Azzurra Di Lorenzo, una grinta dolcemente sofisticata

Non so come la pensiate voi, ma più divento grande (o vecchia) e più sento l’esigenza di cose positive.

Sì, lo so, c’è la crisi. Sì, lo so, il mondo è diventato un posto difficile e spesso pericoloso. Ma non siete stufi anche voi di sentire sempre le stesse lamentele e il solito pessimismo? Io lo sono e ho voglia e bisogno di guardare avanti, così come ho bisogno di persone che riescano a vedere un po’ di rosa, anche se è inverno e la primavera è ancora lontana, anche se fa freddo, anche se restare ottimisti e positivi non è sempre facile.

Ho bisogno di gente che sappia vedere questo mondo con occhi ancora puliti e pieni di speranza, come la stilista Azzurra Di Lorenzo, una bella ragazza mora dai grandi occhi scuri e intensi.

Avrete ormai capito che per me gli occhi sono importanti, perché sono tra coloro che pensano che siano lo specchio dell’anima e che, spesso, dicano molte più cose di quante ne dicano le nostre bocche: ho sempre diffidato di coloro che non mi guardano negli occhi o che hanno lo sguardo vuoto e purtroppo il tempo ha (quasi) sempre confermato i miei timori. Azzurra guarda il proprio prossimo in viso e ha quel tipo di sguardo, vivace e in perenne movimento, che a me tanto piace.

Si vede subito, è un’entusiasta, una persona pulita, ama quello che fa e ha tanti sogni che difende con dolcezza e grinta: è tosta, come si suol dire, e credo che sia una alla quale nessuno ha mai regalato niente, eppure riesce a conservare quello sguardo limpido che me l’ha fatta andare subito a genio. Leggi tutto

Il mondo di Capplé: crochet, amore e fantasia

C’è una diatriba che va avanti da tempo nel mondo dei fashion blog: da una parte ci sono quelli di outfit, dall’altra quelli letterari. Io sono tra coloro che hanno un blog soprattutto per raccontare le storie degli altri: trovo gratificante dare questo tipo di senso a uno spazio che vorrei potesse avere un’utilità non solo per me stessa.

Post dopo post, ho maturato un pensiero: chi scrive con lo scopo di donare visibilità a coloro che lo meritano, deve lasciare spazio. Non deve rendere protagonista sé stesso, ma deve cedere tale ruolo mettendo in luce coloro di cui parla: è come se chi scrive fosse un presentatore che fa il suo lancio per poi ritrarsi nel buio e lasciare che sia l’artista a esibirsi. Ovviamente il racconto avviene attraverso voce, cuore, testa, pancia e occhi che sono i miei, quindi qualcosa di “mio” c’è, sempre e comunque, tuttavia i protagonisti veri devono restare loro: i designer, i creativi e gli stilisti dei quali parlo.

Non pretendo che tutto ciò sia una verità assoluta: è solo il mio punto di vista. Cerco di essere una testimone, una voce narrante e tutto questo esattamente per un motivo: il mio sogno più grande è che la moda e i suoi protagonisti suscitino interesse ed emozione. Questo è il mio scopo. Amo talmente tanto moda e creatività che mi succede quello che avviene quando si ama davvero una persona: si preferisce il bene dell’altro al proprio. Per questo non amo particolarmente comparire e per questo il mio non è un blog di outfit: se a volte compaio, è solo per dire che io per prima scelgo per me queste creazioni, prima ancora che proporle a tutti voi.

Questo post è dedicato a Capplé ed è uno di quei casi in cui metto la mia faccia, in senso figurativo (come sempre) ma anche in senso… fotografico: entrare nel mondo di Elisa Savi Ovadia ed Elena Masut è entrare in una dimensione fatta di passione, di manualità, di infinita fantasia ed è praticamente impossibile resistere alla tentazione di provare tutti i loro cappelli – cosa che ho ampiamente fatto, come vedrete qui sotto. Mi è sembrato che apparire potesse avere un senso. Leggi tutto

