Antica Sartoria, il sogno di Giacomo Cinque da Positano al mondo

Undici anni fa, in agosto 2007, trascorsi un periodo di vacanza nei pressi di Salerno.
Mi portarono a visitare le perle della splendida Costiera Amalfitana, da Atrani a Cetara, da Maiori a Ravello, da Praiano a Vietri, da Amalfi a Positano: proprio a Positano, ebbi occasione di conoscere il marchio Antica Sartoria innamorandomene perdutamente.
Raramente avevo visto in vita mia un luogo così colorato, fantasioso e allegro, in Italia e all’estero, e naturalmente feci degli acquisti.

Nonostante l’Antica Sartoria di Positano avesse lasciato in me una profonda impressione, nel tempo non ho più avuto occasione di visitare alcun punto vendita, almeno non fino a quest’anno quando mi sono trovata per qualche giorno a Sestri Levante (alloggiando per la seconda volta al b&b La Terrazza sui Fieschi): lungo la via dello shopping della bella cittadina ligure, ho visto alcune vetrine coloratissime e ho subito capito che si trattava di uno dei negozi del marchio che mi aveva rubato il cuore tanti anni prima.

Inutile dirvelo: sono entrata e, tra una chiacchiera e l’altra con il simpaticissimo personale che lavora in negozio, ho fatto acquisti tra cui la gonna e la borsa (adagiata sulla panchina) che potete vedere nella foto qui sopra che risale allo scorso 3 giugno a Verbania sul Lago Maggiore.
In verità, sono tornata anche il giorno dopo, ripensando ad altri articoli che avevo lasciato in negozio: il bottino finale, oltre a gonna e borsa, è stato di due collane (qui e qui), un paio di orecchini e una candida camicia in lino per mio marito (e della quale ci siamo innamorati entrambi).

L’entusiasmo riscosso dalla gonna attraverso il mio account Instagram (qui, qui, qui e qui) è stato davvero tanto e caloroso, dandomi conferma di quanto lo stile di Antica Sartoria piaccia a moltissime persone in modo assolutamente trasversale: piace perché è uno stile libero, caratterizzante ma anche da caratterizzare e vivere a modo proprio, un po’ hippie un po’ bohémien un po’ gipsy, sicuramente libero da frontiere e barriere di qualsiasi tipo, culturali oppure etniche.
Io lo identifico con i colori del nostro splendido sud ma, allo stesso tempo, mi ricorda quelli dell’America Latina e dell’Africa.

Tutto ciò mi ha fatto venire il desiderio di indagare meglio sul brand e su Giacomo Cinque, il fondatore, condividendo la storia con voi, amici che state leggendo, una storia che affonda le proprie origini negli Anni Sessanta quando, oltre al movimento hippie (o hippy), Positano sperimentava e lanciava l’interessante fenomeno dell’omonima Moda Positano.

In quegli anni, quando si partiva per una gita al mare, frequentemente non ci si sentiva a proprio agio a causa dell’abbigliamento da città, naturalmente formale ma inadatto alla Costiera: come per incanto, il clima in questa baia dorata è infatti sempre mite e quindi chi arrivava andava subito alla ricerca di parei, bermuda, pantaloncini, costumi e tutto quanto poteva essere utilizzato in spiaggia o in barca.
E così, i primi negozi di ceramiche e souvenir nati proprio in Costiera venivano assaliti da richieste del genere: essendo per tradizione e origini storiche degli ottimi commercianti, gli abitanti inventarono la cosiddetta Moda Positano improvvisandosi sarti e tagliuzzando foulard, asciugamani di lino e cotone, qualche volta saccheggiando i corredi delle spose e trasformando lenzuola finissime ricamate a mano e vecchi centrini da tavolo fatti a tombolo o a uncinetto in particolarissimi ed estrosissimi abiti da sera.
Questa moda sicuramente stravagante venne apprezzata fin dai primi momenti proprio perché diversa e impensabile dai celebrati e blasonati sarti e stilisti di Milano, Torino, Firenze, Roma.
In seguito, aiutati dalla naturale bellezza del luogo e avendo un carnet di ospiti stravaganti e facoltosi che (forse avendo già tutto) nutrivano grande voglia di diversità, i pezzari (così furono definiti) andarono a rifornirsi nei mercatini dell’usato poiché i corredi familiari erano finiti.
E furono proprio gli improvvisati sarti commercianti che, aiutati da imprenditori del calibro di Benetton e Fiorucci, inventarono il tinto in capo: la tintura in capo è una tecnica che consiste nel tingere un capo di abbigliamento già confezionato e questo richiamò l’attenzione di molti stilisti che producevano capi in bianco che venivano poi tinti successivamente a seconda delle esigenze proprio a Positano.
Negli anni, iniziarono a fiorire tante piccole botteghe e a questo punto posso introdurre Giacomo Cinque.

