trasferita a Milano all’inizio degli anni ‘90 per dedicarsi al design di moda: ha attraversato tutti gli ambiti della creatività disegnando, tra l’altro, tappeti e linee di calzature, inclusa una collezione di sandali ideata durante un viaggio tra le isole dell’Egeo. La sua attività si è poi rivolta al visual merchandising, alla vetrinistica e al set design.

Tra le sue esperienze in questo settore, cito la collaborazione con Swatch (per la quale ha disegnato per diversi anni i sistemi visual per i punti vendita) e quella con MTV (è stata set designer coordinando le ambientazioni della trasmissione Sushi con Andrea Pezzi). Leggi tutto

Bakarà, dalla Sicilia al mio armadio passando per Instagram

Per curiosità personale (caratteristica che mi accompagna da sempre) e per esigenze lavorative, uso il web per informarmi, per studiare e per fare ricerca.

Passo in rassegna centinaia se non migliaia di immagini, vaglio nomi, persone, volti, marchi, prodotti alla ricerca del dettaglio che mi colpisca, che attiri la mia attenzione distinguendosi e catturando il mio cuore.

Sono talmente abituata a fare questo vaglio ed è cosa talmente naturale che a volte non smetto nemmeno nei momenti di relax, magari alla sera, sul divano, iPad alla mano.

Una delle risorse che preferisco utilizzare per condurre tali ricerche è Instagram e lo è per due motivi: se vedo qualcosa che mi piace ho l’opportunità di entrare in contatto veloce e diretto col marchio che mi interessa; è uno strumento sufficientemente democratico, nel senso che si trovano account con milioni di follower così come piccoli account con pochi seguaci e, magari, cose splendide. Tutti possono aprire un account su Instagram, tutti possono farne la propria vetrina: è facile e immediato e si può incontrare chi, come me, usa questo social come un mare nel quale fare una buona pesca (e questo è un suggerimento affettuoso che mi permetto di dare a tutti i creativi che stanno leggendo).

A volte, dunque, finisco con il contattare chi suscita il mio interesse e lo faccio – diciamo così – in via ufficiale, presentandomi e raccontando del mio lavoro da editor; a volte, invece, procedo in incognito, segretamente e silenziosamente.

Perché? Non esiste un criterio preciso e sempre valido, diciamo che entrambi i casi possono dipendere da un mix di motivi: questione di naso, sensazioni, gusto personale, umore del momento, tempo a disposizione e via discorrendo.

A volte faccio dei test o degli esperimenti, lo confesso, e, visto che non sono certa al 100% circa il buon esito, preferisco agire con molta discrezione. Oppure, molto semplicemente, vedo una cosa, me ne innamoro e decido di tenerla per me. Egoista? Forse, ma neanche una editor pur molto appassionata, in fondo, può sempre privilegiare l’aspetto lavorativo. Giusto? Leggi tutto

Tutti in strada in via Caprera e… non dimenticate il cappello!

Più passano gli anni e più mi convinco che essere nata in Italia sia una fortuna.

Mentalmente e moralmente, sono una cittadina del mondo: mi sento a casa in molti luoghi e amo immensamente viaggiare e scoprire, tuttavia credo che proprio questo amore nonché la capacità di cogliere e apprezzare il bello siano cresciuti in me grazie al fatto di essere nata nel Bel Paese. Credo che avere natali italiani sia un valore aggiunto che si porta con sé per tutta la vita e del quale occorre essere grati.

È vero, il nostro Paese ha infiniti problemi, ma è anche ricco di una storia e di una cultura che, se solo sapessimo valorizzarle nel modo giusto, potrebbero essere la chiave per risolvere qualsiasi questione. Lo Stivale è pieno, da Nord a Sud e viceversa, di centinaia di luoghi dove si celebra e si onora la nostra preziosa eredità culturale attraverso eventi e iniziative che uniscono antico e nuovo.

