Perché a qualcuno potrebbe o dovrebbe «fregare» di andare a Lione

Sì, lo so: si parla da moltissimo tempo della ferrovia Torino – Lione, generalmente definita TAV (da treno ad alta velocità sebbene sarebbe in realtà una linea mista) e che andrebbe ad affiancare la linea storica già esistente tra la città italiana e quella francese.
Se ne parla spesso, tra infinite polemiche e malintesi, tra pro e contro, tra favorevoli e contrari; eppure confesso che, quando ho deciso di passare un paio di giorni proprio a Lione, non sapevo nulla della esternazione del nostro Ministro Toninelli.
Mi era sfuggito che, durante la trasmissione Coffee Break su La7, la mattina dello scorso 4 febbraio, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Governo Conte avesse dichiarato «Chi se ne frega di andare a Lione, lasciatemelo dire».
L’ho scoperto solo quando, instagrammando foto delle mie giornate lionesi, una persona simpatica e sempre piacevolmente ironica ha commentato: «Toninelli ti chiederebbe ‘ma che ci fai mai a Lione’… tu la risposta ce l’hai».

A Lione ci sono andata per accompagnare mio marito che doveva partecipare a un concorso internazionale di modellismo: per la precisione, Enrico costruisce e dipinge figurini e miniature storiche e fantasy.
E ci sono andata, anzi, tornata volentieri in quanto serbavo un ottimo ricordo della città che avevamo già visitato nel 2014: l’ho riscoperta anche più piacevole di quanto già fosse nei miei ricordi, con un’atmosfera vitale e frizzante che mi piace molto.

Parrebbe quindi, caro Ministro Toninelli, che vi sia qualche folle al quale andare a Lione interessi e che trova addirittura varie motivazioni per farlo.

Ora – non ho alcuna intenzione di scendere nel merito della questione della ferrovia Torino – Lione.
Né voglio parlare di politica o – meglio ancora – non desidero schierarmi pro o contro nessun partito.
E non avevo minimamente pensato di scrivere un post sul mio breve soggiorno ma, riguardando le foto che ho scattato a Lione, mi sono detta che l’esternazione del Ministro Toninelli era davvero infelice e ingiusta quanto fuori luogo.
Di conseguenza, se avete voglia di venire con me, ho il desiderio di condividere con voi qualche parola e qualche foto, senza alcuna polemica ma solo per elencare i motivi (oltre a quelli personali e soggettivi che ho finora citato) per i quali a qualcuno (o a molti) potrebbe invece «fregare» – eccome! – di andare a Lione.

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My Juice Coldpress: i succhi di Matilde vanno ben oltre i buoni propositi

Image courtesy My Juice Coldpress

Ci sono due particolari momenti in cui quasi tutti esprimiamo buoni propositi e auspici di cambiamento.

Il primo momento è il mese di settembre quando, terminate le vacanze estive, gli studenti rientrano in classe e i lavoratori fanno ritorno alle loro abituali occupazioni professionali.
Il secondo momento è il mese di gennaio quando, archiviate le lunghe feste natalizie, tutti inauguriamo davvero un nuovo anno. Da calendario, insomma, e non solo percepito come accade invece a settembre.

In entrambe le occasioni, fioccano i buoni propositi: iniziare ad andare in palestra o in piscina o a correre all’aperto, iscriversi a quel corso di ballo a lungo agognato (o di canto o di altro ancora), leggere i libri impilati da tempo sul nostro comodino, trovare più tempo per noi stessi e per i nostri cari, abbandonare le abitudini poco sane…
Potrei continuare all’infinito, esiste un’ampia gamma di propositi e ognuno ha i propri.

Mi sono accorta che, più o meno volontariamente e consciamente, ho scritto abbandonare le abitudini poco sane.
Forse perché, come molti altri, anch’io sono conscia di fare cose che non rientrano in uno stile di vita che definirei sano.
Ma tra l’essere consci e il mettere in pratica… c’è una bella differenza.

E dunque, sebbene io sia iscritta in palestra e – udite udite! – ci vada anche regolarmente (lo giuro!), ho un sacco di altre abitudini non molto sane: mi piace (troppo) mangiare (nel senso che ho un robusto appetito), mi piace concedermi un bicchiere di vino o una birra (sebbene mai io ne abusi), fumo (anche se saltuariamente), lavoro con ritmi infernali, spesso dormo troppo poco, passo troppo tempo su Internet (scusa ufficiale il lavoro, ma la verità è che mi piace perché annulla qualsiasi limite fisico, geografico e temporale).

Aggiungo che non sono il massimo della precisione e della puntualità nel fare controlli medici e ho già confessato in passato di essere pigra quanto a certe abitudini inerenti la beauty routine, tipo mettermi la crema viso o la crema corpo. Però mi strucco per bene ogni sacrosanta sera, giuro anche questo.

Insomma, direi che non brillo quanto ad auto-disciplina… Leggi tutto

Se una milanese innamorata decide di parlare della Pescheria Spadari…

Martedì sera ho inaugurato il periodo degli aperitivi natalizi con un impegno al quale tenevo molto, ovvero il Christmas Cocktail della Premiata Pescheria Spadari.

Perché ci tenevo così tanto?
Ve lo riassumo in quattro punti.
1 – Da milanese assai orgogliosa, tengo molto ai luoghi storici e la Pescheria Spadari è – che io sappia – la più antica e longeva della città: è stata fondata nel lontano 1933, ben 85 anni fa!
2 – Mi piace chi conta su storia e tradizione ma non vi si adagia, bensì al contrario accetta e sposa nuove sfide.
3 – Mi piace chi accetta le sfide del digitale senza snaturare il proprio DNA e senza dimenticare il rapporto fiduciario con la propria clientela.
4 – Last but not least… adoro il pesce!

