Louis Vuitton, delocalizzazione, Made in Italy, H&M: perché tutto insieme?

Eccezionalmente, oggi pubblico un secondo post nella stessa giornata perché mi preme condividere con voi alcune riflessioni alquanto calde e attuali.

In questi giorni, circola infatti la notizia di un’inchiesta fatta da The Guardian: secondo l’autorevole quotidiano britannico, la maison Louis Vuitton (gruppo LVMH, ovvero una delle grandi holding del lusso) fabbricherebbe le proprie scarpe in Romania, per la precisione in Transilvania.
Sempre a quanto risulta secondo l’inchiesta, le scarpe verrebbero poi spedite da noi, qui in Italia, dove verrebbero semplicemente incollate le suole.
Altro che Made in France o Made in Italy, insomma, come invece viene stampigliato su quelle stesse suole.

Non voglio scendere nel merito specifico di questo episodio, perché il discorso è lungo e articolato.
Prima di tutto, occorrerebbe parlare bene di cosa oggi possa legalmente fregiarsi dell’appellativo Made in Italy (e sto meditando di scrivere un post dedicato).
E secondo, se vogliamo parlare di etica e soprattutto di etica del lavoro, bisogna dire che sembrerebbe che quelle fabbriche in Romania siano un ambiente pulito nel quale lo staff lavora da seduto, ha il fine settimana libero, è pagato per gli straordinari e non usa prodotti tossici. Insomma, parrebbe che di qualcosa equiparabile al cosiddetto caporalato qui non vi sia traccia (almeno quello…).

(A proposito: un paio di cosette circa delocalizzazione, reshoring, Made in Italy, etica e via discorrendo le avevo già scritte tempo fa, nel 2014, ora che ci penso – precisamente qui)

L’osservazione che desidero fare è dunque piuttosto un’altra: bisogna tenere gli occhi ben aperti e non dobbiamo fidarci di tutto ciò che ci viene detto.
Oggi, il fast fashion viene spesso additato come l’essenza del male in ambito moda o peggio come l’unico male, ma non è così, non del tutto, non al 100%.
Così come non è vero che le maison di alto di gamma siano sempre virtuose, non è altrettanto vero che quelle di fast fashion facciano tutto quanto male.

Vi faccio un esempio pratico anche in questo caso.
Recentemente, ho fatto degli acquisti attraverso il sito H&M e quello che vedete qui sopra è il sacchetto che mi è arrivato insieme ai capi.
Perché – nonostante le responsabilità che si imputano al fast fashion e che certo non intendo negare – occorre anche dire che H&M, per esempio, è da anni in prima linea nella lotta per la sostenibilità.
Ha un sito dedicato nel quale dettaglia tutte le attività che svolge.
E, fin dal 2013, ha creato il più grande sistema globale di raccolta di abbigliamento usato del settore retail.
Tutti i negozi della catena, in ogni paese del mondo, dispongono di contenitori di raccolta dei capi: i clienti possono depositare capi usati di qualsiasi marca che saranno riutilizzati o riciclati, ricevendo un buono in cambio.
Già a febbraio 2014, H&M ha presentato i primi prodotti contenenti materiali ottenuti con l’iniziativa, ovvero capi in denim con una percentuale di cotone riciclato.

Non voglio fare un’arringa a favore del colosso del fast fashion, non mi interessa, credetemi; desidero solo – e lo ripeto! – dire a noi tutti di tenere gli occhi aperti e di guardare oltre.
Non dobbiamo subire i luoghi comuni, né nel bene e nel male, e non beviamoci bugie e/o false promesse, qualsiasi etichetta esse portino – letteralmente!

E per il momento mi fermo qui.

Se poi volete saperne di più sul caso Louis Vuitton, vi invito a leggere l’articolo di The Guardian.
E ce n’è anche per il gruppo diretto concorrente di LVMH, ovvero Kering: leggete cosa scrive Pambianco a proposito di un’altra querelle che riguarda degli occhiali…

La butto lì: sarà forse che quello di giocare un po’ con appellativi, definizioni e cavilli sia un vizio piuttosto diffuso?
Sarà forse che – come sostengo io – il male non stia oggi solo nel fast fashion ma in chiunque si comporti con poca trasparenza?

Manu

 

Unopiù e quel nostro bisogno di armonia tra casa e paesaggio

Noi esseri umani abbiamo talvolta strane abitudini nonché atteggiamenti e comportamenti che possono risultare davvero buffi se non addirittura bizzarri.

Prendete, per esempio, il nostro rapporto con i sogni: abbiamo luoghi immaginari in cui riporli in attesa – credo – di poter fare qualcosa affinché si avverino.

In tale ottica, moltissime persone mettono i loro sogni in un cassetto: a me il cassetto comunica invece un senso di disagio, è un posto troppo statico.

Temo infatti che possa tramutarsi in un dimenticatoio nel quale i sogni finiscono per restare prigionieri, una trappola senza via di uscita nella quale vengono condannati a prendere polvere, magari in eterno.

Preferisco pensare di metterli in una valigia perché posso portarla con me, cercando di tenere così sempre ben presenti i sogni, gli obiettivi e i progetti ancora da realizzare.

Certo, questo mio bagaglio immaginario è un po’ pesante in quanto è sempre pieno e non credo che riuscirò mai a vederne il fondo, ma forse nemmeno lo voglio: avere sogni e progetti in perenne evoluzione e movimento ci mantiene scattanti e vitali. Ciò che è importante è che vengano appunto fatti girare, proprio come i capi di una valigia intelligente e ben organizzata.

Sapete, nella mia valigia c’è spazio per sogni e progetti di varia grandezza e di ogni tipo: alcuni sono particolarmente ambiziosi – e so che richiederanno molto tempo e impegno per essere realizzati – mentre altri sono più piccoli o quotidiani. Oppure sono estremamente pratici e concreti.

Tra quelli pratici, c’è il sogno di possedere un giardino, fatto che è direttamente proporzionale alla mia passione per la bella stagione, ovvero il momento dell’anno in cui mi sento rinascere proprio come una bestiola che esca dal letargo.

Pensate che c’è stato un periodo della mia vita in cui ho avuto una casa con un terrazzo talmente ampio da poter tranquillamente assomigliare a un giardino: peccato che a essere sbagliato fosse il momento in cui l’ho avuto. Pazienza, c’est la vie.

