Il gioiello crea dialoghi tra Italia e Giappone

Progetto Dialoghi: due creazioni e le rispettive ispirazioni degli artisti

L’amicizia è un ponte, mi disse una persona tanti anni fa.
Allora ero giovanissima e non so quanto in quel momento veramente compresi il significato profondo dell’affermazione: comunque mi colpì, tanto che me la ricordo con precisione ancora oggi, fase della mia vita in cui – credo – sono più pronta a coglierne la verità nonché le profonde sfumature.
Sì, l’amicizia crea ponti importanti e fa in modo che persone diverse tra loro per educazione, cultura e tradizioni possano costruire un dialogo: lo fa attraverso molti strumenti e stavolta è il gioiello contemporaneo a creare un nuovo legame tra Oriente e Occidente.
Talvolta, quando ci si trova a dialogare con persone di lingua diversa, viene spontaneo usare le mani muovendole in gesti riconoscibili: un maestro orafo spinge la propria gestualità ben oltre, le sue mani si muovono e creano oggetti capaci di parlare, abbattere barriere e gettare ponti. È da questa idea che è nato il progetto Dialoghi.
Frutto di anni di lavoro tra i direttivi di AGC (Associazione Gioiello Contemporaneo) e JJDA (Japan Jewellery Designers Association), il progetto riesce a legare due realtà apparentemente lontane – l’italiana e la giapponese – attraverso il potenziale artistico intrinseco nel gioiello contemporaneo.
Quaranta autori italiani (membri di AGC) e quaranta giapponesi (membri di JJDA) sono stati selezionati e gemellati: ogni coppia ha prodotto due pezzi e ciascun membro si è ispirato alla cultura del paese del proprio collega. Gli autori si sono dunque conosciuti e confrontati, si sono scambiati immagini d’arte e hanno avviato il processo creativo che culmina ora in una serie di eventi espositivi tra Italia e Giappone.
Al termine delle varie esposizioni, all’interno di ogni coppia ci sarà uno scambio: ogni partner donerà all’altro la propria creazione allo scopo di sottolineare ulteriormente l’intrecciarsi di una nuova conoscenza, di un legame intimo, di una nuova amicizia.
E a proposito di amicizia, mi piace sottolineare che il prossimo anno ricorrerà l’anniversario dei 150 anni di quella esistente proprio tra Italia e Giappone: il primo Trattato di Amicizia e Commercio fra il Regno d’Italia e l’Impero del Giappone fu infatti firmato nel 1866 e Dialoghi è anche uno splendido modo per portare avanti questo ormai storico rapporto.
Il progetto è stato inaugurato ufficialmente il 3 luglio presso l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo: sarà poi il Museo d’Arte di Kofu a ospitare la mostra dal 19 al 28 settembre, mentre a ottobre ci sarà la prima tappa italiana al Museo d’Arte Orientale di Roma.
Nel 2016, i lavori si sposteranno tra il Museo del Bijou di Casalmaggiore (del quale ho già parlato precedentemente), il Museo del Mediterraneo di Livorno e la Fondazione Cominelli di Cisano di San Felice, in provincia di Brescia: l’itinerario si chiuderà infine a Padova nella cornice dell’Oratorio di San Rocco.
Sono entusiasta di tutto ciò: il Giappone mi incuriosisce enormemente (e sogno di andarci) e sapete quanto io ami il gioiello e quanto apprezzi la sua dimensione contemporanea, quindi non vedo l’ora di avere l’occasione di visitare una o più delle tappe italiane. Sono curiosa di conoscere le ispirazioni e i riferimenti suggeriti dagli scambi e di vedere ciò che ne è nato.
E infine, concedetemi un piccolo moto d’orgoglio: tra gli artisti italiani selezionati, ce ne sono alcuni che conosco personalmente e qualcuno che è già apparso qui sul blog. Un applauso particolare ad Anna Maria Cardillo, Clara Del Papa, Lucilla Giovanninetti, Chiara Scarpitti e Silvia Valenti nell’attesa di conoscere presto tutti gli altri, di persona o attraverso i loro lavori che, sicuramente, saranno in grado di creare nuovi ponti. E nuova amicizia.