Dunque… considerato che il pesce della Pescheria Spadari è sempre meravigliosamente fresco e visto che hanno deciso di introdurre tutta una serie di novità quanto a proposte e servizi, ero curiosissima di andare a verificare il tutto di persona.

Il risultato della spedizione mi ha tanto soddisfatta da decidere di dedicare un post a questa storica istituzione meneghina, anche perché mi piacerebbe poter dare uno spunto per pranzi, aperitivi e cene anche in vista del Natale.

Ho definito storica la Pescheria Spadari e credo di poterlo fare per ben due motivi: per la posizione nell’omonima via a due passi da Piazza del Duomo, nel cuore di Milano, e per la longevità.

Come raccontavo in principio, il locale ha infatti visto gli albori nel 1933 grazie alla grande passione di Giovanni Battista Bolchini che, con la sua attività, ha contribuito anche a creare in quegli anni una nuova e originale immagine del pescivendolo, presentandosi in cravatta e panciotto.
Quando si dice avere stile…

Il successo della Pescheria Spadari è stato immediato e ha spinto ben presto Bolchini a creare una società con altri esperti del mestiere, Franco Campiglio e suo fratello Alfonso; per poter far fronte alla sempre maggior richiesta da parte della clientela, a loro si è poi aggiunto Gaudenzio Maffezzoli.

La passione e il forte senso del dovere dei soci hanno fatto sì che persino durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante gli sfollamenti di massa, la Pescheria Spadari abbia sempre regolarmente aperto i battenti ogni giorno (… altro moto di orgoglio).

Nella città della moda e della finanza, anno dopo anno, la bottega è cresciuta costantemente e ha acquistato prestigio e grande notorietà, tanto da essere stata menzionata perfino in una canzone dei menestrelli meneghini Cochi e Renato.
«Il mare l’abbiamo avuto anche a noi a Milano (…) che c’è ancora il pesce adesso in via Spadari»: così cantava il famoso duo di cabaret pensando proprio alla Premiata Pescheria Spadari.

Ancora oggi l’attività è saldamente in mano agli eredi delle famiglie dei soci originari: anche grazie al loro contributo, la Pescheria Spadari ha ricevuto nel tempo numerosi premi e riconoscimenti, a testimonianza dell’importante ruolo svolto nel creare l’identità storica del commercio alimentare – e della cultura ittica – nel capoluogo lombardo.

Dicevo che, durante gli 85 anni di attività, il prestigio di questa bottega storica è cresciuto costantemente, anche per l’abilità di evolversi in modo coerente con i cambiamenti del mercato e la capacità di adeguare l’offerta dei servizi.

Alla tradizionale offerta di pesce fresco è stato per esempio affiancato un servizio di cucina molto apprezzato: la Pescheria lo propone durante le ore di pausa pranzo – dal martedì al venerdì dalle 12:30 alle 14:30 – con un’ampia scelta di piatti preparati da un eccellente staff.

Non solo: sull’onda della dilagante street food mania, Pescheria Spadari apre (anche fisicamente!) la sua vetrina per offrire un servizio di pesce da passeggio con panini di pesce, insalate di mare, coni di frittura, un pranzo leggero e sfizioso da gustare passeggiando per le vie del centro.

Il servizio si è ulteriormente ampliato con l’inaugurazione del Bistrot che è aperto anche in fascia serale (da mercoledì a sabato dalle 19:30 alle 22:30) nonché di sabato e domenica (dalle 12:30 alle 14:30).

Volontà di Pescheria Spadari è quella di restare ancorata alle tradizioni che la contraddistinguono da sempre, ovvero la qualità assoluta del pesce fresco e la disponibilità nei confronti della propria clientela; nello stesso tempo, c’è il preciso desiderio di adeguarsi a un modo di comunicare e di servire moderno e veloce.

Da qui nasce la necessità di soddisfare i bisogni di un nuovo pubblico (così come sempre fatto con quello cosiddetto storico) creando proposte e servizi volti a soddisfare tutte le esigenze: cito la possibilità di prenotare online pacchi di Natale personalizzabili.

Per i più indecisi, invece, ci sono perfino le gift card in tre diverse fasce di prezzo, acquistabili anch’esse online.

(Messaggio subliminale per chiunque desideri farmi un regalo: io apprezzerei sia i pacchi sia le gift card…)

Uno sguardo al digital senza mai però dimenticare il rapporto diretto con la clientela: Pescheria Spadari ha creato la infoline 353/3691263 alla quale è possibile rivolgersi per un filo diretto con gli esperti del banco ai quali chiedere consigli e ricette per poi ricevere il tutto comodamente a casa.

Pescheria Spadari mette infatti a disposizione anche un fish delivery, il nuovo servizio di consegna a domicilio del pescato e della gastronomia cucinata, semplice, comodo e perfino ecologico grazie all’accordo con UBM – Urban Bike Messengers, servizio di corrieri in bici nato nel 2008, dieci anni fa.

Insomma, è proprio il caso di dirlo: 85 anni e non sentirli!

Manu

La Premiata Pescheria Spadari è in via Spadari 4
Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram e qui il canale YouTube.