Beautiful Curvy 2014: il calendario delle belle curve

Ho iniziato l’anno nuovo con grinta, all’insegna delle cose in cui credo e della libertà di parola e di pensiero: con le esternazioni mi sono trovata bene, mi sento più leggera, così continuo anche oggi. E allora via, senza tanti giri di parole: detesto i ghetti, di qualsiasi tipo essi siano, e soprattutto detesto quelli che ci costruiamo da soli. Mi spiego meglio: spesso siamo noi stessi a creare delle categorie nelle quali ci rinchiudiamo e che finiscono per diventare dei limiti. Questo succede (purtroppo) anche nel mondo dei blog dove si sente la necessità di categorizzare a tutti i costi: ci sono i fashion blog, i travel blog, i food blog, i blog di lifestyle, i blog di cinema, i blog delle mamme e via dicendo. All’interno dei fashion blog, poi, ci sono ulteriori suddivisioni: i blog di outfit, i blog letterari, i blog curvy.

Ecco, mi piacerebbe che un giorno tutte queste categorie venissero eliminate e che le persone potessero pensare semplicemente di avere un blog: se ne hai uno, perché deve appartenere per forza a una singola tipologia? Prendete il mio, per esempio: come dovrei posizionarmi? Non faccio outfit, parlo di moda ma non solo. Sapete cosa penso? Penso che il mio sia semplicemente un blog personale, nel quale parlo di ciò che più mi piace. Personale inteso come aggettivo, non come categoria.

Sono dunque contraria alle categorie, ebbene sì. Non sono, però, un’illusa e so benissimo che cancellare la suddivisione in categorie – in qualsiasi ambito – non è cosa facile né immediata. Sono a favore del fatto che si combatta ciò che non piace partendo dall’interno (come ciò che di sbagliato c’è all’interno della moda, è chi ci lavora che per primo dovrebbe lottare) e sono a favore di tutto ciò che porti al miglioramento della società in cui viviamo, fosse anche usare le stesse categorizzazioni che si vogliono combattere: usare nel modo migliore del termine, ovviamente, usare per far conoscere e per far capire, in modo tale che un giorno non ci sia più bisogno di categorie e distinzioni. Per questo non posso che appoggiare il calendario di Beautiful Curvy. Leggi tutto

Questa sono io: storia di un ritratto scomodo ma fedele

Questa sono io – così si potrebbe riassumere questo post.
Magari mi sto tirando la zappa sui piedi da sola, come si suol dire.
Magari qualcuno, al mio posto, farebbe l’operazione inversa: nascondere anziché evidenziare. È l’epoca di photoshop, quella in cui dobbiamo apparire perfetti.
E invece, queste foto sono state fatte proprio con l’intento di mettere in evidenza le mie cicatrici, più di quanto lo siano di solito. Pubblicare queste foto è per me una scelta molto forte: mi raccontano profondamente, senza schermi o protezioni.
Loro, le cicatrici, fanno parte di me da quando avevo due anni (come e perché l’ho raccontato qui): a volte le amo, spesso le odio. Da adolescente, ho sognato il momento in cui le avrei cancellate: da adulta, ho deciso di non farlo.
Non è sempre facile portarmele dietro, ma penso di essere arrivata a un punto di convivenza civile, tuttavia non avevo certo mai avuto un ritratto in cui fossero loro le protagoniste: l’idea non è stata mia, è il progetto di un’amica e io mi ci sono buttata con un pizzico di incoscienza, lo ammetto.
Dopo, davanti al risultato, ho osservato le foto e mi sono chiesta se pubblicarle, ve lo confesso. Leggi tutto

Irene Lucia Vanelli e Gli Ossimori del Vivere

Sono una grande appassionata di arte. Non mi reputo assolutamente una conoscitrice, sono solo un’eterna studentessa in un ambito che mi affascina indicibilmente. Come nella moda, sono onnivora e i miei gusti sono molto vari: amo tutto ciò che mi dà emozione.

Non ho un pittore preferito, ne amo molti per tanti motivi.

Amo da sempre Salvador Dalí, passione che condivido con Enrico: una delle nostre prime uscite insieme fu una gita a Venezia per vedere una mostra del grande pittore spagnolo, affrontando una coda disumana (vi assicuro che non farei nulla di simile nemmeno per i saldi di un brand moda). Amo la forza di Picasso e il surrealismo di Magritte. Amo Van Gogh, infinitamente, così come Monet e Mirò. Alle medie, un professore d’arte mi fece conoscere Kandinsky e non ho mai smesso di amarlo da allora (e vi giuro che anche lui piace ad Enrico!), mentre a New York, molti anni fa, mi innamorai di Keith Haring: ho perfino una sua stampa appesa in bagno (non ho più molte pareti libere in casa, ahimè). Da bambina ero incuriosita da Arcimboldo e, con mia somma gioia, nel 2011 Palazzo Reale a Milano gli dedicò una bellissima mostra.