Manu

AGC Associazione Gioiello Contemporaneo: qui il sito e qui la pagina Facebook.
JJDA Japan Jewellery Designers Association: qui il sito e qui la pagina Facebook.
Tutti i dettagli del progetto Dialoghi: qui.
Per chi ha la fortuna di poter andare in Giappone: qui il sito Museo d’Arte di Kofu.
Per le tappe italiane: qui il Museo d’Arte Orientale di Roma, qui il Museo del Bijou di Casalmaggiore, qui il Museo del Mediterraneo di Livorno, qui la Fondazione Cominelli e qui l’Oratorio di San Rocco di Padova.

Qui trovate il mio incontro con Anna Maria Cardillo, qui quello con Chiara Scarpitti, qui quello con Lucilla Giovanninetti e qui trovate un guest post scritto da Silvia Valenti.

L’unico frutto dell’ironia è sempre la banana

Immagino che mi attirerò qualche antipatia, ma devo confessare che il calcio non mi appassiona granché e non perché io non sia una sportiva.
Ho un autentico amore per il nuoto, per esempio, e mi piace moltissimo l’atletica leggera. Sono sinceramente ammirata davanti ad atleti che compiono imprese epiche tipo le attraversate del deserto a piedi.
E mi piacciono gli sport un po’ ruvidi, come il rugby o l’hockey sul ghiaccio. Ruvidi solo in campo, però: trovo che il cosiddetto terzo tempo del rugby, il momento conviviale in cui compagni di squadra e avversari vanno a farsi una birra insieme, sia espressione di grande civiltà.
Al contrario, il calcio è talvolta collegato a episodi negativi: disordini negli stadi, episodi di becera intolleranza e perfino morti.
Non capirò mai tutto questo né come si passi da quello che dovrebbe essere un momento di svago e festa a momenti di bassissima umanità. Fin da piccola, mi è stato insegnato il valore assoluto dell’impegno e del riconoscere la propria sconfitta. Lavorare sodo, ma anche divertirsi, perché non c’è vittoria onorevole senza un onorevole avversario.
L’anno scorso, mi sembra fosse aprile del 2014, rimasi colpita dall’ennesimo fattaccio avvenuto in uno stadio: il calciatore Dani Alves si apprestava a battere un calcio d’angolo quando dagli spalti volò una banana diretta verso di lui.
Il brasiliano, però, non fece una piega: raccolse la banana, la sbucciò e ne mangiò un pezzo.
L’episodio ha fatto il giro del mondo amplificato dal web. Alves ha dato la migliore risposta possibile a coloro che volevano dargli della scimmia mangiabanane solo perché la sua carnagione non è bianco latte. Per questo ha tutta la mia ammirazione: bisogna ridere delle persone ridicole e i razzisti lo sono, sono ridicoli e tristi.
Si sa che il sistema moda è sempre pronto a captare le tendenze della nostra società rivelandosi un buon termometro dei fatti che colpiscono l’immaginario collettivo e così ha fatto suo il periodo di celebrità vissuto dal giallo frutto e l’ha piazzato ovunque. La banana ha invaso capi di abbigliamento e si è impossessata degli accessori più svariati.
Ebbene sì, dopo i meravigliosi turbanti e i copricapi con fiori e frutta di Carmen Miranda, la banana torna oggi in auge, anzi, torna di moda.
Nonostante io non sia un’amante dei trend – lo sapete – ammetto che questo mi diverte per via del suo lato altamente ironico. Quello che voleva essere un gesto di disprezzo si è trasformato in un allegro sberleffo.
E, tra le varie proposte, scelgo un brand che seguo da un po’, ovvero Maison About.
La loro collezione primavera / estate è ricca di capi divertenti: la banana è proposta in tanti colori – dal classico giallo al rosa, verde e viola – e ci sono gonne danzanti e maglie per noi donne nonché felpe e costumi taglio boxer per gli uomini.
Visto che ho dichiarato più volte quanto mi diverta il fatto di pescare nell’armadio maschile, per illustrare questo post ho scelto non pezzi femminili bensì maschili.
Come reinterpreterei i boxer qui sopra?
Da costumi da uomo li farei diventare degli ironici e comodi bermuda da donna, aggiungendo una semplicissima t-shirt bianca, un paio di sandali rasoterra, un cappello anch’esso bianco, in candida paglia, e un paio di orecchini colorati. Non serve altro.
Potrebbe essere un outfit carino per passeggiare sul lungomare, a fine pomeriggio, o per lanciarsi in un giro di shopping al mercato con le amiche. Saremmo fresche, carine, allegre e con quel tocco di ironia che non dovrebbe mai abbandonarci.

