Oppure deve essere vero che esiste una sorta di equilibrio cosmico (qualcuno lo chiama karma) per il quale finiamo per attrarre ciò che è più affine a noi oppure ciò che più ci assomiglia.
In attesa di capire quale di queste ipotesi corrisponda al vero, mi accontento del fatto che mi accadano cose belle (un po’ di mistero circa le meccaniche della nostra esistenza non guasta, no?) e cerco di godermi appieno il momento positivo: dopo la splendida esperienza presso lo storico atelier Curiel per l’inaugurazione e la presentazione della collezione Haute Couture SS 2017, sono stata infatti invitata a un altro evento che ha messo al centro la mia passione per la moda nella sua forma più bella, quella ricca di contenuti, tradizione, capacità.
Giovedì 9 marzo sono stata a Palazzo Morando, Museo del Costume, della Moda e dell’Immagine, per la presentazione del libro Franco – Il sarto dalle linee semplici scritto da Maria Canella ed Elena Puccinelli per Edizioni Nexo: dopo la presentazione, ci siamo spostati presso l’atelier di via Senato 2 ospiti di Francesco Fracchiolla, il fondatore, per poter ammirare alcuni capi d’archivio appositamente esposti per la bella occasione.
Il volume nasce da due importanti considerazioni.Leggi tutto
La prima è legata alla velocità che caratterizza i nostri tempi: ogni cosa – o quasi – viene ingurgitata e fagocitata con un ritmo sempre più galoppante, quasi come se esistesse perennemente l’esigenza di non soffermarsi, di non pensare e di passare rapidamente al successivo momento da consumare. Spesso non godiamo l’attimo perché siamo troppo protesi in avanti, già proiettati in un prossimo futuro.
E allora mi chiedo: sarà un bene? Digeriamo davvero tutto ciò che – ripeto – sembriamo ingoiare in fretta e furia? Approfondiamo, interiorizziamo? Oppure lasciamo piuttosto che le nostre esperienze restino in superficie, che galleggino senza farle davvero nostre?
Ve lo confesso, mi pongo sempre più spesso questi interrogativi perché la moderna velocità, a volte, mi impensierisce. E se velocità e dinamismo sono stati concetti al centro di movimenti artistici come il Futurismo, mi domando se non abbiamo reso tutto quanto fin troppo esasperato.
La seconda considerazione è legata al mio lavoro e al suo nucleo: come ho avuto modo di scrivere anche in occasione del reportage sulla recente Milano Fashion Week, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra tutte quelle che ho.
Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come capita a chiunque, credo) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.
Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che mi rende insofferente davanti a certi meccanismi dei quali ho talvolta parlato. Leggi tutto
Quando io e mia sorella eravamo piccine ci veniva permesso di guardare pochissima televisione: mia mamma esigeva che prima facessimo fronte ai nostri impegni scolastici e comunque, anche una volta terminati i compiti, continuava a preferire che ci dedicassimo ad altre attività quali il gioco oppure lo sport.
Vi confesso che oggi sono felice della scelta di mia mamma: guardo la televisione raramente in quanto non mi diverte né mi incuriosisce particolarmente e ho sempre preferito la lettura, per esempio. E sapete perché, oggi, trovo la televisione meno interessante del web? Perché permette un livello di interazione a mio avviso troppo basso: qualcuno dà e qualcun altro – noi spettatori – riceve senza possibilità di intervento o di inversione dei ruoli. Trovo sia un intrattenimento un po’ passivo, insomma, e a me piace invece ciò con cui posso interagire.
Tornando alla mia infanzia: tra i pochi programmi che io e mia sorella potevamo guardare figuravano i programmi per i bambini, alcuni selezionatissimi programmi di prima serata (quando la prima serata era davvero tale e iniziava presto) e, naturalmente, i cartoni animati. Non tutti, in verità.
