George Michael e la mia adolescenza volata via “Last Christmas”

Ogni volta in cui scrivo qualche riga per dare l’addio a qualcuno che ho amato e che per me è stato importante, prometto a me stessa che quella sarà l’ultima, l’ultima volta in cui scrivo di morte e di dolore.
Mi sembra che, a ogni dipartita, il cuore si affolli di croci e mi dico che basta, non c’è più spazio e che non potrei più tollerarne altre, né di morti né di croci.
Ma non è così.
Non è così perché la vita e la morte se ne fregano di ciò che penso io. La vita continua e continua ad accompagnarsi alla morte; nascite e decessi continuano ad alternarsi, in una danza talvolta beffarda, senza sosta, senza soluzione di continuità, sempre senza permetterci di trovare senso o giustizia (come potrebbe essercene?), spesso senza consentirci di trovare pace.
Una gioia, un dolore, una gioia, un dolore.
Proseguendo fino all’infinito, proseguendo fin quando ci saranno esseri umani.

E il cuore continua a riempirsi di nomi, di gioie e poi di croci, continua a lacerarsi e a rammendarsi.
Nell’ultimo mese, ho vissuto molti dolori: sono morti i papà di due cari amici, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro; è morto un giovane uomo che era un amico e un collega; è morto un altro giovane uomo che conoscevo e che non vedevo da tanto, eppure stimavo; è morta una giovanissima ragazza che avevo sfiorato virtualmente, grazie al web.
In mezzo a tanto dolore, però, ecco la vita che si affaccia, prepotente: la nascita della figlia di un’amica carissima. Ed è gioia immensa per il mio cuore malconcio, ammaccato.

E così eccomi di nuovo a scrivere, di vita e di morte, perché – sapete – negli ultimi anni ho capito alcune cose.
Ho capito che le parole per me sono un mezzo. Le uso quando sono felice, ma mi servono anche per esprimere dolore e per cercare di esorcizzare e tenere a bada le mie paure: a volte le perdo, le parole, soprattutto in prima istanza, quando il dolore sembra soffocarmi e prevalere, ma poi le ritrovo e allora chiedono prepotentemente di uscire affinché il buio non abbia definitivamente la meglio.
Ho capito che, per me, non è giusto fare andare via coloro che ho amato nel silenzio: è il mio modo di affrontare la morte e ognuno dovrebbe trovare il proprio, senza pretendere di comprendere o criticare quello altrui. Anche perché non ne esistono né di giusti né di sbagliati, ma solo di personali.
Ho capito che la presenza è importante perché è l’unica cosa che può farci sentire ancora vivi davanti alla morte. Presenza fisica, quando è possibile; presenza morale, sempre.
Ed è alla luce di tutto ciò che, oggi, mi trovo a scrivere un omaggio per un uomo che non non era un amico che frequentavo, eppure che tanto peso ha avuto per me, perché siamo fatti di concreto e di sogno, di frequentazioni reali e di affinità mai vissute nel quotidiano eppure ugualmente forti, di necessario e di voluttuario, di tangibile e di spirituale.
La morte di questo uomo che non conoscevo di persona porta definitivamente via con sé la spensieratezza della mia adolescenza.
Questo uomo si chiamava George Michael.

Chi fosse lo sanno tutti.
Chi volesse leggere un ritratto dannatamente veritiero e lucido può leggere lo splendido articolo di Daniele Cassandro per Internazionale: è la fotografia precisa e concreta di un’epoca, è il ritratto fedele di una persona tra luci e ombre, tra grandezza e debolezze.
Io mi limiterò a dirvi chi era Geoge Michael per me, cosa rappresentava, perché porta via la mia adolescenza e perché lo avevo inserito tra le mie British Icon in un post che parlava di Brexit.