Manu

Qui trovate il sito di Maison About (e qui l’e-shop con la linea P/E 2015), qui la pagina Facebook, qui Twitter e qui Instagram. Qui il mio articolo sulla collezione A/I 2015-16.

P.S.: A proposito del gesto dello sciocco tifoso. Pochi giorni fa, ho scritto un post su eleganza e volgarità, sostenendo che la massima volgarità è quella dei cattivi pensieri. Ecco, i tifosi di cui ho parlato qui sopra hanno perfettamente dimostrato la mia teoria.

Coco Chanel e la lotta (continua) contro la volgarità

È un giorno qualunque di mezza estate.
Sono felice: faccio parte di una commissione d’esame e sto ascoltando ragazzi in gamba, pieni di talento e passione.
Sfoglio le loro tesi una dopo l’altra e trovo tanti spunti interessanti, nuove idee che si posano come semi nel terriccio fertile della mia testa.
Poi, d’un tratto, leggo una frase, quella della foto qui sopra: scatto velocemente col mio iPad, affascinata.
Abitualmente, non sono il tipo di persona che condivide su Instagram o su Facebook le frasi celebri, eppure questa mi colpisce con forza.
Tutto ciò è successo pochi giorni fa e oggi mi ritrovo a pensare ancora a quelle parole, alla loro forza e alla verità che per me rappresentano.
Penso da sempre che il lusso non risieda in ciò che è materiale; purtroppo, però, oggi si confondono molto spesso le cose e molti ricercano il lusso proprio nella sfacciata ostentazione di fasti e ricchezze.
Un errore grossolano: così si scivola nella volgarità, mentre – come affermava saggiamente Coco Chanel – il lusso esiste solo dove la volgarità è assente e solo dove c’è invece eleganza.
Usando il termine eleganza, mi riferisco al suo senso puro: non dimentichiamo che tale parola deriva dal latino eligere, cioè scegliere.
L’eleganza più autentica, dunque, sgorga da un’azione esatta: il sapere scegliere, l’eleggere. È un’arte di vivere e di pensare che va ben oltre ciò che indossiamo.
Diana Vreeland, altra importantissima icona della moda e figura autorevole che aveva dimestichezza col concetto di eleganza, non credeva, per esempio, necessariamente nel cosiddetto buon gusto. “Abbiamo tutti bisogno di un po’ di cattivo gusto. È la mancanza totale di gusto che non condivido”, era solita ripetere.
La volgarità non è (o non è solo) un vestito di poco gusto, qualche parolaccia, un’esternazione o una battuta poco felice: è un concetto molto più sottile, strisciante, subdolo, insinuante. Per questo spesso ci imbroglia e ci distrae.
La volgarità peggiore è quella d’animo, dei cattivi pensieri, dei cattivi sentimenti e tale volgarità – ahimè – ha un’ampia gamma di sfumature.
Si nasconde nell’esibizionismo, nell’ostentazione, nell’eccesso.
Nell’arroganza, nella prepotenza, nella tracotanza, nella superbia, nella presunzione.
Nella disonestà, nella scorrettezza, nella mediocrità, nella maldicenza, nella meschinità, nell’invidia.
Quanto aveva (e ha) ragione Mademoiselle Coco, la volgarità è una gran brutta cosa e va combattuta, senza sosta, senza arrendersi.
Nel mio piccolo, ci provo: come dice lei, rimango in gioco per combatterla e provo a tenere lontani dal mio animo quei sentimenti, provo a tenere lontane le persone che ne sono portatrici.
Non è facile, ma almeno ci provo. Con tutta me stessa.

