Sei anni di Agw cercando la strada della comunicazione di cultura e talento

Il primo maggio del 2013, esattamente sei anni fa, pubblicavo il mio primissimo post lanciando questo blog al quale ho dato il nome A glittering woman, per festeggiare il mio amore verso tutto ciò che di bello, luminoso e scintillante esiste nella vita, in senso ampio, a 360°.
Quel primo post raccontava qualcosa a proposito di una delle mie grandi passioni, il vintage, e in particolare si concentrava su Next Vintage Belgioioso, una manifestazione di settore che amo particolarmente.
Allora, quando pubblicai il primo post, avevo naturalmente un progetto in testa ma – se devo essere sincera – non avevo idea di ciò che il blog sarebbe diventato nel tempo, ovvero la mia creatura, come chiamo a volte scherzosamente questo spazio web.
Certo, speravo che il progetto avesse una continuità e che potesse davvero riuscire a essere rappresentativo, pian piano, del mio pensiero, trasformando il blog in una sorta di manifesto: posso dire che, da questo punto di vista, oggi, sono molto soddisfatta.
Sebbene io non mi fermi mai sugli allori, nonostante io pensi costantemente che ogni cosa che faccio possa essere migliorata, vi posso confessare che sono felice sia della longevità di A glittering woman sia di come esso sia diventato rappresentativo di tutto ciò in cui credo, con onestà, coerenza, sincerità, trasparenza. Esattamente quel manifesto che speravo, insomma.
E ora, con il senno di poi, mi fa tenerezza notare come io sia partita (più o meno consciamente) proprio da un argomento che negli anni è diventato sempre più importante per me, una sorta di cavallo di battaglia, ovvero la second hand economy.

Sei anni…
Riflettevo che a sei anni un bambino termina la scuola materna e si accinge a una delle esperienze più importanti e significative di tutta la nostra vita, ovvero la scuola elementare.
Credo di aver dimenticato tanti episodi dei successivi anni di studio, ma ricordo nitidamente, con chiarezza e precisione, decine e decine di episodi collegati ai miei cinque anni di elementari.
La scuola elementare ha lasciato segni indelebili in me e ricordo perfettamente gli insegnamenti della mia maestra (e non solo quelli collegati a grammatica e matematica…), così come ne ricordo il nome – Gabriella Consolandi.
Se parlo di tutto ciò è perché – come dicevo in principio – a volte chiamo il blog la mia creatura, proprio come se fosse un bambino (il mio bambino); ora questo figlio si appresta a una fase molto delicata del suo percorso, come un bambino pronto a iniziare le scuole elementari.
Vediamo cosa accadrà…

L’anno scorso, festeggiando i cinque anni, avevo sottolineato come comunicare (ovvero il desiderio che mi ha spinto ad aprire il blog) sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
Se andiamo all’origine della parola, scopriamo qualcosa che in fondo è facile intuire anche solo ripetendola: comunicare dal latino communicare, derivato di communis ovvero «comune».
Comun-icare: «rendere comune, far conoscere, far sapere, per lo più di cose non materiali», dice il vocabolario Treccani.
E aggiunge «divulgare, rendere noto ai più, fare partecipi altri di qualcosa», sottolineando la caratteristica più bella, profonda e positiva della comunicazione, ovvero il «valore reciproco».
Ecco, per me comunicare e fare comunicazione è proprio questo: mettere in comune. Ciò che amo oppure ciò che so, tanto o poco che sia.
Mettere al servizio di tutti informazioni e conoscenza, far circolare buona informazione costruita partendo da una sana curiosità e fortificata poi attraverso ricerca, studio, analisi.

Per me, dunque, la buona comunicazione avviene quando c’è collaborazione.
E credo che la comunicazione debba vere un valore sociale.
E credo anche che la comunicazione sia uno strumento fondamentale per generare crescita, personale e sociale, per ottenere credibilità, per costruire comunità solidali e consapevoli.
C’è poi chi comunica per provocare: scelte personali, io trovo che sia un trucchetto un po’ infantile per attirare l’attenzione e mi limito a passare oltre.