Nato a Positano, Cinque vive la sua infanzia nel momento clou, ovvero i fantastici Anni Settanta, e assorbe come una spugna tutta l’energia positiva e colorata di quell’epoca: giorno dopo giorno, cresce la sua passione per l’abbigliamento e lui passa con curiosità da un laboratorio all’altro nel momento dei pezzari e delle loro pezze.
Frequenta l’accademia di moda e, tra lezioni di storia dell’arte e del costume e lezioni di stilismo e modellismo, decide che tessuti, colori e filati sarebbero stati il suo mondo.
Giacomo Cinque riversa così tutto l’amore per i ricami e l’arte proprio nell’abbigliamento, iniziando a realizzare (come fa ancora oggi) capi stravaganti e qualche volta irripetibili.
Decide di vestire le vacanziere in giro per tutto il mondo, le immagina come allegre sirene in grado di ammaliare i più restii Ulisse tra tessuti colorati, pizzi bianchi e talismani portafortuna.
Nel frattempo, siamo arrivati ai primi Anni Ottanta e le sue creazioni diventano un fenomeno moda ambito da tutte le aziende locali e dai compratori che arrivano da tutto il mondo, tanto da essere corteggiato come una star.

Tenacia, gusto, tecnica, passione, intuito, umiltà e amore per il proprio lavoro sono gli ingredienti che decretano il suo successo e, dopo aver lavorato per quasi tutte le aziende positanesi come stilista, Giacomo Cinque decide di produrre una propria linea, spostando la produzione da Positano all’India, creando insieme al socio Riccardo Ruggiti il marchio Antica Sartoria con cui oggi vende il suo prodotto in tutti i negozi (qui trovate l’elenco) posizionati vicini ai mari del mondo o dove, per la bellezza dei luoghi e per cultura (Roma, per esempio), si fanno le vacanze o regna lo spirito festaiolo.
Sì, perché Giacomo Cinque ama definirsi come il sarto per le feste: «chiamatelo – si dice sul sitoe ve ne organizzerà una».

Perché ho deciso di parlarvi di Giacomo Cinque e della sua Antica Sartoria?

Il primo motivo ve l’ho detto: amo le sue creazioni e so di non essere l’unica.

Il secondo motivo è lo spirito imprenditoriale ed etico: vista l’esigenza – e la mancanza – di sarte e corredi, Cinque si è aperto alla continua scoperta di nuovi posti dove produrre con il nostro gusto e la nostra cultura, tenendo i prezzi accessibili a un turista attento ai dettagli.
Quindi Antica Sartoria produce oggi in tutto il mondo e vende in tutto il mondo, ma con il cuore e lo spirito positanesi e italiani. Ecco perché parlo di imprenditorialità ma anche di etica.

Antica Sartoria non è una moda di passaggio e supera i trend – e qui abbiamo il terzo motivo del mio apprezzamento: è un sodalizio magico tra la creatività del fondatore e l’abilità di artigiani (soprattutto indiani) produttori da secoli di cotoni e sete, artisti nel colore e coadiuvati da abili ricamatrici.

E a dimostrare che questa formula funziona c’è anche il numero di fan su Facebook, oltre 23mila, e su Instagram, quasi 52mila, merito – a mio avviso – di una filosofia che definirei ancora una volta hippie e bohémienne, in contrasto con un’epoca un po’ tesa e spesso difficile quale è la nostra e in cui ai figli dei fiori si sono (purtroppo) sostituiti hater, troll e leoni da tastiera…

E detta filosofia piacevolmente libera e leggera in senso buono è perfettamente riassunta dallo slogan «moda mare per amare».

Ecco, magari proviamo (almeno ogni tanto) a tornare a mettere fiori nei nostri cannoni.

Manu

Quando Rolling Stone ci invita a fare la nostra scelta…

Quella che vedete qui sopra è la copertina di luglio 2018 di Rolling Stone Italia, in edicola da oggi.
E io vorrei dire qualcosa in merito, soprattutto a chi sostiene che tale copertina sia esagerata, fuori luogo, populista, demagogica, sinistroide. Che si tratti di sciacallaggio, come ho letto da qualche parte.
Quel qualcosa che desidero dire non sono parole mie: le prendo in prestito dal tedesco Martin Niemöller (1892 – 1984), teologo, pastore protestante e oppositore del nazismo.
Le parole – che mi fanno pensare ogni volta in cui le rileggo – sono queste. Leggi tutto

La sharing economy arriva in spiaggia con la piattaforma Playaya

Mi sono sempre sentita cittadina del mondo poiché sono curiosa verso luoghi, culture e persone e perché trovo motivi per stare bene ovunque.

