PROGOL3D DfAM Contest 2026, ecco i vincitori premiati durante Vicenzaoro

Come avevamo precedentemente annunciato, si è tenuta la cerimonia di premiazione del PROGOL3D DfAM Contest che è andata in scena sul palco del Teatro Palladio della Fiera di Vicenza venerdì 16 gennaio, durante Vicenzaoro. Il concorso è promosso da Progold, realtà di riferimento nello sviluppo e nella produzione di leghe e leghe madri per la gioielleria come anche nell’ambito della stampa 3D in metallo prezioso.

Giunto alla decima edizione, PROGOL3D DfAM Contest riesce a coinvolgere ogni anno i talenti più promettenti delle principali scuole di design del gioiello a livello internazionale. Ed è proprio per questo motivo che può essere considerato un osservatorio privilegiato sul settore e sui linguaggi contemporanei.

Il tema dell’edizione 2026, ovvero “Free Volume – Pomellato Earrings in the Additive Era”, ha invitato i partecipanti a ripensare l’orecchino come spazio di sperimentazione libera, esplorando volumi, forme e nuovi equilibri estetici attraverso le potenzialità delle tecnologie additive e l’approccio Design for Additive Manufacturing (DfAM). I materiali da utilizzare? Oro rosa 18K, platino e titanio. Leggi tutto

Il 2025 della moda, un bilancio tra tante domande e poche risposte

Il 2025 è stato un anno complesso e turbolento.

La moda è da sempre uno specchio della società e dunque non fa altro che restituirci il riflesso della situazione globale, perché è molto più di ciò che indossiamo. Per esempio, è un’industria che dà lavoro a moltissime persone in ogni parte del mondo.

Anche per il sistema moda, dunque, è stato un anno particolarmente impegnativo e segnato da stravolgimenti strutturali, tra vendite e acquisizioni più o meno inaspettate e continui cambiamenti di direttori creativi. Non mancano poi i peccati capitali, dal caporalato al greenwashing passando per questioni come l’appropriazione culturale.

In questo editoriale di fine anno, provo a ricapitolare le questioni lasciate aperte da un 2025 che ha posto molte domande e offerto poche risposte.

Il 2026 eredita un compito: cercare le risposte a queste e altre domande. Leggi tutto

Fashion Magazine, quando una testata chiude è una sconfitta per tutti

Nel mio lavoro, le fonti di informazione sono fondamentali e dunque vanno accuratamente selezionate.

Le fonti più importanti sono i diretti protagonisti delle notizie di cui mi occupo: aziende, brand, creativi, artigiani, artisti, istituzioni museali. A completare questo panorama ci sono le agenzie di stampa, come ANSA, e infine le testate di informazione specifiche del settore. Le newsletter di queste ultime, insieme ai comunicati che ricevo quotidianamente dagli uffici stampa dei protagonisti di cui sopra, mi aiutano ad avere un preciso quadro della situazione. Mi permettono di capire in quale direzione stiamo andando, cosa si sta muovendo e, conseguentemente, mi aiutano a scegliere di cosa occuparmi.

Qualche giorno fa, ho notato una cosa strana: non stavo ricevendo una delle newsletter a cui sono iscritta, quella di una testata che si chiama Fashion Magazine, una delle più importanti e autorevoli del settore. Leggi tutto

MILOVE, moda e solidarietà per le famiglie fragili di Milano

Ci sono tematiche e notizie che ci spingono a guardare ancor di più attraverso il cuore. Esistono momenti in cui bisogna sospendere il tempo, ascoltare, leggere e condividere. Ed è con immenso piacere che oggi condividiamo il comunicato stampa relativo all’iniziativa MILOVE.

“Dal 20 al 23 novembre torna il charity shop che devolve il 100% dei ricavi a Visita Sospesa® per aiutare bambini e famiglie in difficoltà di Milano. Leggi tutto

Zerocalcare, LCG23 e quelle domande che devo (e dobbiamo) porci

Mi impegno ogni giorno in una cosa alla quale tengo molto perché, per me, è un principio fondamentale: rispettare opinioni e punti di vista altrui.

A volte non è facile portare avanti questo impegno, lo ammetto, perché non sono un’eroina né una santa. E sicuramente mi riesce meglio quando opinioni e scelte sono supportate da grande coerenza.

Pertanto, la prima cosa che voglio dire è che la scelta, tra l’altro molto sofferta, di Zerocalcare alias Michele Rech (cancellare la propria partecipazione a Lucca Comics & Games 2023, in acronimo LCG23, causa patrocinio dell’ambasciata israeliana) incontra il mio massimo rispetto in quanto è perfettamente coerente con lui, il suo pensiero, il suo percorso.