Insomma, io credo in quella comunicazione che viene definita assertiva, ovvero quella che prevede la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie idee, opinioni ed emozioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

E ho sempre cercato di usare i delicati strumenti della comunicazione assertiva – onesta, spero chiara, limpida, positiva, reciproca – per fare ciò che più amo: condividere cultura e talento.

A volte qualcuno mi dice «sei proprio in fissa con l’aspetto culturale».
Se (e sottolineo “se”) sono in fissa con «l’aspetto culturale» non è perché sono vecchia, noiosa, pesante; al contrario, mi piace la cultura perché sono una persona curiosa e in costante evoluzione e perché reputo «la cultura» come qualcosa di vivo e stimolante.
Cultura che – non dimentichiamolo – deriva dal verbo latino colere, ovvero «coltivare», dunque intesa come insieme di conoscenze e come sistema di saperi, opinioni e comportamenti che caratterizzano (o dovrebbero caratterizzare) noi esseri umani.
La cultura dovrebbe essere pertanto interesse primario di ciascuno di noi e riguarda tutti gli ambiti: c’è cultura in un libro e in una mostra, ma ci sono conoscenza e sapere in un abito oppure in un particolare formato di pane.
Cultura e conoscenza danno senso alla bellezza; la cultura è di conseguenza l’unico vero baluardo contro le barbarie di ogni genere.
Credo infatti fermamente che solo la cultura – meraviglioso concentrato di saperi, creatività, bellezza e mettiamoci anche educazione e correttezza – possa salvarci dall’imbarbarimento della società e anche per questo la amo e me ne occupo con gioia.
La cultura e l’istruzione sono anche sinonimi di libertà in quanto ci rendono consapevoli e se siamo consapevoli, se conosciamo, siamo liberi di scegliere. La cultura conduce dunque alla libertà.
Ecco, alla luce di tutto ciò, in fondo è vero: sì, «sono in fissa con la cultura». Ma positivamente e per tutto ciò che di buono comporta.
E concordo con il pensiero di Matteo Luteriani (che ho già condiviso qui): la cultura è la salvezza dell’essere umano e se fare cultura costa in tutti i termini (inclusi tempo, impegno, sacrificio e accuse di “fissazione”), non fare cultura costa infinitamente di più.
Ne abbiamo triste dimostrazione da sempre e, a maggior ragione, ahimè, negli ultimi anni: il sonno della ragione e l’assenza di cultura e conoscenza (incluso lo studio del passato e della storia) generano mostri, odio, intolleranza. E morte.
E il mio pensiero va a tutte le vittime dell’orrore e del buio, senza razze, colori, religione, bandiere, schieramenti, orientamenti.

Alla luce di tutto ciò, tengo tanto a precisare una cosa: nel mio amore per cultura, comunicazione e divulgazione non v’è traccia di sicumera o arroganza.

Faccio il tutto con grande umiltà, mettendomi costantemente in discussione e cercando di crescere e imparare io per prima ogni giorno: studio, approfondisco, indago, ricerco, analizzo, verifico scrupolosamente le fonti e le diversifico.
Metto in pratica, insomma, ciò che maestri, insegnanti e tutte le persone che considero fulgidi esempi personali e professionali mi hanno insegnato.

Devo anche confessarvi che sono amareggiata da come cultura e divulgazione vengono oggi spesso considerate – e bistrattate.