Tuttavia, mi sento profondamente italiana e sono molto orgogliosa di essere nata qui: amo profondamente il nostro Paese e credo che esservi cresciuta sia un plus che mi permette di apprezzare bellezza e cultura fin dall’infanzia.
Sono una strenua sostenitrice di tutto ciò che è Made in Italy e lo dimostro anche attraverso questo blog nel quale le creazioni nostrane e il genio di tanti nostri connazionali è raccontato, messo in evidenza, sviscerato.

Proprio perché amo e rispetto profondamente il nostro meraviglioso Paese, sono altrettanto obiettiva nel coglierne e ammetterne i difetti: penso che essere lucidi per quanto riguarda le criticità non sia affatto essere disfattisti bensì, al contrario, sia condizione necessaria per poi agire e risolvere.

La scorsa estate sono stata in Grecia, un altro Paese che amo moltissimo e che ho visitato tante volte (forse anche perché in tante cose assomiglia all’Italia…): tornando da quel viaggio, ho scritto un post in cui ho fatto un confronto mettendo in evidenza una delle criticità delle vacanze nel Bel paese, ovvero la rigidità del sistema spiagge e i prezzi proibitivi del noleggio sdraio-lettini-ombrelloni durante la stagione estiva.

Capite bene che, quando un paio di settimane fa, mi è stato sottoposta Playaya, la prima piattaforma che mira a snellire il sistema di gestione degli ombrelloni sulle spiagge italiane a opera di due intelligentissimi ragazzi italiani… beh, non potevo non accettare di parlarne, per dimostrare una volta di più quanto ci sia un bisogno (ah, ma allora certe cose non le penso solo io!), per dimostrare come la genialità italiana possa arrivare ovunque e per dimostrare come possa farlo attraverso un concetto che mi sta molto a cuore – ovvero quello della sharing economy.

Per caso, miei cari amici che leggete, arrivate sempre all’ultimo minuto e non trovate mai un ombrellone libero?
Siete stufi di stendervi al sole in una delle affollate spiagge libere italiane, cercando uno spazio (risicato) per il vostro telo e trovandovi gomito a gomito con il vicino?
La spiaggia attrezzata è fuori dal vostro budget (dal mio… spesso sì)?
Da oggi bastano pochi click per trovare l’ombrellone e risparmiare (quasi il 50%) sul prezzo di affitto.

Arriva infatti Playaya, la piattaforma che consente di affittare, anche last minute, un ombrellone scontatissimo per stendersi comodamente al sole in uno stabilimento attrezzato, per una giornata o solamente per qualche ora.

L’idea – come accennavo – è di due giovani soci (e fidanzati) torinesi, Stefano (26 anni) e Giulia (23, le due belle facce che vedete qui in alto ⇑) i quali, dopo un anno di intenso lavoro, hanno lanciato Playaya per mettere in contatto chi possiede un abbonamento in uno stabilimento balneare e sa di non utilizzarlo a pieno con chi lo sta cercando magari solo per qualche ora.

Attenzione: Playaya non è una piattaforma di booking bensì di condivisione, in perfetto stile sharing economy.

Il sistema è semplicissimo.
Gli stabilimenti che lo desiderano aderiscono gratuitamente al programma Playaya, mantenendo il completo controllo sulla spiaggia ma consentendo ai propri ospiti di mettere in sharing gli ombrelloni.
Chi affitta l’ombrellone in una spiaggia aderente a Playaya può iscriversi altrettanto gratuitamente alla piattaforma e mettere in rete le giornate, o le ore, che vuole condividere.
Il software Playaya calcola e suggerisce il prezzo di vendita del servizio (con uno sconto che va dal 30% al 50% sul prezzo di listino della spiaggia): chi è alla ricerca di un ombrellone non deve far altro che collegarsi e scegliere ciò che fa al suo caso.

«L’idea – racconta Giulia – ci è venuta l’anno scorso in Sicilia a Giardini Naxos dove mia cugina, che aveva un bimbo piccolo, ci ha prestato l’ombrellone che aveva affittato in uno stabilimento attrezzato poiché non lo utilizzava nelle ore più calde, dalle 12 alle 16. Per noi era semplicemente perfetto: ci svegliavamo tardi e andavamo via giusto in tempo per iniziare a pensare all’aperitivo. Come mia cugina, tantissime famiglie scelgono la comodità di una spiaggia attrezzata, ma non la utilizzano tutto il giorno, o tutti i giorni, lasciando vuoto l’ombrellone. E tantissime persone hanno voglia di stendersi al sole proprio in quelle ore. Di qui l’idea: Playaya sfrutta lo strumento della condivisione e consente, a chi lo desidera, di recuperare in parte i costi del proprio abbonamento in spiaggia offrendolo in sharing.»

