Space Girls, Space Women: lo sguardo e il contributo femminile allo Spazio

Per gentile concessione del Museo da Vinci, dalla mostra Space Girls, Space Women: l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti

L’ho scritto tante volte: non potrei vivere di sola moda perché i miei interessi sono molteplici e variegati.

Sono curiosa verso la vita e occuparmi esclusivamente di moda equivarrebbe a sedermi a tavola e gustare un solo tipo di pietanza, ignorando tutti gli altri sapori: lo considererei noioso e monotono.

È vero, ho alcuni piatti preferiti e ai quali non rinuncerei mai ma, visto che sono una buongustaia, non potrei nutrirmi solo di quelli: parallelamente, nonostante io ami follemente la moda che considero una potente forma di linguaggio, non potrei mai limitarmi a essa ignorando altre modalità di comunicazione altrettanto capaci di raccontare i molteplici aspetti della storia umana, del costume e della società.

Sono dunque molto felice ogni volta in cui prestigiose istituzioni quali il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci mi invitano alle anteprime stampa, dandomi l’opportunità di incontrare e ascoltare esperti di diversi ambiti culturali: mercoledì scorso, sono stata invitata all’anteprima che ha introdotto Space Girls, Space Women – Lo Spazio visto dalle Donne, ovvero una splendida mostra che racconta lo sguardo e il contributo femminile all’esplorazione dello Spazio.

Per raccontare il ruolo delle donne nella ricerca spaziale, un gruppo di fotografe ha realizzato una serie di scatti in tutto il mondo: sono stati raccolti in una mostra voluta in Italia dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e inaugurata il 20 aprile al Museo da Vinci, qui a Milano. Seguirà una seconda inaugurazione a Roma, nel mese di maggio, proprio nella sede dell’ASI.

Prima di raccontarvi i principali fatti e dettagli della mostra, desidero però dirvi perché ho scelto di parlarne qui nel blog.

E partirò affermando di essere cresciuta con il mito della scoperta, dell’ignoto e dello Spazio.

Da ragazzina, ho divorato i libri di Jules Verne, uno dei padri della fantascienza moderna: i suoi romanzi – da Viaggio al centro della Terra a Ventimila leghe sotto i mari passando per Dalla Terra alla Luna, scritto nel 1865, più di 100 anni prima dell’allunaggio del 1969 – mi tenevano con il fiato sospeso, mi trasportavano in mondi lontani e mi facevano sognare.

In seguito, è toccato a Isaac Asimov e a diversi dei romanzi e racconti con i quali il celebre scrittore ha ipotizzato la storia futura dell’umanità.

Lo Spazio, dunque, è uno degli interessi più grandi che ho e il Museo da Vinci ha già in passato dato piena soddisfazione a questa mia sconfinata passione come quando, il 28 ottobre 2014, mi sono ritrovata ad ascoltare il grande astronauta Eugene Cernan, completamente affascinata dal suo carisma.

L’occasione di incontrarlo mi è stata data grazie alla serata di inaugurazione dell’Area Spazio, esposizione permanente del Museo.

Tale area è pensata come un viaggio interattivo tra oggetti, luoghi, personaggi, curiosità e tecnologie relative all’astronomia e all’esplorazione del cosmo: Eugene Cernan – comandante della missione Apollo 17 nel 1972 e tutt’oggi ultimo uomo ad aver lasciato la Luna – è stato l’ospite d’onore dell’inaugurazione.

Il secondo motivo per cui ho scelto di parlare di Space Girls, Space Women è altrettanto importante: sono migliaia le donne che operano nel settore spaziale, poche quelle che guidano i vertici di enti e società del settore.

La ricerca è un ambito in cui la crescita della presenza femminile ha segnato un forte incremento: eppure, se dalla prima donna nello spazio nel 1963 tanta strada è stata fatta (l’astronauta sovietica Valentina Vladimirovna Tereškova, classe 1937, oggi 80enne), è altrettanto vero che molta, ancora, ne resta da fare. Leggi tutto

Andrea de Carvalho, arte senza confini dalla pittura al gioiello

Oggi parlo – nuovamente e con immenso piacere – di una realtà che gode di tutta la mia stima.

Nell’ambito della recente Milano Design Week, sono tornata a fare visita a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto spesso, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.

In via Brera 2, per tutta la durata della MDW, è stato possibile visitare l’allestimento Erotic Pop Design | The Contemporary Design of Love, un progetto di Tania con sottotitolo assai chiaro, ovvero Quando l’amore contagia il design e viceversa.

L’esposizione risultava ironica e divertente, per nulla volgare né morbosa, perfetta per risvegliare i sensi e ricordare che seduzione ed erotismo partono (o dovrebbero partire) dalla nostra testa.