E così ora sogno un giardino, anche piccolo. Mi piacerebbe avere spazio per qualche poltroncina, per poter creare una sorta di salotto all’aria aperta, e mi piacerebbe avere lo spazio per un bel barbecue: impazzisco per carne e verdure grigliate! Leggi tutto

Christiaan van Heijst, il mondo è un po’ più bello da un aereo

Il mio amore per gli aerei è nato già nella più tenera infanzia.
Mia mamma racconta infatti un episodio che risale al mio primo viaggio con questo mezzo: avevo circa due anni e, mentre lei era bloccata al suo posto a causa della nausea, io passeggiavo tranquilla e come se nulla fosse lungo il corridoio, intrattenendo le hostess e i passeggeri, tutti divertiti da un soldino di cacio sorridente e chiacchierino, per nulla intimorito dalla situazione nuova.
Da allora, il mio rapporto con gli aerei è sempre stato appassionato: tanto detesto viaggiare in macchina (e peraltro soffro il mal d’auto) quanto adoro prendere l’aereo. Scherzando, dico sempre che lo prenderei per andare perfino da Milano a Casalpusterlengo.
E infatti i viaggi in aereo non sono certo mancati nella mia esistenza: da quelli su e giù per l’Europa fino ai voli intercontinentali tra i quali l’Australia, la Cina, il Brasile, il Vietnam, la Polinesia.

Volare non mi spaventa, anzi, mi affascina e la vita di bordo non mi mette ansia, anzi, mi diverte passare tempi anche lunghi a zonzo per il cielo.
Non ho però mai pensato di fare un lavoro connesso a tale passione (chissà come mai) e comunque, se ci avessi pensato, mi sarebbe piaciuto fare il pilota e non la hostess.

Ecco perché oggi vi racconto la storia di Christiaan van Heijst, un pilota di aerei olandese.

La sua passione è stata molto precoce: a 14 anni si dedicava già ai voli in aliante mentre a 18 anni ha preso la sua prima licenza da pilota di voli privati, perfino prima della patente automobilistica.
Ha partecipato come pilota acrobatico al Campionato Nazionale Olandese portando a casa un primo posto nella classe principianti nel 2003, all’età di 20 anni.
Oggi è 33enne e pilota Boeing 747-8 per Cargolux, una compagnia aerea cargo lussemburghese.

Ma qual è il motivo esatto per cui vi parlo di lui?

Il punto è che, tra un decollo e un atterraggio, Christiaan van Heijst non perde occasione per fotografare il mondo dalla sua cabina.

Quello dei piloti di aerei è senza alcun dubbio un punto di vista privilegiato: nuvole, fenomeni atmosferici, montagne, mari e città creano panorami inediti per chi invece vive letteralmente con i piedi per terra, spettacoli dei quali solo chi si trova all’interno di una cabina di pilotaggio può godere.
E così, dalla sua poltrona circondata di tasti luminosi e strumenti incomprensibili ai più, Christiaan non si limita a far decollare, pilotare e fare atterrare i Boeing 747: tra una pausa e l’altra, approfitta per scattare fotografie. Precisamente, splendide fotografie.
Le luci e gli interruttori che riempiono la plancia di comando nonché i panorami mozzafiato (soprattutto quelli notturni) fuori dai finestrini sono soggetti affascinanti e Van Heijst ha deciso così di condividere con il mondo intero il suo punto di vista privilegiato.

«Sin da quando ero molto giovane provavo una grande gioia nel catturare la bellezza della luce naturale in tutte le sue forme», racconta sul suo sito.
«Più tardi, ho unito questo interesse con il volo ed è emersa una nuova passione. Potendo guardare il mondo intero attraverso il mio lavoro, mi sento privilegiato per essere in grado di catturare molte parti del pianeta attraverso la mia macchina fotografica e immortalare la bellezza dei luoghi che visito».

Le sue foto sono diventate virali grazie al web e non solo: le sue immagini sono state pubblicate da riviste e media del calibro di National Geographic e BBC.
E nel 2016, Christiaan van Heijst ha pubblicato il suo primo photobook intitolato Cargopilot che attualmente è alla seconda ristampa.

Giusto per darvi un assaggio delle sue foto meravigliose, ho selezionato per voi l’immagine qui sopra presa dal suo sito e in particolare dal suo blog: è recentissima e, come scrive lo stesso Christiaan, è stata scattata «da qualche parte sopra l’Atlantico tra il Sud America e l’Africa». Ritrae il fenomeno che prende il nome di fuoco di Sant’Elmo, ovvero una scarica elettro-luminescente provocata dalla ionizzazione dell’aria durante un temporale.

Oltre che sul sito, potete trovare le foto di Christiaan van Heijst sul suo account Instagram e su Twitter.

Io lo seguirò sognando il mio prossimo volo: quest’estate tocca alla Grecia, ma per l’autunno ho in previsione nuove avventure aeree.
Certo, non avrò la stessa visuale di un pilota né possiedo il talento fotografico di Christiaan, ma il mondo dall’alto è sempre uno spettacolo impareggiabile e speciale perché, da lassù, resta solo la bellezza e spariscono tutte le cose brutte.

Manu

 

Coco Chanel: la donna oltre il mito e oltre le geniali intuizioni

Domenica ero troppo stanca anche solo per pensare di uscire.
Dopo il mio consueto allenamento mattutino in palestra, sono tornata a casa e ho deciso di regalarmi un tranquillo pomeriggio di relax casalingo.
Ho scelto alcuni libri e delle riviste, ho preso i miei fidi (e immancabili) amici elettronici (smartphone e tablet) e mi sono avventurata verso il divano.
Giusto per curiosità, ho acceso la televisione, già pronta a spegnerla nel giro di pochi attimi, certa che non avrei trovato nulla di mio gradimento: non sono una grande fan di tale mezzo, sono più i programmi che mi annoiano di quelli che mi entusiasmano.
Ma in quel caso mi sbagliavo: su Canale 5, trasmettevano infatti un film che amo particolarmente e che rivedo con piacere ogni volta in cui ne ho occasione.
Si tratta di Coco avant Chanel, film biografico del 2009 diretto da Anne Fontaine con la brava Audrey Tautou nel ruolo della protagonista.
L’avete mai visto?
Racconta la storia della grande stilista francese Coco Chanel, dalla povertà e dai primi lavori come cantante fino alla nascita della sua casa di alta moda. E, in parallelo, viene raccontata la sua più grande storia d’amore, quella con Arthur ‘Boy’ Capel, dopo la parentesi con Étienne de Balsan, primo amante e primo finanziatore.

Coco avant Chanel.
Ovvero Coco prima di Chanel.
Ovvero Coco prima di diventare Chanel.
Ovvero la donna prima ancora del mito. Prima ancora che il suo lavoro, la sua vita e di conseguenza il suo nome diventassero un mito.
Lo ammetto, è un film che mi commuove profondamente perché – appunto – racconta la donna Coco, colei che è riuscita a concretizzare il disegno che aveva in sé, testarda, ostinata, talentuosa, con una sua visione personale che ha portato avanti con forza, senza aver paura di essere diversa.
E ha pagato, Coco, eccome se ha pagato. In prima persona. Perché se a livello professionale ha realizzato la sua visione, a livello personale non è stata altrettanto fortunata, perdendo precocemente l’unico uomo che abbia mai veramente amato. Leggi tutto

We Wear Culture, dal little black dress di Coco allo street style di Tokyo

We Wear Culture: la cover della sezione dedicata al virtual tour del Metropolitan Museum of Art

Tra i tanti vantaggi del web, uno dei miei preferiti è senza dubbio quello di aver ridotto i limiti fisici e geografici.