Ciò di cui desidero parlare è come la scelta di Michele mi abbia portata a pensare alle mie scelte.

Già, perché, nella rubrica A glittering calendar di questo sito, nella parte dedicata agli Eventi, trovate in questo momento (fine ottobre 2023) anche LCG23.
E sono qui per spiegarvi perché. Senza spocchia, con la sola volontà di motivare la mia scelta come se riflettessi ad alta voce.

Chi segue il mio lavoro lo sa: la rubrica A glittering calendar nasce per dare notizia circa eventi che abbiano valore culturale. Il mio scopo è quindi divulgare e informare.

Mettere o no la notizia di LCG23?

La rubrica è mia e sono io che decido cosa includere, è vero, ma faccio qualcosa che vuole essere per gli altri – e non per me stessa.
E se è doveroso che io fissi delle regole – le mie – è altrettanto doveroso porgermi delle domande, anche mettendo eventualmente in dubbio tali regole. Leggi tutto

1° maggio 2013 – 1° maggio 2023, dieci anni di A glittering woman

Dieci.

Meditavo su quanto il numero dieci sia ricco di significati e simbologie.

Dieci è, per esempio, il numero di cifre alla base del sistema di numerazione detto decimale che, oltre ad avere dieci simboli con cui è possibile comporre qualsiasi numero, è in base 10 perché servono 10 unità di un ordine per formare un’unità dell’ordine successivo.

Anche il sistema di misura metrico decimale, uno tra i più diffusi e utilizzati, è in base 10, ossia il rapporto tra multipli e sottomultipli di ogni sua unità di misura è sempre 10 o una potenza di 10: ogni misura è 10 volte più piccola di quella immediatamente a sinistra ed è 10 volte più grande di quella immediatamente a destra.

Il numero dieci era considerato da Pitagora il numero perfetto e costituiva il cosiddetto tetraktýs o tetrattide, ovvero la successione aritmetica dei primi quattro numeri naturali: 1 + 2 + 3 + 4 = 10.

Dieci sono i decenni contenuti in un secolo e ognuno è fatto a sua volta di dieci anni: non posso non pensare ai miei studenti e a quando, durante i miei corsi, ci occupiamo di ogni decennio del Novecento dal punto di vista dell’evoluzione del costume.

A proposito di studenti e scuole: nelle primarie e secondarie, 10 è il voto che corrisponde all’eccellenza.

Si definisce decalogo una serie che si compone generalmente di 10 precetti (talvolta più o meno) in grado di riassumere norme o direttive fondamentali per un’attività.

Decalogo indica per antonomasia i Dieci Comandamenti dati da Dio a Mosè sul Monte Sinai (detti anche le dieci parole), i principi che svolgono un ruolo fondamentale nell’ebraismo e nel cristianesimo.

Decalogo (Dekalog) è il titolo della serie di 10 pellicole del 1988 dirette da Krzysztof Kieślowski proprio perché ogni episodio racconta una storia di vita quotidiana ispirata a uno dei comandamenti biblici e dieci furono anche le Piaghe d’Egitto, ovvero le punizioni che, secondo la Bibbia, Dio inflisse agli Egizi per non aver liberato gli ebrei dalla schiavitù. Leggi tutto

Un saluto a Maurizio Costanzo da una ex bambina che lui ha influenzato…

Ero solo una bambina quando esordì il Maurizio Costanzo Show.

Nonostante fossi in un’età decisamente acerba, mi innamorai da subito e istintivamente di quel modo così particolare di fare giornalismo in televisione e ora mi fa sorridere pensare che, sicuramente, all’epoca, nemmeno sarei stata capace di spiegare con precisione cosa significasse il termine «giornalismo».

Ricordo quante discussioni avevo con mia mamma – che è sempre stata severa, rigorosa e inflessibile quanto a orari e disciplina – per ottenere di restare ancora un po’ in piedi e poter carpire ancora qualche minuto di trasmissione.
Lei teneva al fatto che io dormissi a sufficienza per poter affrontare bene la scuola il giorno dopo, io avrei preferito restare ad ascoltare l’uomo che tanto mi affascinava nonché i suoi ospiti sempre curiosi e interessanti.

E ricordo anche un episodio di diversi anni dopo.