Molti degli stilisti e dei designer che conosco attingono dall’arte a piene mani. Mi viene subito in mente, per esempio, Sergio Daricello che per alcune stampe della sua collezione per la primavera / estate 2014 ha reso omaggio a un affresco che si intitola “Apoteosi di Palermo”, opera del pittore siciliano Vito D’Anna, considerato un capolavoro della pittura barocca siciliana (ne ho parlato qui). Leggi tutto

Mara Garbin: gioielli unici, dall’alluminio alle forme in estinzione

Da quando ho aperto il blog, ho un solo rammarico: vorrei che le giornate fossero fatte di 48 ore. Sono un’iperattiva di natura e quindi, da sempre, ho l’idea che il tempo non mi basti mai, ma il blog ha aumentato questa percezione: tante cose che mi piacciono e che mi incuriosiscono, tempo insufficiente per parlarne. Sempre più spesso passa del tempo – troppo per i miei gusti – tra il momento in cui conosco qualcuno e il momento in cui riesco a parlarne. Oggi, per esempio, riesco finalmente a parlarvi di Mara Garbin: figuratevi che ci siamo conosciute lo scorso giugno al Fashion Camp.

In realtà, Mara era tra i designer che ho selezionato in quell’occasione e dunque anche lei era inclusa nel reportage che avevo scritto e pubblicato: tuttavia, è da allora che desideravo dedicarle una piccola monografia esclusiva, in quanto penso che il suo lavoro sia ricco di spunti interessanti. Leggi tutto

Federica Lisi e Vigor Bovolenta: noi non ci lasceremo mai

Oggi non so bene da che parte cominciare.

È la prima volta che mi capita da quando scrivere è diventato quasi un lavoro oltre che una passione. E non è perché io non abbia nulla da dire: anzi, è proprio per il motivo contrario, sento di avere troppe cose da dire.

Credetemi, non mi capita mai di sedere davanti al pc in questo stato: di solito, le idee nascono e crescono direttamente dentro di me e solo dopo le traduco attraverso la tastiera. Stavolta, però, c’è qualcosa di diverso: ho un groviglio di sentimenti e ho il timore di non riuscire a dare loro voce nel modo migliore. Per la prima volta, sperimento questa paura e vi posso dire con certezza perché: perché sto per trattare una cosa davvero importante, nella quale mi sento molto coinvolta. Leggi tutto

Sofia Rocchetti e CHARTEGO, piccole sculture da indossare

Fin da piccoli ci vengono inculcate nella testa tutta una serie di idee, linee e regole da seguire e ci viene insegnato cosa è bene e cosa è male: davanti ai nostri occhi, vengono tracciate delle linee ben precise e ci sono cose che stanno da una parte o dall’altra.

L’aggressività, per esempio, è da sempre considerata un sentimento negativo, da tenere il più possibile lontano da noi: se un bambino la manifesta si tende a punirlo. Io credo invece che l’aggressività faccia parte di ogni essere umano e credo che quella linea di demarcazione che tanti vorrebbero tracciare non sia poi così netta: anche le cose giuste possono diventare sbagliate e viceversa. L’aggressività è un sentimento col quale dobbiamo imparare a convivere: c’è chi la nasconde, chi la sa governare, chi riesce a dominarla e a trasformarla in una forza, in una spinta positiva. Come riesce a fare Sofia Rocchetti.

Di lei vi ho già parlato in un altro articolo, per via di una sua collaborazione con Sabrina Carbone di Sati Bibò: ho conosciuto entrambe a Milano lo scorso settembre e oggi voglio dedicare questo articolo a Sofia, perché trovo che sia una persona interessante nonché una vera artista a 360°.