Faccio un esempio pratico e attuale, quello dell’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi.
Sono rimasta basita dal fatto che si siano fatti paragoni a mio avviso assurdi attorno alla questione del suo restauro, ponendo alternative non paragonabili: ricostruire la cattedrale verso destinare quei soldi a persone – poveri, migranti sui barconi, disoccupati – che «avrebbero maggior diritto a quei denari, ne avrebbero più urgente bisogno».
Mi spiace, ma è un confronto che non regge: non si possono paragonare situazioni così diverse e non si possono confondere due necessità così distanti, come se invece una fosse l’alternativa all’altra.
Io per prima ho sempre difeso gli ultimi della società, ma porre il paragone in un frangente simile serve solo a fomentare un pensiero a mio avviso sbagliato e che pone cultura e arte come “hobby voluttuari”, un pensiero che – paradossalmente – non fa altro che sfavorire proprio gli ultimi poiché maggiore è l’ignoranza maggiore è la manipolazione dei popoli.

Vi invito a leggere a tal proposito l’interessante intervento di Antonio Mancinelli: ho grande stima di lui, del suo lavoro e del suo pensiero e ciò che ha scritto su Notre-Dame non fa eccezione.
Riporto un paio di passaggi significativi.
«Ridurre la cultura ad accessorio di mero intrattenimento di cui, volendo, si può anche fare a meno, è il peggior delitto che si possa commettere contro i popoli, composti anche dalla gente che soffre per serie difficoltà economiche. La cultura e l’arte sono alla base dello scambio dei beni materiali e immateriali tra le persone, ne costituiscono la storia e l’ossatura lungo il tracciato del tempo, e sono le uniche cose che possono realmente sostituire il “noi” all’“io”. Senza dimenticare che di cultura e arte si può mangiare, che con la cultura e l’arte si può lavorare e guadagnare, che avere a che fare con la cultura e l’arte può farci veramente diventare tutti più ricchi, in senso letterale.»
«Un sano realismo deve imporci una visione di un mondo dove meno sapremo, più faremo il gioco dei potenti di turno, che ci vogliono capre ignoranti per poterci manipolare. Perché la cultura è anche indipendenza e libertà: e far passare il messaggio che quei soldi potevano essere devoluti ai poveri e ai migranti, alla fine significa volerli ancora più maltrattare, quei poveri e quei migranti.»

Ma torniamo all’altro ambito al quale mi piace applicare il potere della comunicazione assertiva: il sostegno al talento e la sua divulgazione.

Ho una ferma convinzione: fare scouting e sostenere il talento dovrebbe essere il compito spontaneo e sincero di chi come me si occupa di comunicazione, sia che faccia il giornalista sia che faccia il blogger.

Ho la convinzione che il grande dovrebbe sostenere il piccolo, che il più esperto dovrebbe sostenere il meno esperto.
Questo anche tra le aziende perché costruire un sistema in cui vi sia sana concorrenza non è follia, non è farsi del male: al contrario, un ambiente stimolante è vantaggioso per tutti gli attori in causa.
Sapete, alla luce di tanti accadimenti, temo talvolta che la mia possa essere una utopia o addirittura una sciocca fissazione perché, attorno a me, vedo spesso avvenire il contrario.

Vedo blogger e giornalisti parlare sempre e solo dei soliti quattro nomi noti, tessendone le lodi anche quando i prodotti sono cose viste e riviste, senza un minimo di coraggio o di innovazione.
Vedo fare tutto ciò per timore, perché parlare di un nome famoso è più vantaggioso – e meno rischioso – del parlare di un nome sconosciuto.
Vedo realtà affermate (e nomi famosi…) che fanno di tutto per affossare realtà nascenti, magari addirittura copiandone i prodotti. Tanto chi è piccolo, spesso, non può nemmeno difendersi.
E allora io mi incaponisco, tengo duro, vado avanti per la mia strada, continuo a dare tempo e spazio a nomi poco noti e lo farò sempre di più, perché tanto ci sarà sempre chi invece continuerà a parlare dei soliti noti.

Ah, scusate, mi è venuto in mente che ho un’ultimissima cosa da dire a proposito di cultura.