Manu

Gabriella Giuriato e le Geometrie di Vetro

Ipazia di Gabriella Giuriato nei suoi due lati

Amore per la vita e per la bellezza senza confini né fisici né mentali: è ciò che mi piacerebbe essere in grado di trasmettere attraverso questo spazio web.
La vita riesce sempre a sorprendermi attraverso le sue tante manifestazioni e forme: oggi, in questa nuova Pillola di mondo, assume quella delle opere di Gabriella Giuriato, artista nella quale mi sono imbattuta grazie a Claudia, compagna di un recente viaggio.
(E, come sempre, tengo a sottolineare l’importanza della complicità e del saper fare squadra tra noi donne.)
In concomitanza col famoso Festival dei Due Mondi di Spoleto, Gabriella Giuriato è ospite della Galleria POLID’ARTE: fino al 19 luglio, la mostra Geometrie di vetro presenta una nuova sfaccettatura della continua ricerca estetica di questa artista.
Gabriella, veneziana, si è fatta conoscere per le sue sculture sferiche lavorate a collage: ha deciso di estendere la tecnica a un materiale strettamente legato alla sua città, ovvero il vetro.
Dopo avere steso un disegno preparatorio, Gabriella ha disposto i motivi geometrici in tinte contrastanti in vetrofusione su una lastra anch’essa di vetro, tagliata a disco: il tutto è stato poi fuso in forno.
L’operazione, essendo sperimentale, ha richiesto tempo, energie, riflessioni e prove, ma ha infine dato ottimi risultati: a lavoro felicemente completato anche grazie all’abilità e all’esperienza dei maestri vetrai della ditta Ragazzi di Murano, i dischi si sono confermati una riuscita e inedita espressione della sensibilità artistica di Gabriella Giuriato e del suo particolare utilizzo del colore.
In queste sue creazioni, il monocolore dello sfondo fa risaltare l’imprevedibilità e l’armonia dei soggetti in rilievo: non solo, essi si propongono diversi per forma sulle due facce.
I dischi possono infatti essere visti da entrambi i lati, rivelando incastri di motivi geometrici nonché un riuscito effetto di cromie in una sorta di gioco positivo – negativo.
Per completare la mostra, Gabriella ha anche elaborato dei tondi in legno sulle cui superfici sono nati affascinanti collage in vetro.
I dischi di Gabriella portano nomi di famosi uomini di scienza – Euclide, Pitagora, Archimede, Talete: l’opera che ho deciso di mostrarvi per illustrare questo post porta il nome dell’unica donna tra loro, Ipazia.
La mia scelta è tutt’altro che casuale: sono stata colpita dal colore utilizzato, forte e pieno di vita, e la figura di Ipazia mi affascina fortemente.
Vissuta nell’Antica Grecia, Ipazia era una matematica, astronoma e filosofa che brillava per il suo intelletto e per le sue intuizioni: la barbara uccisione ad opera di un gruppo di fanatici ha fatto di lei una martire della libertà di pensiero e un eterno simbolo che nei secoli è stato celebrato in romanzi, poesie, opere teatrali, quadri e, ai giorni nostri, in un film (Agorà del regista Alejandro Amenábar).
Il libero pensiero, il fanatismo, le donne abusate: tanti argomenti attuali.
E pensate a quante donne ci sono in questa storia: Gabriella, Ipazia, Claudia, io che ho provato a raccontarvi il tutto e tutte coloro che leggeranno e che – spero – avranno voglia di saperne di più, di persona o attraverso il web.
Ovviamente, gli uomini sono più che benvenuti.

