Quando infiammava le folle ai concerti, io non ero neanche nata.
E non ero ancora nata nemmeno quando morì, nel 1970, in circostanze mai del tutto chiarite.
Eppure, come ogni grande appassionato di musica rock, anch’io impazzisco per Jimi Hendrix, il celeberrimo chitarrista e cantautore statunitense morto prematuramente (doveva ancora compiere 28 anni), colui che è considerato uno dei maggiori innovatori nell’ambito della chitarra elettrica e che, durante la sua breve quanto intensa parabola artistica, si è reso precursore di molte delle future evoluzioni del rock.
Era un innovatore al punto tale che, nel 2011, l’autorevole rivista Rolling Stone l’ha posto in cima a una classifica come il più grande chitarrista di tutti i tempi in una lista di 100, precedendo altri cosiddetti mostri sacri del calibro di Eric Clapton e Jimmy Page.
Delle sue esibizioni, due in particolare sono entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo: il suo esordio al Festival di Monterey del 1967, occasione in cui concluse la performance dando fuoco alla sua chitarra; la chiusura del Festival di Woodstock del 1969 quando, da dissacrante e visionario artista quale era, reinterpretò l’inno nazionale statunitense in modo provocatoriamente distorto e cacofonico, cosa che – peraltro – fece di lui uno dei maggiori critici riguardo alla guerra in Vietnam.
Il vulcanico musicista è ricordato anche per The Jimi Hendrix Experience, celebre gruppo formatosi a Londra nel 1966 e che faceva capo a lui, comprendendo il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell.
Alla luce di tutto ciò, potrete dunque comprendere perché mi sono brillati gli occhi quando ho ricevuto l’invito per l’anteprima stampa di una nuova mostra appena inaugurata alla Triennale di Milano. Leggi tutto