Per esempio, possiamo stare comodamente seduti alla nostra scrivania e contemporaneamente fare ricerche grazie a luoghi virtuali, biblioteche e librerie, archivi e musei. Oppure, possiamo rilassarci sul divano mentre chiacchieriamo in live chat con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. O ancora, possiamo fare acquisti in pochi click.

Certo, a volte tutto ciò non basta: io, in questo periodo, mi struggo per il fatto di non poter essere a New York fisicamente, precisamente al Metropolitan Museum of Art dove si sta svolgendo la mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between.

Non so cosa darei per visitare l’esposizione dedicata a una delle più importanti stiliste del Novecento, colei che nel 1969 ha fondato il brand Comme des Garçons e che insieme a Yohji Yamamoto e Issey Miyake forma l’eccezionale triade giapponese che, alla fine degli Anni Settanta, ha portato un grandissimo rinnovamento nella moda.

Qui, però, torna in ballo Internet e la sua capacità di essere un mezzo che ci dà infinite possibilità che sta a noi saper sfruttare al meglio: non posso teletrasportarmi a New York, è vero, ma grazie al web posso consultare il sito del Metropolitan, godere di filmati e gallery, leggere articoli, consultare reportage.

Ed è proprio in nome di tutto ciò che, oggi, sono molto felice di parlarvi di un progetto che si chiama We Wear Culture.

We Wear Culture ovvero Indossiamo la Cultura, in quanto ben tremila anni di storia del costume e della moda confluiscono in una sorta di sfilata (o vetrina, chiamatela come preferite) che debutta online in questi giorni.

Disponibile attraverso la piattaforma Google Arts & Culture, il progetto consente di esplorare stili e look di epoche diverse nonché le storie che sono alla base degli abiti che indossiamo oggigiorno: inoltre, pezzi iconici che hanno cambiato il modo di vestire di intere generazioni vengono letteralmente fatti vivere grazie alla realtà virtuale.

L’iniziativa è frutto di una collaborazione con oltre 180 istituzioni culturali di fama mondiale: tra i nomi italiani, figura il Museo del Tessuto di Prato e una selezione di tessuti proveniente proprio dalle collezioni antiche di tale Museo è ora disponibile online. Leggi tutto

Alba Folcio, la bellezza genera bellezza, dal gioiello all’arte, senza confini

Pur essendo sempre disposta a mettermi in discussione, esistono questioni sulle quali ho invece opinioni ben salde e difficilmente modificabili: in questi casi, risulto ostinatamente e irriducibilmente convinta, cocciuta come un mulo.

Per esempio, sono fermamente convinta del fatto che solo chi ha la bellezza in sé – come inclinazione naturale e come educazione sentimentale e culturale – sia in grado di restituire altra bellezza.

Più vado avanti e più incontro persone che confermano la mia teoria e oggi desidero parlarvi di una di tali persone: vi prego, fatemi dono di un po’ del vostro tempo e vi racconto tutto, per bene e con ordine.

Come ho narrato in altre occasioni, dal 2014 sono tra i media partner del concorso Ridefinire il Gioiello e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, premio che consiste in un articolo di approfondimento.

Ridefinire il Gioiello è un progetto nato nel 2010 da un’idea dalla curatrice Sonia Patrizia Catena. Negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza al tema, ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva. Gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti da un’unica tematica e per l’edizione 2016/2017 tale tematica è stata quella di libri, racconti e poesie.

I monili sono stati chiamati a diventare parole preziose, piccoli libri d’artista indossabili: frasi oppure versi sono diventati materia tangibile in grado di incantare, sorprendere, meravigliare e conquistare.

Dal 22 al 28 marzo, la sesta edizione di Ridefinire il Gioiello è stata ospite presso lo Spazio Seicentro di Milano dove sono stati presentati 41 gioielli inediti, progettati da artisti italiani e stranieri: durante la serata inaugurale, sono stati proclamati i vincitori selezionati da ogni partner.

Per quanto riguarda me, posso dire di aver accuratamente preso visione di tutti i gioielli e di aver fatto la scelta non senza difficoltà. Come sempre, infatti, ho trovato parecchi lavori interessanti e, dunque, non è stato facile decidere.

Eppure, da subito, ho ristretto la selezione ad alcuni pezzi e, alla fine, mi sono lasciata guidare da diversi criteri inclusi cuore, emozione e istintività, presupposti che – a mio umile avviso – devono oggi condurci nella scelta di un monile contemporaneo. Leggi tutto

Pillole di mondo: a Vicolungo The Style Outlets leggere è di moda (evviva!)

Le piccole casette per il book sharing a Vicolungo The Style Outlets

Leggere è un piacere che ha caratterizzato costantemente tutta la mia vita, in ogni età e in ogni fase.
Non posso né potrei mai pensare di rinunciare al piacere di leggere riviste, giornali e libri: è come se fossero cari, preziosissimi, insostituibili amici. Compagni di vita, appunto.
Devo anche confessare di amare la carta, infinitamente, amo il suo profumo e il suo fruscìo: non potrei soppiantarla a favore di tablet e lettori vari che mi affascinano, è vero, e dei quali oggi faccio uso come tutti, anche se sporadicamente e per specifiche esigenze.

Quando mi chiedono di elencare i libri che preferisco, sono in difficoltà: ogni libro che ho letto è stato unico e speciale.
Ricordo con estremo affetto quelle che furono le mie prime letture di fanciulla: Cuore di Edmondo de Amicis, Piccole donne di Louisa May Alcott, i romanzi di Jules Verne che mi fecero innamorare della fantascienza.
Ricordo con altrettanto affetto la sfida che mi pose la mia insegnante di letteratura in prima superiore: vedendo quanto fossi vorace e curiosa quanto a letture, mi propose Cent’anni di solitudine, il capolavoro del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Mi innamorai perdutamente di lui e da allora ho letto moltissime sue opere, buona parte delle quali proprio durante gli anni delle scuole superiori.

Non mi dilungo oltre su autori e titoli e aggiungo soltanto che, quand’ero in prima media, i miei genitori decisero di farmi l’abbonamento in biblioteca: costavo più in libri che non in qualsiasi altra cosa (inclusi abiti e cibo, altri due ambiti per me di forte attrazione) e il problema è che ogni nuovo volume mi bastava per pochi giorni soltanto.
Non so dare voce all’emozione che provai quando un paio di anni dopo, non più paga della sola struttura di zona, conquistai la tessera della Sormani, la meravigliosa biblioteca centrale di Milano.
Ogni volta in cui entravo in quel luogo, avevo l’impressione di mettere piede in un tempio sacro, in un edificio di culto: in fondo, in biblioteche e librerie non si celebra un culto, quello della curiosità e della conoscenza?