Dalla moda al design di interni passando per il gioiello, tra i creativi e gli artisti che Tania ha voluto coinvolgere nel progetto Erotic Pop Design, sono rimasta molto colpita da Andrea de Carvalho e così è lei la protagonista della storia che vi racconto oggi.

Andrea de Carvalho nasce a San Paolo, in Brasile, nel 1966.

La madre, pittrice, la fa studiare presso la scuola tedesca Waldorf: poi, a soli vent’anni, nel 1986, Andrea si trasferisce a Parigi dove studia fashion design e storia della moda.

Nella capitale francese frequenta la École Jeoffrin Byrs des Arts, de la Mode et dy Stylisme e nel 1989, diploma in tasca, rientra a San Paolo dove inizia a dipingere: diventa assistente del pittore italo-brasiliano Gaetano Miani al seguito del quale, nel 1991, si trasferisce in Italia. Leggi tutto

E se Morfeo si dimentica di me… io provo la melatonina e le erbe della notte di ESI

Aprile dolce dormire: così dice un noto proverbio.

Ironia della sorte, aprile – e più in generale la primavera – è il momento in cui gli animali escono dal letargo: noi esseri umani, invece, in letargo ci andremmo. Volentieri!

In effetti, il meteo del mese di aprile, soprattutto il primo caldo, porta spesso a una sorta di senso di stanchezza e spossatezza: ammetto di subire tutto ciò.

Di giorno mi addormenterei ovunque e, alla sera, mi addormento (anzi, svengo!) sul divano.

Quando però finalmente decido di andare a letto, il sonno tarda invece ad arrivare o, peggio ancora, risulta estremamente frammentato facendo sì che io continui a svegliarmi per tutta la notte: il risultato è che non riposo bene e la mattina sono spossata. Vado avanti lo stesso, naturalmente, come un soldatino diligente, e così accumulo stanchezza.

Oltre alla primavera, parte del problema risiede nell’età che avanza: non è una battuta, ahimè, è provato che, con l’andare degli anni, si dorma meno.

Ma devo riconoscere che tutto ciò è soprattutto colpa delle mie cattive abitudini: lavoro anche dopo cena e, quando spengo il pc, porto tablet e smartphone sul divano continuando a lavorare in mobilità. Ecco perché poi finisco con addormentarmi proprio lì, sul divano, a un’ora già tarda e con uno dei due dispositivi ancora in mano – cosa estremamente sbagliata.

Il resto lo fa lo stress (ebbene sì) il quale genera l’ansia che porta all’insonnia: riconosco anche questo, lo stress è una componente ormai intrinseca della mia vita quotidiana e temo di non essere l’unica, vero?

Mille cose da fare, tempi strettissimi per farle, pretese sempre più assurde, la necessità (necessità?) di essere sempre connessi e dunque presenti e pronti a rispondere: tutto ciò non permette a mente e cervello di staccare per riposarsi.

E così siamo arrivati al nucleo della questione: non stacco mai. E – ripeto – temo di non essere l’unica.

Ultimamente, infatti, ho scoperto che le questioni sonno e insonnia sono tanto sentite da avere una giornata dedicata. Leggi tutto

Luisa Beccaria SS 2017, la bellezza della leggerezza

Oggi sento un gran bisogno di leggerezza.

Sarà la primavera sbocciata ormai da giorni e che mi raggiunge perfino qui, nel mio studio, attraverso la finestra aperta.

Sarà l’imminente Pasqua: lo spirito di rinascita che accompagna questa importantissima festività bussa anche alla mia porta.

Quando parlo di leggerezza non mi riferisco a qualcosa che fa rima con disimpegno o superficialità, bensì a uno stato di grazia che lieve e soave solletica i sensi, con garbo e intelligenza, e che permette di «planare sulle cose dall’alto», proprio come affermava il grande Italo Calvino che a questo valore – tale lo considerava – dedicò anche un saggio.

Il saggio sulla leggerezza è la prima delle conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-86: morì prima, invece, e il testo da lui preparato fu pubblicato postumo (Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio).

«In questa conferenza cercherò di spiegare, a me stesso e a voi, perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto», scriveva Calvino, quasi a dimostrare che la pesantezza del mondo – quella che oggi spesso ci ritroviamo a subire – può essere sconfitta solo dal suo contrario.

Dimenticavo: ho anche desiderio di delicatezza e leggiadria, sentimenti che spesso sembrano essere completamente fuori moda.

