Gucci e i funeral shop di Hong Kong, ovvero cose bizzarre dal mondo

Un funeral shop espone alcune repliche in carta delle borse Gucci (photo AFP)

Quando ho letto la notizia, ho pensato in prima istanza a uno scherzo – lo confesso. D’altro canto, eravamo in periodo di pesce d’aprile.

Poi, ho riflettuto con maggiore attenzione e ho capito che, in realtà, c’erano tutti gli estremi perché fosse una notizia seria. Molto seria e ricca di sfaccettature e implicazioni.

Di cosa sto parlando?

Dovete sapere che a Hong Kong esistono dei negozi che si chiamano funeral shop: sono parenti delle nostre pompe funebri, ma sono specializzati soprattutto in oggetti di carta – riproduzioni di automobili, case, abiti, accessori, strumenti tecnologici, denaro – appositamente fatti per essere bruciati o seppelliti con il corpo di coloro che lasciano questa vita e che, secondo la credenza, potranno così portarli nell’aldilà.

Non mi offendo se, a questo punto, qualcuno sta toccando ferro, è anche questa un’usanza: i cinesi credono che a ogni estinto corrispondano gli oggetti che ha amato in vita e che sia importante che li porti con sé; noi crediamo che parlare di certe cose porti sfortuna e che toccare ferro ci protegga. Usanze, tradizioni, credenze, superstizioni: a ciascuno la sua, a ciascuno la libertà di decidere quanto siano vere e di crederci o meno.

Non per nulla esiste il detto “Paese che vai usanza che trovi” e, in fondo, a me sembra che questa tradizione cinese non differisca da quelle portate avanti fin dall’antichità da molte popolazioni in tutto il mondo: il culto dei morti è sempre esistito e il primo esempio illustre che mi viene in mente è quello di Tutankhamon. Nella tomba del sovrano egizio sono stati infatti trovati cofanetti e casse contenenti stoffe, cosmetici, oggetti d’uso quotidiano nonché gioielli e molto altro ancora, tanto da costituire un inestimabile tesoro.

Nella Hong Kong dei giorni nostri, la domanda di riproduzioni in carta raggiunge il suo apice durante il Qingming Festival, conosciuto anche come Tomb-Sweeping Day, ovvero il momento in cui si rende omaggio agli antenati visitando le loro tombe. Il rituale inizia con le operazioni di pulizia (ovvero sweeping) per poi proseguire con offerte di cibo, incenso e – appunto – repliche in carta: per Cina, Taiwan e Hong Kong è una festività nazionale che dura tre giorni a partire dal 2 aprile.

Col passare del tempo, le repliche in carta sono diventate sempre più elaborate, raffinate e sofisticate e oggigiorno riguardano spesso riproduzioni assai credibili di accessori elettronici quali smartphone e tablet.

Ma volete sapere quali sono gli accessori più in voga ai funerali di Hong Kong? Quelli griffati Gucci, tanto che la maison della doppia G ha deciso di inviare una lettera di avvertimento ad alcuni negozi di Hong Kong che vendono le versioni cartacee dei suoi prodotti (borse e calzature) come offerte ai morti.

Le repliche in carta sono state considerate falsi o fake, chiamateli come volete, sebbene pare che la lettera che i negozianti si sono visti recapitare da parte di Gucci fosse soft e che non contenesse la minaccia di un’azione legale, bensì l’invito a non vendere più prodotti con la doppia G.

«Con questa iniziativa – ha spiegato un portavoce dello storico brand italiano che fa però ormai parte di Kering, holding multinazionale francese del lusso – vogliamo evitare che il pubblico pensi, erroneamente, che noi realizziamo questo genere di prodotti. Come marchio è nostro diritto difendere la proprietà intellettuale».

Ovviamente, posso ben comprendere le ragioni di Gucci e capisco l’ulteriore preoccupazione per una sorta di possibile effetto boomerang: le borse Gucci in versione cartacea potrebbero scoraggiare la ricca clientela di Hong Kong rispetto all’idea di acquistare le originali. La paura è che potrebbero infatti fatalmente rimanere collegate al ruolo di offerte funebri, un danno di immagine non da poco.