Starbucks Milano, innovazione e tradizione con focus sul Made in Italy

L’esterno di Starbucks Milano (ph. courtesy ufficio stampa)

È uno degli argomenti più gettonati di questo rientro post vacanze alquanto caldo (metaforicamente e letteralmente, visto il tempo degno del mese di luglio): Starbucks Milano è ufficialmente aperto ed è il primo punto vendita italiano della celeberrima insegna americana fondata nel 1971 da Howard Schultz il quale, negli anni, ha colonizzato il mondo (anche in questo caso quasi letteralmente…) con oltre 28.000 caffetterie in 78 paesi.

Nelle redazioni dei giornali, l’opening fa scorrere fiumi di inchiostro e fa ticchettare allegramente i tasti dei pc; attraverso i vari social, da Facebook a Twitter passando per Instagram, favorevoli e contrari battibeccano più o meno animatamente; intanto, in piazza Cordusio, davanti al palazzo che in passato ospitava le Poste, c’è coda fissa per prendere un caffè – e si parla di ore di attesa.

Io non ci sono ancora stata, poiché vi confesso che spararmi detta coda non mi attrae nemmeno un po’: sicuramente, però, ci andrò appena sarà scemata la mania dei primi giorni e ci andrò perché a me Starbucks piace.
Sono stata in tanti loro locali in vari paesi e sono felice che abbiano scelto la mia città come punto di partenza di una strategia che era destinata ad approdare anche qui da noi in Italia: era solo una questione di tempo e, tra l’altro, Starbucks Milano è ora il più grande store d’Europa (2.300 metri quadri) nonché il terzo al mondo (dopo Seattle e Shanghai) e porta per la prima volta nel vecchio continente il format della Roastery (ovvero torrefazione), la versione lusso – diciamo così – del locale con la classica insegna al neon bianca e verde alla quale, chi lo frequenta, è abituato.

Da fuori, lo storico palazzo delle Poste sembra essere sempre lo stesso: l’insegna del nuovo Starbucks è nera, discreta, direi elegante (come potete vedere dalla foto di apertura), e dà perfino poco nell’occhio se non fosse per i tavolini all’esterno che fanno invece subito comprendere la presenza di una caffetteria.
Da orgogliosa nativa e abitante del capoluogo lombardo, tutto ciò – l’attenzione verso Milano – mi fa piacere: francamente, se proprio ve lo devo dire, non comprendo le polemiche e ai brontoloni (lo scrivo con affetto e simpatia, sia chiaro) vorrei dire che… anche questo è cambiamento e crescita.

Cerchiamo di vedere il lato buono di questa novità: l’importante è non farsi tiranneggiare e conservare anche ciò che è nostro, ma la convivenza di tradizione e innovazione è possibile e a me piace.
Non per nulla, in principio, ho scelto il verbo colonizzare: so che questo è esattamente ciò che pensano molti, ci facciamo colonizzare, ma oggi desidero raccontarvi un paio di cose che spiegano il titolo che ho scelto per tale post e che avvalorano la mia tesi, ovvero come tradizione e innovazione possano convivere in buona armonia, come possano aiutarsi a vicenda e come sia possibile conservare ciò che è nostro pur accogliendo un’insegna che si trova in tutto il globo. Leggi tutto

E con il panettone di Giacomo Milano vi auguro Buon Natale :-)

Quest’anno, in più occasioni, vi ho parlato di Urban Finder.

Urban Finder è una app che è stata creata per aiutare ogni persona a trovare (in inglese to find) ciò che cerca in una città (come suggerisce l’aggettivo urban), trovando le soluzioni più adatte rispetto ai propri gusti e alle proprie personali esigenze (ho raccontato tutto in dettaglio qui).

Quindi, in definitiva è un Personal Finder.

Mentre la app è attualmente in fase di re-styling, è nato un gruppo che si chiama UF Lovers, ovvero un gruppo di vari professionisti del mondo digital chiamati a condividere esperienze: lo scopo è quello di creare una rete di relazioni che possa arricchire la app stessa e, conseguentemente, costituire un ulteriore valore per chi la userà.

Con mia grande felicità, sono stata invitata anch’io a far parte del gruppo e ho così due interessanti opportunità: da una parte, prendo parte a una serie di incontri tra gli UF Lovers (qui trovate quello del 28 giugno) e dall’altra sono un po’ pioniere e un po’ tester di Urban Finder.

In occasione del Natale, sono stata invitata a prendere parte a un’esperienza molto interessante: partecipare a un Panettone Lab presso il laboratorio di pasticceria di Giacomo, vera istituzione meneghina.

Ora, dovete sapere quattro cose. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Il Gioco del Gelato di Alberto Marchetti

Tempo fa, avevo parlato di Alberto Marchetti e della sua passione.
Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo: per credergli, è sufficiente assaggiare il suo ottimo prodotto.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un press day: veniva presentata la collezione di borse di un brand che ho seguito a lungo e Alberto era lì per coccolare il palato di giornalisti, redattori e blogger, cosa che peraltro gli riusciva benissimo.
Mi ha subito conquistata per due motivi: ho apprezzato il fatto che il proprietario di cinque gelaterie (tre a Torino, una a Milano, una ad Alassio) fosse venuto a presentarci personalmente il suo lavoro, senza intermediari, e ho trovato che il suo gelato fosse davvero gustoso e autentico.

«Scelgo dei buoni ingredienti, uso solo quello che serve, non aggiungo niente di più. Prima di scegliere latte e panna sono andato a conoscere chi alleva le mucche, mi sono fatto spiegare come vengono nutrite. Firmo il mio gelato perché credo nel mio lavoro e voglio metterci la faccia.»
Così racconta Alberto e lo sapete: amo chi mette la faccia e tutta la propria passione in un mestiere.