“Sono nata a Città di Castello nell’anno tot, mese tot e giorno tot, di venerdì: la tradizione vuole che in quel dì nascano streghe e folli. Sono figlia di una coppia tollerante e paziente che mi lasciò imbrattare le pareti di casa”: così si presenta sul suo sito. Leggi tutto

I Tubini di Valeria Bosco e la tecnica Shibori

Amo da impazzire la moda quando è modalità d’espressione e di linguaggio. Lotto ogni giorno per portare avanti questa visione e dunque mi emoziono davanti a chi non smette mai di sperimentare e di mettersi in discussione.

Conoscere Valeria Bosco e innamorarmi del suo progetto Tubini è stato immediato e naturale: per lei ogni donna deve godere di una totale libertà d’espressione e deve poter giocare con la moda. La sua proposta è quella di abbinare i desideri e le necessità del momento ai tagli e ai colori unici delle sue collezioni.

Ho incontrato Valeria lo scorso settembre, in occasione del suo press day: la prima cosa dalla quale sono stata attirata è stata la sua personalità, ferma e tranquilla, nonostante si intuisca tutta la bruciante passione che la anima. Mi piacciono le persone che hanno occhi espressivi e che ti guardano dritto in faccia e lei è proprio così: nei suoi occhi si può scorgere un mondo sfaccettato che si appoggia su talento, passione, gusto innato nonché sul percorso di tutto rispetto compiuto nell’universo moda. Leggi tutto

Barber’s Closet: sei t-shirt e l’amore per moda e pittura

Fare ricerca è una cosa che mi appassiona da sempre: soddisfa il mio lato curioso, quello innamorato della vita e di tutte le sue innumerevoli manifestazioni e sfaccettature. Quando andavo alle elementari e la maestra ci assegnava le ricerche, ero felice: avevo l’opportunità di farmi accompagnare in biblioteca e perdermi in quel mondo di carta che tanto mi incuriosiva. Nel tempo non sono cambiata: è cambiato solo il fatto che le ricerche ora le faccio sul web e andando in giro per tanti eventi e che le faccio sulla moda anziché farle sui dinosauri o sulle farfalle di un paese lontano. Tuttavia, da quando ho aperto il blog, ho scoperto un altro piacere: quello di essere trovata. Mi capita sempre più spesso, infatti, che siano tanti creativi meravigliosi a scrivermi per sottopormi il loro mondo: mi rende felice che qualcuno apprezzi ciò che faccio e che bussi alla mia porta dicendomi “ciao, piacere, mi presento, conosciamoci”. È così che ho conosciuto Barbara Cavallo e il suo mondo che si chiama Barber’s Closet.

“T-shirts are the uniform of this generation. If you are going to wear something every day, it should be the best”: questa è la dichiarazione di intenti di Barbara e io non potrei essere più d’accordo. Vi confesso una cosa: le camicie mi piacciono ma, personalmente, non le ho mai portate molto. Amo da sempre le magliette e le porto sia in estate che in inverno, a maniche corte e a maniche lunghe: a volte porto quelle abbondanti, altre volte quelle più aderenti e alterno tinte unite e stampe. A mio avviso c’è una t-shirt adatta per ogni occasione. Leggi tutto

Eleonora Ghilardi: sculture da indossare, tra natura e arte

Quando posso e quando si riesce, preferisco conoscere di persona coloro dei quali parlo qui sul blog. Mi piacciono le persone in generale e nello specifico amo molto conoscere i designer, osservare come parlano, si muovono, gesticolano, si raccontano. Ho scoperto un sacco di cose interessanti in queste occasioni. Per esempio, ho scoperto che molti creativi fanno fatica a parlare di loro stessi: subentra una sorta di pudore, quasi fossero intimoriti da ciò che fanno, più che altro intimoriti nel doverlo raccontare in prima persona. Li comprendo: nel descrivere qualcosa di proprio si teme che l’entusiasmo prevalga tanto da farci apparire immodesti; meglio, dunque, che a parlare di ciò che facciamo siano gli altri. Eleonora Ghilardi e io ci conosciamo da un po’ di tempo attraverso Facebook: eravamo entrate in contatto tramite amici comuni ma è dovuto passare del tempo prima che riuscissimo ad incontrarci di persona.