Giuro, nonostante scrivere sia il mio mestiere… non avrei mai saputo spiegare meglio e più efficacemente il concetto e i motivi per cui Playaya mi piace: brava Giulia!

Trasparente. Comodo. Sicuro.
Tutte le transazioni sono effettuate tramite PayPal o carta di credito e, ogni martedì, Playaya rimborsa chi ha messo in sharing il proprio ombrellone nella settimana precedente.
Con un vantaggio economico anche per i gestori dello stabilimento che vedono i propri clienti più soddisfatti.

«Abbiamo iniziato – continua Stefano – dalla Liguria, dove moltissimi stabilimenti hanno aderito con entusiasmo alla nostra idea, Loano, Spotorno, Ceriale, Diano Marina, Bordighera, Alassio. Ogni giorno acquisiamo nuove spiagge da tutta Italia!»

E io auguro grande successo alla vostra iniziativa con tutto il cuore, ragazzi, perché lo meritate: siete l’esempio di ciò che sostengo, rilevare una criticità e risolvere con genio, entusiasmo e positività.

E dunque, con estremo piacere e assoluta convinzione, vi lascio il sito Playaya, la pagina Facebook e l’account Instagram.
A breve, Playaya sarà anche una app disponibile su Google Play e Apple App Store.

Manu

Modigliani Art Experience, excursus multisensoriale al Mudec di Milano

Martedì 19 giugno sono stata al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, per l’anteprima stampa che ha inaugurato Modigliani Art Experience, affascinante excursus multi-sensoriale dedicato al Maestro Modì.

Dovete sapere che, da sempre, Modigliani colpisce profondamente il mio immaginario, dunque ero molto curiosa di scoprire come fosse stata impostata quella che, per ora, non voglio chiamare semplicemente mostra (vi spiegherò perché).

Per prima cosa, ho ascoltato l’interessante conferenza stampa, rimanendo estremamente colpita dalle parole del professor Francesco Poli, storico, critico d’arte e curatore di Modigliani Art Experience.

Dopodiché, ho attraversato la sala introduttiva che ospita alcuni capolavori di arte primitiva africana del XX secolo provenienti dalla collezione permanente del Mudec nonché due ritratti opera di Modì e provenienti dal Museo del Novecento di Milano: questa sala è determinante poiché, nel medesimo ambiente, unisce i modelli artistici di arte primitiva che il genio livornese ebbe senz’altro a ispirazione e, appunto, alcuni ritratti originati da tali ispirazioni, il tutto allo scopo di poter fare un confronto immediato e diretto.

Infine, sono entrata nella Experience room, il cuore di tutto l’evento, un’unica grande sala che introduce nel mondo bohémien di Amedeo Modigliani nella Parigi dei primi del Novecento. Leggi tutto

Francesca Caltabiano, gioielli onirici con un valore aggiunto

Succede che, in un caldo e assolato pomeriggio di maggio, io vada al press day organizzato da una persona che stimo per presentare a stampa e blogger alcuni brand.

Succede che, in quella occasione, io veda, tocchi e provi i gioielli di una designer e succede che scatti un amore immediato, per lei, per i suoi gioielli, per i suoi progetti: il nome di questa designer è Francesca Caltabiano.

Da sempre appassionata di minerali, gioielli, cinema e moda, Francesca Caltabiano si laurea nel 1989 a New York in Fashion Marketing presso il Fashion Institute of Technology e si diploma inoltre al Gemmological Institute of America: con questo istituto, Francesca collabora per alcuni anni come gemmologa.

L’influenza della New York degli Anni Novanta segna profondamente il percorso creativo e culturale dell’artista fiorentina, tanto che i gioielli che nascono dal suo cuore e dalle sue mani diventano espressione degli interessi, delle passioni e dei ricordi che mette insieme in quegli anni: non solo, il mondo fiabesco si incontra e si mixa con varie forme di arte. Leggi tutto

La Leggerezza va in mostra alla Galleria Rossini a Milano

Non mi stancherò mai di dichiarare la viva antipatia che nutro verso ghetti e recinti – a partire da quelli auto costruiti nei quali, talvolta, siamo noi stessi a rinchiuderci, negandoci infinite possibilità.

Non mi piacciono i compartimenti stagni e sono invece a favore della contaminazione e della libera circolazione di idee e pensieri; non ho simpatia nemmeno per classifiche e graduatorie, soprattutto quando si parla di arte e creatività, e non apprezzo definizioni come arti minori.

In aggiunta a tutto ciò, dichiaro il mio amore per la leggerezza.

Come ho raccontato in altre occasioni, quando parlo di leggerezza non mi riferisco a qualcosa che fa rima con disimpegno o superficialità, bensì a uno stato di grazia che lieve e soave solletica i sensi, con garbo e intelligenza, e che permette di «planare sulle cose dall’alto», proprio come affermava il grande Italo Calvino che a questo valore – tale lo considerava – dedicò anche un saggio.