Quello tra Alberto Marchetti e il gelato è un amore antico: racconta di essere nato lo stesso giorno in cui il padre inaugurava la sua cremeria a Nichelino, vicino Torino. Quasi un destino, insomma.
Da piccolo, aiutava il padre in negozio: imparava e intanto mangiava il gelato di nascosto, soprattutto quello gusto fiordilatte, come confessa lui stesso con un sorriso.
Oggi vuole trasmettere l’amore che pian piano è cresciuto con lui e lo fa lavorando con dedizione, semplicità e rispetto della tradizione.
Ama il gelato fresco e cremoso, come quello della sua infanzia; usa solo materie prime che seleziona personalmente girando l’Italia, rivolgendo in particolar modo la sua attenzione ai Presidi Slow Food.
La sua è una missione decisamente riuscita: prova ne è il fatto che il suo prodotto si è posizionato nella guida Gelaterie d’Italia del prestigioso Gambero Rosso con i Tre Coni, ovvero il massimo riconoscimento.

Perché torno a parlare del nostro amico del gelato proprio ora?

Perché l’intraprendente Alberto ha avuto un’idea geniale: in collaborazione con Lo Scarabeo, ha lanciato Il Gioco del Gelato, gioco da tavolo dedicato a tutti gli amanti del settore enogastronomico.

Niente cuori, coppe, spade e bastoni ma latte, panna fresca, zucchero di barbabietola, prodotti di eccellenza e di stagione: ricettario alla mano, vince chi riesce ad accontentare meglio i clienti preparando i loro gusti preferiti.
Un gioco adatto dai 6 anni in su poiché preparare il gelato non è mai stato così divertente: con Il Gioco del Gelato tutti possono destreggiarsi tra ingredienti, sapori e ricette.
Il box è composto da 110 carte suddivise in Carte Cliente, Carte Ingrediente e Carte Ingrediente Base; non mancano i ricettari, ben sei, e un regolamento.
Il mazzo delle Carte Cliente è da mettere al centro del tavolo e tali carte vengono rivelate in corso d’opera in modo da formare il negozio: a turno, ciascun giocatore decide se preparare un gelato per servire il cliente oppure procurarsi gli ingredienti necessari.
Per preparare il gelato, il giocatore deve scartare gli ingredienti necessari verificando prima la ricetta: più gelati dai gusti preferiti dei clienti prepara il giocatore, più punti-vittoria guadagna.

Il cliente al centro, sempre: è questo lo spirito del lavoro di Alberto nonché lo spirito de Il Gioco del Gelato che consente anche di imparare a conoscere gli ingredienti e la loro stagionalità.

Ecco perché ho scelto questo gioco e perché l’ho inserito nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Penso che Alberto abbia un grande talento e che stia proprio bene in mezzo ai miei tesori: penso da sempre che ci sia tutto un mondo di cose buone e belle da scoprire, ben oltre la moda che è il mio ambito principale, dunque chiudersi in schemi rigidi sarebbe una sciocchezza, un autentico sacrilegio.
È molto più divertente concedersi la possibilità di spaziare e poter dare voce a un’iniziativa divertente e che, allo stesso tempo, è capace di diffondere la cultura del mangiare bene e in maniera consapevole.
E poi penso che non esista occasione migliore del Natale – momento dedicato a famiglia e affetti – per proporre un gioco da tavolo che spero andrà ad affiancare i grandi classici della nostra tradizione.

Manu

Il Gioco del Gelato è in vendita al costo di € 12 presso le gelaterie di Alberto Marchetti e online nel sito dedicato.
Qui trovate il  sito di Alberto Marchetti, qui la sua pagina Facebook, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter.
Qui trovate il mio precedente post su di lui.

Urban Finder mi ha messo il grembiule da cuoca (e mi è piaciuto)

Desidero raccontare una novità: sono diventata una UF Lover!

E che cosa sarà mai? – vi chiederete forse voi.

Prima di tutto, vi dico che è una cosa bella, anzi bellissima, una di quelle che piacciono a me: parliamo di condivisione e di condivisione costruttiva e di qualità.

E poi, per spiegarvi cosa sia un UF Lover, vi racconto prima di tutto cos’è Urban Finder, la app dalla quale viene l’acronimo UF.

Urban Finder è, appunto, una app che è stata inventata per aiutare ogni persona a scoprire ciò che cerca in una data città (come suggerisce il nome stesso), trovando le soluzioni più adatte rispetto ai propri gusti e alle proprie esigenze.

È un sistema dedicato sia a chi vive in una certa città sia a chi in quella città arriva per lavoro o turismo, offrendo interessanti spunti e alternative alle consolidate abitudini per i cittadini e creando percorsi su misura per chi è nuovo.

Come funziona Urban Finder?
Attraverso un brevissimo questionario che fa parte della registrazione, la app cerca di conoscere alcune delle caratteristiche utili per effettuare ricerche semplici oppure avanzate e quindi maggiormente raffinate. Leggi tutto

L’Oste della Bon’Ora, ode alla buona tavola e alla qualità del tempo

Se mi chiedessero di descrivermi con un solo aggettivo, credo che sceglierei curiosa.

Specifico che la mia è una curiosità da intendersi in senso del tutto positivo (nulla che abbia a che vedere con la morbosità verso i fatti personali altrui, per esempio): è un appetito che non sazio mai, è un istinto profondamente radicato e che non mi abbandona, è uno stimolo che mi spinge costantemente a esplorare le infinite sfaccettature della vita. Ciò che non conosco non mi spaventa, anzi, al contrario, mi solletica.