È successo recentemente al salone Natura Donna Impresa, presso lo Spazio Asti 17 di Milano, dove lei esponeva e dove io sono andata a trovarla. Eleonora è una di quei creativi che riescono a raccontarsi: lo fa con grande semplicità, spontaneità, umiltà. Le ho sentito raccontare i suoi pezzi e ho notato l’interesse che è riuscita a sollevare in alcune persone, assolutamente catturate ed affascinate dalle sue parole. Tutto ciò mi è molto piaciuto. Leggi tutto

Sati Bibò: in una sola borsa… mille borse

L’avevo già scritto in precedenza ma mi preme ripeterlo ancora una volta: in questo blog non darò mai spazio a cose nelle quali non creda io per prima. Per me questo presupposto è fondamentale: prima mi innamoro della persona, poi della sua idea e del suo progetto e conseguentemente di ciò che crea. Nel caso in cui non conosca personalmente il designer, il suo pensiero mi deve comunque arrivare forte e chiaro dal prodotto. Sono fatta così: per me dietro agli oggetti ci deve essere un contenuto, una storia, un’intuizione, un particolare che mi faccia scattare la scintilla e la voglia di raccontarlo. Penso che questa premessa possa essere una garanzia anche per chi mi fa il dono di leggermi: se trovate qualcosa qui, sapete che ci metto la mia faccia. Detto tutto ciò, oggi vi presento una designer che ha catturato la mia attenzione, col suo modo di essere e con la sua idea: si chiama Sabrina Carbone e ha creato il brand Sati Bibò.

Sati Bibò nasce da un progetto di impresa artigianale di Sabrina, ideatrice di un concept al quale ha dato il nome di “Interchangeable Style”: consiste in una “base”, realizzata con pellami altamente selezionati, da “vestire” con cover intercambiabili interamente lavorate e rifinite a mano con materiali che vanno dalla pelliccia al cashmere, dai filati pregiati ai cotoni, dalla seta ai cristalli. Un’idea davvero potente e geniale: un’unica borsa che cambia “abito” a seconda delle esigenze, delle stagioni, degli abbinamenti, dell’umore, delle occasioni. Una soluzione dettata dal desiderio di praticità tipico di qualunque donna: quante di noi non cambiano spesso la borsa per evitare il “trasloco” del suo contenuto – sapete bene a cosa mi riferisco, vero, care amiche? Ecco, Sabrina ha risolto il problema e ha dato la soluzione a tutte le donne che non vogliono rinunciare a essere impeccabili in ogni occasione: impeccabili, sì, e sempre diverse! Inoltre, la linea ”Interchangeable Style” è declinata in quattro modelli base: shopping grande, shopping media, secchiello e clutch. Leggi tutto

Tamara Akcay, designer di gioielli, raccontata da Sara Oliani

Capita che un giorno incontri una persona. Capita che ti colpisca subito, profondamente, ma che poi ci si perda di vista. Capita che ci si ritrovi sul web, tramite amici comuni. Capita che l’amicizia cresca, forte e salda, nonostante si viva in città diverse, nonostante non ci si senta tutti i giorni, nonostante la persona in questione sia spesso in giro per il mondo. Ci sono persone che sanno entrare nella tua vita in punta di piedi e che ti rubano irrimediabilmente il cuore diventandone una parte: una di queste persone, per me, è la mia amica Sara Oliani. Il nostro è un sodalizio di anime e ci basta poco per intenderci. Come quando mi ha scritto “ho conosciuto una persona speciale a New York”: decidere insieme di tirarne fuori un articolo per questo mio blog è stato naturale come bere un bicchiere d’acqua. Lei ha lanciato l’idea, io l’ho accolta con entusiasmo. È la prima volta che ospito qualcuno e sono felicissima e orgogliosissima che sia lei: lascio la parola a Sara che ci racconta Tamara Akcay, designer di gioielli. Leggi tutto

La moda che verrà # 15: Debora Zavaglia primavera / estate 2014

Sono una persona che non ha particolari problemi di socializzazione: il mio prossimo mi incuriosisce e mi piace chiacchierare. Ho una predilezione per le persone di mente aperta: facilitano la comunicazione e mi invogliano ad aprirmi. Questo è esattamente quanto mi è successo lo scorso 30 ottobre, quando ho avuto l’opportunità di conoscere Debora Zavaglia, creative designer come si definisce lei stessa – e quel creative fa la differenza, credetemi.