Oggi desidero parlarvi di un luogo che ha trovato proprio nella divulgazione di cultura, arte e bellezza la strada per prolungare un passato glorioso: si tratta di una città che si trova in provincia di Treviso e il cui nome è Vittorio Veneto.

Vittorio Veneto è il luogo in cui si è svolto un episodio storico decisamente importante per tutta la nazione e non solo: vi si combatté infatti l’omonima battaglia durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918. La vittoria dell’esercito italiano su quello austro-ungarico ebbe come conseguenza la resa austriaca e la fine della guerra.

Da allora sono passati quasi 100 anni e ora Vittorio Veneto si fa conoscere per altre cose, per esempio per una bella manifestazione che si chiama Tutti in strada in via Caprera.

Avrete già immaginato che via Caprera è una strada della città: come racconta un signore di nome Gino, memoria storica del quartiere, una volta ogni edificio della via ospitava un’attività economica. Alla mattina, artigiani e commercianti scendevano le scale di casa e aprivano bottega: si contavano otto sarti, tre calzolai, uno zoccolaio, molti falegnami e poi venditori di vino, osterie e tutte le attività che potevano servire alla vita di una comunità.

La via fungeva da crocevia tra le borgate e ancora oggi è sede di una vivace comunità che sta riscoprendo il piacere di vivere la strada: tra le varie iniziative esistenti ne figura una che mette al centro arte, storie, mestieri di una volta, giochi, intrattenimento per grandi e piccini. Dal 2013, ogni estate per un weekend, via Caprera diventa un grande laboratorio di idee e fantasia, dove le osterie offrono il miglior ristoro per accompagnare i visitatori alla riscoperta di un antico quartiere: ecco spiegata in poche parole la manifestazione.

E così, Tutti in strada in via Caprera ha favorito nuove amicizie, ha consolidato le antiche, ha dato nuovi stimoli a osti, commercianti e artigiani che hanno scelto questa via per la loro attività: non solo, la manifestazione propone bellezza attraverso il concorso Abiti_Amo e promuove socializzazione e solidarietà grazie a Porta L’Arte, iniziativa che culmina in un’asta benefica. Leggi tutto

Feeling like a princess, la quotidianità del lusso secondo MAD Zone

Un paio di settimane fa, ho pubblicato un articolo dedicato a MAD Zone, la creatura di Tania Mazzoleni.

Creatura è il termine giusto, credetemi: MAD Zone è uno spazio vivo, un po’ negozio, un po’ salotto (nel senso più autentico del termine), un po’ laboratorio di moda, arte e design.

L’avevo descritto come “in continua evoluzione”: sono tornata mercoledì scorso per un vernissage e ho avuto la prova che è davvero così, lo store cambia e si evolve continuamente proprio come una creatura vivente.

Ho trovato un allestimento completamente diverso rispetto alla mia precedente visita, sorprendente e – ancora una volta – favoloso: Tania ha infatti pensato che MAD Zone dovesse celebrare l’estate con un evento molto speciale intitolato Feeling like a princess, la quotidianità del lusso.

La volontà dell’iniziativa è quella di rappresentare il mondo del lusso contemporaneo come la possibilità di riconoscere e portare con sé la bellezza ogni giorno, con eleganza, naturalezza e un tocco di ironia: Tania ha voluto mettere in scena l’idea di una moderna principessa, anticonvenzionale e dalla personalità dirompente, e l’ha fatto attraverso le creazioni oniriche e visionarie della stilista inglese Mihaela Teleaga, attraverso lo storico marchio di borse e accessori Leu Locati e attraverso le opere del ritrattista e illustratore Roberto Di Costanzo.

Visto che l’idea di lusso contemporaneo di MAD corrisponde anche alla mia, sono felice di condividere con voi racconto e foto del vernissage di mercoledì 8 giugno. Leggi tutto

Urbex Pavia, viaggio nell’anima delle aree dismesse

Il racconto di oggi parte da lontano, precisamente dal 22 febbraio 2013. Un venerdì.