Tra i vari termini che ho usato figura appetito e sapete una cosa? Ci sta proprio bene, metaforicamente e letteralmente, perché il cibo è ai primi posti tra le mie curiosità: è uno dei miei tantissimi interessi e, se sono negata a cucinare (lo confesso con una certa vergogna), sono invece bravissima a mangiare. Mi ritengo una campionessa a livello olimpico o meglio una buongustaia.

Mi piace mangiare e bere bene (bere con moderazione, ben inteso) e mi piace fare tutto ciò in compagnia (buona compagnia): sono una forchetta di tutto rispetto e, nonostante la mia stazza non sia affatto imponente, tanti rimangono sorpresi per quanto il mio appetito risulti robusto.

Curiosità e gusto per la (buona) tavola vanno molto d’accordo, si sa, e sono proprio queste due caratteristiche – insieme al mio grande amore per Roma – ad avermi fatto accettare l’invito a provare la vera cucina della capitale giunta qui a Milano per una trasferta temporanea: abitualmente, trovate L’Oste della Bon’Ora nella sua storica location di Grottaferrata, nello splendido contesto dei Castelli Romani, ma fino al 28 febbraio potete incontrare Massimo Pulicati – l‘Oste – in uno spazio al secondo piano del celebre Eataly Smeraldo, tempio meneghino in cui si celebra l’eccellenza della cucina italiana. Leggi tutto

Alberto Marchetti, passione e talento da servire… in coppetta

Quando penso alla mia infanzia, mi sento una persona molto fortunata: è piena di momenti che oggi sono ricordi meravigliosi.
Mi basta pensare a certi episodi e a certe consuetudini perché mi torni il sorriso perfino nei giorni più neri; è l’amore che ho ricevuto in quegli anni a scaldare ancora il mio cuore e ad avere fatto di me un’adulta serena.
Alcuni dei ricordi più belli sono quelli legati all’estate che per me e mia sorella era sinonimo di vacanze al mare con mamma e papà: aspettavamo tutto l’anno di poter tornare a Martinsicuro, una piccola località vicino a Teramo, in Abruzzo.
Non vedevamo l’ora di rivedere quella lunghissima spiaggia di sabbia sottile baciata da un mare tranquillo e di trascorrere ore a giocare sotto il sole con mamma che insisteva affinché mettessimo il cappellino e la protezione solare.
Non vedevamo l’ora di mangiare i pomodori buonissimi (mai più ritrovati così) dell’orto di una contadina dalla quale facevamo la spesa e di fare la rituale passeggiata dopo cena, anche perché significava gustarci un ottimo gelato.
Ricordo benissimo le gelaterie di Martinsicuro: non ricordo il nome, ma ne ricordo una con vasche colme di creme artigianali davanti alle quali mia sorella e io cambiavamo idea almeno quattro o cinque volte a testa prima di scegliere definitivamente il nostro cono o la nostra coppetta.
Credo che sia per questi bei ricordi che, ancora oggi, per me il gelato appartiene alla categoria comfort food, quei cibi in grado di deliziare il palato e di ristorare lo spirito.
Se chiudo gli occhi, se mi concentro e se schiaccio la lingua contro il palato, posso ancora sentire il sapore della stracciatella o del caffè (che trasgressione quando mia mamma ci permetteva di prendere quel gusto!): questi ricordi, però, fanno anche sì che io sia esigente.
Ecco perché Alberto Marchetti mi è andato subito a genio: Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo. E si sente.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un recente press day: veniva presentata la nuova collezione Braintropy, brand di borse che seguo con affetto, e Alberto era lì per far felici giornalisti, redattori e blogger.
Mi ha subito conquistata per due motivi: sono stata colpita dal fatto che il proprietario di cinque gelaterie fosse venuto a presentarci personalmente il suo prodotto e ho trovato il suo gelato davvero ottimo. Buono, genuino, saporito, autentico. Leggi tutto

Heineken H41, la birra con il lievito che viene dalla Patagonia

Io e la nuova Heineken H41 alla Milano Vintage Week – foto di Valerio Giannetti

Tra le voci che circolano sulla moda, ce n’è una molto insistente: si dice che gli addetti ai lavori mangino poco o nulla.

E non mi riferisco solo alle modelle, circola la stessa voce su editor, stylist e via discorrendo: perfino i film hanno contribuito a questa storiella, penso per esempio a Il diavolo veste Prada.

Delle blogger, poi, si dice che ordinino alcuni piatti esclusivamente per fotografarli, senza poi consumarli.

Volete sapere la mia opinione maturata osservando innumerevoli colleghi e colleghe? Sì, è vero, qualcuna che salta i pasti per entrare nella mitizzata taglia 40 – o anche nella 38 – c’è, ma molte persone hanno un rapporto assolutamente normale col cibo. E poi dai, abbiamo tutti l’amica fissata, quella eternamente a dieta da quando aveva 12 anni. E magari lavora in banca.

Siccome le generalizzazioni non mi piacciono né mi piace parlare per un’intera categoria, vi dirò qual è il rapporto della sottoscritta col cibo: ottimo, posso affermare che ci lega una relazione felice e appagante.

Amo mangiare, sono onnivora, golosa e buongustaia: ho gusti molto vari, spazio da piatti semplici a pietanze raffinate, provo volentieri di tutto e sono sempre stata così, fin da piccola.