Ricordo, però, che mi era consentito guardare Ufo Robot alias Goldrake, uno dei primissimi cartoni animati di genere fantascientifico e forse tale permesso era merito di mio papà che è sempre stato un appassionato delle avventure spaziali e futuristiche. Fu con lui che mi appassionai anch’io al genere e fu sempre con lui che, qualche anno dopo, iniziai a guardare film e telefilm ambientati in quel futuro immaginario che da sempre ha affascinato scrittori e registi: amerò per sempre la saga di Star Wars, riguarderò sempre con piacere Star Trek, soprattutto i vecchi episodi.
(Altro inciso: immaginate la mia gioia quando, alcuni mesi fa, per lavoro, ho avuto l’immenso onore di conoscere di persona il grande Luigi Albertelli. Importantissimo paroliere e autore televisivo, Albertelli è colui che ha scritto innumerevoli, bellissime e indimenticabili canzoni per tanti interpreti e ha fatto felici anche i bambini come me scrivendo le sigle di Ufo Robot, Capitan Harlock, Daitan III.)
La mia passione per fantascienza e robot si è nutrita anche con i Transformers: negli Anni Ottanta, con la serie animata e il primo film; poi, in tempi più recenti, a partire dal 2007, con la prima pellicola d’azione diretta da Michael Bay che ha poi avuto ben quattro sequel, l’ultimo dei quali in arrivo il prossimo giugno. Leggi tutto
È appena terminata un’altra edizione di Milano Fashion Week, quella dedicata alle collezioni FW 17 – 18.
Come sempre, questo The End (e non so ancora se definirlo Happy End) provoca in me un miscuglio di sentimenti altalenanti e talvolta in contrasto tra loro: individuo tracce di stanchezza, dispiacere, gioia, soddisfazione.
Stanchezza perché – siamo onesti – sei giorni di full immersion sono lunghi. E infatti sento il desiderio di fare dell’altro, ora, di cercare nuovi stimoli altrove, proprio per tornare con più entusiasmo e con più carica a occuparmi di moda.
Dispiacere perché – stanchezza e / o nervosismi a parte – la moda è per me una grande passione e quindi un po’ mi dispiace che i giorni di incontri, presentazioni e sfilate siano terminati.
Gioia e soddisfazione perché ho visto cose interessanti e ho vissuto belle esperienze.
A fine MFW, è ormai abitudine che io pubblichi un reportage: ho scritto di certe cattive abitudini dell’ambito in cui mi muovo, ho parlato (più di una volta) della questione accrediti alle sfilate, ho raccontato di metatarsi malconci e di sciocchi luoghi comuni. Leggi tutto
Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.
La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.
Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.
Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.
Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci.Leggi tutto
Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura). Leggi tutto
Se mi chiedessero di descrivermi con un solo aggettivo, credo che sceglierei curiosa.
Specifico che la mia è una curiosità da intendersi in senso del tutto positivo (nulla che abbia a che vedere con la morbosità verso i fatti personali altrui, per esempio): è un appetito che non sazio mai, è un istinto profondamente radicato e che non mi abbandona, è uno stimolo che mi spinge costantemente a esplorare le infinite sfaccettature della vita. Ciò che non conosco non mi spaventa, anzi, al contrario, mi solletica.
Tra i vari termini che ho usato figura appetito e sapete una cosa? Ci sta proprio bene, metaforicamente e letteralmente, perché il cibo è ai primi posti tra le mie curiosità: è uno dei miei tantissimi interessi e, se sono negata a cucinare (lo confesso con una certa vergogna), sono invece bravissima a mangiare. Mi ritengo una campionessa a livello olimpico o meglio una buongustaia.
Mi piace mangiare e bere bene (bere con moderazione, ben inteso) e mi piace fare tutto ciò in compagnia (buona compagnia): sono una forchetta di tutto rispetto e, nonostante la mia stazza non sia affatto imponente, tanti rimangono sorpresi per quanto il mio appetito risulti robusto.