Lo ricordo con tanta precisione perché mi trovavo nel pieno di una Settimana della Moda piuttosto movimentata; ricordo altrettanto bene che c’era un tempo davvero terribile e che dal cielo veniva giù un miscuglio gelido fatto di pioggia e neve.

Di quella giornata, a distanza di anni, restano questi ricordi e, soprattutto, ne resta uno preciso, nitido come se fosse successo ieri: una persona, amica e fotografa, d’un tratto mi guarda e mi dice di stare ferma. Io protesto debolmente, ho freddo e sono stanca, ho il trucco mezzo sfatto, i capelli ammosciati da un berrettone di lana: mi nascondo un po’ dietro la maxi sciarpa su cui ho appuntato uno dei miei gioielli-feticcio, un’enorme spilla vintage firmata Larry Vrba, designer che adoro. Nascondo metà volto, eppure guardo dritto nell’obiettivo. E lei scatta.

Ne è uscita una foto che continua a togliermi il fiato, oggi come allora: quasi sempre detesto le foto che mi ritraggono, non mi piaccio mai ma, con quella immagine scattata senza particolare studio, Marcella Milani – così si chiama l’amica fotografa – è riuscita a cogliere tutta la mia essenza al punto tale che, dopo più di tre anni, quella è la foto che uso per ogni mio profilo social, da Facebook a Instagram passando per Twitter. Non l’ho mai cambiata, perché quella sono davvero e profondamente io.

Marcella ha scattato molte altre foto in cui sono presente, da sola o con altri, prima e dopo quel giorno, e in ognuna mi sono sempre ritrovata e riconosciuta (qualcuna è presente anche qui nel blog), ma quel ritratto è davvero speciale (gli occhi che vi guardano dalla home page in alto a destra sono i miei in un ritaglio di quello scatto).

Se guardo la foto, se guardo in quegli occhi, vedo la mia anima e non mi stupisco.

Sapete perché? Perché Marcella è questo, è una fotografa dell’anima. Leggi tutto

Con un macigno sul cuore, pensando a Sara Di Pietrantonio

Il mio è uno spazio potenzialmente stupido, lo so.
A glittering woman parla spesso di moda e so perfettamente che per molti si tratta di un argomento altamente superficiale e frivolo.
In realtà, questo piccolo spazio vorrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere leggero che è cosa ben diversa dalla superficialità o dalla stupidità; vorrebbe, semplicemente, parlare di tutto ciò – e non solo la moda – che rende più bella e più lieve la vita.
Sapete, invece, quando mi sento stupida sul serio e nel modo peggiore?
Mi sento stupida ogni volta in cui ho la dimostrazione che ogni tentativo di sottolineare il bello della vita rischia di essere del tutto inutile.
Mi sento stupida, impotente e illusa ogni volta in cui una ragazza come Sara Di Pietrantonio, 22 anni, viene barbaramente uccisa. Leggi tutto

Collezione Aeronautica Militare SS 2016: buon 2 giugno!

Oggi, giovedì 2 giugno, è la Festa della Repubblica Italiana.

È una ricorrenza davvero importante, perché si celebra la nostra nazione nella forma che ha oggi, in maniera simile al 14 luglio in Francia (anniversario della presa della Bastiglia avvenuta nel 1789) e al 4 luglio negli Stati Uniti (anniversario della dichiarazione d’indipendenza dal Regno Unito firmata nel 1776).

La nostra festa è più giovane e risale al 1946: il 2 e il 3 giugno, si tenne un referendum istituzionale con il quale gli italiani vennero chiamati alle urne per decidere quale forma – monarchia o repubblica – dare al Paese. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502, l’Italia diventò una repubblica e i monarchi di casa Savoia vennero esiliati.

Ogni anno, il festeggiamento è doppio: quel referendum fu infatti la prima votazione a suffragio universale indetta in Italia, ovvero le cittadine italiane votarono per la prima volta.