Manu

Mostra Geometrie di vetro di Gabriella Giuriato
POLID’ARTE Centro Culturale di Annamaria Polidori
Via Duomo 27 – Piazza della Signoria 5
A Spoleto (PG) fino a domenica 19 luglio 2015
Orari d’apertura: da mercoledì a domenica 10:30 – 13 e 16:30 – 20 (chiuso lunedì e martedì)
Qui trovate il sito POLID’ARTE e qui il sito di Gabriella Giuriato
Un grazie particolare a Claudia Sugliano per avermi introdotto Gabriella Giuriato

Ridefinire il Gioiello 2015, un viaggio intorno al mondo

Photo credit 4ever.eu

Chi legge abitualmente o saltuariamente questo blog lo sa: mi piace chiacchierare.
La comunicazione verbale ha grande importanza per me e, proprio perché amo le parole, ne ho grande rispetto: devono essere scelte con cura, non devono essere abusate e non devono essere vuote.
E sapete cos’altro penso? Le parole sono importanti nella misura in cui vengono realizzate attraverso i fatti, ovvero è inutile fare grandi discorsi se poi non siamo capaci di realizzarli in gesti concreti.
Parlo di continuo di talento, passione e saper fare: per me non sono solo chiacchierate teoriche, cerco di dare un contributo reale ogni volta che posso.
Sono quindi molto orgogliosa di dare ancora una volta il mio sostegno a Sonia Patrizia Catena e al suo progetto Ridefinire il Gioiello: così com’è accaduto per l’edizione 2014, anche quest’anno sarò partner del concorso e attribuirò un premio a un vincitore da me scelto.
Ridefinire il Gioiello ha l’obiettivo di diffondere e valorizzare una nuova estetica del gioiello contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: per il 2015, il concorso va nella stessa direzione di Expo, la grande manifestazione che porta a Milano cibo, tradizione, cultura e colori di tantissime nazioni.
Oltre al cibo, anche l’abbigliamento e i gioielli parlano di luoghi e popoli: il tema del concorso è proprio questo, creare un gioiello dell’altrove, di un mondo diverso da noi, in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.
Il gioiello ha sempre raccontato e documentato usi e costumi, spesso con una funzione e una valenza sociale e culturale: Ridefinire il Gioiello 2015 vuole dunque porre il monile come portatore di sfumature, da quelle della terra a quelle del mare passando per ogni variabile offerta dalla Natura.
Al concorso possono partecipare designer, creativi e artigiani con gioielli realizzati mediante le tecniche più disparate: condizione fondamentale è che vengano utilizzati materiali sperimentali e innovativi, organici o inorganici. Lo scopo è quello di fare appello a materiali locali nonché a tradizioni, memorie, ricordi e storie di viaggi.
Non ci sono limiti di età per chi si candida e le iscrizioni sono aperte fino al 15 settembre.
Il concorso culminerà in una mostra la cui inaugurazione si terrà presso il nuovo MUMI – Museo Milano nelle giornate del 29, 30 e 31 ottobre 2015: la prima giornata vedrà la proclamazione dei vincitori dei premi speciali, incluso il mio che consisterà in una monografia dedicata qui su A glittering woman.
La mostra è itinerante e seguiranno dunque ulteriori tappe che continueranno per diversi mesi.
A mio avviso, il tema è molto stimolante: apre un mondo di possibilità e spero che in molti vorranno approfittarne e mettersi alla prova per dimostrare fantasia e abilità.
Non vedo l’ora di visionare i progetti presentati e ringrazio Sonia per la fiducia che, ancora una volta, concede a me e al mio spazio web: sono un’inetta o quasi con le mani, ma cerco di dare il mio contributo al talento raccontandolo e diffondendolo.

Manu

Per prendere visione del bando completo con condizioni e regole cliccate qui oppure scrivete a circuiti.arte@gmail.com oppure andate sulla pagina Facebook dedicata al concorso.
Qui trovate il sito di Ridefinire il Gioiello, qui la pagina Facebook e qui Twitter.
Io & Ridefinire il Gioiello: qui trovate il mio articolo sul concorso 2014 e qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho deciso di premiare. Chi sarà il vincitore 2015?