Devo ammettere che, fin qui, ho trovato la notizia piuttosto curiosa e anche un po’ buffa, con tutto il rispetto per le paure di Gucci e Kering: non colgo il lato macabro bensì quello ironico e, con la curiosità che mi contraddistingue, confesso che adorerei poter mettere le mani su una di quelle riproduzioni cartacee. C’è però poi stato un ulteriore sviluppo che mi ha fatto molto riflettere.

La lettera di Gucci ha infatti sollevato parecchie proteste da parte di negozi e clienti i quali sostengono che in questo modo il brand interferisce con un’usanza antichissima e – a loro dire – del tutto innocua. Le repliche riguardano infatti soprattutto oggetti di uso quotidiano anche piuttosto banali, tra i quali calze e denti falsi, e solo in tempi moderni sono arrivate a rappresentare status symbol di fascia alta, a dimostrazione di quanto il modo di vivere sia cambiato anche in Cina. Per giunta, dicono negozianti e acquirenti, le riproduzioni non sono destinate ai vivi, ma sono utilizzate esclusivamente per commemorare gli estinti: non c’è cattiva fede né volontà di produrre dei falsi.

A questo punto, Gucci ha deciso di scusarsi. Sì, proprio così.

«Ci dispiace per eventuali incomprensioni che possono essere state causate – ha replicato Gucci in un nuovo comunicato – e chiediamo sinceramente scusa a tutti coloro che possiamo avere offeso attraverso la nostra azione. Abbiamo fiducia nel fatto che i proprietari dei negozi non avessero l’intenzione di violare il marchio Gucci. Per questo non abbiamo intrapreso nessuna azione legale o fatto richiesta di risarcimento».

Secondo una fonte attendibile, pare che quasi tutti i punti vendita che hanno ricevuto le lettere abbiano comunque accettato di smettere di vendere i prodotti con la doppia G.

Le questioni inerenti proprietà intellettuale e trademark sono particolarmente delicate, me ne rendo conto, e spesso sono intricate – lo dimostra bene questa faccenda.

Ultimamente, facendo alcune ricerche per un mio articolo per SoMagazine, una delle testate per le quali scrivo, ho per esempio scoperto che, già nei primissimi anni di attività, Louis Vuitton, il fondatore dell’omonima maison, dovette proteggersi dai tentativi di falsificazione: per distinguere i suoi celeberrimi e originali bauli da quelli falsi, nel 1888 inventò la tela Damier, caratterizzata da una sorta di scacchiera fatta di quadrati chiari e scuri. La tela Monogram – con motivi floreali, forme geometriche e la sigla LV – fu invece inventata nel 1896 dal figlio George subentrato alla guida del laboratorio alla morte di Monsieur Vuitton: paradossalmente, oggi il motivo Monogram è diventato uno tra i più falsificati al mondo.

Altre immagini dai <em>funeral shop</em> di Hong Kong: riproduzioni in carta destinate a essere omaggi per gli estinti, dalle borse Gucci alle auto di lusso (photo, credit, in ordine: per la prima Aaron Tam, AFP, Getty Images | per la seconda e la terza BBC website)
Altre immagini dai funeral shop di Hong Kong: riproduzioni in carta destinate a essere omaggi per gli estinti, dalle borse Gucci alle auto di lusso (photo, credit, in ordine: per la prima Aaron Tam, AFP, Getty Images | per la seconda e la terza BBC website)

Tornando alle repliche di carta delle borse di Gucci dei funeral shop di Hong Kong: sono da considerarsi dei fake?

Si tratta di imitazione o sono davvero solo degli omaggi creati a immagine e somiglianza di quelli che, nell’immaginario comune, sono ormai diventati a pieno titolo oggetti del desiderio?

Lo sdegno di commercianti e clienti è sincero? Si tratta di ingenuità, romanticismo, attaccamento a una secolare tradizione? O è furbizia?

Naturalmente, non so darvi una risposta certa al 100%, né in un senso né in un altro.

So che si dice che l’imitazione sia la più sincera forma di adulazione, ma coloro che copiano – in qualsiasi campo – mi impensieriscono e mi fanno paura; eppure, credo che questa vicenda non possa essere liquidata così, come un semplice caso di plagio o di violazione di proprietà intellettuale.

