Il potere di immagine e loghi: dal caso Ikea vs Balenciaga fino a Reilly

Vi sarà forse capitato di leggere qualche articolo a proposito della vicenda che, nelle scorse settimane, ha avuto come protagonisti Ikea, noto colosso svedese dell’arredamento, e Balenciaga, storico brand di moda.

Riassumo brevemente: quest’ultimo ha lanciato una borsa, una Carry Shopper chiamata Arena (con un esoso prezzo a quattro cifre…) che assomiglia (per usare un eufemismo…) nel colore, nel design e nelle dimensioni a Frakta, la (mitica) borsa blu Ikea pensata per lo shopping e per tante altre applicazioni (e venduta a 0,60 centesimi…).

Basta mettere vicino le due borse – vedere qui sopra – per verificare quanto si assomiglino: stesso colore, anzi, addirittura stessa sfumatura di colore, stesso doppio manico, stesso formato maxi, stessa silhouette.

Certo, una è in (resistente) polipropilene (quella Ikea), mentre l’altra è in pelle (quella Balenciaga), spero quanto meno pelle pregiata; è altrettanto certo, però, che se la Frakta è sul mercato da tanti anni, la Carry Shopper Arena è invece una novità per la primavera / estate 2017, dunque non si possono nutrire dubbi su quale sia… l’originale e su quale azienda abbia avuto l’idea per prima.

Nascono così vari quesiti: si tratta di un omaggio da parte di Balenciaga a quello che è diventato un oggetto quasi cult (la Frakta)? Oppure voleva essere un gioco ironico e un po’ estremo?

È uno sfacciato plagio, come sostengono invece altri? Oppure in Balenciaga sono semplicemente a corto di idee e hanno cercato ispirazione?

Negli ultimi anni, è capitato che diversi marchi di fast fashion siano stati accusati di copiare capi e accessori dalle passerelle dei brand più blasonati: avreste mai immaginato che, un giorno, sarebbe invece successo che una borsa da 0,60 centesimi sarebbe stata oggetto di un fake a quattro cifre (lo ribadisco)? O – se preferite e se ci credete – di un omaggio (sempre comunque a quattro cifre)?

Sapete, oltre a farmi riflettere sull’assurdità di un mondo in cui il fake è l’oggetto più costoso nonché quello che vorrebbe elevarsi al ruolo di status symbol, questa vicenda mi ha fatto riflettere sulla potenza delle immagini e – conseguentemente – dei loghi: quanto forte può essere la comunicazione visiva se un marchio blasonato arriva a ispirarsi (diciamo così) a un oggetto assolutamente normale e quotidiano per creare quello che il marchio stesso spera possa invece trasformarsi in un oggetto esclusivo e da desiderare?

E sempre pensando al potere di immagini e comunicazione visiva, desidero ampliare ulteriormente il discorso.

Pensate infatti a un’altra cosa: i loghi di tanti marchi famosi (più o meno esclusivi) sono così universalmente riconosciuti e così saldamente impressi nei nostri occhi e conseguentemente nelle nostre teste che – spesso – non è nemmeno necessario che siano accompagnati dal nome stesso del brand. Basta la forma del logo a suggerirlo.

Un esempio su tutti? Mi viene subito in mente Apple con la sua mela.

Che sia o meno accompagnato dal nome per esteso, oggigiorno tutti riconosciamo comunque e immediatamente Apple anche solo dalla sagoma della mela.

La stessa cosa vale per Nike e per il suo logo. E potrei continuare.

Facciamo un ulteriore passo: questo tipo di associazione è talmente potente da aver generato una vera e propria mania verso i loghi.

Ecco, è proprio su questo potentissimo meccanismo di associazione visiva tra brand e loghi e sulla percezione che ne deriva che si fonda il lavoro di un artista, illustratore e graphic designer di nome Reilly.

Reilly (scozzese di nascita, residente a Londra e con una laurea al Royal College of Art) fa un’operazione molto interessante: rielabora i loghi dei marchi più famosi, di lusso e non, alti e bassi, e li mixa, prendendo il nome di uno e il logo di un altro.

La sfida è stuzzicante: cosa prevale, a questo punto?

Si legge prima il nome del brand e si nota il disaccordo con il logo? Oppure l’occhio registra la sagoma come familiare e fa automaticamente l’associazione, facendo dunque sì che ci si accorga del nome sbagliato solo in un secondo tempo?

Quanto radicata è la cosiddetta cultura pop in noi, quella cultura di cui fanno parte i loghi e la conseguente moderna mania nei loro confronti?

Attraverso il suo lavoro, Reilly mira a far riflettere su tutto ciò, giocando appunto con la cultura pop e con i suoi simboli, distorcendoli e piegandoli al suo desiderio di sperimentazione.

Due dei lavori di Reilly: sopra, il logo di Lidl si trasforma in Lanvin; sotto, il logo di Burger King si trasforma in Calvin Klein
Due dei lavori di Reilly: sopra, il logo di Lidl si trasforma in Lanvin; sotto, il logo di Burger King si trasforma in Calvin Klein

In occasione di un’intervista rilasciata a AnOther Magazine, Reilly ha detto «I’m just trying to get people to look at things differently», ovvero «Cerco solo di far sì che le persone guardino le cose in modo diverso».