Non ho la più pallida idea di quale trasmissione si trattasse, ma rammento che si chiedeva agli intervistati, persone fermate casualmente per strada, di citare i propri personaggi televisivi preferiti.
Una persona iniziò a snocciolare il proprio elenco e, nel bel mezzo, aggiunse «e poi Maurizio Costanzo Show».
Disse proprio così, non Maurizio Costanzo bensì Maurizio Costanzo Show, un piccolo errore, una simpatica e ingenua svista che, in realtà, era molto sintomatica e rappresentativa.
Indicava quanto fosse quasi impossibile separare lo show, ovvero la creatura, da Costanzo, ovvero il creatore, quanto fossero profondamente e intimamente fusi insieme in un unico concetto radicato nella testa, nel quotidiano e nell’immaginario non solo di quella persona, ma di moltissimi altri, ne sono certa, milioni di spettatori appartenenti a diverse generazioni.

Maurizio Costanzo era ed è sinonimo di talk show, sinonimo di un certo modo di fare televisione, interviste, giornalismo; incarnava e incarna il modo e il mondo che, fin da bambina, mi hanno affascinata e che hanno contribuito a farmi desiderare di fare quello che per me è il mestiere più bello e appassionante del mondo, ovvero comunicare, raccontare, condividere.

Buon viaggio, Maurizio, e grazie per quelle serate nonché per quell’amore precoce e istintivo e per quel seme che hai posto in me così come in molti altri.

Manu

P.S.: oggi ho guardato i funerali di Maurizio Costanzo in tv e mi sono commossa quando la figlia Camilla ha letto una lettera a nome suo e dei fratelli Saverio e Gabriele. Da venerdì, giorno della scomparsa di Costanzo, non avevo mai pianto ma oggi, davanti alle parole di Camilla e a quel «papino», lo stesso nomignolo che uso per il mio, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Ringrazio Camilla, Saverio e Gabriele per la generosità del pensiero rivolto verso i «molti figli acquisiti» del loro papà ♥

 

Pensieri a proposito delle elezioni regionali del 12 e 13 febbraio 2023

Ho scattato questa foto lunedì 13 febbraio, presso le scuole medie della mia zona, andando a votare in occasione delle elezioni regionali in Lombardia.

Quella mattina ero felice perché stavo andando a esercitare un diritto esprimendo la mia opinione e ho reputato questo murale come un buon auspicio.

L’effigie di Borsellino e Falcone insieme a quelle parole mi hanno fatto pensare che sì, esiste speranza se i giovanissimi credono che scuola e conseguentemente istruzione e cultura siano i peggiori nemici di quel cancro che è la mafia.

(E scusate per il bidone dei rifiuti nel mezzo ma non potevo spostarlo, i carabinieri giustamente mi tenevano d’occhio.)

Mentre scattavo, ero davvero colma di fiducia e ottimismo; ora, a pochi giorni di distanza, mi sento semplicemente una povera illusa, sconfitta, delusa e amareggiata, profondamente. E se mi sento così è perché moltissime persone hanno scelto di non votare, di non esprimere la propria opinione.

I dati dell’affluenza per le elezioni regionali di Lombardia e Lazio dicono che ha votato il 40% della popolazione avente diritto rispetto al 70,63% delle precedenti omologhe del 2018.

Sono dati agghiaccianti: indicano che, statisticamente, solo 40 persone su 100 hanno scelto di esercitare il proprio diritto di parola.

Non so per quale o quali motivi gli altri 60 – la maggioranza – abbiano rinunciato: penso sia per sfiducia e correggo la mia precedente affermazione, in realtà è anche questa un’opinione o un’idea.

Non votare è un po’ come dire «tanto non serve, la nostra voce non conta, i politici fanno comunque ciò che vogliono».
Non voglio pensare che dietro tale idea ci sia semplice disinteresse, temo che ci sia appunto tanta sfiducia. Leggi tutto

Pensieri sparsi… se ci si sente spare ovvero come un pezzo di ricambio…

Quando qualcuno dice la parola spare, io penso subito al mio primo vero lavoro, ovvero l’impiego in una società di ingegneria che progettava macchinari e apparecchiature per il settore petrolchimico.

Ci occupavamo naturalmente anche delle parti di ricambio, spare parts o spares, appunto, che poi raggiungevano i nostri macchinari i quali erano talvolta posizionati su piattaforme petrolifere in mezzo al mare oppure altre volte installati al servizio di gasdotti che si snodavano in qualche deserto; ricordo altrettanto bene come quelle destinazioni remote mi facessero fantasticare anche grazie ai racconti dei nostri tecnici che spesso raggiungevano gli impianti per fare manutenzione.