Citando un’altra persona che stimo (Maria Katia Doria), aggiungo che «si può leggere un libro anche con le unghie laccate e il rossetto prescinde dalla cultura»: ci si può dunque occupare di «aspetto culturale» anche (o pur) occupandosi di moda, indossando collane bizzarre e collezionando borse. Una passione (moda) non esclude l’altra (cultura) – e viceversa.
E questo lo dico sia a chi si cura solo di moda auto-limitandosi (scioccamente, permettetemi di affermarlo) sia a chi crede che chi si occupa di moda sia tanto superficiale da potersi (o doversi) preoccupare solo di quella.
Lo dico a chi più volte ha alzato il sopracciglio vedendo che io e il mio blog rifiutiamo di occuparci solo di moda.
Sono sempre stata curiosa e la mia curiosità è onnivora e mai monotematica: per questo mi piace interessarmi e occuparmi di tante cose e, conseguentemente, portarle anche nel blog.
Ho sempre rifiutato le etichette – come dice qualcuno le etichette vanno bene per i barattoli – e ho sempre rifiutato i ghetti, i limiti e i compartimenti stagni e non sarà certo qualche sopracciglio alzato a intimorirmi.

Ora concludo, perché come al mio solito mi sono dilungata un po’ troppo, lo so.
Prima di andare a brindare ai sei anni di A glittering woman, permettetemi però di fare una cosa.

Esattamente come una mamma non fa differenze tra i propri figli, allo stesso modo un editor (o blogger) non dovrebbe fare differenze tra i propri articoli (o post), tutti “figli” della sua creatività.
Ma siamo esseri umani e come tali abbiamo debolezze e, esattamente, come una mamma che pur amando tutti i suoi figli senza graduatorie ha però piccole inclinazioni o cedevolezze verso l’uno o l’altro, anch’io da blogger (o editor) ho post (o articoli) dai quali mi sento più rappresentata o ai quali sono affezionata un po’ di più per argomento o per il lavoro e l’impegno che hanno comportato.

Desidero allora tornare a condividere i link dei due post che, nell’ultimo anno di Agw, più hanno rappresentato il mio impegno a divulgare e condividere cultura e consapevolezza (e che mi sono costati anni di quello studio di cui parlavo in principio): quello dedicato al gender gap, soprattutto in ambito moda, e quello, recentissimo, dedicato al vero costo della moda…

Per quanto riguarda invece condivisione e divulgazione del talento… beh, non ho che l’imbarazzo della scelta.
Sono tante le storie che ho raccontato – e permettetemi di esserne un poco orgogliosa: mi fa piacere ricordare in particolar modo, le storie di Chez Blanchette, Portatelovunque, Francesca Caltabiano, Giovanna Checchi, Eilish, Simon Cracker, Disbanded, Giulia Rositani, Yosono, Valentina Viganò, My Juice Coldpress, Doria 1905, La Piccola Fabbrica dei Mostri, DuElle Bijou, Adalgisa De Angelis, Dunia Algeri, byMo design, Tessieri
Tra questi nomi vi sono realtà più grandi e altre più piccole, realtà che si occupano di moda e gioielli e borse ma anche di piastrelle e succhi biologici, stilisti, designer, artisti: a legare tutte queste realtà è il talento, il coraggio, la personalità nonché il mio rifiuto verso le etichette.

Tutto solo nell’ultimo anno…
E allora… avanti tutta e, come ho già scritto, vediamo cosa accadrà.

E – come ho già detto in tante altre occasioni – grazie soprattutto a voi che leggete: siete voi a dare senso a tutto ciò in cui credo, quindi il ringraziamento più grande va a voi.
Chi scrive è nessuno se non c’è chi legge, perché credo in comunicazione e divulgazione se coincidono con condivisione, scambio, reciprocità.

Emanuela Pirré 

 

 

Le immagini sono state da me realizzate con PhotoFunia

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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