E così, considerato questi miei desideri di leggerezza, delicatezza, leggiadria, bisogni che vanno a braccetto con armonia, bellezza e poesia, ho pensato di condividere il racconto di una bellissima sfilata alla quale ho assistito lo scorso settembre, in una giornata tiepida e soleggiata che in fondo assomiglia un po’ a questa.

La sfilata in questione è quella della maison Luisa Beccaria che giovedì 22 settembre 2016 ha presentato la collezione primavera / estate 2017 in un luogo ricco di fascino, ovvero nel chiostro di San Vittore al Corpo, l’ex monastero benedettino che dagli Anni Cinquanta del secolo scorso ospita il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci.

Alla collezione Luisa Beccaria SS 2017 è stato dato il nome The Nymph Affair: il nucleo centrale è il racconto di una donna che gioca con la propria natura e tale natura evolve costantemente, come l’acqua.

L’acqua fluttua, si increspa e poi torna calma nelle sue mille sfumature che vanno dall’azzurro più limpido ai toni più intensi: essa muta, dunque, e così fa la donna di Luisa Beccaria, fortemente protesa verso un’idea di femminilità decisa ma fluida. Proprio come una ninfa contemporanea. Leggi tutto

Paola Brunello e Rosso Cuore fanno viaggiare Nellie Around The World

Questa è la cronaca di un incontro che ha come palcoscenico la mia amata Milano – ancora una volta.
Una Milano che in questi giorni profuma di primavera, una Milano che per un’intera settimana – la scorsa – è stata ancora più speciale grazie al Fuorisalone, il grande evento dedicato al design.

Milano è la mia città, lo sapete, ed è anche la città di Paola Brunello, la protagonista della storia di oggi.
Anche se oggi vive a Fano, Paola è milanese di nascita: ci siamo incontrate grazie al web a ennesima dimostrazione che è possibile usare la rete in modo costruttivo.
Poi, sono state proprio la nostra Milano e la Design Week a offrirci l’occasione per concretizzare i primi contatti virtuali.

Dovete sapere che, per parecchi anni (ben dodici, per l’esattezza), Paola ha girato l’Italia in lungo e in largo per il suo magnifico lavoro: è costumista e scenografa teatrale.
Poi, piano piano, ha iniziato a sentire il bisogno di fermarsi e di fare qualcosa di interamente suo: è nato così, nel 2014, il brand Rosso Cuore.
In principio, ci sono stati oggetti di design per la casa, talmente belli e curati che Paola è stata scelta e invitata da diversi saloni italiani e internazionali dei quali è stata ospite.
È stato un grande successo, da Milano a Parigi.

A questo punto, però, Paola ha sentito il bisogno di un’ulteriore evoluzione per sé e per Rosso Cuore: voleva fare qualcosa di personale, da indossare, da portare con sé fuori dalle mura di casa.
E così, ha pensato di mettere insieme alcune delle cose che ama, come le spille (un monile che ha sempre indossato e che si porta vicino al cuore) e i viaggi.
E ha pensato che il tutto potesse essere unito da una figura femminile straordinariamente forte, visto che nel frattempo si era innamorata di Nellie Bly.

Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, nota con lo pesudonimo Nellie Bly (nome tratto da una famosa canzone popolare), è stata una giornalista statunitense, per l’esattezza una delle prime giornaliste investigative nonché un’autentica pioniera del genere di giornalismo sotto copertura.

L’indagine più famosa della Bly fu quella relativa a un ospedale psichiatrico: si lasciò ricoverare e quindi sottoporre alle stesse terribili condizioni delle pazienti e la sua inchiesta confermò la cattiva fama del sanatorio in questione, più simile a un luogo di reclusione che di cura.
L’inchiesta (conosciuta con il nome Ten Days in a Mad-House) apparve sulla stampa e destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare lo status delle pazienti.

Tale forma di giornalismo – agire in incognito e ottenere una storia – divenne il modus operandi di Nellie Bly: testarda e audace, si occupò in seguito di temi quali lo sfruttamento delle operaie, il destino dei bambini non desiderati, le condizioni di lavoro delle domestiche, la vita in un istituto di carità.

Nellie divenne inoltre nota per il suo giro del mondo da record, completato in soli 72 giorni a cavallo tra il 1889 e il 1890, emulando Phileas Fogg, il protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni, celeberrimo romanzo di Jules Verne. Leggi tutto

Situationist FW 17-18 e il vento di novità che viene dalla Georgia

Al termine di ogni edizione di Milano Moda Donna, ho in genere due diverse e quasi contrapposte reazioni.

Da un lato, sento il bisogno di creare una distanza allo scopo di riuscire a godere di un punto di vista complessivo, di un panorama completo.