Dunque, quando ho appreso che Spare è il titolo dell’autobiografia di Harry, sono stata molto colpita dalla scelta di un termine a me familiare ma in tutt’altro contesto. E che è stato tradotto in “il minore”.

Capita abbastanza spesso che, nel passaggio da inglese a italiano, si facciano scelte leggermente diverse, come per esempio avviene nei titoli di tanti film: in questo caso specifico, non so se e quanto il fatto di smorzare la crudezza concettuale del pensiero originale sia stata una scelta che condivido. Leggi tutto

Storie italiane, la controversia attorno al nome Bitto…

Un dettaglio dell’opuscolo informativo del Consorzio Salvaguardia dello Storico Ribelle
che evidenzia il dispiacere di non poter più utilizzare il nome Bitto…

Amo le parole e le ho messe al centro del mio lavoro.
Credo dunque di sapere quanto esse siano importanti e quanto peso possano avere, nel bene e nel male.
Ed è proprio per questi motivi che ci sono questioni che proprio non comprendo, questioni che ruotano attorno all’uso (e all’uso negato) di certe parole.

Permettetemi di spiegare.

Durante un recente week-end trascorso a Gerola Alta in provincia di Sondrio, sono venuta a conoscenza della controversia attorno alla parola Bitto, ovvero il nome del celebre formaggio che vanta molti secoli di storia ed è tipico delle valli orobiche.

Pensate che l’origine del Bitto si fa risalire addirittura ai Celti che, dopo essere stati cacciati dalla pianura, trovarono rifugio in Valtellina: esperti pastori e casari, iniziarono a produrre formaggi per conservare e trasferire le proprietà nutritive del latte nel tempo.

Ma in cosa consiste tale controversia?
Cerco di raccontarvelo brevemente.

Nel 1996, al Bitto è stata assegnata la denominazione di origine protetta ed è nato il Consorzio Bitto DOP che ha modificato il proprio disciplinare tradizionale introducendo alcune ‘modernizzazioni’ nella procedura di produzione; un gruppo di produttori non ha gradito l’iniziativa e si è opposto alle modifiche, continuando a produrre il formaggio secondo il metodo tradizionale e separandosi dal Consorzio Bitto DOP. Leggi tutto

I miei auguri a tutte le mamme con un paio di riflessioni

Oggi è la festa di tutte le mamme e io vorrei fare un paio di riflessioni.

Ho una mamma fantastica e so che ogni figlio (o quasi) vede la propria esattamente così, fantastica. Diciamo che alla mia devo la vita due volte, la prima per avermi partorita e la seconda per avermi salvata dopo un incidente gravissimo quand’ero piccolissima (e per il quale ho rischiato di morire…).

Ho una sorella che è mamma e anche lavoratrice e – come tutte le donne madri e lavoratrici che conosco – ci mette l’anima per tenere tutto in equilibrio, lavoro, famiglia e anche tempo e spazio per sé.

Io non sono mamma per mia scelta. Dico spesso, scherzando ma non troppo, che quando è stato distribuito l’istinto materno ho sbagliato fila. Eppure confesso di avere un’immensa ammirazione per le donne che sono madri, perché penso che crescere un figlio sia il ‘mestiere’ più difficile e di maggior responsabilità che esista e spesso, appunto, non è condotto in esclusiva ma in aggiunta ad altri ruoli e compiti.

In nome dell’ammirazione e del rispetto che nutro per le mamme, giungo dunque al cuore della mia riflessione scaturita da due fatti diametralmente opposti accaduti negli ultimi giorni.

Da una parte c’è la vicenda di un’imprenditrice che si chiama Monica Bortolami e che ha assunto a tempo indeterminato una collaboratrice che, timorosa, le aveva confessato di essere in dolce attesa. Dall’altra parte c’è invece la vicenda di Elisabetta Franchi, nome noto del settore moda, che in un’intervista si è lasciata andare a dichiarazioni che lasciano basiti quanto ad arretratezza, parlando di donne giovani che non possono avere ruoli importanti che poi lascerebbero scoperti per andare in maternità e della sua conseguente scelta di assumere donne che siano ‘anta’ e che quindi abbiano già passato matrimonio, gravidanza e magari separazione…

Non voglio commentare le parole della Franchi (offensive per ogni donna, madre o meno, giovane o ‘anta’) e che, ora, dice di essere stata fraintesa e strumentalizzata (boh, io ho ascoltato l’intervista e mi pare che abbia detto proprio ciò di cui viene accusata, nonostante i tentativi della giornalista Fabiana Giacomotti di arginarla e di frenarla su più punti).