Sopra, George Michael in una bella <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10154652646775708&set=a.466454125707.267151.619925707&type=3&theater" target="_blank" rel="noopener noreferrer">illustrazione</a> di <a href="http://www.glenhanson.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Glen Hanson</a> e, sotto, in un ritratto dal suo <a href="http://www.georgemichael.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sito</a>
Sopra, George Michael in una bella illustrazione di Glen Hanson e, sotto, in un ritratto dal suo sito

Con le canzoni di George ho sognato, ho sognato di poter vivere un amore come quello di Father Figure.
«That’s all I wanted / Something special, something sacred / In your eyes / (…) / I will be your father figure / Put your tiny hand in mine / I will be your preacher teacher / Anything you have in mind / I will be your father figure / I have had enough of crime / I will be the one who loves you / ‘Til the end of time / If you are the desert, I’ll be the sea / If you ever hunger, hunger for me / Whatever you ask for, that’s what I’ll be (…)»
(Ho dovuto aspettare molti anni, ben oltre i confini dell’adolescenza, per trovare quel tipo di amore. Ma esisteva, George, avevi ragione.)

Con le canzoni di George mi sono scatenata in discoteca, come con Wake Me Up Before You Go-Go oppure con Club Tropicana o ancora con Faith. E con I knew you were waiting, lo strepitoso duetto con Aretha Franklin.

Con le canzoni di George ho ballato i lenti alle prime feste: come potrei dimenticare Careless Whisper, Kissing a Fool, One More Try.

Con le canzoni di George ho perfino avuto i primi approcci con un mondo glamour e patinato, grazie ai video di brani come Freedom! ’90 (con top model del calibro di Naomi Campbell, Linda Evangelista, Christy Turlington, Tatjana Patitz, Cindy Crawford) e Too Funky (con Eva Herzigova, Linda Evangelista, Nadja Auermann, Tyra Banks e l’attrice Rossy de Palma).

Per tutti questi motivi, le canzoni di George sono testi che ancora ricordo a memoria, perfettamente, e che mi fanno cantare ancora oggi dietro alla radio ogni volta in cui vengono trasmessi perché sì, continuano a essere trasmessi. Eccome!

Con George ho imparato cos’è dimostrare con i fatti quanto i pregiudizi siano sciocchi e quanto il coraggio sia l’unica risposta possibile.

L’ha dimostrato il 20 aprile 1992, al concerto tributo di Londra per Freddie Mercury: come scrive Cassandro nel suo articolo, George «non si limitò a cantare per lui, lo resuscitò (…) perché con la sua torrenziale Somebody to love riuscì a mostrare al mondo cosa significava essere Freddie Mercury e allo stesso tempo a mostrare tutta la gioia e la potenza di cosa significava cantare come George Michael». Quel giorno tutti, inclusi coloro che snobbavano la musica pop, si accorsero che George era un grande cantante e non solo un interprete che piaceva agli adolescenti.

L’ha dimostrato ogni volta in cui scriveva e cantava brani in cui si metteva a nudo, con dolore (come in Jesus to a Child) o con un’invidiabile ironia (come in Outside).

L’ha dimostrato ogni volta in cui rilasciava interviste parlando con sincerità, lucidità e libertà di sé stesso.
Dicono che in quelle occasioni il suo ufficio stampa fosse disperato, ma la verità è che alla fine George usciva da ogni gogna mediatica a testa alta.

Ne usciva a testa alta, amato dal suo pubblico come sempre e ancora di più, perché George Michael era una icona non solo dal punto di vista musicale, ma umano, debolezze e cadute incluse.

Oggi si parla moltissimo di estetica genderfluid (o anche genderless, agender, ungendered) e non solo nella moda, ma come qualcosa che attraversa trasversalmente la cultura e la società, il modo di vivere, essere, pensare e sentire; qualcuno ne parla come di qualcosa di nuovo e rivoluzionario, come di un concetto d’avanguardia. Per altri è una deriva sconvolgente e diabolicamente moderna.
In realtà, non è affatto qualcosa né di nuovo né di diabolicamente moderno e tracce di questo tipo – testimonianze di persone che hanno vissuto a cavallo della suddivisione uomo / donna – hanno costantemente costellato la storia umana.

Il Novecento ha visto molti personaggi celebri, soprattutto attori e cantanti, amati indistintamente da uomini e donne ben oltre il loro sesso anagrafico e ben oltre il loro orientamento sessuale: George Michael era ed è una di queste persone.