È un po’ come se si guardasse un quadro o un arazzo: da vicino si possono vedere bene i dettagli, ma è solo allontanandosi un po’ che si può godere dell’opera nel suo insieme e comprenderne tutta la portata.

Qualcuno si scandalizzerà, forse, per il paragone con un’opera d’arte, ma in realtà il mio non vuole essere un paragone blasfemo: è esattamente il sentimento che provo dopo una settimana che si trasforma in un’overdose di stimoli. Sento il bisogno di regalarmi tempo e distanza per comprendere bene ciò che ho visto e per scegliere quelle che per me sono le collezioni davvero interessanti.

Subito dopo, però, nasce la seconda esigenza: dopo essermi regalata un po’ di tempo per la mia analisi, sento di non poter aspettare oltre e provo il desiderio di condividere ciò che ho amato con voi che mi fate il dono di frequentare questo spazio. Senza aspettare il prossimo autunno, in questo caso.

E così, oggi desidero parlarvi di Situationist, brand georgiano che lo scorso febbraio ha catturato la mia attenzione per molti buoni motivi. Leggi tutto

Jovoy e #WhatMattersIsInside quando il profumo è artistico e anche partecipativo

Credo che qualsiasi lavoro svolto con onestà abbia uguale dignità; eppure, è innegabile che esistano mestieri che possiedono un fascino del tutto particolare.
Penso, per esempio al naso, ovvero la persona capace di realizzare profumi traducendo idee e ispirazioni in scie olfattive reali, concrete.
Questa professione è nata migliaia di anni fa, sembrerebbe addirittura più di 4000, quando i profumi si creavano per compiacere o rendere omaggio agli dei: per esercitare tale professione, oggi servono basi tecniche, chimiche e scientifiche, un bagaglio di conoscenze artistiche e – ovviamente – una spiccata sensibilità.
Il punto di forza di un naso è infatti la memoria olfattiva: mentre una persona è generalmente in grado di memorizzare circa un migliaio tra odori e sentori, un naso, invece, è in grado di ricordane anche tremila.
Ecco perché questa professione mi affascina: si tratta di una sorta di moderno alchimista dotato di grandi capacità, passione, cultura e preparazione.

Ed ecco perché ho deciso di sposare un’iniziativa speciale che si chiama #WhatMattersIsInside ovvero un progetto lanciato dallo storico brand parigino Jovoy specializzato in profumeria artistica. E quando scrivo storico è perché è nato, pensate un po’, nel lontano 1923.
Il loro è un progetto davvero nuovo in quanto l’obiettivo che si pone è quello di creare il primo profumo artistico partecipativo d’Italia, partendo dall’idea di dare vita, così come avveniva nel passato, a profumi che raccontino i desideri dell’individuo.
Da qui nasce #WhatMattersIsInside ovvero ciò che conta è dentro.

Come avverrà tutto ciò?
Compilando questo sondaggio per il quale basta esprimere i propri gusti: le opinioni che verranno raccolte saranno lette e interpretate da cinque nasi che realizzeranno altrettanti profumi d’autore proprio sulla base delle indicazioni di tutti coloro che parteciperanno.
C’è tempo fino al 15 aprile per compilare il sondaggio che è veloce e divertente, tanto che servono giusto un paio di minuti.

Le cinque fragranze saranno rivelate a giugno presso i rivenditori esclusivi Jovoy: per sapere quali siano, si può andare qui ovvero sul sito di Essenses, distributore esclusivo per l’Italia, e selezionare appunto i rivenditori Jovoy dove ci si potrà recare per scoprire le fragranze e poi decretare la fragranza che si preferisce.
La fragranza vincitrice sarà prodotta in edizione speciale e limitata in formato 50 ml: la sua scatola ospiterà anche i campioni degli altri quattro profumi.
Il lancio avverrà in autunno e tale edizione limitata sarà disponibile solo presso i rivenditori esclusivi Jovoy in Italia nonché in tutte le boutique Jovoy nel mondo.

E, tra tutti coloro che avranno compilato il questionario e votato, ci saranno dei fortunati che, su estrazione, potranno vincere il primo profumo creato ed eletto democraticamente.
Mi sembra un ottimo motivo per partecipare ed è anche uno dei motivi per i quali apprezzo questo progetto: mi piace perché è artistico e innovativo e perché parla un linguaggio contemporaneo e partecipativo.

#WhatMattersIsInside è stato fortemente voluto da François Hénin (colui che è alla guida di Jovoy dal 2006) in collaborazione con Luca Falchetti di Essenses.