Desidero invece fare gli auguri a tutte le mamme rilevando – ancora una volta, ahimè – quanta strada debba ancora essere fatta affinché ognuna di noi sia davvero libera di decidere di essere madre o di non esserlo, senza discriminazioni né giudizi (o pregiudizi).

Manu

 

*** Ho pubblicato questi stessi pensieri in un post in Instagram (lì con interessanti scambi di commenti).
Ho il desiderio che restino anche qui, visto che reputo i social network utili
ma, allo stesso tempo, anche fin troppo veloci nel ‘seppellire’ pensieri & parole… ***

 

«Si diventa madri in molti modi.
Per amore o per caso, di parto naturale o di parto per adottare, per convinzione, per convenzione. […]
Il punto è che conosco donne che sono madri, madri e basta. Pure senza figli.[…]
Perché si può essere madri persino con la propria madre, o il padre, quando ha bisogno di sostegno.
Si può essere madri quando si va in giro per il mondo a educare a forme altre di maternità, quando con le proprie parole si allatta un mare di figli orfani di affetti, di radici, di vita e di terra sotto i piedi.
Si può diventare madri di figli disabili ed essere madri di mille battaglie. Morire a ogni alba per un peso troppo grande, rinascere a ogni tramonto per le piccole cose leggere che non hanno peso ma hanno valore.
Conosco madri che hanno perso i loro figli […] eppure li ritrovano in ogni angolo della loro vita.[…]
Conosco madri che sono, nelle case, nelle corsie d’ospedale, nelle scuole, nelle librerie, nei conventi, nelle associazioni di volontariato.
Madri che sono, pure senza figli.

Perché figlio è il mondo di cui si prendono cura.»
Di Alessandra Erriquez

P.S. del 10 maggio: mi fa piacere condividere il link di un articolo lucido e intelligente pubblicato da Fashion Magazine circa il caso Elisabetta Franchi…

P.S. del 16 maggio: a quanto sopra, si aggiunge ora il fatto che l’azienda di Elisabetta Franchi è stata condannata per comportamento anti-sindacale per aver minacciato sanzioni nei confronti delle lavoratrici che scioperano contro l’obbligo degli straordinari (qui maggiori dettagli)… Anche in questo caso lei dirà di essere stata fraintesa e strumentalizzata?

P.S. del 6 giugno 2025 – 3 anni dopo: non mi piace la superficialità e mi piace invece seguire fino in fondo le vicende di cui mi occupo. Do pertanto notizia degli sviluppi legali della questione Elisabetta Franchi che è stata condannata dal Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio proprio per le frasi pronunciate quel giorno. Questo anche per rispondere a chi, all’epoca, disse che la polemica era stata montata ad arte per colpire la Franchi la quale era stata fraintesa. No, non fu fraintesa e a dirlo è oggi una sentenza che parla di «politiche discriminatorie».

P.S. del 7 giugno 2025: Elisabetta Franchi prepara il ricorso dopo la condanna, rimanendo convinta del fatto che le sue parole siano state «estrapolate dal contesto» (e io ne do conto e notizia sempre per dovere di cronaca e per onestà intellettuale).

 

 

Omaggio a Giusi Ferré, maestra della bella scrittura

Ognuno ha le proprie icone, persone che rappresentano i nostri ideali e valori oppure che simboleggiano le nostre aspirazioni più grandi e che sono dunque un esempio, un modello al quale puntare.

Quanto a modelli e aspirazioni, io non ho dubbi: i miei fari sono Anna Piaggi e Giusi Ferré, due donne immense nell’ambito del giornalismo di moda.

Purtroppo non sono riuscita a conoscere Anna Piaggi di persona (ma continuo a cercarla attraverso ogni cosa e opera che parli di lei), mentre ho avuto il dono di incontrare parecchie volte Giusi Ferré.

Lei, naturalmente, non mai saputo chi fossi e non lo dico con orgoglio ferito né con rammarico. Era nell’ordine giusto e naturale delle cose poiché io sono nessuno, una tra le tante e i tanti, mentre lei era unica, la maestra della parola e della bella scrittura, la giornalista sopraffine, la testimone diretta della moda degli ultimi 50 anni nonché amica, guida e consigliera di molti stilisti, il modello e l’icona per quei tanti come me, la donna capace di dare voce a mille e più racconti che io desideravo ardentemente ascoltare.

Il 14 aprile questa voce si è purtroppo spenta per sempre e io mi permetto di renderle omaggio con tre ricordi personali.