Stavolta, l’anniversario è a cifra tonda: la Repubblica compie 70 anni e pertanto noi italiane abbiamo il diritto al voto dallo stesso tempo. È tanto o è poco? Dipende dai punti di vista: 70 anni, nella Storia con la S maiuscola, sono quasi nulla, mentre nella vita di un essere umano sono molti. E se da una parte penso che sono solo 70 anni che le italiane votano, dall’altra penso che, in fondo, la nostra Repubblica è giovane.

Pensate che la nazione più all’avanguardia da questo punto di vista è stata la Nuova Zelanda dove le donne votano dal 1893: in altri Stati ci furono esempi precedenti ma solo temporanei.

Ho deciso che è giusto che anche A glittering woman si adegui, a proprio modo, sì, ma con un festeggiamento coerente: nonostante io non ami particolarmente le feste comandate, trovo che sia invece bello rendere omaggio e lo faccio presentando la collezione Aeronautica Militare per la primavera / estate 2016. Leggi tutto

IconaBio, le calzature con l’impronta della coerenza

Io ho bisogno di innamorarmi, ogni giorno e – se possibile – in ogni cosa che faccio: lo so, sono noiosa e ripetitiva, in quanto non è la prima volta che lo dichiaro.

Eppure, penso che certi concetti non vengano ribaditi mai abbastanza, soprattutto in un’epoca in cui la coerenza è spesso messa a dura prova: sono conscia del fatto di avere tanti difetti, ma penso di poter affermare che tra di essi non figura l’incoerenza.

Forse dipende dal fatto che so con sicurezza cosa fa per me e cosa invece non mi piace, dunque scegliere non è in fondo poi così difficile: ogni mia scelta è dettata dal quel bisogno di innamorarmi e, conseguentemente, dal cuore. È come se esistesse un sottile filo rosso che lega e guida tutto, vita privata e lavoro, che si parli di gelati o di abiti, di borse o di negozi (giusto per fare riferimenti concreti ad argomenti che ho trattato recentemente qui sul blog).

Certo, a volte mi chiedo quanto questa coerenza mi convenga, visto che ad andare per la maggiore sono l’opportunismo e i rapidi cambiamenti di opinione e di bandiera secondo convenienza: la risposta è che, in termini di mero profitto, questo modo di essere mi porta zero vantaggio o quasi, ma volete mettere la soddisfazione di guardarmi allo specchio e negli occhi senza vergogna? A qualcuno apparirà come una magra consolazione, lo so, ma per me, invece, è fondamentale.

Oggi, dunque, vi racconto un’altra scelta fatta con coerenza e cuore usando l’unico criterio che io desideri applicare – ovvero la presenza di talento, buone idee, creatività e saper fare: questa è la storia di IconaBio, il marchio fondato da un signore che si chiama Edouard Obringer.

Monsieur Obringer, nato e cresciuto in Francia e oggi milanese di adozione, ha una solida esperienza: ha collaborato con importanti gruppi del lusso e della moda tra i quali la holding LVMH (in particolare con Berluti) dove, in qualità di Sales Manager, ha sviluppato le linee dedicate agli accessori. Edouard è considerato, in questo segmento di mercato, uno dei maggiori specialisti in Italia: grazie alla sua esperienza, ha creato il brand eco-sostenibile IconaBio. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