Jovoy è una voce decisamente importante nell’ambito della profumeria artistica: le sue fragranze, conosciute a livello internazionale, sono autentici racconti che seducono per equilibrio, vivacità e originalità, come nel caso di Psychédélique, L’Art de la Guerre, La Liturgie des Heures – giusto per citare qualche nome.

La maison è stata creata da Blanche Arvoy a Parigi nel 1923, come accennavo, e la storia è curiosa e interessante già a partire dal nome.
Jovoy è infatti la contrazione di Joe, il soprannome di Blanche, e di Voy, dal nome del marito Esteban Arvoy.

Negli Anni Trenta, la boutique Jovoy di Rue de la Paix divenne il luogo nel quale i dandy parigini compravano regali per le loro amanti. I profumi erano formulati per essere estremamente opulenti: erano dotati di nomi evocativi, come L’ardente nuit, ed erano tutti contenuti in bottiglie di cristallo Baccarat o Lalique.
Con la crisi economica del 1929, Blanche Arvoy prese la decisione di creare un nuovo marchio al quale diede il nome Corday come segno di ammirazione verso Charlotte Corday, colei che uccise Jean-Paul Marat, uno dei protagonisti della Rivoluzione Francese. Tutti i profumi Jovoy rimasero sotto Corday: negli Anni Sessanta, con la morte della creatrice, purtroppo entrambi i marchi si spensero.

Ma nel 2006, arriva François Hénin che decide di dare nuova vita al marchio e sceglie di non riprodurre i primi profumi ormai troppo distanti dagli standard moderni: nel 2010, crea il suo primo negozio multibrand a Parigi e Jovoy diventa culla per selezionati marchi di nicchia.
Nel 2012, un nuovo negozio di 175 mq trasforma Jovoy nel più grande spazio di profumeria artistica indipendente di tutta la Francia: vengono lanciate sei nuove fragranze apprezzate dagli esperti di settore per la scelta delle materie prime di qualità. È l’inizio di un successo.

In un mondo ormai saturato da lanci, profumi e marchi a ciclo continuo, gli amanti delle fragranze possono rischiare di perdersi chiedendosi, giustamente, cosa sia oggi un profumo artistico.

La profumeria artistica dovrebbe essere un viaggio alla scoperta di ingredienti originali e ricercati, trasformati in fragranze affascinanti, ricche di storie e suggestioni, capaci di avvolgere i sensi con le loro note uniche create da quei nasi dei quali parlavo in principio, raffinati, colti e possibilmente anche sovversivi.

Con #WhatMattersIsInside, Jovoy spera di ritornare a ciò che è realmente un profumo artistico e sogna di farlo grazie all’aiuto degli amanti delle fragranze, ovvero ascoltando i loro pensieri.

Che ne dite, volete essere parte di tutto ciò?

Indovinate un po’? Io ho già compilato il questionario.

Manu

Urban Finder mi ha messo il grembiule da cuoca (e mi è piaciuto)

Desidero raccontare una novità: sono diventata una UF Lover!

E che cosa sarà mai? – vi chiederete forse voi.

Prima di tutto, vi dico che è una cosa bella, anzi bellissima, una di quelle che piacciono a me: parliamo di condivisione e di condivisione costruttiva e di qualità.

E poi, per spiegarvi cosa sia un UF Lover, vi racconto prima di tutto cos’è Urban Finder, la app dalla quale viene l’acronimo UF.

Urban Finder è, appunto, una app che è stata inventata per aiutare ogni persona a scoprire ciò che cerca in una data città (come suggerisce il nome stesso), trovando le soluzioni più adatte rispetto ai propri gusti e alle proprie esigenze.

È un sistema dedicato sia a chi vive in una certa città sia a chi in quella città arriva per lavoro o turismo, offrendo interessanti spunti e alternative alle consolidate abitudini per i cittadini e creando percorsi su misura per chi è nuovo.

Come funziona Urban Finder?
Attraverso un brevissimo questionario che fa parte della registrazione, la app cerca di conoscere alcune delle caratteristiche utili per effettuare ricerche semplici oppure avanzate e quindi maggiormente raffinate. Leggi tutto

Carlo Zini, il grande bigiottiere che ha avuto la fortuna di fare ciò che sognava di fare

È con grande tristezza che condivido la notizia
della scomparsa di Carlo Zini che si è spento il 3 novembre 2021.
Vorrei poter chiudere gli occhi e fingere che non sia vero,
perché persone come lui sono eterne – o almeno tali mi piace pensarle…
E così, oggi più che mai, questo articolo diventa per me prezioso,
il ricordo indelebile di un incontro con un uomo speciale.
Riposa in pace, Carlo. A tutti noi resta il dono della tua arte.