Parto dalla prima volta che incontrai Giusi Ferré.
Attirai la sua attenzione involontariamente, grazie a una fantasiosa collana che indossavo. Di quel giorno (era il 2013) resta una foto insieme in cui io ho un sorriso che va da un orecchio all’altro, quel tipo di sorriso che solo una persona iconica riesce a dipingerci sul volto in una sorta di sogno che si avvera.
Quella foto è qui nel magazine, ma non la tiro fuori oggi (scriverò poi perché). Leggi tutto

Ridefinire il Gioiello riparte e l’Irlanda è la protagonista dell’ottava edizione

Non è facile.

Non è facile far ripartire tutti quei progetti che sono stati bloccati da due anni di pandemia e non è facile parlare di bellezza e cultura in un momento come questo, in cui bellezza e cultura non sembrano certo essere la priorità, anzi, al contrario, rischiano di essere risucchiate definitivamente dall’ombra, dalla paura, da orrori che credevamo essere più legati (e relegati) al passato che non al presente e al futuro.

Eppure il paradosso è che proprio la bellezza e soprattutto la cultura rappresentano allo stesso tempo due tra le migliori risposte a ombre e paure per non sprofondare irrimediabilmente e definitivamente nell’orrore.

Proprio in questa ottica, cari amici lettori, condivido con voi la notizia di una ripartenza, ovvero la pubblicazione del nuovo bando di concorso di Ridefinire il Gioiello, manifestazione giunta alla sua VIII edizione.

Ridefinire il Gioiello ha l’obiettivo di diffondere e valorizzare una nuova estetica del gioiello contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: dopo due anni di fermo a causa del COVID-19, l’Associazione Circuiti Dinamici indice un nuovo bando di concorso in collaborazione con il Museo del Bijou di Casalmaggiore.

L’ottava edizione di Ridefinire il Gioiello si inserisce infatti nell’ambito degli eventi della rassegna culturale Stupor mundi organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Casalmaggiore.

Il progetto Stupor mundi prevede che, ogni anno, tutte le istituzioni culturali della città (i due musei, la Biblioteca Civica Mortara, il Teatro Comunale) organizzino eventi espositivi, spettacoli teatrali, incontri sul cinema, la letteratura, le tradizioni per approfondire la conoscenza di un Paese e finora la rassegna ha parlato di Giappone, Argentina, Iran, Russia e Stati Uniti (anch’io ho parlato della mostra organizzata dal Museo del Bijou di Casalmaggiore in tale occasione qui). Leggi tutto

Il mio (inutile) punto di vista a proposito di parlare o non parlare di Ucraina

Sono profondamente amareggiata nel leggere così tante polemiche attorno ai modi in cui ognuno di noi decide di affrontare la terribile questione Ucraina – Russia.
E ho la spiacevole sensazione che – qualunque cosa si faccia – si sbagli…

Se si continua a fare il proprio lavoro si viene tacciati di insensibilità; se lo si interrompe o si fa un gesto che vuole essere di solidarietà si viene accusati di essere in cerca di visibilità o pubblicità.
Se non se ne parla si viene accusati di menefreghismo; se se ne parla si viene invitati a tacere con frasi tipo «lasciamo parlare chi se ne intende».
Se si fa qualcosa… «perché per l’Ucraina sì e per altre guerre no».

È assurdo.
Io penso che ognuno abbia il proprio modo di reagire.
Penso che non parlarne non significhi e non comporti che invece non si ascolti e non ci si interessi / informi; penso che parlarne non voglia dire cercare visibilità ma tentare di esorcizzare le proprie paure.

Desidero dire solo una cosa e attenzione, non è né un giudizio né una presa di posizione, è solo una condivisione di pensieri.
Quando ero alle scuole superiori scoppiò la Guerra del Golfo.
Ricordo noi giovanissimi attoniti, disorientati, smarriti, impotenti e increduli davanti alle televisioni eccezionalmente accese a scuola con i notiziari e le immagini che fino a quel momento avevamo visto solo nei libri di storia.
Molti di noi (io compresa) scelsero di manifestare scendendo in strada e tanti ci criticarono dicendo «è inutile».
Forse avevano ragione, ma era il nostro sentire e il nostro reagire.

Allora non esistevano i social network, oggi sì; se allora una manifestazione o uno striscione andavano al limite su un giornale nazionale, oggi possono arrivare fino in Ucraina e forse dare un microscopico sostegno morale.
Idem per ogni altra iniziativa “simbolica”.
Tutto qui.