Ecco, ora c’è un altro luogo nel quale celebrare l’amore per i libri ed è un luogo al quale molti non avrebbero forse pensato: un outlet.

A lanciare tale scommessa è il gruppo The Style Outlets che ha deciso di introdurre la pratica del book sharing nella propria struttura di Vicolungo, in provincia di Novara.

La pratica del book sharing, letteralmente condivisione di libri, incontra la mia più grande approvazione in quanto è un ottimo modo per far circolare liberamente e disinteressatamente la cultura: ognuno può recarsi in angoli appositamente creati a tale scopo – in genere cabine o casette – per donare o prelevare un libro senza alcun vincolo, nemmeno quello di restituire il volume.

Dopo aver sperimentato con ottimi riscontri il bike sharing per i più piccoli, il gruppo The Style Outlets punta ancora una volta al coinvolgimento e all’intrattenimento delle persone andando oltre lo shopping e allestendo un servizio per la raccolta e la distribuzione gratuita di libri: per scoprire (o riscoprire) il piacere della lettura basta portare con sé un libro, depositarlo in una delle piccole casette installate accanto all’Info Point e sceglierne un altro.

L’outlet di Vicolungo (a settembre sarà la volta di quello di Castel Guelfo, in provincia di Bologna) presenta inoltre un calendario di interviste e reading session con autori e personaggi accomunati dal talento letterario nonché da pubblicazioni di successo.

A inaugurare l’iniziativa sabato 27 maggio è stata Sofia Viscardi intervistata da Luca Bianchini e Franco Bolelli: 18enne, autrice del successo editoriale Succede, Sofia ha parlato di amori, amicizia e relazioni.

Domani, sabato 3 giugno 2017, a partire dalle 17, toccherà a Cristina Chiperi: giovanissima eppure già fenomeno editoriale, Cristina è l’autrice della trilogia My dilemma is you.

Sabato 17 giugno 2017, sempre dalle 17, sarà invece la volta di Benedetta Parodi che leggerà alcuni brani tratti dai suoi libri Le fate a metà, ciclo di tre romanzi per bambini… di tutte le età.

Ho raccontato tante volte che le suddivisioni rigide come compartimenti a tenuta stagna non mi piacciono: mi piacciono invece le commistioni e le contaminazioni e credo fermamente che la cultura abbia molte forme e che dovrebbe essere accessibile a tutti.

Conseguentemente, il mix tra shopping e libri mi piace molto e apprezzo che il gruppo The Style Outlets pensi che lo shopping possa essere affiancato da forme gratuite di intrattenimento diversificato.

Ecco perché ho voluto sostenere questa iniziativa parlandovene e, visto che Vicolungo è un outlet che ho visitato più volte, la prossima volta avrò un ulteriore buon motivo per tornarci.

Manu

Second hand economy: i miei tre negozi preferiti a Milano

Oggi desidero parlare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore: il second hand.

In un momento storico in cui circola meno denaro rispetto al passato (penso, per esempio, ai più goderecci Anni Ottanta), una delle soluzioni possibili è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti: così, dopo decenni di consumismo e di filosofia usa e getta, è il momento d’oro del riuso, dal vintage ai negozi second hand (o seconda mano), dai mercatini delle pulci alla pratica dello swap party.

Prima di tutto, però, occorre fare una doverosa distinzione tra vintage e second hand.

Il termine vintage indica espressamente oggetti prodotti almeno vent’anni prima del momento attuale e dunque si differenzia dal second hand che di solito è più recente. La caratteristica principale di un oggetto o di un capo vintage non è dunque soltanto quella di essere stato utilizzato in passato, bensì il valore che ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità: rappresenta una testimonianza dello stile di un’epoca passata e magari ha anche segnato un particolare momento storico o un passaggio importante della moda o del design.

Tutto ciò è intrinseco già nel nome stesso: vintage deriva infatti dal francese antico vendenge, termine inizialmente coniato per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e poi diventato sinonimo dell’espressione d’annata. Leggi tutto

Curiosità dal mondo: l’invasione (pacifica) degli Amigurumi

Uncinetto.
Lo so, basta leggere questa parola e tante persone pensano immediatamente a qualcosa di datato.
Ad alcuni tornano in mente le immagini della nonna impegnata a sfornare centrini di ogni tipo, colore e dimensione. Quelli che, negli anni, sono poi spesso finiti in cassetti dimenticati.
Nulla è però più lontano dallo scenario attuale: l’uncinetto vive infatti evoluzioni del tutto inaspettate.

Avete mai sentito parlare, per esempio, degli Amigurumi?
Il termine è composto dalle parole giapponesi ami, che significa lavorare a maglia o all’uncinetto, e nuigurumi, che significa peluche: è pertanto traducibile come giocattoli lavorati all’uncinetto.

Amigurumi descrive quindi l’arte giapponese di creare all’uncinetto o a maglia sia animali sia piccole creature dall’aspetto generalmente antropomorfo (ovvero con sembianze umane): fondamentalmente, le creazioni non hanno un uso pratico e vengono collezionate più che altro per ragioni estetiche.

Caratteristica comune a tutti gli Amigurumi è infatti quella di essere kawaii: è un’altra espressione giapponese e indica un concetto assimilabile all’equivalente inglese cute. Significa letteralmente carino, amabile, adorabile.
Ciò che è kawaii è piccolo, buffo, dall’aspetto innocente, con fattezze minute e deliziose ed è ricco di dettagli e particolari.

Mi sono informata in rete e ho scoperto che gli Amigurumi sono solitamente realizzati all’uncinetto con la tecnica della lavorazione in tondo: possono essere lavorati ai ferri anche in questo caso lavorando circolarmente.
Gli uncinetti e i ferri utilizzati sono leggermente più piccoli della norma poiché è necessario costruire una struttura che tenga ben stretta al suo interno l’imbottitura (simile a quella dei cuscini).
Sono inoltre in genere lavorati suddivisi in parti che successivamente vengono unite: quelli che hanno soltanto testa e busto senza altri arti possono essere trattati come un unico pezzo.

Da qualche anno, la pratica degli Amigurumi sta ormai spopolando ben oltre i confini giapponesi.

Per avere la prova è sufficiente fare un piccolo esperimento con Google: provate a digitare Amigurumi e il motore di ricerca vi proporrà circa 36 milioni di risultati.

Stessa cosa su Etsy, il marketplace nel quale persone di tutto il mondo si incontrano per vendere e comprare articoli fatti a mano e oggetti vintage: qui siamo a quota 64 mila risultati (1200 circa restringendo la ricerca ai venditori italiani).

Instagram non fa eccezione, naturalmente: basta digitare #amigurumi perché il social della comunicazione visiva proponga risultati molto interessanti.
Quanti? Oltre un milione e 700 mila.

Volete qualche esempio pratico?