 

Sono molto felice di segnalare una mostra stupenda che è stata inaugurata lo scorso sabato.

Ancora una volta, si tratta di una mostra che riguarda il bijou e il bijou di altissima qualità; ancora una volta, si parla di Made in Italy, uno dei miei argomenti del cuore; ancora una volta, la mostra è curata da Bianca Cappello, preparatissima esperta del gioiello della quale scrivo sempre con grande piacere; ancora una volta, lo scenario è quello offerto dallo splendido Museo del Bijou di Casalmaggiore, uno dei luoghi in cui mi sento a casa.

Fino al prossimo 4 giugno, tale Museo ospita infatti la prima antologica interamente dedicata a Carlo Zini, uno degli storici bigiottieri italiani.

E io vi consiglio di non perderla: vale davvero la pena di vederla.

Per fare il pieno di bellezza, talento, capacità; per essere orgogliosi una volta di più del nostro splendido Paese che ha talenti come Zini, professionisti come Bianca e luoghi dove si fa cultura. Vera. Reale. Concreta. Senza spocchia, senza paletti, senza compartimenti stagni. Perché la bellezza è educazione e cultura. Perché quando parliamo di moda e gioiello parliamo a tutti gli effetti di arti applicate.

Ma procediamo con ordine. Leggi tutto

Se una rondine non fa primavera… provo allora con la Linea Aloe Vera ESI

Sono sempre stata un’estimatrice della bella stagione, così come ho sempre detestato il freddo e lungo inverno.
Giorni fa, varcando il portone di casa per iniziare una nuova giornata, ho avuto una sensazione ben precisa: l’aria sta cambiando e le mie narici si sono riempite di un odore diverso, più leggero e sottile.
Non so spiegare bene quell’odore né riesco a dargli un nome preciso: è semplicemente il profumo che, per me, segnala l’arrivo della tanto attesa primavera.
Ogni anno, lo percepisco e lo annuso come se fossi una bestiola che si risveglia dopo il lungo letargo; ogni anno, gioisco del più piccolo raggio di sole come un passerotto che riscaldi le piume dopo il freddo e grigio inverno.

E ogni anno, da quel fatidico momento, qualcosa cambia: la primavera e la rinascita che essa porta con sé è così forte che è ben identificabile perfino a Milano.
Tra asfalto e cemento, sbucano i segnali della nuova vita, delicati eppure prepotenti. La forsizia fiorisce gialla in cespugli disseminati per tutta la città. Le magnolie si riempiono di magnifici boccioli. I fiorai propongono bouquet di ranuncoli e io ne sono felice: prediligo i fiori eleganti ma allo stesso tempo non pretenziosi.

Quando iniziano questi primi sentori di primavera, vivo puntualmente le stesse sensazioni: sento scorrere linfa nuova nelle vene e posso finalmente togliermi di dosso un’immaginaria e pesante coltre di torpore.
È come se, durante l’inverno, congelassi una parte di me in una sorta di letargo per concentrare tutte le risorse verso lo sforzo di sopravvivere: terminata quella che percepisco come una vera e propria emergenza, le energie fisiche e mentali possono tornare a fluire liberamente, così come le emozioni. Leggi tutto

Enrico Mazza FW 17-18, ode a uno sfarzo lontano dalla visione tradizionale

Chi si somiglia si piglia, dice la saggezza popolare.

Voi ci credete?

Io sì e non solo per quanto riguarda amore e amicizia: mi piace pensare che questa attrazione tra simili funzioni in tutti gli ambiti.

In qualità di libera professionista posso (quasi sempre) scegliere di seguire proprio questo principio decidendo di lavorare con chi ha la mia stessa visione. Ho messo quel quasi sempre tra parentesi perché non sono un’illusa né un’ingenua e dunque so perfettamente che nessuno di noi è libero al 100%, nemmeno quando siamo capi di noi stessi, e io non faccio eccezione – purtroppo.

Ma questo, per fortuna, è uno di quei giorni in cui posso raccontare di uno splendido incontro nato dalla grande libertà di poter scegliere: desidero parlarvi di un uomo che mi è piaciuto immediatamente perché ho ritrovato in lui tanti dei miei stessi ideali uniti a grinta, energia, entusiasmo.

Quest’uomo si chiama Enrico Mazza e posso definirlo un creativo a tutti gli effetti e a tutto tondo, un visionario (nel senso migliore del termine) delle forme e del lifestyle a 360 gradi.

Esprime la propria creatività in molteplici e variegati ambiti: è curioso (come lo sono io), è affamato di stimoli quanto prolifero di idee e trae ispirazione da tutto ciò che lo circonda, come racconta lui stesso. Leggi tutto

Ridefinire il Gioiello 2017: parole preziose ovvero il gioiello racconta

Ci siamo: parte Ridefinire il Gioiello 2017.