Il saggio sulla leggerezza è la prima delle conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-86: morì prima, purtroppo, e il testo da lui preparato fu pubblicato postumo (Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio).

«In questa conferenza cercherò di spiegare, a me stesso e a voi, perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto», scriveva Calvino, quasi a dimostrare che la pesantezza del mondo – quella che oggi spesso ci ritroviamo a subire – può essere sconfitta solo dal suo contrario.

Sono profondamente d’accordo con lui ed ecco perché, oggi, vi parlo di un concorso d’arte che si intitola proprio Leggerezza. Leggi tutto

Ridefinire il Passato, ovvero parte l’edizione 2018-19 di Ridefinire il Gioiello

Lo confesso, sono tra coloro che pensano che sia l’uomo a rendere preziosa la materia attraverso il suo lavoro e non il contrario.

Questo pensiero mi guida in tutto ciò che faccio e in tutto ciò che scelgo di presentare, qui nel blog e attraverso il mio lavoro di editor.
Non sono una sostenitrice a ogni costo dei materiali nobili e della loro preziosità intrinseca (che spesso è preziosità economica e commerciale) e, al contrario, sostengo con convinzione che i materiali alternativi – quelli cosiddetti poveri oppure di riuso, di recupero, di riciclo o ancora estrapolati dalla loro funzione principale, come ho narrato per esempio in un recente post su Brandina, marchio che usa le tela dei lettini da mare per creare borse – siano in grado di dare le soddisfazioni più grandi, di creare la magia.

Tutto ciò è anche dovuto al fatto che attribuisco all’essere umano un ruolo fondamentale: è l’uomo con la sua azione, il suo operato, il suo intervento, la sua maestria, la sua intelligenza, la sua fantasia, la sua creatività e la sua capacità di guardare oltre a trasformare, plasmare, forgiare, elevare e, in molti casi, dare nuova dignità ai materiali, trasformandoli in oggetti compiuti, in qualcosa di intrigante o anche provocatorio.

Ed è proprio in quest’ottica che, dal 2014, sono tra i media partner di un concorso che si chiama Ridefinire il Gioiello.

Nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, il progetto è cresciuto edizione dopo edizione, diventando negli anni un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati (naturali, tecnologici, organici e inorganici ma non oro o argento se non per piccole minuterie) vengono uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

A fare la differenza e a dare il valore aggiunto è dunque l’idea, così come avverrà anche per la settima edizione di Ridefinire il Gioiello che vado oggi a presentare e introdurre.

L’edizione 2018 – 19 prende il nome di Ridefinire il Passato e chiede agli artisti di pensare e progettare un gioiello che valorizzi la memoria delle creazioni esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore.

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Valentina Cortese, splendido omaggio alla diva allo Spazio Oberdan

Valentina Cortese – Roma 1973 – foto Pierluigi

L’ho scritto in varie occasioni: reputo che, oggi, parole come icona e mito siano spesso abusate e applicate a persone, situazioni e cose che, in realtà, non sono né iconichemitiche.
Pensate che io sia un po’ troppo severa?
E allora permettetemi di farmi perdonare parlandovi di qualcuno che è davvero una icona e un mito, di qualcuno che è una grande diva: Valentina Cortese.

Nata a Milano (ma originaria di Stresa, sul Lago Maggiore) il primo gennaio 1923 (e dunque oggi 95enne), Valentina Cortese è stata una delle attrici di punta del cinema italiano degli Anni Quaranta assieme ad Alida Valli e Anna Magnani.
Da allora, la sua carriera è stata in costante ascesa: l’elenco dei suoi film e dei suoi lavori teatrali è pressoché infinito e ha lavorato con registi immensi tra i quali Michelangelo Antonioni, Vittorio Gassman, Federico Fellini, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, François Truffaut, Giorgio Strehler, giusto per fare alcuni nomi.
Forse non si dovrebbe mai dire l’età di una donna e soprattutto di una diva, ma io credo che nel suo caso sia un valore aggiunto nel percorso di una persona straordinaria, vera icona di stile e star internazionale, da Cinecittà a Hollywood passando per il Piccolo Teatro di Milano.

Vi sto parlando di lei perché, fino a fine agosto, lo Spazio Oberdan di Milano ospita una bellissima mostra intitolata Valentina Cortese – La diva, un progetto di Elisabetta Invernici e Antonio Zanoletti.

La mostra – a ingresso gratuito – comprende oltre 30 scatti dei più grandi fotografi italiani e stranieri che raccontano la storia privata e pubblica di Valentina Cortese, simbolo di carisma e di eleganza.