Io mi sono innamorata di Mei, una ragazza giapponese che non solo realizza Amigurumi deliziosi ma li fotografa anche in modo estremamente accattivante.
Dal suo account @amigurumei si può accedere anche al sito; Mei ha inoltre scritto un libro che si chiama Hello Kitty Crochet.

Visto che io ADORO letteralmente i Minions, per illustrare questo post ho scelto una creazione di Olka, un altro splendido talento proveniente dall’Ucraina: vi segnalo il suo account che si chiama @aradiyatoys e dal quale si vede la sua grande passione per il colore e per i personaggi di fantasia come appunto i miei piccoli amici gialli.
Da Instagram accedete anche al negozio Etsy di Olka che tra l’altro vende gli schemi per realizzare i suoi Amigurumi, schemi che costano davvero pochissimo.

Volete anche qualche nome italiano?

Tornando a Etsy, provate a dare un occhio a Mary’s Amiland (da Verona, Veneto), a Brama Crochet (da Firenze, Toscana), a Amy Mamy Creations (da Castelluccio Inferiore, Basilicata) e a Creo Ergo Sum Design (da Ragusa, Sicilia).
Come vedete, è rappresentata tutta l’Italia da nord a sud: ve l’ho detto che la passione è ormai sparsa ovunque a macchia d’olio.

Su Instagram, sto tenendo d’occhio anche @ohioja alias Ylenia Tagliafraschi (da Prato, Toscana).
Ho visto alcune sue creazioni trasformate in spille e la cosa mi stuzzica non poco.

La combinazione di due cose che mi incuriosiscono e mi piacciono (Amigurumi + monili) potrebbe essere mooolto pericolosa, in effetti.

Dunque, parafrasando una frase famosa, potrei dire «posate gli uncinetti e nessuno qui si farà male!» 😀 😀 😀

Mie stupide battute a parte: spero che queste creature vi siano piaciute e vi do appuntamento al prossimo post con qualche altra curiosità dal mondo scovata per arricchire sempre più la nostra wunderkammer virtuale.

Manu

P.S.: Mi sono ricordata di una cosa. Quand’ero bambina, osservavo mia nonna intenta a lavorare non solo i centrini citati in principio, ma anche delle bamboline: testa e corpo erano fatti con fili di lana intrecciati tra loro, mentre abiti e cappelli venivano pazientemente tricottati a uncinetto. Cosa dite, posso considerare mia nonna come una pioniera degli Amigurumi? 😀

 

Curiosità dal mondo: Instagram e il caso dei coordinatissimi Bonpon511

Uno dei tanti outfit coordinati condivisi sull’account Instagram Bonpon511

Lo ammetto, in alcune cose sono un po’ maniaco-compulsiva e rasento una precisione che sfiora – appunto – il maniacale.
Faccio un esempio: i miei armadi sono rigorosamente suddivisi per tipo di indumento e colore.
In altre cose, invece, sono sciatta al limite dell’inverosimile e anche in questo caso faccio un esempio: la mia auto non è invasa da cartacce o carabattole varie sparse per l’abitacolo, ma viene lavata più o meno una volta all’anno e, in genere, è mio marito, mosso a pietà, a occuparsene.
Dunque, si potrebbe dire che sono anche un po’ bipolare, con estremi che convivono al limite del paradosso (vi prego, ditemi che non sono l’unica).

A ogni modo, tornando al mio ordine maniacale: un altro esempio è che conservo tutti gli spunti che reputo interessanti – sia nel lavoro sia nel privato – organizzandoli in raccolte ragionate di appunti.
Anni fa, dette raccolte erano cartacee, mentre oggi sono elettroniche e, naturalmente, ho diversi (ehm… parecchi) file pieni zeppi di note e idee.
E, altrettanto naturalmente, da brava maniaca dell’ordine e del controllo, capita che questo accumulo mi provochi ansia, sia perché temo di perdere qualcosa sia perché mi domando quando avrò mai tempo di dare seguito alle tonnellate di appunti che si stratificano sempre più.

Ma, in fondo, voglio pensare che non sia poi così grave avere quelle tonnellate di appunti; per una come me che fa un lavoro fondamentalmente basato sulla curiosità e sulla costante voglia di crescere, sarebbe probabilmente più grave non avere interessi e non avere desideri e spunti da seguire e inseguire.
Il vero guaio sarebbe forse arrivare al giorno in cui i file things to do oppure work in progress dovessero risultare vuoti: in fondo, è la mancanza di progetti nonché di prospettive future a farci invecchiare e a sancire l’inizio della fine. No?

Ho scelto di condividere con voi certe mie curiose abitudini e le riflessioni di cui sopra per due motivi.

Il primo è perché oggi ho deciso di trarre ispirazione da uno di quei miei famosi (o famigerati…) file sviluppando un appunto preso tempo fa.
Oggi è un ennesimo giorno difficile, 48 ore dopo l’orrenda strage di giovanissimi a Manchester, al termine del concerto di Ariana Grande: io scelgo, ancora una volta, di non fermare il mio lavoro e di fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe ottenere chi semina il terrore.

Scelgo di non assecondare la paura, di non fermare la libertà di pensiero e di parola; anche se a volte è davvero difficile, mi ostino invece ad assecondare la bellezza, cercando di rimanere salda negli ideali di civiltà e cultura nei quali credo da sempre.
Lo faccio in quanto sono fermamente convinta che difendere tali valori sia oggi l’unica risposta possibile dinnanzi a odio e follia (come ho letto ieri anche in un post di AnOther Magazine, una delle testate che seguo).

Eppure, anche se desidero fare tutto ciò, anche se credo fermamente che la paura vada combattuta e non assecondata né alimentata, mi riesce impossibile pensare di descrivere una borsa o un abito: ho scelto allora di parlarvi di umanità e unità, attraverso la storia originale (e spero simpatica) di due signori giapponesi.

Il secondo motivo è che penso che questi due signori giapponesi sarebbero d’accordo con ciò che ho scritto qui sopra, ovvero che è la mancanza di prospettive future a farci invecchiare.
E credo che loro non abbiano affatto alcuna intenzione di invecchiare, non nell’accezione negativa che spesso conferiamo a questo verbo, bensì credo intendano continuare ad avere il loro spazio nel mondo in un modo decisamente originale.

Tempo fa, durante le mie consuete navigazioni via Instagram e grazie alla segnalazione di una persona che conosco e stimo, sono approdata a un account che si chiama Bonpon511.

Appartiene a una coppia di signori giapponesi i quali coordinano quotidianamente il proprio abbigliamento, scrupolosamente, indossando gli stessi colori (in genere le tonalità del blu, del rosso, del grigio, del beige, del nero e del bianco), le stesse fantasie (spesso righe e quadretti) oppure le stesse linee, forme e proporzioni (tutto molto essenziale), cercando dunque di far risaltare il loro legame affettivo già al primo sguardo.