Curiosità e gusto per la (buona) tavola vanno molto d’accordo, si sa, e sono proprio queste due caratteristiche – insieme al mio grande amore per Roma – ad avermi fatto accettare l’invito a provare la vera cucina della capitale giunta qui a Milano per una trasferta temporanea: abitualmente, trovate L’Oste della Bon’Ora nella sua storica location di Grottaferrata, nello splendido contesto dei Castelli Romani, ma fino al 28 febbraio potete incontrare Massimo Pulicati – l‘Oste – in uno spazio al secondo piano del celebre Eataly Smeraldo, tempio meneghino in cui si celebra l’eccellenza della cucina italiana.Leggi tutto
Mentre pensavo al titolo da dare a questo post, mi è venuto in mente un ricordo di infanzia: avete mai giocato a strega comanda colore?
Assomiglia a ce l’hai o a rimpiattino: la strega in questione è il giocatore che conduce e che ha l’obiettivo di catturare gli avversari. Pronuncia la frase strega comanda colore seguita dal nome di un colore: gli altri giocatori devono cercare un oggetto della tinta indicata e mettersi in salvo toccandolo.
Ho ripensato a tale gioco in riferimento a una delle tante attività portate avanti da Pantone, l’azienda statunitense che è sinonimo di un sistema di classificazione colore tra i più conosciuti e diffusi al mondo: ogni anno, l’ente indica infatti la tinta più rappresentativa, quella che influenza lo sviluppo di prodotti in settori tra cui moda e design.
Insomma, trasformerei il nome del gioco in Pantone comanda colore in quanto la tinta eletta diventa un simbolo, diventa l’istantanea di quello che avviene nel nostro tempo e nella nostra società: per il 2017, è la volta del Greenery, una tonalità verde-gialla, fresca e frizzante, capace di evocare rinascita, rinnovamento e rigenerazione.
Secondo Pantone «rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, ossigenarsi e attingere nuova linfa.»
Risveglio, ossigeno, nuova linfa: ecco perché decido di parlarvi proprio ora della scelta fatta da Pantone, perché a questo punto, fatto fuori l’interminabile gennaio e approcciato febbraio, abbiamo davanti a noi la prospettiva della primavera che – speriamo! – inizierà a darci qualche cenno con l’arrivo del mese di marzo. Insomma, siamo pronti ad accogliere tutto ciò che parla di rinnovamento.Leggi tutto
Per esempio, mi diverte smontare quello che vuole che le donne non sappiano fare squadra tra loro: sono donna e il gioco di squadra mi piace e mi piace in generale, senza discriminazioni di genere. Il presupposto irrinunciabile è farlo con persone di buona volontà perché, che si tratti di donne o uomini, preferisco tenere lontano chi risucchia energia e chi non crede nella reciprocità. Dico no, insomma, a rapporti a senso unico nei quali una persona dà (soltanto) e l’altra prende (soltanto).
Un altro luogo comune che mi piace sfatare, sempre parlando di gioco di squadra, è quello che vuole che il mondo blogger sia frammentato e incapace di fare fronte comune. Non è così e, per quanto mi riguarda, lo dimostro anche con una sezione di questo blog, quella in cui indico i colleghi da tenere d’occhio, donne, in moltissimi casi.
Vedete, il presente post smonta entrambi questi luoghi comuni in un colpo solo, ovvero nasce grazie a un gioco di squadra tra donne e per giunta blogger. Devo dire infatti grazie a Ida Galati per avermi fatto conoscere la storia che sto per raccontarvi: tra le tante cose che fa, Ida ha anche un ottimo blog che si chiama Le stanze della Moda e si è adoperata per far conoscere Playhat tramite una community di donne che per lavoro o divertimento vivono quotidianamente la vita dei social network.
Playhat: è questo il nome del brand protagonista della storia, un’azienda fondata nel 2008 da Matteo Marziali.