Micol Fontana e Marie-Louise Carven, lunga vita alla moda

Micol Fontana e Marie-Louise Carven

Esplorando questo blog, qualcuno potrebbe forse pensare che nutro una certa passione per i necrologi, dato che ho scritto in diverse occasioni di persone scomparse: in realtà, mi preme celebrare la vita più che piangere la morte.
Mi interessa che lo straordinario patrimonio artistico e umano delle persone che onoro non vada perso “come lacrime nella pioggia”, per citare la battuta di un celebre film di Ridley Scott.

Ciò che mi preoccupa è la voracità con cui oggi consumiamo le notizie, tanto che esse diventano obsolete velocemente e spesso vengono dimenticate prima ancora che ci sia concesso il tempo necessario per interiorizzarle.
Per questo desidero parlare di Marie-Louise Carven e Micol Fontana, due grandi personalità scomparse recentemente: a unirle è il fatto di aver consacrato tutta la loro esistenza alla moda e di aver avuto una lunga vita ultracentenaria.

Marie-Louise Carven, nome d’arte di Carmen de Tommaso, era la fondatrice dell’omonima maison nata nel 1945.
La sua storia ha origine da un complesso fisico, quello della bassa statura: era alta 1,55 e, dopo aver studiato architettura e design d’interni all’Accademia di Belle Arti, spostò la sua attenzione verso la moda iniziando a disegnare abiti per sé e per le amiche con l’obiettivo di valorizzare le donne minute.
Madame Carven sapeva anche ridere di quel suo difetto: pare dicesse di sé stessa “sono alta quanto un gambo di cavolo”.
Dopo aver fondato il suo marchio, si impose in breve tempo grazie allo stile sobrio, pulito, comodo.
Fu tra le prime a sfilare all’estero e, precorrendo i tempi di molti decenni, introdusse nella moda motivi e tessuti etnici: nell’estate del 1949 lanciò una collezione ispirata all’Africa, poi vennero quelle ispirate all’Egitto, alla Turchia e all’Australia. Nel 1960, la maison Carven fece le divise per ben quindici linee aeree.
Madame Carven non smise di lavorare fino al 1993, alla veneranda età di 84 anni: si è spenta a Parigi il giorno 8 giugno a 105 anni.

La figura di Micol Fontana è saldamente legata a quella delle sorelle Zoe e Giovanna: mossero insieme i primi passi nella piccola sartoria della mamma, ma ben presto le Sorelle Fontana – l’appellativo che le ha caratterizzate per tutta la vita – sbarcarono a Roma. E il lavoro a tre si rivelò una formula vincente.
Le loro prime clienti furono le signore dell’aristocrazia; poi, nel dopoguerra, il successo di Cinecittà portò le dive di Hollywood che si innamorano dei loro capi raffinati e meravigliosamente realizzati.
Nel 1949, l’atelier Fontana trionfò grazie all’abito di nozze realizzato per la bella Linda Christian sposa a Roma del famoso attore Tyrone Power: fu proprio Micol a intuire l’importanza dei mercati stranieri e da allora diventò ambasciatrice nel mondo del marchio di famiglia. “Non sapevo una parola di inglese, ma per noi parlavano le collezioni”, ricordò qualche anno fa in un’intervista.
Micol Fontana credeva fermamente nei giovani: nel 1994, venne creata la Fondazione che porta il suo nome, nata proprio per aiutare le generazioni di nuovi stilisti che qui possono beneficiare di un archivio di abiti dal 1940 al 1990 e di una vasta raccolta di figurini nonché di una biblioteca, di un’emeroteca e di un fondo fotografico. Per festeggiare i suoi cento anni, la signora Fontana aveva pensato a un concorso per permettere ad alcuni giovani di entrare in grandi aziende della moda italiana.
La stilista, ultima rimasta del mitico trio, avrebbe compiuto 102 anni il prossimo 8 novembre: si è spenta il 12 giugno a Roma, a pochi giorni di distanza da Madame Carven.