E ha spiegato così il suo progetto: «We see these symbols every day, so frequently that I thought, ‘you know what? I’m going to mash them up by putting super famous brands with super famous brands that are totally unrelated’. I just want to make people look at them and go, ‘what?!’». («Vediamo questi simboli ogni giorno, così frequentemente che ho pensato ‘Sai cosa? Voglio mescolarli mettendo insieme marchi super famosi non correlati tra loro’. Voglio che la gente li guardi e che dica ‘Cosa?!’»)

Reilly è riuscito nel suo intento?

Lascio a voi il giudizio finale: per decidere, oltre alle due eloquenti immagini qui sopra, vi lascio il link del suo sito e dei suoi canali social.

Qui trovate il suo sito, qui il suo Tumblr, qui la sua pagina Facebook, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter: vi invito a guardarli ed esplorarli, poi giudicate voi.

Dal canto mio, chiudo questo post con una piccola raccomandazione: il lavoro di Reilly è una provocazione, dunque spero che qualcuno non pensi di tirarci fuori la prossima it bag…

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale, naturalmente 😉

Manu

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso e porto avanti con entusiasmo questo blog: detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

Glittering comments

Manu
Reply

Già, in effetti si assomigliano…
Già, in effetti tale somiglianza fa nascere qualche sospetto 😉

Grazie,
Manu 🙂

Roberta
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Qualcuno dice che l’imitazione è la più grande forma di ammirazione 🙂
Ciao, Roberta

Manu
Reply

Hai ragione, Roberta, si dice proprio così.
E devo dire che Ikea ha preso questa forma di ammirazione con una certa dose di sportività e humour, per quanto non abbia rinunciato a sottolineare la questione, perché diciamo pure una cosa: francamente, sarà anche ammirazione, eppure l’imitazione (e lo sfruttamento di idee proprie da parte di altri a scopo di lucro) resta pur sempre un fatto alquanto fastidioso.
E così, Ikea ha (giustamente) pubblicato stati su Facebook e ha twittato utilizzando hashtag decisamente ad hoc…
Non solo: attraverso Acne Collective, la formidabile agenzia che segue la comunicazione pubblicitaria per loro conto, Ikea ha dato una contro-risposta divertente, spiegando come riconoscere una VERA Frakta.
Qualora a qualcuno interessi approfondire, lascio anche il link di un articolo pubblicato a tal proposito dal magazine Creative Review.
Io considero la risposta Ikea & Acne Collective come la migliore che si potesse dare a un gesto di ammirazione che ha tutta l’aria di essere qualcosa di diverso…
Grazie di cuore, cara Roberta.
Buona serata,
Manu

Sky14
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Da Balenciaga sono dei geni, ammettiamolo.

Manu
Reply

“Da Balenciaga sono dei geni”…
Tu dici, caro Amico / cara Amica?
(Perdonami ma dal nomignolo Sky14 non capisco se tu sia uomo o donna)
E aggiungi “ammettiamolo”: no, ecco, permettimi invece di dissentire. Vivacemente.

Per me è geniale avere idee e ispirazioni proprie, partorendo di conseguenza creazioni nuove, originali e personali.
Al contrario, cavalcare l’onda di idee altrui non è aver genio. È essere furbi.
Per giunta una furbata che si fa pagare 3.193 volte tanto (Carry Shopper Arena $ 2.145 ovvero circa 1.916 euro contro 60 centesimo di euro per la Frakta).
Genio, dunque? Sì, al limite genio del male, per quanto mi riguarda (è una battuta).

Se poi invece ti riferisci all’attitudine dell’attuale direttore creativo di Balenciaga (Demna Gvasalia) a giocare con i simboli della globalizzazione, mi permetto di dissentire anche in questo caso perché il gioco è bello (e divertente) quando è corto e sa rinnovarsi.
Attraverso Vetements, il suo marchio personale, Gvasalia si è in effetti fatto conoscere anche per l’uso ironico di quello che gli americani definiscono corporate clothing (un esempio? la riproduzione della t-shirt DHL): ma se l’idea poteva anche divertirmi all’inizio, ora la trovo solo un nuovo cliché.
Il troppo stroppia, lo dice anche la saggezza popolare.

Sai chi era davvero geniale?
Lo era Cristóbal Balenciaga, colui che ha fondato la maison nel 1919.
Lui aveva la reputazione di un couturier che non seguiva soluzioni di compromesso, tant’è che un altro grande come Christian Dior lo definì “il maestro di noi tutti”.
Ecco, io penso che Monsieur Balenciaga non approverebbe questa genialata del nostro caro Gvasalia.

Naturalmente, come sempre, queste sono solo mie personalissime opinioni e ti ringrazio per avermi dato l’occasione di esprimerle.

Al prossimo scambio, spero.
Manu

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