Classe 1978, marchigiano, Matteo ha vissuto la sua adolescenza in giro per il mondo, respirando creatività, innovazione e cultura cosmopolita: dopo tanti viaggi ed esperienze importanti (per esempio in Spagna dove ha vissuto per diverso tempo), è rientrato in Italia e dal 2003 vive e lavora in provincia di Macerata.
La creatività, la ricerca stilistica e la curiosità verso il mondo hanno fatto sì che Matteo sia diventato uno stilista brioso e fantasioso, attento a un concetto (moda ricercata e anche allegra, vivace e colorata) che si è concretizzato in Playhat.
Il brand è nato proprio nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano e, grazie a questa origine, è diventato un prodotto di manifattura artigiana e locale, 100% italiano, di altissima qualità eppure allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi ama l’estetica ma non vuole dimenticare il benessere dei propri piedi.
Ecco, finora vi ho raccontato la parte bella, la storia di un giovane uomo che ha ottime idee nonché la forza e il coraggio per realizzarle, perché l’avventura di Matteo è partita semplicemente e senza grandi supporti, in un garage, il luogo in cui ha tagliato le prime 200 paia di scarpe semplicemente con un cutter. E grazie al suo coraggio, oggi Playhat propone una collezione di sneaker fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere grazie alla cura del dettaglio, alla scelta di materiali eccellenti e alla continua ricerca di modelli originali.
Per contro, però, in questa bella storia ci sono i fantasmi dell’ormai onnipresente crisi nonché della burocrazia (purtroppo quella italiana, bisogna dirlo): Matteo non si è arreso e insieme al suo team ha studiato nuovi modi per distribuire i suoi prodotti senza passare attraverso i canali tradizionali (rappresentanti e negozi) che, oggi, rappresentano un fattore di rischio talvolta troppo alto soprattutto per piccoli brand come Playhat che sta invece lavorando a nuove formule (tra queste un proprio sito di e-commerce). Leggi tutto
Ci sono appuntamenti che per me sono irrinunciabili: un esempio è Homi, la fiera che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.
Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: toccare il talento (metaforicamente e fisicamente) equivale per me a respirare aria pulita, a dare ossigeno a cuore e cervello. E questo è il motivo per il quale non manco mai.
Inoltre, ogni nuova edizione è caratterizzata da un evento espositivo di grande qualità, ulteriore ottimo motivo di attrazione: stavolta, è toccato alla mostra Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.
La mostra è stata curata dalla professoressa Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello e professore ordinario del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano: il suo nome è sinonimo e garanzia di elevata qualità nonché di un evento dai risvolti sicuramente ricchi e interessanti.
Venerdì scorso, dunque, ero a Homi, puntuale, per ascoltare la professoressa Cappellieri che ha aperto ufficialmente la mostra. Leggi tutto
Mercoledì, mentre ero seduta nella sala conferenze di Palazzo Morando intenta ad ascoltare un uomo meraviglioso e un favoloso couturier, continuavo a pensare a Sex and the City.
Quando guardavo i telefilm in tv e i film al cinema, quando invidiavo Carrie Bradshaw, Miranda Hobbes, Charlotte York, Samantha Jones per le loro vite spumeggianti e per i loro favolosi guardaroba, chi mai avrebbe potuto dirmi che, un giorno, io, proprio io, avrei incontrato Manolo Blahník, ovvero l’uomo che crea (nella finzione ma soprattutto nella realtà) le calzature oggetto del desiderio delle quattro amiche newyorchesi nonché di tutte le donne (reali) del pianeta?
Se qualcuno me lo avesse detto, magari qualche mese fa, non ci avrei mai creduto e credo avrei riso; invece è proprio vero che, talvolta, la realtà supera la fantasia e la finzione e così ho potuto conoscere il favoloso couturier spagnolo, scambiandoci anche quattro chiacchiere e scoprendo che è un uomo meraviglioso.