Molti giornali hanno scritto che con loro se ne va un pezzo importante di moda: sono d’accordo, ma mi piace pensare che verranno ricordate e che la loro eredità straordinaria verrà raccolta da nuovi e promettenti talenti, gli stessi nei quali Micol Fontana aveva una fiducia incrollabile.

Manu

Il mio omaggio a Micol Fontana in occasione del suo 100° compleanno: qui.
Il sito della Fondazione Micol Fontana: qui.
Una bellissima video intervista a Micol Fontana: qui.

Laura Bosetti Tonatto e il profumo della cultura

Un ritratto di Laura Bosetti Tonatto

Credo che qualsiasi lavoro svolto con onestà abbia pari dignità, tuttavia è innegabile il fatto che esistano mestieri che possiedono un fascino del tutto particolare.
Penso, per esempio al naso, ovvero la persona capace di realizzare profumi traducendo idee e ispirazioni in scie olfattive reali.
Questa professione è nata migliaia di anni fa, sembrerebbe addirittura più di 4000: per farla, servono basi tecniche, chimiche e scientifiche, un bagaglio di conoscenze artistiche e – ovviamente – una spiccata sensibilità.
Il punto di forza di un naso è la memoria olfattiva: mentre una persona è generalmente in grado di memorizzare circa 1000 tra odori e sentori, un naso, invece, è in grado di ricordane anche 3000.
Ecco perché questa professione mi affascina: si tratta di una sorta di moderno alchimista dotato di grandi capacità, passione, cultura e preparazione.
Tra i nasi famosi, sono stata colpita dalla figura di Laura Bosetti Tonatto: conosciuta in tutto il mondo, crea dal 1986 profumi per le maggiori case cosmetiche nonché fragranze su misura.
Dopo aver ideato un laboratorio culturale (Naso e Parnaso), aver collaborato a diverse mostre (tra le quali Caravaggio un quadro, un profumo per il Museo Ermitage di San Pietroburgo), aver realizzato un profumo su misura per la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, Laura ha deciso di aprire un suo spazio a Roma, il varco verso un mondo affascinante e un po’ misterioso.
In questa occasione, ha presentato la collezione Essenzialmente Laura che comprende 39 differenti fragranze: tre sono dedicate al grande Leonardo da Vinci.
Leonardo fu una sorta di dandy del 1400: “dispensava consigli di stile, amava le essenze, i profumi, le stoffe preziose e i gioielli”, racconta Laura.
“Ci ha lasciato un’infinità di scritti con norme sull’igiene, la cura del corpo, la dieta e nel Codice Atlantico una serie di studi dedicati alla sua passione per la distillazione delle piante. Da qui ho ricavato la ricetta per tre fragranze a base di lavanda che simboleggiano altrettante stagioni dell’esistenza del raffinato Messer Lionardo che girava per Vinci con un eccentrico mantello rosa, assai più corto di come usava all’epoca: lavanda pura che lui sentiva da ragazzo camminando per le strade di Vinci; lavanda e rosa per l’età della piena bellezza; lavanda ed ambra per la maturità.”
Lo confesso, sono completamente affascinata: come dicevo in principio, sostengo con convinzione che esistano mestieri che possiedono qualcosa in più.
Provo tanta ammirazione per questa professionista e – permettetemelo – un pizzico di sana invidia: il suo lavoro profuma di cultura, in tutti i sensi.

Manu

Se anche voi siete affascinati dal lavoro di Laura Bosetti Tonatto, qui trovate il suo sito, qui le fragranze dedicate a Leonardo da Vinci e qui la pagina Facebook.
La Vetrina, il negozio monomarca di Laura, si trova in via dei Coronari 57 a Roma.