La sua è una carriera lunga ben 70 anni, trascorsa calcando le scene di set e teatri al fianco dei più grandi registi, come vi accennavo, con un piglio e una professionalità che la rendono unica.
Visionaria e, al tempo stesso, dotata di quella concretezza artigianale indispensabile in ogni lavoro artistico, Valentina Cortese testimonia con la sua vita di donna e di attrice l’autorevolezza e la dignità di chi ha saputo farsi rispettare nel privato e nel pubblico, battendosi in prima persona per l’emancipazione femminile.

Le immagini in mostra sono sia a colori sia in bianco e nero, con la sorpresa di tre ritratti inediti scattati da Giovanni Gastel nell’estate del 2013 e che costituiscono l’immagine ufficiale più recente della diva.

Ma non è finita qui: oltre alla mostra, l’omaggio allo Spazio Oberdan prevede anche altro. Leggi tutto

Portatelovunque, creazioni sorridenti per viaggiatori controcorrente

Vi va di venire con me?
Desidero raccontarvi una storia speciale che coniuga moda – etica e sostenibile – e impegno sociale attraverso un progetto di crowdfunding in grado di aiutare le donne.

La storia è quella di Portatelovunque​, un progetto che nasce da un’idea della giovane Chiara Di Cillo, designer e “viaggiatrice seriale”, come lei stessa si definisce.

Il nome è buffo, è quasi uno scioglilingua, e già solo a pronunciarlo scappa un sorriso – ciò che è capitato a me leggendolo e che spero sia capitato anche a voi.

Il verbo portare ha molti significati: indica spostare in altro luogo, prendere con sé durante un viaggio, fare un dono, accompagnare e anche indossare.
Il progetto Portatelovunque è esattamente tutto ciò ed è creare oggetti artigianali che propongono un connubio tra etica ed estetica; Chiara ha così immediatamente conquistato la mia attenzione, visto che da tempo immemore auspico e ricerco proprio tale genere di connubio.

Estetica, apparenza, etica, contenuti, sostanza ed essenza per me possono – e devono – convivere, come nel progetto di Chiara che ha scelto di utilizzare tessuti e materiali dismessi: la designer dà loro una nuova forma, trasformando in risorse quelli che per altri sono semplici rifiuti. Leggi tutto

Brandina The Original, il mare è felicità e si può mettere in una borsa

Questa settimana, precisamente lunedì, sono stata alla presentazione della nuova campagna pubblicitaria di Brandina The Original, un marchio di borse e accessori tutti realizzati con il tessuto dei lettini da mare.

L’idea alla base di questo marchio nasce durante la realizzazione da parte di Marco Morosini di un libro fotografico dedicato alla Riviera Adriatica, pubblicato nel 2004 da Electa Mondadori.

Visto che si parla di Riviera Adriatica, il designer e fotografo Morosini decide di fare qualcosa che evochi immediatamente uno dei tratti più caratteristici del luogo: pensa dunque di utilizzare il materiale di cui sono composti i tradizionali lettini (o brandine) da mare per realizzare delle originali sovraccoperte per il libro e, nel fare ciò, scopre le potenzialità del tessuto, tanto da decidere di utilizzarlo per creare borse e accessori attraverso una produzione rigorosamente artigianale.

Così, dal 2005, il marchio Brandina unisce il fascino dell’omonima seduta da spiaggia della solare Riviera Italiana con la creatività di Marco Morosini e della sua compagna, l’architetto Barbara Marcolini che cura e disegna tutti i modelli.

E questo è il primo motivo per il quale ho scelto di parlarvi del marchio: mi piacciono le idee fuori dagli schemi e mi piace che un materiale venga estrapolato dal contesto abituale (fare lettini da spiaggia) per essere portato in un altro mondo (quello delle borse).
Mi piace chi sa vedere oltre e, se di tanto in tanto leggete A glittering woman, avrete ormai capito che nutro questo tipo di passione. Leggi tutto

Alba Cappellieri, le Catene (come gioiello) narrate in un libro (meraviglioso)

Tra le tante fiere e i tanti saloni del settore moda, accessori e gioiello, cerco di non perdere mai Homi, evento espositivo milanese che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.

Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: inoltre, ogni edizione è caratterizzata da una mostra e ricordo molto bene quella di gennaio 2017 intitolata Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.

La mostra era curata da Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello, professore ordinario al Politecnico di Milano, autrice di numerose pubblicazioni, direttore del Museo del Gioiello di Vicenza: il suo curriculum ricco e interessante non finisce qui e prosegue, ben testimoniando come il suo nome rappresenti garanzia di qualità, cura e passione.

Perché la mostra era intitolata Scatenata?