In giapponese, bon significa marito e pon moglie: no, non conosco questa lingua meravigliosa, l’ho scoperto grazie ai servizi di traduzione web.
Sempre grazie ai servizi di traduzione, ho scoperto che la data citata nella bio – 11/5/1980 – è quella del loro matrimonio: sono dunque sposati da 37 anni.
Ecco spiegata la scelta del nome Bonpon511 (li trovate qui).

È invece dichiarata in inglese quella che è la loro volontà: couple | over60 | grayhair | fashion | coordinate.

Ovvero mostrare una coppia oltre i 60 anni, con i capelli grigi, che propone una moda coordinata: una sintesi perfetta, insomma, una sorta di stringato manifesto di intenti.

Io li trovo fantastici: adoro la loro capacità di fare richiami che si incrociano e che legano l’una all’altro e adoro la loro sobrietà in puro stile giapponese eppure al tempo stesso mediata da un tocco assolutamente personale.
E, evidentemente, non sono l’unica a pensarla così: il loro account è infatti seguito a oggi da 463mila persone e i commenti sotto ciascun post sono pieni di parole di apprezzamento e simpatia.

Tutto ciò, miei cari amici, porta a dimostrare una teoria nella quale credo profondamente: la bellezza attira l’occhio, è vero, ma è la personalità (accompagnata da un tocco di sano divertimento, guardate bene i loro volti e le loro espressioni) a colpirci e a catturare il cuore.
E a farsi poi ricordare (anche in mezzo a tonnellate di appunti).

Manu

 

P.S.: Mi piace pensare che i deliziosi Bonpon511 sarebbero piaciuti a un grande della moda, Bill Cunningham. Secondo me, si sarebbe tanto divertito a fotografarli.

 

Emanuele Bilancia veste le spose nel nome della Mediterranean Essence

È inutile negarlo: l’abito che quasi tutte le donne sognano di indossare (e lo sognano fin da bambine) è l’abito da sposa.

So che a molte donne questo appare come un cliché riduttivo, come un retaggio culturale di una lunga tradizione che, ahimè, ci ha viste per lungo tempo relegate allo stretto ambito familiare senza possibilità di poter avere un ruolo attivo (lavorativo, economico, culturale, politico) nella società.
Io, invece, pur essendo da sempre una strenua sostenitrice della parità di doveri e di diritti tra uomini e donne e pur parlando spesso di women empowerment, non vivo la questione del sogno dell’abito da sposa in questo modo e desidero raccontarvi perché.

Non ho mai atteso il Principe Azzurro né ho mai congelato la mia vita in attesa che giungesse un ipotetico uomo dei miei sogni.
Ho viaggiato, moltissimo (da sola sono arrivata perfino in Cina e in Brasile), sono andata al cinema, alle mostre, al ristorante e spesso facendo tutto ciò non solo senza un uomo, ma senza neanche avere il supporto di un’amica.
L’ho fatto perché non avevo bisogno di un’altra persona per sentirmi completa, anzi, al contrario, avevo bisogno di imparare a stare con me stessa, avevo bisogno di capirmi, di volermi bene, di comprendere cosa volessi davvero e cosa avessi da offrire agli altri.
Non ho mai voluto un compagno per riempire un vuoto né per appoggiarmi: desideravo invece qualcuno che condividesse tutto ciò che amo.

Lo confesso: da quando questa persona è arrivata, dodici anni fa, tutto è diventato più bello.
Ho amato le mie esperienze in solitudine, ma condividere sensazioni ed emozioni – e capire che appartengono a entrambi – è ancora più bello.

Trovo che non ci sia nulla di male in tutto ciò, nel fatto di ammettere che la vita in due è migliore o tale, almeno, lo è per me: è più completa, nonostante – lo ripeto – io non abbia vissuto in questa attesa.

Pertanto, se il matrimonio è una scelta consapevole e se è una scelta d’amore (lo sottolineo), non trovo affatto sbagliato cullare il desiderio di giungervi e di giungervi essendo belle per l’uomo che abbiamo scelto. E lui per noi, ovvio!
Non lo trovo un retaggio culturale che ci ingabbia.
Anzi, trovo che in tempi incerti come il nostro, tempi talvolta aridi di sentimenti e carichi invece di angosce, scegliere l’amore (e lo ripeto di nuovo) sia una scelta straordinariamente coraggiosa.

Conseguentemente, comprendo che l’abito da sposa sia quello forse più importante per noi donne. Leggi tutto

Give me 5 for charity, Kiabi e Humana insieme per bambini e ragazzi

Ho avuto la fortuna di poter vivere un’infanzia serena con una famiglia presente e unita che mi ha dato certezze e tanto amore.
Pur essendo fortunata su quel fronte, ho comunque conosciuto il dolore attraverso alcuni incidenti gravi che hanno segnato i miei primi anni di vita, mettendomi in serio pericolo.
Proprio grazie al grande amore dei miei genitori, ho superato quegli sfortunatissimi frangenti e sono qui, oggi, a poterne parlare.

La sofferenza e il disagio di bambini e ragazzi, dunque, è un argomento che mi tocca da vicino ed è per questo che qui nel blog ho sempre volentieri dato spazio a cause in favore del benessere dei più giovani.
Non sopporto che bambini e ragazzi soffrano, né fisicamente, come è accaduto a me, né moralmente, come succede a molti, anzi, a troppi, anche perché le sofferenze morali rischiano di minare e ipotecare pesantemente il loro futuro, rendendoli degli adulti privi di quel bagaglio di certezze sulle quali io ho invece potuto contare per superare difficoltà e momenti difficili.

Credo fermamente che il benessere fisico e mentale di bambini e ragazzi sia una precisa responsabilità di tutta la società, perché una società che desideri considerarsi – ed essere – civile deve necessariamente prendersi cura dei suoi membri più fragili e indifesi.

Eppure, nonostante quello che dovrebbe essere un ideale universalmente condiviso, ancora oggi (nel 2017!) non tutti i bambini sono rispettati, curati e protetti come e quanto dovrebbero esserlo.
I maltrattamenti e gli abusi verso i bambini sono inaccettabili e mettono a rischio la società, di oggi e di domani, perché il degrado e la violenza generano spesso altro degrado e altra violenza.

Ecco perché scelgo di parlarne, ancora una volta; ecco perché ho scelto di parlarvi nello specifico di una campagna che si chiama Give me 5 for charity.

I protagonisti sono Kiabi, leader francese della moda a piccoli prezzi, e Humana People to People Italia Onlus, organizzazione che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile: anche quest’anno si rinnova la loro collaborazione in Give me 5 for charity, una campagna di raccolta abiti.

Quella del claim è una scelta accurata: il numero cinque è infatti il simbolo e il fil rouge di tutta l’operazione.