Probabilmente parte del merito è di mia mamma: è sempre stata una buona cuoca, ha sempre preparato ottimi piatti variando le proposte e ha educato me e mia sorella al piacere della tavola e del convivio.

Sono ghiotta di legumi e di verdure (impazzisco, per esempio, per i cavolini di Bruxelles che considero una vera e propria leccornia) nonché di pietanze come il fegato (lo adoro alla veneta, con tanta cipolla): mia mamma non ha mai dovuto insistere per farmi mangiare tutte queste cose sebbene, per dire l’assoluta verità, devo confessare che da bambina non amavo i fagioli. Poi, crescendo, ho cambiato idea anche su quelli: pasta e fagioli è un piatto meraviglioso.

Le cure per l’inappetenza a me non sono mai servite: ho sempre goduto di un sano e robusto appetito, perfino quando da adolescente qualche amore infrangeva il mio cuoricino. Ed ero una buona forchetta tanto che un mio fidanzatino dell’epoca mi disse la frase “meglio farti un vestito che invitarti a cena”: trovai la frase molto originale e spiritosa, salvo poi scoprire che era un modo di dire e che non era farina del suo sacco… giusto per restare in tema.

Oggi, continuo a essere una buona forchetta: nonostante abbia avuto momenti in cui sono stata più magra e momenti in cui sono stata più in carne, non ho mai avuto la necessità di fare una dieta vera e propria. Diciamo che costituzione e metabolismo mi aiutano, anche perché ho sempre fatto attività fisica; quando desidero dimagrire, non seguo diete squilibrate o punitive, mi limito a mangiare in maniera più ordinata e regolare evitando i cosiddetti cibi-spazzatura e limitando le quantità.

A volte salto qualche pasto, lo ammetto, ma solo a causa dei ritmi lavorativi: all’occasione successiva, però, divorerei anche le gambe del tavolo!

Finora non ho nemmeno mai sofferto di intolleranze o allergie, cosa della quale sono molto grata: ho toccato da vicino cosa significhi dover eliminare degli alimenti, anche per esperienze in famiglia, e spero che non capiti mai a me in prima persona, sebbene la scienza alimentare abbia fatto passi da gigante e sia in grado di aiutare chi ha problemi di questo tipo. Ecco, la salute è l’unico motivo per il quale potrei rinunciare a degli alimenti: sarebbe una sofferenza, ma la salute è in effetti più importante della gola.

Credo di poter affermare, in definitiva, che il mio approccio gioioso al cibo sia dovuto – come per molti altri ambiti della mia vita – alla caratteristica che più di tutte mi accompagna: la curiosità. Il cibo mi appassiona e mi incuriosisce, esattamente come la moda, ed esattamente come la moda considero che sia espressione della cultura di un popolo: non per nulla, in ogni viaggio o spostamento che faccio, piccolo o grande che sia, in luoghi lontani o vicini, mi piace assaggiare i piatti tipici.

Naturalmente, un’amante della buona tavola come me non può non amare il buon bere, anzi, lo considero parte integrante. Leggi tutto

Cartoline virtuali da Milano al tempo di Instagram / PARTE 4

A volte ritornano: capita con le persone, coi ricordi e perfino coi post. Come in questo caso.

Per la prima, la seconda e la terza puntata di questo post, occorre tornare rispettivamente al 30 luglio 2014, al 24 dicembre 2013 e al 30 dicembre 2014. È passato un po’ di tempo, dunque.

L’idea è nata da una riflessione: da ragazzina, soprattutto quando andavo alle medie, partivo per le vacanze estive con una lunga lista di indirizzi, lista che serviva a ricordarmi a chi dovessi mandare le cartoline. Guai a non mandarle e guai a non riceverle, era una sorta di rito.

A mio avviso, oggi è Instagram a svolgere in modo virtuale parte della funzione che avevano le cartoline: Instagram non serve forse a condividere, attraverso immagini e fotografie, ciò che ci piace, ciò che facciamo e i posti in cui andiamo? Le stesse cose che facevamo mandando una cartolina.

E così, visto che le cartoline – poverette – sembrano non andar più di moda, ho pensato di fare dei post raccogliendo le foto che scatto e poi pubblico su Instagram, soprattutto quelle che riguardano la città nella quale vivo: cartoline virtuali da Milano via Instagram. Leggi tutto