Saint Laurent e quel confine (sottile) tra magrezza e malattia

Giorni fa, ho letto una notizia che ha catturato la mia attenzione: in Inghilterra, una pubblicità della maison Saint Laurent è stata proibita in quanto la protagonista della foto è una modella troppo magra.
La Advertising Standards Authority (in acronimo ASA), l’agenzia indipendente che regola il mercato pubblicitario inglese, ha giudicato che la protagonista apparisse decisamente sottopeso, precisamente «the model appeared unhealthily underweight in the image».
L’immagine in bianco e nero era apparsa sull’edizione britannica della rivista Elle appartenente al gruppo editoriale Hearst: la modella, sdraiata per terra, indossa un abito corto che lascia vedere gambe lunghissime e magrissime.
Non so che impressione faccia a voi, ma vi dirò la mia opinione: più che uno scatto glamour, mi sembra che la ragazza sia a terra, in quella posizione, con gli occhi chiusi e le braccia sulla testa, perché ha perso i sensi.
La maison francese ha contestato le accuse, naturalmente, ma sembrerebbe non abbia dato una risposta ufficiale all’ASA la quale, nelle motivazioni a fronte della censura, scrive «the ad was irresponsible», ovvero «la pubblicità era irresponsabile».
Da tempo sostengo che nella moda regni una certa ipocrisia: tutti si schierano contro anoressia e disordini alimentari eppure molti stilisti, brand e maison continuano a scegliere ragazze magrissime, a volte scheletriche. Anzi, più che sceglierle creano proprio la richiesta.
Sono felice che l’ASA abbia preso questa posizione, facendo una scelta coraggiosa e dicendo a voce alta ciò che molti, guardando la foto, avrebbero pensato: quell’immagine è irresponsabile.
E mi auguro di non vederla mai su nessuna rivista italiana con lo scopo di pubblicizzare degli abiti (assurdo!): il fatto di averla pubblicata, nonostante la cosa mi ripugni, è una scelta precisa.
Ho voluto infatti dare spazio alla notizia per sottolineare che è sempre possibile fare scelte indipendenti e di rottura.
Business is business, si dice, ma ogni tanto – per fortuna – qualcuno ci mette anche un po’ di coscienza.

Emanuela Pirré

 

 

In Memory of Lynn Dell, The Countess of Glamour

Lynn Dell fotografata da Ari Seth Cohen per Advanced Style

Seguo Ari Seth Cohen da anni e stimo molto il suo progetto Advanced Style.
Nel tempo, ho imparato a conoscere le sue muse e ad apprezzare le caratteristiche di ognuna: le amo come le nonne che avrei voluto avere, le ammiro come delle vere icone.
Mi è dispiaciuto leggere della morte di Lynn Dell, una delle mie preferite, soprannominata The Countess of Glamour: Ari le ha dedicato un articolo commovente, un ricordo bello e vibrante, completato da un video anch’esso pieno di vita. Dopo aver letto il primo e guardato il secondo, ho infine sorriso: ho pensato che questa vulcanica donna ha avuto un’esistenza davvero piena e meravigliosa.
Tra le sue citazioni preferite, ce n’erano due in particolare: “You must dress for the theater of your life EVERYDAY” e “Fashion says ME TOO… Style says ONLY ME”.
Ecco perché l’amavo (e continuerò ad amarla) particolarmente, per la sua personalità magnetica e perché vedeva lo stile come forma di linguaggio in grado di raccontare molto di noi: se mi chiedessero chi e come vorrei diventare da grande, credo che il suo sarebbe un ottimo modello.
Ari ha proprio ragione, “Heaven just got a little more glamorous”.

Ciao Lynn 

Manu

Se volete leggere il bellissimo post di Ari Seth Cohen su Lynn Dell e vedere il video, trovate tutto qui.
Se volete conoscere meglio Lynn Dell: qui trovate il sito di Off Broadway, la boutique della quale era fondatrice e proprietaria (e sul sito trovate tutti i canali social, in particolare la pagina Facebook), qui trovate una sua piccola biografia e qui la sua pagina Facebook.

error: Sii glittering... non copiare :-)