Fino al 31 maggio, nei punti vendita Kiabi, ogni 5 capi donati si riceverà un buono del valore di 5 euro spendibile sulla nuova collezione fino all’8 giugno, con una spesa minima di 45 euro, in negozio e online.

Inoltre, il nome della campagna stessa richiama il classico gesto di intesa tra due persone che, colpendosi la mano e dandosi appunto il cinque, sottolineano il fatto di avercela fatta insieme.

Ed è questo ciò che vogliono fare Kiabi e Humana: farcela tutti insieme in quanto, quest’anno, gli abiti donati dai clienti di Kiabi permetteranno di sostenere le attività di FATA Onlus (acronimo di Famiglie Temporanea Accoglienza), un’associazione che gestisce comunità di accoglienza per bambini e ragazzi che hanno vissuto gravi situazioni di abbandono e maltrattamenti, dando loro alloggio nonché supporto educativo e psicologico.

C’è poi un ulteriore motivo per sostenere Give me 5 for charity: i kit di indumenti personalizzati – che Humana distribuirà a circa 50 bambini e ragazzi di età compresa fra 1 e 20 anni – saranno confezionati anche grazie all’aiuto dei dipendenti Kiabi in occasione della Giornata di Volontariato Aziendale organizzata presso il Centro di Smistamento Humana di Pregnana Milanese. Quando si dice mostrare impegno in prima persona!

Questo progetto charity, sostenuto anche dalla Fondazione Kiabi, rientra nella strategia di sostegno delle famiglie dei Paesi in cui il brand è presente, andando così a sottolineare che si può far moda rimanendo dalla parte di chi si trova in difficoltà e confermando le idee che accompagnano Kiabi fin dalla sua nascita.

Era infatti il 1978 quando Patrick Mulliez, noto imprenditore francese, lanciò un concetto allora rivoluzionario: sviluppare una rete di grandi negozi di abbigliamento proponendo prodotti alla moda, di qualità, con prezzi accessibili e per tutta la famiglia. Nacque cosi Kiabi che l’anno prossimo compirà ben 40 anni.

Da allora, l’ambizione di Kiabi è sempre stata quella di offrire una moda colorata, generosa e accessibile, una moda che non si impone ma che si adatta e rispetta la personalità di ognuno: tutto ciò mi piace, naturalmente, e mi piace che l’azienda persegua questo ideale anche in iniziative come quella attuata con Humana.

Per chi non la conoscesse, posso raccontare che Humana People to People Italia Onlus è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, nata nel 1998 per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati attraverso programmi umanitari di lungo termine. È membro della Federazione Internazionale Humana People to People presente in 43 Paesi di Africa, Asia, Europa, America.

Tra i vari programmi a lunga scadenza atti a creare sviluppo sostenibile in una vasta gamma di settori (cito Educazione e Formazione, Aiuto all’Infanzia, Salute e Prevenzione, Sostegno della Comunità, Agricoltura Sostenibile, Energie Rinnovabili), Humana contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati, fatto che spiega ulteriormente l’interessante sodalizio con Kiabi.

A questo punto, concludo lasciandovi alcune coordinate importanti:

  • Qui trovate la campagna Give me 5 for charity e qui potete trovare il negozio Kiabi più vicino a voi
  • Qui trovate la pagina Facebook della Fondazione Kiabi
  • Qui trovate la pagina Facebook di Humana People to People Italia Onlus
  • Qui trovate la pagina Facebook di FATA Onlus

Sono da sempre convinta che ciò che non serve più a noi possa fare la fortuna di altri e quindi ho sempre parteggiato per il riutilizzo: direi che, attraverso Give me 5 for charity, Kiabi e Humana hanno reso quanto mai concreta tale mia convinzione.

E, per giunta, ci ringraziano dandoci perfino qualcosa in cambio.

Manu

Angelo Marani SS 17 e l’allure contemporanea della Los Angeles Seventy

Innumerevoli volte, tra queste pagine virtuali, ho fatto il nome di Angelo Marani, stilista e imprenditore.

A lui ho dedicato tanti post nei quali ho raccontato delle sue collezioni che si sono sempre mosse tra moda, passione per l’universo femminile e amore per l’arte.

A lui ho dedicato un post pieno di dolore in occasione della sua prematura scomparsa avvenuta lo scorso 4 gennaio. Pieno di dispiacere, sì, ma anche di stima e di gratitudine per aver avuto la possibilità di conoscere e di conversare in tante occasioni con un uomo speciale, uno dei migliori incontri che io abbia fatto dal punto di visto professionale e anche umano.

A lui ho dedicato vari post su Instagram e un’anticipazione qui nel blog in un mio personale Best Of in occasione della sfilata della sua ultima collezione: il 22 febbraio, durante Milano Moda Donna, è infatti andata in passerella la collezione per il prossimo autunno / inverno.

Tale collezione è stata portata a termine dalla figlia Giulia che è stata per tanti anni a fianco del padre, imparando un mestiere fatto di istinto, passione e cultura, del prodotto e non solo.

Con mia grande gioia, posso testimoniare che la moglie Anita e le figlie Giulia e Martina porteranno avanti il progetto imprenditoriale della Marex, l’azienda di Correggio in provincia di Reggio Emilia fondata dal signor Angelo quand’era giovanissimo, circa quarant’anni fa.

Ma la famiglia, i dipendenti Marex, la stampa e i buyer conquistati e convinti collezione dopo collezione, gli ammiratori e i clienti affezionati non sono e non saranno gli unici a ricordare l’Angelo stilista e imprenditore dal volto umano: ho avuto la prova concreta che una nuova generazione di amanti della moda e della bellezza sta crescendo e si sta interessando a colui che ha scritto capitoli interessanti della storia della moda.

Moda italiana e non solo: ne è conferma il fatto che i capi del marchio vengono venduti in quasi un migliaio di boutique multibrand di alto profilo situate in tutto il mondo, da Milano a Parigi, da Londra a Mosca, da Taipei a Dubai, da New York a Buenos Aires nonché in località turistiche importanti come la Costa Azzurra, le isole Canarie, Saint Barth o le più famose località balneari italiane.

Parlavo di nuova generazione e vi spiego perché faccio tale affermazione: un paio di settimane fa, mentre facevo lezione in Accademia del Lusso, scuola in cui insegno con piacere e orgoglio, ho citato Angelo Marani come esempio di ottimo Made in Italy nonché di interazione tra moda e arte: una mia studentessa, illuminandosi, mi ha raccontato di aver appena acquistato un libro su di lui e sabato scorso, puntuale, l’ha portato condividendolo con la classe. Leggi tutto

Il potere di immagine e loghi: dal caso Ikea vs Balenciaga fino a Reilly

Vi sarà forse capitato di leggere qualche articolo a proposito della vicenda che, nelle scorse settimane, ha avuto come protagonisti Ikea, noto colosso svedese dell’arredamento, e Balenciaga, storico brand di moda.