Hôtel Barrière Le Majestic e il sogno di un inverno vista mare

Amo molto l’autunno: mi sono sempre piaciuti i suoi colori, mi è sempre piaciuto camminare sui tappeti di foglie gialle e rosse, mi è sempre piaciuta l’atmosfera un po’ ovattata e intima che questa stagione porta con sé.
Apprezzo perfino l’abbigliamento autunnale, quei capi morbidi che mi fanno sentire coccolata, né troppo scoperta come mi sento d’estate né troppo imbacuccata come avviene invece d’inverno.
Non sopporto invece l’inverno: appena l’aria autunnale inizia a lasciare il passo al primo gelo invernale… io mi sento morire e provo la voglia di scappare.
Dove? Al mare, che domanda! La mia passione per il mare è enorme e sono tra coloro che amano il grande fratello blu in qualsiasi stagione e in qualsiasi condizione atmosferica: a qualcuno il mare d’inverno mette malinconia, ma a me no, per me il mare è vita, sempre, 365 giorni all’anno e anche 366 se è bisestile.
Prendete, per esempio, quello che mi è successo venerdì: ho preso un treno per andare a Lucca per una riunione di lavoro e (malauguratamente, non lo farò mai più) ho scelto un treno Intercity che ha percorso tutta la costa ligure prima di arrivare in Toscana. Mi sono venuti i capelli bianchi sia per la lentezza sia per il vergognoso ritardo (quasi 50 minuti) del treno, ma di una cosa sono stata felice: poter godere del meraviglioso panorama offerto dal mare con l’aiuto di una stupefacente giornata, tiepida e soleggiata nonostante si avvicini ormai la fine di ottobre. Che meraviglia! Il cuore mi si è riempito di tutto quel blu (nonostante dentro di me crescesse un rancore infinito verso Trenitalia).
E così, oggi, in una domenica di (parziale) relax, mi è venuta voglia di raccontarvi di un’esperienza vissuta un paio di settimane fa: durante un pranzo al bellissimo Four Seasons di Milano (una delle oasi felici della mia città), mi è stato presentato il programma invernale di un altro bellissimo hotel situato in Costa Azzurra.
L’Hôtel Barrière Le Majestic si trova a Cannes e gode di una posizione invidiabile, proprio sul mare: grazie a un’offerta che va dal 1° novembre 2015 al 31 marzo 2016, è possibile programmare un inverno vista mare.
Il Barrière Le Majestic offre infatti un’interessante possibilità: tutte le prenotazioni relative a una camera vista città godranno di upgrade gratuito in camera vista mare (con esclusione dei periodi di congressi e festival). L’impatto economico non è indifferente, ve l’assicuro.
Se come me siete degli amanti del mare e in particolare della Costa Azzurra, questa è un’ottima occasione, un regalo da fare e da farsi: tra l’altro, il clima di questa zona è generalmente mite anche d’inverno.
Ne sono una dimostrazione certi manifesti d’epoca che proclamavano “l’inverno supera l’estate in Costa Azzurra” oppure le parole di Paul Morand, scrittore e diplomatico che di Cannes diceva “una delle più felici invenzioni dell’uomo in collaborazione con gli Dei dell’Antichità che si sono ritirati a vivere sulla Croisette”.
Al Barrière Le Majestic, la magia permanente di Cannes si può assaporare grazie alle finestre e ai balconi affacciati sul Mediterraneo, godendo della luminosità del cielo, dell’azzurro del mare, delle file di palme presenti da oltre un secolo e mezzo, della vista sul Massiccio dell’Esterel e sulle Isole di Lérins, autentiche perle della baia.
Tra l’altro, dopo la realizzazione nel 2010 dell’ala ovest, l’albergo ha completato il restyling delle camere e dei bagni per aggiungere un tocco di modernità a un palazzo centenario, fiore all’occhiello del savoir-faire alla francese in tema di accoglienza.
Ora, io non vorrei apparire troppo sfacciata, ma se (mio marito) qualcuno (più discreto…) leggesse questo piccolo post e lo collegasse al fatto che il mio compleanno cade proprio durante questo periodo di offerte e visto che quel qualcuno ben conosce la mia avversione per l’inverno, avversione inversamente proporzionale al mio amore per il mare… non so, ecco, un salto a Cannes potrebbe essere un cadeau particolare (e apprezzato).
Come si dice? A buon intenditore poche parole 😉

Manu

Se volete saperne di più (o se volete anche voi che la vostra metà ne sappia di più), qui trovate il sito del Barrière Le Majestic e qui la pagina Facebook.

Qui sotto trovate la gallery con le foto che ho realizzato alla presentazione presso il Four Seasons Hotel di Milano: nell’ultima foto, ci sono Barbara Lovato e Frédéric Meyer (rispettivamente Responsabile Ufficio Stampa e Direttore di Atout France Italia) con Fabienne Buttelli (Responsabile Ufficio Stampa Hôtel Barrière Le Majestic).

La passione di Franck Putelat, chef stellato, a Expo 2015

Il cibo occupa da sempre un ruolo importante nella mia vita: non mangio per sopravvivere, mangio perché amo i sapori, i colori, i profumi, le mille sfaccettature della cucina.

Come in molti altri ambiti, sono curiosa, mi piace sperimentare e non ho paura di provare cibi nuovi.

Applico agli alimenti la stessa teoria con la quale affronto la moda: meglio la qualità che la quantità. Non sono per le grandi abbuffate a tutti i costi, preferisco mangiare bene.

Per tutti questi motivi il tema di Expo 2015 mi ha fatto sentire molto coinvolta da subito: sono profondamente convinta che l’alimentazione sia un punto focale della nostra esistenza, per il benessere personale e individuale nonché come argomento che ci lega e ci coinvolge tutti, generando conoscenza e incontro.

Ed è anche per questi motivi che sto seguendo con interesse il percorso della Francia a Expo: ricordate il mio precedente post di luglio, quando sono andata a degustare il menù preparato da François Adamsky, uno degli chef che si sono alternati ai fornelli del Café des Chefs, il ristorante del padiglione d’oltralpe? Leggi tutto

Il sapore dei gioielli di gusto? Un po’ serio e un po’ surreale

Un paio di settimane fa, qui su A glittering woman, ho parlato di un rapporto particolare e molto creativo, quello tra moda e cibo.

Concludendo il post, ho accennato a una mostra importante: oggi torno a parlarne con gioia poiché giovedì sono stata all’inaugurazione e vi dico subito che l’esposizione è bellissima e che merita una visita.

Si intitola Gioielli di gusto e si tiene a Palazzo Morando, a Milano: l’intento è chiaro anche grazie al sottotitolo, offrire racconti fantastici tra ornamenti golosi.