Dopo aver annunciato l’oggetto del bando di concorso di questa nuova edizione e dopo aver portato a termine la prima fase di selezione, siamo ora pronti a dare il via all’esposizione.

Uso (orgogliosamente) il plurale poiché, così com’è accaduto per le edizioni 2014 e 2015, anche quest’anno sono tra i media partner del concorso e attribuirò un premio a un vincitore da me scelto, premio che consisterà in un articolo di approfondimento.

Ma procediamo con ordine.

Ridefinire il Gioiello è un progetto nato nel 2010 da un’idea dalla curatrice Sonia Patrizia Catena: negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza al tema, ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva.

Gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti da un’unica tematica: quest’anno è quella di libri, racconti e poesie.

I monili sono stati chiamati a diventare parole preziose, piccoli libri d’artista indossabili. Frasi oppure versi sono diventati materia tangibile che incanta, sorprende, meraviglia e conquista.

Dal 2010 a oggi, il progetto di Sonia ha coinvolto più di duemila creativi (artisti, designer e orafi) che hanno spinto la loro ricerca oltre i confini usuali, dimostrando come il valore di un materiale – e del gioiello contemporaneo – stia nella capacità di trasfigurare un’idea rendendola indossabile.

Ridefinire il Gioiello ha ben intercettato e al contempo ha stimolato il fermento creativo del gioiello contemporaneo dando vita a un circuito in continuo movimento: la manifestazione continua a porsi l’obiettivo di valorizzare e promuovere una nuova idea di monile, dando voce a molteplici ricerche stilistiche e materiche.

Come dicevo, terminata la fase di selezione, inizia adesso quella espositiva: dal 22 al 28 marzo 2017, la sesta edizione di Ridefinire il Gioiello è ospite presso lo Spazio Seicentro di Milano in via Savona 99.

Saranno presentati 41 gioielli inediti, progettati da artisti italiani e stranieri, e mi fa piacere segnalare che l’evento ha ricevuto il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano e del Comune di Casalmaggiore. Leggi tutto

Da Francesco Fracchiolla alias Franco, il sarto dalle linee semplici

Questo deve essere il mio periodo fortunato.

Oppure deve essere vero che esiste una sorta di equilibrio cosmico (qualcuno lo chiama karma) per il quale finiamo per attrarre ciò che è più affine a noi oppure ciò che più ci assomiglia.

In attesa di capire quale di queste ipotesi corrisponda al vero, mi accontento del fatto che mi accadano cose belle (un po’ di mistero circa le meccaniche della nostra esistenza non guasta, no?) e cerco di godermi appieno il momento positivo: dopo la splendida esperienza presso lo storico atelier Curiel per l’inaugurazione e la presentazione della collezione Haute Couture SS 2017, sono stata infatti invitata a un altro evento che ha messo al centro la mia passione per la moda nella sua forma più bella, quella ricca di contenuti, tradizione, capacità.

Giovedì 9 marzo sono stata a Palazzo Morando, Museo del Costume, della Moda e dell’Immagine, per la presentazione del libro Franco – Il sarto dalle linee semplici scritto da Maria Canella ed Elena Puccinelli per Edizioni Nexo: dopo la presentazione, ci siamo spostati presso l’atelier di via Senato 2 ospiti di Francesco Fracchiolla, il fondatore, per poter ammirare alcuni capi d’archivio appositamente esposti per la bella occasione.

Il volume nasce da due importanti considerazioni. Leggi tutto

Curiel, l’Alta Moda che fa sognare è (anche) un affare di famiglia

Il post di oggi nasce da due considerazioni.

La prima è legata alla velocità che caratterizza i nostri tempi: ogni cosa – o quasi – viene ingurgitata e fagocitata con un ritmo sempre più galoppante, quasi come se esistesse perennemente l’esigenza di non soffermarsi, di non pensare e di passare rapidamente al successivo momento da consumare. Spesso non godiamo l’attimo perché siamo troppo protesi in avanti, già proiettati in un prossimo futuro.

E allora mi chiedo: sarà un bene? Digeriamo davvero tutto ciò che – ripeto – sembriamo ingoiare in fretta e furia? Approfondiamo, interiorizziamo? Oppure lasciamo piuttosto che le nostre esperienze restino in superficie, che galleggino senza farle davvero nostre?

Ve lo confesso, mi pongo sempre più spesso questi interrogativi perché la moderna velocità, a volte, mi impensierisce. E se velocità e dinamismo sono stati concetti al centro di movimenti artistici come il Futurismo, mi domando se non abbiamo reso tutto quanto fin troppo esasperato.