Detto ciò, concludo con una proposta: ognuno faccia ciò che può, ciò che riesce e ciò che sente.
Non perdiamo energie a criticare e cerchiamo di comprendere, la situazione gravissima ma anche gli altri e i loro atteggiamenti.
O almeno proviamo a rispettarli.

Dire no alla guerra è anche questo.

Manu ♥

 

 

 

*** Ho pubblicato questi stessi pensieri poco fa in Instagram.
Ho il desiderio che restino anche qui, visto che reputo i social network potenzialmente utili, come ho scritto,
ma allo stesso tempo anche fin troppo veloci… ***

 

 

Drusilla Foer, dalla diversità all’unicità passando per l’ascolto

«Diversità è una parola che proprio non mi piace.
Non mi piace perché ha in sé qualcosa di comparativo e una distanza che proprio non mi convince, no.
Quando la verbalizzo sento sempre che tradisco qualcosa che sento o che penso.
E io trovo che le parole siano come gli amanti: quando non funzionano più vanno cambiati subito.
E quindi ho cercato un termine che potesse degnamente sostituire una parola che per me è così incompleta. E ne ho trovata uno molto convincente.
Unicità.
Mi piace, è una parola che piace a tutti.
Perché tutti noi siamo capaci di notare l’unicità dell’altro e tutti noi pensiamo di essere unici, no?
Facile (risatina)… per niente! Per niente!
Perché per comprendere la propria unicità e accettare la propria unicità è necessario capire di che cosa è composta, la nostra unicità, di che cosa è fatta.
Capire di che cosa siamo fatti noi. Certamente delle cose belle: le ambizioni, i valori, le convinzioni, i talenti.
Però i talenti vanno allenati, vanno seguiti.
Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità.
Delle proprie forze bisogna avere cura.
Insomma, non è facilissimo.
E queste sono le cose che sulla carta sono fighe… immaginatevi quando si comincia con i dolori che vanno affrontati, le paure che vanno in qualche modo esorcizzate, le fragilità che vanno accudite. Leggi tutto

Allora ciao 2021 e soprattutto… a mai più arrivederci…

I bilanci non mi piacciono.
Non mi piace sedermi sugli allori esattamente quanto non mi piace rimuginare sugli insuccessi perché preferisco guardare avanti e pensare al futuro.

Ma stavolta ho deciso di chiudere i conti e fare invece un piccolo bilancio.

Sotto il punto di vista professionale, il 2021 è stato un anno molto deludente.

Da dimenticare.
La situazione piatta e stagnante che regna mi annoia, mi deprime e soprattutto mi preoccupa, tanto.
O vinci o impari, si dice. Il punto è che non ho vinto e non ho imparato e questo mi disturba.
Temo (come è già avvenuto in altre occasioni in passato, ne ho parlato poco tempo fa qui…), di trovarmi a un punto morto. E lo confesso, inizio a essere stanca di dover buttare all’aria tutto e ricominciare come – ripeto – ho dovuto fare altre volte.
Vorrei finalmente un po’ di serenità.

Sotto il punto di vista personale, il bilancio è invece completamente diverso perché nel 2021 non mi sono mancati affetto, calore, appoggio da familiari e amici.

Ho accanto un uomo che mi ama e che amo e con il quale condivido ogni cosa, incluso il fatto di essere tornati in alcuni posti che amiamo tanto.
Sono in salute e, cosa per me ancora più importante, lo sono i miei familiari e i miei cari.

Sono un’eterna ottimista e ho sempre visto la metà piena del bicchiere.
Dunque, nonostante l’amarezza sul fronte professionale, voglio solo vedere ciò che di buono c’è stato in questo 2021 e non voglio che a prevalere sia lo sconforto.
Preferisco sempre e comunque la gratitudine.

E allora concludo con questi versi di Melody Beattie, scrittrice statunitense, classe 1948.

«La gratitudine sblocca la pienezza della vita.
Trasforma ciò che abbiamo in ricchezza.
Trasforma la negazione in accettazione, il caos in ordine, la confusione in chiarezza.
Può trasformare un pasto in una festa, una casa in un’abitazione, un estraneo in un amico.
Trasforma i problemi in doni, i fallimenti in successi, l’inaspettato in un tempismo perfetto e gli errori in eventi importanti.»

Ciao 2021 e a mai più arrivederci.

Al 2022 chiediamo (posso usare il plurale?) un po’ più di clemenza, perché cavarsela da soli è giusto (ed è sempre stato il mio motto) ma, a questo punto, forse qualche botta di fortuna non guasterebbe.