Aperta dal 18 settembre all’8 dicembre 2015, la mostra si propone come un punto di incontro fra cibo e ornamenti: sono esposti circa 200 affascinanti pezzi d’autore, in un fantastico mix di gioiello, bijou e accessorio moda.

Il tutto propone una riflessione seria ma anche divertente, perché se nell’ambito del gioiello prezioso il cibo è presente da sempre (esistono testimonianze e reperti risalenti al IV secolo avanti Cristo) con significati spesso allegorici (mi viene subito in mente il melograno), con l’avvento del bijou il rapporto è diventato invece surreale, ironico e talvolta anche provocatorio. Leggi tutto

Quando moda e cibo se ne vanno a braccetto

Forse, leggendo il titolo di questo post, avete pensato all’eccessiva magrezza di alcune modelle e magari avete pensato che l’accostamento tra moda e cibo sia un paradosso evidente e una stridente contraddizione.

Forse, se un pochino mi conoscete e se avete letto qualche mio precedente post, sapete che ho preso posizione altre volte su quella magrezza e quindi ora temete di sorbirvi l’ennesima filippica.

Nulla di tutto ciò: stavolta desidero trattare il lato più ludico, creativo e divertente di questo rapporto perché stilisti e brand si sono spesso ispirati al cibo e non solo oggi, sull’onda di Expo 2015.

Le ispirazioni gastronomiche si sono spesso intrecciate non solo con l’abbigliamento ma anche col gioiello e tutto ciò per un motivo molto semplice: il cibo è sempre stato sinonimo di vita e molti alimenti (mi viene in mente il melograno) hanno assunto significato di buon auspicio, diventando portafortuna in grado di augurare salute e ricchezza.

Nel ‘900, il secolo che ci siamo lasciati alle spalle, molti stilisti e designer hanno creato abiti e bijou divertenti portando avanti il connubio moda e cibo: penso per esempio a Moschino e poi a Ken Scott, Sharra Pagano, Ornella Bijoux (ricordate, ho parlato di tutti e tre qui sul blog). Leggi tutto

Macaron e rivoluzione, il 14 luglio firmato Ladurée

Considerazione numero uno: il mio amore per la Francia non è un mistero.
Considerazione numero due: dicasi la stessa cosa per i macaron in generale e per Ladurée nello specifico.
Considerazione numero tre: mi è sempre piaciuta la storia e uno dei miei periodi preferiti è quello della Rivoluzione francese.
Ebbene sì, sono sempre stata intrigata dai suoi protagonisti, Luigi XVI, Maria Antonietta, le loro esagerazioni, le frasi crudeli che sono poi costate loro la testa (soprattutto la famigerata “Se non hanno più pane, che mangino brioche!” riferita al popolo e attribuita alla regina), i rivoluzionari come Marat, Danton e Robespierre.
E ho sempre sognato di vestire i panni di una popolana sulle barricate, intenta a puntare il dito contro Maria Antonietta strillando “Tagliatele la testaaaaa!!!”.
(Sempre strana io, scommetto che la maggior parte delle ragazze a modo sogna invece di incarnare la raffinatissima regina che, tra l’altro, ha fortemente influenzato la moda e non solo quella dell’epoca…)
Per me non è dunque insolito festeggiare il 14 luglio e la presa della Bastiglia: l’anno scorso lo feci qui sul blog con un post che era la mia piccola e personale rivoluzione. Leggi tutto

France Expo 2015, il cibo è piacere e salute

Finalmente, settimana scorsa sono andata anch’io a dare un’occhiata a Expo: l’occasione mi è stata fornita da un invito molto gradito.

Sono infatti stata ospite del Padiglione Francia e del Café des Chefs, il ristorante che offre una rappresentazione della cucina francese in tutte le sue sfaccettature: il compito è affidato ad alcuni chef prestigiosi, tutti premiati in occasione di grandi concorsi gastronomici nonché membri di Bocuse d’Or Winners, l’associazione che riunisce i vincitori di una delle manifestazioni internazionali più importanti.

L’invito che ho ricevuto coincideva col lancio del nuovo menù proposto da François Adamski, premio Bocuse d’Or 2001, ma la giornata è stata anche un’ottima occasione per ricordare uno dei concetti che guidano la presenza della Francia a Expo: l’intento è quello di presentare non solo l’eccellenza culinaria, ma anche la solidarietà.

Quest’ultima è infatti al centro del concetto del Café des Chefs, dato che l’1% di tutto il fatturato viene versato a Babyloan, il primo sito europeo di crowdfunding dedicato al micro-credito. Leggi tutto

Ladurée e Yann Menguy, dal macaron al dessert

Devo confessare che, per quanto riguarda il cibo, la mia preferenza va di gran lunga al salato.

Difficilmente scelgo i dolci: prediligo il salato perfino a colazione e lo scelgo soprattutto quando ho fame, fame vera.

Fanno eccezione alcuni momenti, come la pausa caffè: in quel caso, adoro regalarmi la bevanda e un dolcetto. Di caffè, però, ne prendo davvero pochi.

In ogni caso, non amo i dolci troppo elaborati e preferisco i gusti semplici: poi, chissà perché (forse perché spesso sono la regina delle contraddizioni?), faccio delle eccezioni per specialità che, in effetti, sono ad alto tasso di zuccheri.

Due esempi? Adoro la torta Sacher (rigorosamente l’originale e non perché io sia snob ma perché, una volta provata, si capisce la differenza) e i macaron, i pasticcini fatti con due gusci di meringa deliziosamente ripieni. Leggi tutto

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