Debora e io ci siamo conosciute in occasione della presentazione della sua collezione per la primavera / estate 2014, collezione che incuriosisce fin dal suo nome: The Wolf’s choice, La Scelta del Lupo, quello di una delle favole più famose, ovvero Cappuccetto Rosso.

Come è già stato ampiamente sottolineato sia da critici letterari che da esperti del mondo dell’infanzia (in parole povere… non scopro nulla di nuovo), le favole contengono spesso argomenti o momenti cruenti: in Cappuccetto Rosso, il Lupo divora la nonna e il Cacciatore gli squarta la pancia per salvarla. Un giorno Debora racconta tale favola alla sua bambina più piccola la quale in effetti si spaventa: attaccatissima alla propria nonna, la piccina rimane impressionata davanti all’episodio del pasto inconsueto. Ma la nostra intraprendente stilista non si perde d’animo: il giorno dopo torna a casa con un libro, finge di leggerlo e dà alla bimba una nuova versione della fiaba. Leggi tutto

Ntrippi Bags: le borse “in trip” che “intrippano”

Tutti usiamo Google per fare varie ricerche. Penso avrete notato un fatto: ogni ricerca effettuata resta nella memoria del nostro pc e ci resta fino a quando non si cancellano i file temporanei e non si svuota la cache del browser. Ci faccio caso soprattutto quando, a distanza di tempo, mi capita di ripetere una ricerca che avevo fatto tempo prima: io, magari, al momento non me ne ricordo, ma Google è lì pronto, zac!, a ricordarmelo. Ecco, la mia testa funziona esattamente come Google: se prima di andare a dormire non svuoto bene bene il mio cervellino, durante la notte lui continua a ripropormi i pensieri del giorno. E così stento a prendere sonno, cosa che ultimamente mi succede spesso e che mi è successa anche ieri sera. Il pensiero di ieri sera era il seguente: riuscire finalmente a presentarvi il progetto di due ragazze siciliane, due ragazze che ho incrociato tempo fa. Il loro progetto si chiama Ntrippi Bags e merita di essere raccontato, sempre nell’ambito del mio chiodo fisso del voler sostenere il talento e il saper fare.

Dietro al nome Ntrippi Bags ci sono Martina Patti e Anna Foti. Hanno entrambe percorsi scolastici attinenti alla moda (si sono laureate a Catania presso l’Accademia Euromediterranea al corso quadriennale di fashion designer) e, dopo essere state a Londra come stagiste presso alcuni stilisti emergenti, hanno deciso di provare a fare qualcosa di loro: vista la crisi e considerate le poche risposte lavorative ai curricula che avevano inviato, Martina e Anna hanno deciso di non stare ad aspettare, di rimboccarsi le maniche e di passare all’azione (brave, mi piace!). Attualmente sono in fase sperimentale: con grande umiltà, voglia di fare e concretezza, stanno tastando il terreno, sperimentando, osservando, proponendo, proprio per capire se esistano i presupposti che consentano loro di fare qualcosa più in grande. Si sono fatte conoscere in qualche sfilata: per due mesi a partire da settembre, le loro borse sono state selezionate per il Sed Store di Roma, un concept store completamente dedicato ai designer emergenti. Leggi tutto

Alice Tamburini: così materica, così poetica

Durante la settimana della moda, ho ricevuto un messaggio da un amico: mi invitava ad andare a curiosare alla presentazione di una sua ex-compagna di studi. Mi fido molto di lui e quindi gli ho dato ascolto: sono felice di averlo fatto, perché è grazie a Roberto Neri che ho scoperto Alice Tamburini e la sua Collezione Materica.

Alice ha una formazione da architetto (e sempre più spesso, ultimamente, mi capita di incontrare persone che si muovono ai confini tra moda e architettura): la passione per la materia, soprattutto quella dei tessuti ricercati, e per le forme strutturate si può rintracciare in queste sue origini. Per lei l’abito è una sorta di moderna armatura, una struttura che conferisce identità alla figura e le piace definire il suo lavoro “aggressione della materia”: a emozionarla sono soprattutto gli artisti e tra loro chi riesce a deformare la forma e chi sa creare opere senza tempo. È questo ciò che vuole a sua volta realizzare, ovvero abiti senza tempo, vere opere in movimento: vuole dare voce a un desiderio umano, quello di rendere concreto ciò che è friabile ed eterno ciò che è transitorio e vuole applicarlo alla moda per farla passare da cosa effimera e stagionale a cosa duratura e senza tempo. Le sue ispirazioni? “Alberto Burri coi suoi Cretti, Antoni Gaudí con la Sagrada Família (simbolo delle magnifiche cattedrali gotiche ma anche simile ai castelli di sabbia costruiti dai bambini in riva al mare), i giardini di Roberto Burle Marx (architetto paesaggista e botanico brasiliano) e gli abiti scultorei di Roberto Capucci”. Devo dire che il nome di Capucci in mezzo a grandi artisti e architetti non mi sorprende affatto. Leggi tutto