Il nome è un abile e divertente gioco che fa naturalmente riferimento alla catena, il manufatto più versatile nella storia del gioiello, l’elemento fortemente presente tanto nei monili antichi quanto in quelli contemporanei: le maglie, i motivi, la struttura, i meccanismi e gli incastri della catena hanno infatti costantemente ispirato orafi, artisti e designer di tutto il mondo. Leggi tutto

Jimi Hendrix – The Italian Experience 1968 alla Triennale di Milano

Quando infiammava le folle ai concerti, io non ero neanche nata.
E non ero ancora nata nemmeno quando morì, nel 1970, in circostanze mai del tutto chiarite.
Eppure, come ogni grande appassionato di musica rock, anch’io impazzisco per Jimi Hendrix, il celeberrimo chitarrista e cantautore statunitense morto prematuramente (doveva ancora compiere 28 anni), colui che è considerato uno dei maggiori innovatori nell’ambito della chitarra elettrica e che, durante la sua breve quanto intensa parabola artistica, si è reso precursore di molte delle future evoluzioni del rock.

Era un innovatore al punto tale che, nel 2011, l’autorevole rivista Rolling Stone l’ha posto in cima a una classifica come il più grande chitarrista di tutti i tempi in una lista di 100, precedendo altri cosiddetti mostri sacri del calibro di Eric Clapton e Jimmy Page.

Delle sue esibizioni, due in particolare sono entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo: il suo esordio al Festival di Monterey del 1967, occasione in cui concluse la performance dando fuoco alla sua chitarra; la chiusura del Festival di Woodstock del 1969 quando, da dissacrante e visionario artista quale era, reinterpretò l’inno nazionale statunitense in modo provocatoriamente distorto e cacofonico, cosa che – peraltro – fece di lui uno dei maggiori critici riguardo alla guerra in Vietnam.

Il vulcanico musicista è ricordato anche per The Jimi Hendrix Experience, celebre gruppo formatosi a Londra nel 1966 e che faceva capo a lui, comprendendo il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell.

Alla luce di tutto ciò, potrete dunque comprendere perché mi sono brillati gli occhi quando ho ricevuto l’invito per l’anteprima stampa di una nuova mostra appena inaugurata alla Triennale di Milano. Leggi tutto

Risveglio di primavera? A detox e palestra, aggiungo la Linea No Dol ESI

Pensate un po’: alla mia tenera età, non ho ancora deciso se, nei miei confronti, la Natura sia stata una Fatina o una Matrigna.

Mi spiego meglio.

Se penso alla mia «altezza» (poco più di 1,60 m…), alla mia silhouette tipicamente mediterranea (fianchi morbidi che non si piallano neanche se dovessi fare la fame…), ai miei capelli lisci e sottili (li avrei voluti ricci e voluminosi…), devo pensare che la Natura sia stata con me un po’ Matrigna.
E non vado avanti a elencare i miei difetti, altrimenti convinco anche voi e pensate (giustamente???) che io sia proprio un impiastro 😀

Se penso invece a caratteristiche come il mio nasino piccolo e ben proporzionato (almeno quello!) oppure ai miei aggraziati piedini numero 35 (una delle poche cose che amo di me, peccato che siano nascosti per buona parte dell’anno…), sento allora di dover ringraziare Madre Natura per la gentilezza nei miei confronti.
Se poi voglio essere onesta e dirla tutta, è vero che la Natura mi ha dato il fisico mediterraneo, ma è anche vero che se il mio peso dovesse equivalere a tutto ciò che mangio (sono sempre stata dotata di un robusto appetito…), altro che fianchi morbidi, dovrei pesare almeno 10 chili in più.
Dunque, tutto sommato, Madre Natura mi ha regalato anche un buon metabolismo del quale non posso proprio lamentarmi. Leggi tutto

Preziosi di Carta tutti da scoprire in una mostra a Milano

Ieri, in una bellissima e tiepida serata milanese, sono stata a un evento estremamente interessante: alla Galleria Rossini, ottimo indirizzo per quanto riguarda il gioiello contemporaneo, è stata inaugurata una mostra interamente dedicata al gioiello d’artista in carta.

Questa mostra riscuote il mio interesse e la mia approvazione per la sua stessa essenza e per due motivi ben precisi.