Riassumo brevemente: quest’ultimo ha lanciato una borsa, una Carry Shopper chiamata Arena (con un esoso prezzo a quattro cifre…) che assomiglia (per usare un eufemismo…) nel colore, nel design e nelle dimensioni a Frakta, la (mitica) borsa blu Ikea pensata per lo shopping e per tante altre applicazioni (e venduta a 0,60 centesimi…).

Basta mettere vicino le due borse – vedere qui sopra – per verificare quanto si assomiglino: stesso colore, anzi, addirittura stessa sfumatura di colore, stesso doppio manico, stesso formato maxi, stessa silhouette. Leggi tutto

Vivetta SS 2017, la fantasia corre tra Lotte Reiniger e il contemporaneo

Capita a volte che io mi soffermi a riflettere su espressioni che usiamo frequentemente e che, pertanto, sono entrate a pieno titolo nel linguaggio quotidiano e corrente.

Tempo fa, per esempio, riflettevo su due espressioni che vengono usate in ambito moda, ovvero nuovi designer oppure designer emergenti.

Naturalmente, con tali definizioni si va a indicare coloro i quali possiedono un talento fresco e possibilmente innovativo; eppure, nonostante l’evidente buona intenzione che non intendo affatto negare, devo dire che a me fanno sorridere.

Per quanto riguarda designer emergenti… vi confesso che questa espressione mi fa pensare a uno stilista che tenti di stare faticosamente a galla. Lo so, è un po’ così, in effetti ma, considerato il mio ottimismo, non amo ciò che suggerisce immagini anche solo vagamente negative.

Nuovo designer, invece, è sinonimo di giovane e inesperto? Perché non sempre è così e a volte si definisce in tale modo anche chi ha già qualche anno di gavetta e – conseguentemente – qualche anno in più, con il risultato di non essere affatto un neofita del settore.

In tal caso sarebbe il momento di abbandonare quel nuovo, secondo la mia umile opinione, proprio per dare il giusto peso a un percorso già intrapreso e avviato.

Volete un esempio pratico? Sto pensando a Vivetta.

Da qualche stagione vengo invitata e assisto con entusiasmo alle sfilate che presentano le sue collezioni in occasione della Milano Fashion Week (inclusa la collezione che sto per presentarvi) e mi diverte vedere come molti continuino a definirla nuova designer. Leggi tutto

Handmade Dreams, i sogni che luccicano sono fatti a mano

Ieri sera, sono stata all’inaugurazione di una mostra a Palazzo Morando: visto che è molto interessante (con ingresso gratuito, tra l’altro) e che dura purtroppo solo fino a domenica 21 maggio, ho voluto scrivere e pubblicare questo post subito, senza perdere nemmeno un prezioso istante.

La mostra si chiama Handmade Dreams, Contemporary Czech Fashion Jewellery e nasce dal Museo del vetro e del bijoux della città di Jablonec nad Nisou per portare a Milano una significativa selezione di importanti pezzi artistici che illustrano la tradizione boema antica di 400 anni e che continua ancora oggi.

Se qualcuno è un lettore davvero assiduo di A glittering woman ricorderà forse che la produzione della Repubblica Ceca è già stata oggetto di un altro mio post grazie a una precedente mostra curata da Bianca Cappello e Giorgio Teruzzi a Casalmaggiore. Ed è stata proprio Bianca, bravissima storica e critica del gioiello, a presentare ieri sera la mostra a tutte le persone intervenute a Palazzo Morando.

Dovete sapere che, all’epoca della mostra a Casalmaggiore, io – molto incuriosita – avevo avuto l’occasione di fare alcuni approfondimenti (grazie Bianca!), apprendendo per esempio che Jablonec nad Nisou è un’importante culla dell’industria del vetro.

Pensate che le prime tracce di gioielli in vetro – perline e braccialetti – risalgono addirittura a 300 anni prima di Cristo a opera dei Celti. Leggi tutto

Lucio Costa, quando la moda racconta qualcosa di bello e speciale

Ci sono momenti in cui è necessario avere l’intelligenza e l’umiltà di fare un passo indietro.

Perché oggi esordisco con questa affermazione? Ora ve lo spiego.

Lo scorso 23 settembre, durante Milano Moda Donna, ho avuto il grande piacere di partecipare a un evento speciale dedicato a Lucio Costa.

Si è trattato di un momento suggestivo pensato per parlare di un capitolo interessante della moda italiana e di un protagonista che ha contribuito a scriverne la storia: da una parte, è stato presentato So Lucio!, ovvero il libro dedicato allo stilista prematuramente scomparso; dall’altra, è stato presentato il rilancio del marchio con la nuova capsule collection primavera / estate 2017 disegnata da Roberto Pelizzoni, socio e compagno storico di Lucio Costa.

Il libro presenta il percorso personale e professionale di Lucio Costa attraverso immagini iconiche tratte dalle più importanti riviste di moda, dalle sfilate e dagli scatti fotografici delle sue proposte stilistiche dal 1987, anno del suo debutto internazionale, al 2012, anno della sua scomparsa.

I testi sono di chi ha amato e stimato Lucio, le giornaliste Giusi Ferré, Renata Molho, Gisella Borioli, Cinzia Brandi, Dominique Muret; la presentazione dello spaccato storico e sociale di Milano negli Anni Ottanta è curata dal critico e giornalista Matteo Ceschi.

Alice Gentilucci ha invece coordinato il fashion editing del libro So Lucio! e l’immagine dello shooting con la guest model Soo Joo Park, fotografata da Federico Garibaldi.

Potrei andare avanti citando altri bravi professionisti che hanno collaborato a questo progetto straordinario: straordinario perché racconta un uomo e un professionista che merita di essere raccontato e ricordato; straordinario perché non è poi così consueto – nella moda così come in altri settori – che tante persone si riuniscano con un unico scopo che vada oltre qualsiasi singolo interesse personale.

E, in questo caso, il desiderio è quello di rendere unico protagonista Lucio Costa, desiderio che riconferma quanto lui sia stato una persona speciale in grado di lasciare una grande eredità in termini di affetto e di stima. Leggi tutto

A glittering woman… e siamo arrivati a quota quattro :-)

Talento, capacità, creatività, estro, passione: sono i termini più ricorrenti in questo blog.
Eppure, come per una sorta di beffarda legge del contrappasso, devo ammettere di non avere nessun talento né artistico né creativo.
Questa consapevolezza si trasforma in un grande rammarico, anche se non sono una persona che vive di rimpianti.
Il rimpianto è in effetti un sentimento che non mi appartiene: sono per l’azione, penso, decido e agisco, e quindi capita raramente che io mi rimproveri per non aver fatto quel che avrei dovuto fare.
Soffro invece ogni tanto di rimorsi, proprio per il fatto di essere spontanea, istintiva e talvolta impulsiva: agisco spesso di pancia e di cuore e ammetto, quindi, che ci sono cose che non rifarei. Leggi tutto

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