Ero innamorata di George e non mi importava che fosse etero, omosessuale o bisex: avrei voluto fidanzarmici esattamente come sarebbe probabilmente piaciuto a qualche mio coetaneo gay.
Quanto ai ragazzi etero… beh, a loro sarebbe piaciuto essere disinvolti e ammirati esattamente come lo era questo grande artista che sapeva farsi amare da tutti.

Ecco perché dico che con George Michael va via l’ultima spensieratezza dell’adolescenza.
Non sono una nostalgica: il passato mi piace solo in quanto valore nonché esperienza del quale farsi forti per vivere bene il presente e guardare con fiducia al futuro. La mia adolescenza è un periodo del passato al quale guardo con tenerezza: eventi come la morte di George o la malattia di Shannen Doherty segnano il risveglio da un sogno, quello secondo il quale noi ragazzi di allora eravamo convinti di possedere il futuro tanto da poterlo gestire in piena autonomia e in assoluta libertà, senza che nulla avesse il potere di interferire o di fermarci.
Non era così, non del tutto, almeno: non siamo invincibili e credo che ogni generazione abbia vissuto questo passaggio e questa disillusione, in un modo o nell’altro. A me e a tanti della mia generazione il risveglio e la disillusione arrivano anche attraverso la caduta (fisica, non morale) di quelle che per noi, allora, sono state vere icone invincibili.

Oggi, trovo beffardo, tremendamente beffardo, che una delle canzoni più famose di George Michael sia stata Last Christmas.
È stato proprio così, George. Ci hai lasciati – mi hai lasciata – nel tuo ultimo Natale, il 25 dicembre 2016, un mese fa.
«Last Christmas, I gave you my heart / But the very next day, you gave it away / This year, to save me from tears / I’ll give it to someone special (…)»
Già.
Ma ora che tu, someone special, sei andato via, a chi darò quel mio cuore di adolescente che tanto ti amava?

Manu

 

 

«C’è qualcosa di vittoriano nell’umiliazione mediatica che ha subito George Michael ed è importante ricordare che anche in tempi molto vicini a noi c’è stata un’opinione pubblica bigotta e crudele pronta allo sberleffo e alla lapidazione pubblica di un uomo per le sue abitudini sessuali. E questa opinione pubblica esiste ancora. Anzi, la sua voce rischia di diventare sempre più forte. È doppiamente importante quindi ricordare oggi George Michael per la sua musica, per la sua voce e per il suo coraggio.»

Daniele Cassandro, dal suo articolo per Internazionale

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso e porto avanti con entusiasmo questo blog: detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

Glittering comments

angela
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volevo andare a casa serena oggi invece mi hai fatto piangere. ma non è colpa tua. piango ogni volta che George mi torna in mente. è il compagno della mia adolescenza, i miei ricordi andati via in un attimo e piango spesso quando in casa guardo il quadro che mia sorella ha disegnato per me in suo onore…una creatura meravigliosa…
grazie tesoro

Manu
Reply

Sono io che ti ringrazio, Angela carissima. Tanto.
Perché anche tu hai fatto piangere me – e ne avevo bisogno.
Perché è bellissimo condividere con te questi ricordi di adolescenza.
Anche se George è andato via, io credo che abbia fatto una cosa meravigliosa: unire tante persone, nel nome della musica, della bellezza e della leggerezza, quella buona e quella che sa cedere la scena alla profondità, quando serve. E con tutto questo ci ha lasciato un dono enorme, un’eredità preziosissima.
Ti abbraccio fortissimo,
Manu

Celia
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Che colpo al cuore questo post. E allo stesso tempo che consolazione sapere che ci sono altre nella mia condizione. Dopo la fagocitazione familiare dei primi giorni dopo il fatto, che non mi ha permesso di elaborare la cosa, ho passato le ultime due settimane ad ascoltare George e a piangere. Nei momenti in cui sono sola a casa o nei tragitti in auto. Di nascosto, fondamentalmente, perché in fondo sono una donna well into her forties con una figlia quasi adolescente e questo è un lutto che non mi è permesso vivere pubblicamente. Hai ragione, è la fine della mia adolescenza, ma è soprattutto il vuoto creato dalla scomparsa di un uomo che a sua insaputa è stato una presenza costante nella mia vita negli ultimi 32 anni, di una voce che aveva un accesso privilegiato direttamente al mio cuore. E che ce l’ha ancora.
Grazie per le bellissime considerazioni