Colui che ha affermato «Shoes help transform a woman» è infatti il protagonista di una splendida mostra (scusate l’abbondanza di aggettivi iperbolici ma l’occasione lo merita) che si svolge dal 26 gennaio fino al 9 aprile 2017 presso Palazzo Morando, Museo del Costume, della Moda e dell’Immagine: l’incontro è avvenuto in occasione della conferenza stampa al quale era presente lui, Manolo Blahník (e sia benedetto il mio lavoro di editor!).
La mostra si intitola Manolo Blahník – The Art of Shoes, è curata da Cristina Carrillo de Albornoz ed è ospitata, appunto, a Palazzo Morando che è la sede deputata alla conservazione e alla valorizzazione del ricchissimo patrimonio di abiti e accessori, antichi e moderni, del Comune di Milano. La raccolta di calzature attualmente comprende circa 300 esemplari databili tra il XVI e il XX secolo, dalle scarpe rinascimentali ritrovate durante gli scavi intorno all’area del Castello Sforzesco fino all’alta moda.
The Art of Shoes si configura come un’occasione di reciproca valorizzazione, tra l’oggetto antico musealizzato e le moderne creazioni di Blahník: si tratta della prima esposizione in Italia dedicata all’iconico couturier spagnolo e mette in mostra una nutrita selezione di scarpe (ben 212 modelli) e di disegni (80) che coprono 45 anni di attività (anzi 46, come ha specificato il designer in conferenza stampa), a partire dal 1971.Leggi tutto
Ogni volta in cui scrivo qualche riga per dare l’addio a qualcuno che ho amato e che per me è stato importante, prometto a me stessa che quella sarà l’ultima, l’ultima volta in cui scrivo di morte e di dolore.
Mi sembra che, a ogni dipartita, il cuore si affolli di croci e mi dico che basta, non c’è più spazio e che non potrei più tollerarne altre, né di morti né di croci. Ma non è così.
Non è così perché la vita e la morte se ne fregano di ciò che penso io. La vita continua e continua ad accompagnarsi alla morte; nascite e decessi continuano ad alternarsi, in una danza talvolta beffarda, senza sosta, senza soluzione di continuità, sempre senza permetterci di trovare senso o giustizia (come potrebbe essercene?), spesso senza consentirci di trovare pace.
Una gioia, un dolore, una gioia, un dolore.
Proseguendo fino all’infinito, proseguendo fin quando ci saranno esseri umani.
E il cuore continua a riempirsi di nomi, di gioie e poi di croci, continua a lacerarsi e a rammendarsi.
Nell’ultimo mese, ho vissuto molti dolori: sono morti i papà di due cari amici, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro; è morto un giovane uomo che era un amico e un collega; è morto un altro giovane uomo che conoscevo e che non vedevo da tanto, eppure stimavo; è morta una giovanissima ragazza che avevo sfiorato virtualmente, grazie al web.
In mezzo a tanto dolore, però, ecco la vita che si affaccia, prepotente: la nascita della figlia di un’amica carissima. Ed è gioia immensa per il mio cuore malconcio, ammaccato.
E così eccomi di nuovo a scrivere, di vita e di morte, perché – sapete – negli ultimi anni ho capito alcune cose. Leggi tutto
L’ho già ammesso: di politica non capisco granché.
Mi limito a scriverne, raramente e a modo mio, solo quando desidero trattare una delle numerosi interazioni che essa intrattiene con tutti gli aspetti della nostra vita e della nostra società.
Per esempio, ho parlato di pensieri e timori a proposito di Brexit; mi sono divertita a tracciare un piccolo excursus su come alcune donne di potere abbiano vissuto o vivano la moda; ho scritto di un certo tailleur viola indossato da Hillary Clinton. Interazioni: ho scelto questo vocabolo appositamente e con cura, perché – che ci piaccia o no – la verità è che la politica riguarda tutti noi e che nessuno può (o dovrebbe) disinteressarsene, soprattutto nella sua forma più pura, ovvero come arte o tecnica di governare, far funzionare e far progredire la nostra società.