Auguri a tutti quelli che hanno letto fin qui,

Vostra Manu

 

*** Ho pubblicato questi stessi pensieri stamattina in Instagram.
Ho il desiderio che restino anche qui, visto la velocità (che tutto cancella) dei social network… ***

 

 

Sono (già) passati dieci anni…

Ho pubblicato i pensieri che seguono il 10 settembre in Instagram.
Ho il desiderio che restino anche qui, visto la velocità (che tutto cancella) dei social network…

In questi giorni ricorre per me un anniversario dolceamaro: dieci anni fa, nel settembre del 2011, finivo di lavorare per un’azienda che, senza avere nessuna concreta difficoltà, in nome del profitto, lasciò a casa diverse decine di persone, sottoscritta inclusa.

Non voglio fare la gradassa: ammetto che mi parve un dramma – ed era in effetti un problema non lieve – e confesso che in quei momenti provai paura, smarrimento, angoscia. E una grande delusione.
Sentivo mancarmi l’aria ed ero terrorizzata dal fatto di non essere più una ragazzina e dalla consapevolezza che questo inconfutabile dato anagrafico non mi avrebbe certo aiutata.

Fu l’uomo che più amo al mondo a farmi vedere la questione sotto tutt’altra prospettiva, proponendomi di prendere il tutto come un’occasione per chiedermi cosa volessi fare davvero. E questo è uno dei motivi per cui lo amo tanto, anche perché aveva ragione: in effetti, ero lavorativamente infelice.
Non amavo niente del percorso che avevo costruito fino a quel momento, nonostante lo avessi costruito con diligenza e senso del dovere ma il punto era proprio quello: non c’era traccia di passione, neanche minima.

Ho allora usato la buonuscita ricevuta dalla mia ex azienda scommettendo e investendo su me stessa: sono tornata sui banchi di scuola, mi sono rimessa a studiare e ho conseguito alcune nuove specializzazioni, stavolta nell’ambito che davvero amavo (l’ho raccontato qui).
E poi ho ricominciato, da zero o quasi.

Senza boria, ve l’assicuro, posso dire di essere orgogliosa di me stessa. Leggi tutto

Sono nata in Italia – e per questo sono privilegiata

Ho pubblicato i pensieri che seguono il 19 agosto in Instagram.
Ho il desiderio che restino anche qui, visto la velocità (che tutto cancella) dei social network…

Sono nata in Italia e, anche grazie a questo luogo di nascita, i miei genitori hanno potuto educarmi alla libertà e al rispetto.
Per essere nata in Italia ho potuto giocare, sognare, crescere a tempo debito e non precocemente, ho potuto decidere chi amare, scegliere chi frequentare.
Ho potuto e posso studiare.
Ho potuto e posso lavorare.
Ho potuto e posso fare scelte personali e professionali senza particolari costrizioni o limiti.
Ho potuto e posso viaggiare – com’è accaduto nei giorni scorsi (qui sopra sono a Étretat, in Normandia).
Ho potuto e posso ascoltare musica, visitare musei, vedere un film, prendere un aperitivo, pranzare o cenare fuori, usare Internet e utilizzare i canali social per potermi esprimere e poter ampliare le mie conoscenze.
Ho potuto e posso vestirmi, pettinarmi e truccarmi come mi pare.

Sono nata in Italia e poter fare tutte queste cose fa di me una privilegiata come lo sono la maggior parte delle persone che vivono nel cosiddetto Occidente.

Sono una privilegiata nel senso che Gino Strada attribuiva a tale termine, ovvero questi che dovrebbero essere normali diritti di tutti gli esseri umani sono in realtà privilegi solo di una parte dell’umanità.

Ne sono conscia, di questo privilegio, e ci sono giorni in cui questa consapevolezza mi manda in crisi, mi atterrisce e mi fa sentire sbagliata, un vero e proprio schifo, privilegiata solo e semplicemente perché nata nella parte “giusta” del mondo per un puro caso.

Ho sempre cercato – nel mio essere una minuscola nullità – di dare voce a chi non ha i miei stessi privilegi. So che non è sufficiente. E confesso che non ho soluzioni, al momento, per essere di maggiore utilità.
Però coltivo la consapevolezza (e quel tormento) nella speranza… non lo so, nella speranza – forse – di poter capire cosa fare, di più e meglio. Credo sia il minimo che ogni persona privilegiata debba fare, oggi più che mai, capire come mettere a buon frutto e non sprecare questi privilegi che non smetto di sperare (e sognare) possano trasformarsi in diritti.

Manu
Agosto 2021, pensando all’Afghanistan

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