Il primo motivo è che adoro la carta: da buona nativa analogica quale sono, riconvertita solo in un secondo tempo al digitale, la carta resta per me lo strumento principe per quanto riguarda la divulgazione di cultura e sapere.
Sono tra coloro che hanno divorato tonnellate di libri, che hanno avuto la tessera di tutte le biblioteche possibili, che hanno la casa piena non solo di libri ma anche di vecchie riviste, che immergono il naso in un libro appena comprato per aspirare il profumo – unico – della carta stampata.
Il mio lavoro è la comunicazione e scrivere è una parte importante: ho avuto l’immenso onore di vedere il mio nome sotto tanti articoli in magazine e riviste digitali, ma nulla è paragonabile alla soddisfazione che ho provato quando ho visto il mio nome stampato sulle pagine dei giornali cartacei. Leggi tutto

Dreamboule, micromondi preziosi da portare al dito

Se in questo mio piccolo spazio web capita che io racconti molto più spesso storie connesse a bijou e gioiello contemporaneo piuttosto che storie connesse a gioielleria e oreficeria è perché preferisco la sperimentazione, anche se conduce (anzi, soprattutto se conduce) a materiali davvero inconsueti, a soluzioni considerate ardite, a forme particolarmente anticonvenzionali.
E se gioielleria e oreficeria erano nate proprio così, come arti straordinariamente fantasiose e sperimentali, trovo che in tempi recenti molti protagonisti di tale settore abbiano invece un po’ sacrificato immaginazione e ardore per privilegiare esercizi di pura preziosità commerciale che a me, francamente, poco interessano visto che non è certo il valore economico ciò che cerco in un monile.
Non me ne voglia nessuno, purtroppo ho il brutto vizio di dire ciò che penso (per quanto cerco di farlo con garbo) e questa, chiaramente, è semplicemente una mia sensazione, assolutamente personale e riferita soprattutto ai grandi brand, poiché tanti laboratori orafi conducono tuttora una buona sperimentazione; capita infatti che io conosca una persona come Beniamino Crocco e le mie convinzioni sullo stato della gioielleria moderna vengono sovvertite in un attimo.

Lo scorso 20 aprile, sono stata invitata alla presentazione di un nuovo progetto di alta gioielleria presso la Boutique Nerone, prestigiosa bottega orafa ubicata in via Cusani, nel cuore del quartiere Brera: la collezione presentata porta il nome Dreamboule e confesso di essere stata incuriosita fin da quando ho ricevuto il cartoncino di invito.

Il cartoncino parlava di «un anello rivoluzionario, in grado di contenere un mondo dentro un mondo»: inutile dire che queste poche parole misteriose hanno immediatamente e completamente catturato la mia attenzione da glittering woman. Leggi tutto

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

Comunicare – ovvero 5 anni di A glittering woman :-)

Credo che comunicare – e soprattutto comunicare noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra visione del mondo – sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
E credo anche che ognuno di noi trovi il proprio modo, la propria modalità di espressione, la propria voce.
C’è chi la trova nella scrittura, chi nella musica, chi nella pittura, chi nella scultura, chi nella fotografia, chi nel calcare un palcoscenico ballando, recitando, cantando.
C’è chi comunica attraverso un pezzo di legno, costruendo un mobile o una barca, trasformandolo in un violino.
C’è chi parla con i mattoni, costruendo case o ponti.
C’è chi ama comunicare progettando giardini.
C’è chi lo fa cucinando pietanze.
C’è chi lo fa creando un abito, una borsa, un gioiello, un paio di scarpe, un profumo.
Ognuno trova il proprio modo e ciò è bello, è ricchezza. Leggi tutto

40anni di tesori MF1 svelati da un archivio ora digitale, una mostra, un libro

Lo racconto sempre agli studenti dei miei corsi in Accademia del Lusso: siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese da dimenticarci spesso che essa è, al contrario, una realtà abbastanza recente.

La verità è che, fino all’Ottocento, a dettare legge in ambito moda è stata la Francia e gli stessi creatori di casa nostra hanno guardato i cugini d’Oltralpe cercando esempi e ispirazione.
Pensate alla celebrità della quale ha goduto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, moglie di Luigi XVI e nota semplicemente come Maria Antonietta (1755-1793): tutto ciò che la sovrana fece creare o scelse e poi indossò divenne moda non solo in Francia, bensì presso tutte le corti europee dell’epoca.
E pensate che, proprio per quanto riguarda il nostro Paese, ho scoperto che la stessa parola «moda» apparve per la prima volta solo nell’edizione del 1691 del dizionario italiano: la definizione era quella che fotografa tuttora la caratteristica fondamentale della moda, ovvero «ciò che riguarda le abitudini mutevoli».
Già, perché la moda indica comportamenti collettivi con criteri mutevoli: non solo, anche se usiamo spesso questo termine in relazione al modo di abbigliarci, dobbiamo ricordare che in realtà la moda non è solo nei vestiti.
Così come è utile ricordare che la moda nasce solo in parte dalla nostra necessità di sopravvivere, coprendoci prima con pelli e poi con materiali e tessuti lavorati per essere indossati; gli abiti assunsero infatti ben presto anche precise funzioni sociali, atte per esempio a distinguere le varie classi e le mansioni – e questo occorrerebbe ricordarlo soprattutto a chi continua a considerare la moda come cosa futile e sciocca.

Ma torniamo alla moda italiana. Leggi tutto

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