Alberto Marchetti, passione e talento da servire… in coppetta

Quando penso alla mia infanzia, mi sento una persona molto fortunata: è piena di momenti che oggi sono ricordi meravigliosi.
Mi basta pensare a certi episodi e a certe consuetudini perché mi torni il sorriso perfino nei giorni più neri; è l’amore che ho ricevuto in quegli anni a scaldare ancora il mio cuore e ad avere fatto di me un’adulta serena.
Alcuni dei ricordi più belli sono quelli legati all’estate che per me e mia sorella era sinonimo di vacanze al mare con mamma e papà: aspettavamo tutto l’anno di poter tornare a Martinsicuro, una piccola località vicino a Teramo, in Abruzzo.
Non vedevamo l’ora di rivedere quella lunghissima spiaggia di sabbia sottile baciata da un mare tranquillo e di trascorrere ore a giocare sotto il sole con mamma che insisteva affinché mettessimo il cappellino e la protezione solare.
Non vedevamo l’ora di mangiare i pomodori buonissimi (mai più ritrovati così) dell’orto di una contadina dalla quale facevamo la spesa e di fare la rituale passeggiata dopo cena, anche perché significava gustarci un ottimo gelato.
Ricordo benissimo le gelaterie di Martinsicuro: non ricordo il nome, ma ne ricordo una con vasche colme di creme artigianali davanti alle quali mia sorella e io cambiavamo idea almeno quattro o cinque volte a testa prima di scegliere definitivamente il nostro cono o la nostra coppetta.
Credo che sia per questi bei ricordi che, ancora oggi, per me il gelato appartiene alla categoria comfort food, quei cibi in grado di deliziare il palato e di ristorare lo spirito.
Se chiudo gli occhi, se mi concentro e se schiaccio la lingua contro il palato, posso ancora sentire il sapore della stracciatella o del caffè (che trasgressione quando mia mamma ci permetteva di prendere quel gusto!): questi ricordi, però, fanno anche sì che io sia esigente.
Ecco perché Alberto Marchetti mi è andato subito a genio: Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo. E si sente.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un recente press day: veniva presentata la nuova collezione Braintropy, brand di borse che seguo con affetto, e Alberto era lì per far felici giornalisti, redattori e blogger.
Mi ha subito conquistata per due motivi: sono stata colpita dal fatto che il proprietario di cinque gelaterie fosse venuto a presentarci personalmente il suo prodotto e ho trovato il suo gelato davvero ottimo. Buono, genuino, saporito, autentico. Leggi tutto

Nel futuro la wearable technology ci farà brillare. E non solo.

Un mio docente era solito fare un’affermazione che mi affascinava.

“Se una cosa capita una volta sola può essere casualità, ma se capita due o più volte diventa qualcosa di più. E potrebbe diventare un vero e proprio caso da studiare e del quale occuparsi.”

Quanto aveva ragione! Me ne sono accorta nel tempo e oggi tengo sempre ben presente quella sua piccola perla, soprattutto quando una notizia cattura la mia attenzione e quando non riesco a comprenderne il perché: mi regalo tempo e la metto da parte. Quando poi ne giunge un’altra che è come un pezzo di puzzle che va a unirsi alla prima… d’un tratto, tutto mi diventa chiaro. E penso a lui e a questa cosa importante che mi ha insegnato.

È usando proprio questo criterio che, ultimamente, mi sono accorta di aver messo da parte un paio di spunti, collegati e… letteralmente luminosi!

Luminosi, già: avete mai pensato di indossare un abito in grado di brillare di luce propria? Non sono impazzita, è l’idea portata avanti da alcuni stilisti e alcuni brand.

Parlo di abiti che si accendono veramente e che, in alcuni casi, arrivano perfino a cambiare colore: fino a non molti anni fa, tutto ciò era impensabile, era qualcosa che si poteva immaginare soltanto nelle fiabe o nei film di fantascienza. Poi, sono arrivati i LED, la fibra ottica e la wearable technology, la tecnologia indossabile, e quella che sembrava una fantasia irrealizzabile è invece diventata realtà.

Tra i precursori di queste tecnologie applicate alla moda, ci sono l’americano Ryan Genz e l’italiana Francesca Rosella, il duo che nel 2004 ha fondato un brand chiamato CuteCircuit.

Quando nel 2008, in occasione del proprio 75° anniversario, il Museum of Science and Industry di Chicago ha messo in piedi un’esposizione intitolata Fast Forward – Inventing the Future, gli organizzatori hanno chiesto proprio a Francesca e a Ryan di occuparsi del fronte moda pensando a come sarà ciò che indosseremo in futuro: in sei mesi di lavoro, i due hanno realizzato il Galaxy Dress, un abito da sera che si illumina e cambia continuamente colore grazie a 24 mila micro LED cuciti a mano uno a uno. Leggi tutto

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