Manu
Reply

Ma grazie a te, Celia carissima!
Con uno slancio autentico e spontaneo, dico grazie a te una, cento, mille volte.
Grazie per aver condiviso con me i tuoi pensieri che considero confidenze preziosissime e dunque grazie per la fiducia.
Grazie per le tue parole limpide e lucide, per la loro delicatezza. Le conservo gelosamente.
Ti vedo, sai, ti immagino a piangere di nascosto per non turbare gli animi altrui, perché una donna adulta non lo fa, è vero (purtroppo), non piange, non pubblicamente e non per un mito dell’adolescenza, soprattutto se ha una figlia che è oggi a sua volta quasi adolescente.
E allora, Celia, io ti dedico un sorriso, tutto per te, ti faccio una carezza, virtuale, sul viso e ti abbraccio forte. E ti dico non sei sola. E non sei sbagliata. E se lo sei…beh, allora siamo in due e forse, in questo caso, mal comune è mezzo gaudio 🙂
E l’ultimo grazie te lo dico proprio per questo, perché con le tue belle parole non fai sentire me né sola né sbagliata.
Spero ci incontreremo ancora,
Manu

florisa
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Carissima manu come sempre le tue parole arrivano dritte come ” fiori nei vostri cannoni” …si, perchè io appartengo a quella generazione che ha sognato vivendo tutta la contestazione a partire dal ’68, il femminismo, il corpo e mio e lo gestisco io, e leggere le tue parole mi ha riportato quell’anelito di adolescenziale illusione che il mondo possa cambiare. George non mi ha accompagnato nell’adolescenza, ma nella giovane età di moglie e acerba mamma. Gli anni ’80 sono stati per me dolorosissimi per una serie terribile di sciagure avvenute nella mia famiglia, un buco nero e profondo da cui è stato difficile , ma inevitabile dovermi tirare fuori per sopravvivere. Ma anche belli. In quegli anni ho vissuto l’esperienza intensa che ha modificato o forse solo messo a fuoco la mia esistenza e anche la vera natura di cui sono fatta, vivendo lunghi periodi a Mogadiscio con il mio ex marito che era docente all’Università Somala e i miei figli. Era là , fra le dune del deserto o sulle rive del fiume Shabeli che brulicava di coccodrilli assassini e ippopotami o nelle viuzze del quartiere arabo Shingani , il più pericoloso dicevano (ma a me non è mai successo nulla) o sulla spiaggia di Jesira attenti a non farci azzannare dagli squali zambesi tanto piccoli da arrivare con l’onda sul bagnasciuga , che io ascoltavo George . E’ indissolubile la sua voce dall’immagine di quelle nuvole sull’oceano così basse da dare l’impressione di poterle toccare e dalle notti stellate dove regina regnava la Croce del Sud. E con George la mia Africa perde la sua colonna sonora. baci bellissima amica

Manu
Reply

Carissima Florisa,
Se le mie parole “come sempre arrivano dritte come fiori nei vostri cannoni” (oh mamma che espressione meravigliosa, grazie!), le tue, invece, arrivano dritte dritte a emozionarmi, preziose come perle rarissime.
Quanto mi reputo fortunata nel poterti ascoltare, nel poter raccogliere le tue testimonianze importanti e colorate anche quando sono dolorose…
Te l’ho già detto, vero?, che se chiudo gli occhi riesco a vedere perfettamente le scene che tu sai descrivere in maniera tanto viva e vibrante?
Lo ripeto, mi sono emozionata. Tanto. Ancora una volta.
La mia adolescenza vola via; la tua Africa perde la sua colonna sonora. Quanta musica importante è riuscito a produrre il nostro George? E poi qualcuno lo considerava solo un cantante pop! Quanta inutilità risiede nei luoghi comuni…
Ti abbraccio forte e con il cuore arricchito dalle tue preziosa testimonianza,
Manu

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