La seconda considerazione è legata al mio lavoro e al suo nucleo: come ho avuto modo di scrivere anche in occasione del reportage sulla recente Milano Fashion Week, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra tutte quelle che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come capita a chiunque, credo) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che mi rende insofferente davanti a certi meccanismi dei quali ho talvolta parlato. Leggi tutto

Transformers Art a Milano per difendere ambiente e speranza

Quando io e mia sorella eravamo piccine ci veniva permesso di guardare pochissima televisione: mia mamma esigeva che prima facessimo fronte ai nostri impegni scolastici e comunque, anche una volta terminati i compiti, continuava a preferire che ci dedicassimo ad altre attività quali il gioco oppure lo sport.

Vi confesso che oggi sono felice della scelta di mia mamma: guardo la televisione raramente in quanto non mi diverte né mi incuriosisce particolarmente e ho sempre preferito la lettura, per esempio. E sapete perché, oggi, trovo la televisione meno interessante del web? Perché permette un livello di interazione a mio avviso troppo basso: qualcuno dà e qualcun altro – noi spettatori – riceve senza possibilità di intervento o di inversione dei ruoli. Trovo sia un intrattenimento un po’ passivo, insomma, e a me piace invece ciò con cui posso interagire.

Tornando alla mia infanzia: tra i pochi programmi che io e mia sorella potevamo guardare figuravano i programmi per i bambini, alcuni selezionatissimi programmi di prima serata (quando la prima serata era davvero tale e iniziava presto) e, naturalmente, i cartoni animati. Non tutti, in verità.

Ricordo, però, che mi era consentito guardare Ufo Robot alias Goldrake, uno dei primissimi cartoni animati di genere fantascientifico e forse tale permesso era merito di mio papà che è sempre stato un appassionato delle avventure spaziali e futuristiche. Fu con lui che mi appassionai anch’io al genere e fu sempre con lui che, qualche anno dopo, iniziai a guardare film e telefilm ambientati in quel futuro immaginario che da sempre ha affascinato scrittori e registi: amerò per sempre la saga di Star Wars, riguarderò sempre con piacere Star Trek, soprattutto i vecchi episodi.

(Altro inciso: immaginate la mia gioia quando, alcuni mesi fa, per lavoro, ho avuto l’immenso onore di conoscere di persona il grande Luigi Albertelli. Importantissimo paroliere e autore televisivo, Albertelli è colui che ha scritto innumerevoli, bellissime e indimenticabili canzoni per tanti interpreti e ha fatto felici anche i bambini come me scrivendo le sigle di Ufo Robot, Capitan Harlock, Daitan III.)

La mia passione per fantascienza e robot si è nutrita anche con i Transformers: negli Anni Ottanta, con la serie animata e il primo film; poi, in tempi più recenti, a partire dal 2007, con la prima pellicola d’azione diretta da Michael Bay che ha poi avuto ben quattro sequel, l’ultimo dei quali in arrivo il prossimo giugno. Leggi tutto

Le collezioni FW 17 – 18 in 9 momenti oltre estetica e apparenza

È appena terminata un’altra edizione di Milano Fashion Week, quella dedicata alle collezioni FW 17 – 18.
Come sempre, questo The End (e non so ancora se definirlo Happy End) provoca in me un miscuglio di sentimenti altalenanti e talvolta in contrasto tra loro: individuo tracce di stanchezza, dispiacere, gioia, soddisfazione.
Stanchezza perché – siamo onesti – sei giorni di full immersion sono lunghi. E infatti sento il desiderio di fare dell’altro, ora, di cercare nuovi stimoli altrove, proprio per tornare con più entusiasmo e con più carica a occuparmi di moda.
Dispiacere perché – stanchezza e / o nervosismi a parte – la moda è per me una grande passione e quindi un po’ mi dispiace che i giorni di incontri, presentazioni e sfilate siano terminati.
Gioia e soddisfazione perché ho visto cose interessanti e ho vissuto belle esperienze.
A fine MFW, è ormai abitudine che io pubblichi un reportage: ho scritto di certe cattive abitudini dell’ambito in cui mi muovo, ho parlato (più di una volta) della questione accrediti alle sfilate, ho raccontato di metatarsi malconci e di sciocchi luoghi comuni. Leggi tutto

Parthenope Botteghe Artigiane, una storia narrata dalle emozioni

C’era una volta.

Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.

La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.

Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.

Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci. Leggi tutto

Perché la scimmia nuda di Francesco Gabbani è un po’ anche mia

Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura). Leggi tutto

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