Il dietrofront e le scuse di Gucci mi fanno credere di non essere l’unica ad avere dubbi: viviamo in un mondo variopinto nel quale il rispetto degli uni per gli altri diventa fondamentale così come lo è un barlume di reciproca comprensione (Gucci si scusa, i negozianti smettono di vendere i prodotti). Perfino colossi come Kering e il gruppo Gucci e perfino le logiche di business si inchinano, a volte, davanti alle tradizioni.

È un bene? O è un male? Anche in questo caso ognuno trarrà le proprie conclusioni: a me piace pensare che sia un bene, ma è cosa risaputa quanto io sia ottimista, romantica e benpensante. Illusa – dice qualcuno.

Perché forse l’azienda, che ha aperto ben 11 negozi fin dal suo arrivo a Hong Kong nel 1974, ha piuttosto tenuto a mente un ulteriore punto: l’associazione tra i suoi prodotti e gli omaggi funebri è forse meno dannosa del farsi nomea di brand che non rispetta la tradizione.

Forse, in un posto come Hong Kong, fa più danni la seconda opzione e qui, allora, si ritorna solo e semplicemente al business.

Manu

 

 

Se siete incuriositi dal Qingming Festival, date un occhio qui.

Nel caso in cui vi andasse di leggere l’articolo che ho scritto per SoMagazine e nel quale parlo anche di Louis Vuitton, lo trovate qui; racconto l’evoluzione del bagaglio e parto proprio da Tutankhamon e dal suo ultimo viaggio nell’aldilà.

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso e porto avanti con entusiasmo questo blog: detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

Glittering comments

Francesca
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Ti leggo da tanto ma sono di solito silenziosa.
Oggi però voglio dirti una cosa: questo non è il solito fashion blog e tu non sei una fashion blogger ma una giornalista, lo provano articoli come questo o come quello su Stella Jean SS 16.
Dai sempre un taglio personale e originale qualsiasi cosa racconti.
E non mi rispondere che non hai il patentino da giornalista! Ho già letto questa tua obiezione e va bene, non ce l’hai ma quanto conta?
Sei un mito! Continua così!
Francy

Manu
Reply

Francy carissima,
Va bene, stavolta non scriverò “non ho il patentino”: sai, invece, cosa faccio? Mi godo le tue belle parole e ti ringrazio con tutto il cuore!
Però, fammi almeno dire che non credo di meritare la parola “mito”: è troppo bella e importante e io devo ancora guadagnarmela, ne manca di strada…
Oggi, intanto, sono felice e il merito è anche tuo.
Ancora grazie e buon sabato,
Manu

Caterina
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Sei fantastica! Da te trovo notizie che non trovo da nessuna parte!
Ma perché nessun giornale italiano ne ha parlato?

Manu
Reply

Cara Caterina, ma che gioia leggere il tuo entusiasmo!
Qualsiasi cosa io scelga di portare qui nel blog (moda, abiti, accessori, gioielli o notizie varie) uso invariabilmente lo stesso criterio: cerco qualcosa di particolare e – possibilmente – di nicchia. La speranza è quella di condividere materiale inconsueto o fuori dagli schemi, dunque mi fa piacere che tu abbia colto questo aspetto.
Hai ragione, questa è una notizia che ha avuto poco spazio, tuttavia ritengo doveroso sottolineare che Fashion Magazine (rivista che apprezzo molto e che leggo regolarmente) ne ha parlato. Per il resto, ammetto che, nonostante le mie ricerche, non sono in effetti riuscita a trovare cenni su altre testate italiane: magari sono stata io a non essere stata sufficientemente brava nella ricerca.
Eppure, quando ho digitato le parole chiave su Google, sono usciti molti articoli, tutti stranieri: all’estero, la notizia ha avuto un riscontro importante e l’ha avuto sia per quanto riguarda la prima lettera di Gucci (quella di diffida) sia per quanto riguarda la seconda (quella di scuse). E parlo di testate del calibro di BBC o The Guardian.
Questa è completezza di informazione – a mio avviso.
Mi chiedi perché nessun giornale italiano ne abbia parlato: sinceramente non so darti risposta. Forse, non è stata ritenuta una notizia di rilievo.
Io la penso diversamente e mi sembra che, nell’ambito di quel settore al quale si dà nome di Costume, questa sia una notizia interessante – eccome. Sempre secondo me, racconta tanto di come va il mondo oggi: sbaglio?
Ti auguro un fantastico lunedì e ti ringrazio ancora,
Manu

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