ElleBj: indossare un anello e ascoltare le sensazioni che ti dà

Amo essere donna con tutti i suoi pro e tutti i suoi contro. A volte sento dire ad altre “se rinasco, voglio essere uomo”: io no, non ci penso nemmeno, nonostante le difficoltà e a volte la fatica di essere donna, nonostante le paure e la lontananza anni luce da una reale parità con gli uomini. Amo le infinite possibilità dell’essere nata in un corpo e con un cuore di sesso femminile, amo perfino le mie contraddizioni, le mie paranoie e tutto quel bagaglio di sfumature e di sentimenti che ci sono valsi il soprannome di “sesso debole” (grande stupidaggine… noi deboli?) o “gentil sesso” (già meglio).

Non mi lamento nemmeno di cose che ad altre appaiono come seccature: per me fanno parte del gioco e non vivo come un peso il prendermi cura di me stessa perché mi piace, mi diverte, mi stuzzica la fantasia. Non mi vesto per essere bella né per apparire magra né per apparire giovane (fasi superate da tempo): mi vesto per esprimere me stessa, perché attraverso gli abiti e gli accessori mi piace comunicare.

Per questo mi piacciono in particolar modo i gioielli. Colleziono bijou da quando avevo 15 anni: mi piacciono le cose strane, particolari o con un significato intrinseco. Amo i materiali più disparati: il mio criterio di scelta non è la preziosità commercialmente attribuita, bensì il valore che gli oggetti assumono per me.

Amo le forme e i messaggi più o meno nascosti: amo i ricordi o anche le cose nuove quando mi fanno sentire subito a mio agio e le sento mie. Leggi tutto

La moda che verrà # 8: Krizia primavera / estate 2014

Ci sono nomi ai quali ci si deve approcciare con tutto il grande rispetto che meritano. E con l’emozione necessaria.

Uno di questi casi, per me, è quello di Krizia: è stato grazie a lei e a pochi altri che, tanti anni fa, mi sono innamorata irrimediabilmente e incurabilmente di quell’Arte che è la Moda – e in questo caso lo scrivo con la M maiuscola. Questa è dunque sì la cronaca di una sfilata, ma una cronaca che parte da una prospettiva un po’ diversa: se avrete la pazienza di seguirmi, capirete perché e dove voglio arrivare.

Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, è nata a Bergamo, Wikipedia dice nel 1925, la Treccani dice nel 1932: poco importa, non starò a fare il conto preciso degli anni, perché con un’icona vivente non si fa. E se un poco avete imparato a conoscermi, sapete che non uso parole come icona o mito a caso. La Signora Mandelli è una delle grandi protagoniste della moda italiana e premi e riconoscimenti che ha ricevuto non si possono nemmeno contare, senza parlare delle numerose mostre che le sono state dedicate dai più importanti musei di tutto il mondo, dalla Triennale di Milano al Museo di Arte Contemporanea di Tokyo passando per il Guggenheim Museum di New York.N

Nel 1985, Krizia ha dato vita all’omonimo Spazio, un teatro polifunzionale in via Daniele Manin a Milano: in grado di accogliere oltre seicento persone, è uno spazio flessibile e facilmente trasformabile grazie ad un sistema di soppalchi e di pedane mobili. Dall’anno dell’inaugurazione, stagione dopo stagione, ospita le sfilate delle sue collezioni e numerosi eventi, aperti principalmente a scrittori, musicisti e designer: Ettore Sottsass, Isabel Allende, Sting e Dario Fo sono solo alcuni degli ospiti saliti sul palco del teatro. Leggi tutto

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