Dunque, nonostante io non sia un’esperta di tale (spinosa) materia, ho deciso di scrivere il presente post e di condividere la mia opinione semplicemente in veste di cittadina del mondo e in qualità di membro dell’umana comunità.
Opinione su che cosa?
Oggi, 20 gennaio 2017, Donald Trump presta giuramento diventando il 45° Presidente degli Stati Uniti nonché l’uomo più potente del mondo.
Credo di non aver nascosto né la mia poca simpatia verso Trump né le mie perplessità per quanto riguarda la scelta dei cittadini americani di eleggerlo, ma nutro un profondo rispetto della democrazia, dunque accetto la sua elezione – e invito tutti a farlo come primo gesto di civiltà e come presupposto dal quale partire.
Non so come sarà Trump nei panni di Presidente, non so se si rivelerà ottimo o pessimo, così come nessuno può saperlo in quanto non possediamo la cosiddetta sfera di vetro.
Certo, tanti presupposti non mi fanno stare serena e sicuramente ho il (grande) timore che Trump dimostri che i suoi tanti detrattori abbiano ragione, ho il timore che possa mantenere tante delle minacce più o meno velate che ha fatto.
Vedete, in questa fase, arrivati al dunque e archiviata la presidenza Obama, non mi interessano nemmeno più certe polemiche che finora ho magari trovato pittoresche, definiamole così.
Per esempio, non mi interessano le polemiche su chi voglia o meno esibirsi per Trump oppure su chi voglia o non voglia vestire sua moglie Melania. In tal senso, penso solo che ognuno sia libero di fare le proprie scelte in base a coscienza ed etica, personale e professionale, e faccio notare con grande rispetto una piccola contraddizione che ho rilevato leggendo giornali e soprattutto social network: è sciocco affermare (come spesso quasi tutti facciamo) che le persone famose si fanno facilmente comprare dai soldi o dal desiderio di apparire se poi non rispettiamo un loro no quando sanno dirlo, nel bene e nel male, giusto o sbagliato.
Non mi interessa nemmeno giudicare l’operato di Trump come businessman in quanto, da oggi, mi interessa piuttosto il suo operato come uomo di stato – salvo affiorino reati del passato.
L’episodio che invece al momento attira la mia attenzione e che rinnova i miei timori riguarda ciò che potrebbe accadere da oggi in poi è piuttosto lo scontro con Meryl Streep. Leggi tutto
Era gennaio 2015, dunque esattamente due anni fa, quando ho conosciuto Francesca Paolin e ho ospitato il suo lavoro parlandone in un post per il blog.
Visto che amo continuare a seguire – e a sostenere – il percorso dei designer nei quali credo, oggi inizio questo nuovo post indossando e presentando un’altra delle sue leggiadre creazioni ottenute con la tecnica della stampa 3D. Scommetto che non è poi così difficile immaginare il nome dell’anello (… Butterfly!): direi che la forma è piuttosto suggestiva e intuitiva.
Mi fa piacere sottolineare un’altra cosa: la busta con le coloratissime sferette di polistirolo è il packaging dell’anello, a riprova del fatto che alcune persone sprizzano originalità e creatività da ogni poro, a 360 gradi e in tutto ciò che fanno.
Come ho già avuto modo di raccontare, Francesca è cresciuta tra la moda degli eccessi degli anni ’80 e il conseguente minimalismo di reazione degli anni ’90: ha coltivato la sua passione osservando la madre intenta a confezionare abiti, a lavorare a maglia, a realizzare a mano ricami raffinati così come aveva imparato dalle signore della nobiltà veneziana.
Allo stesso tempo, però, Francesca era affascinata dalla figura del padre e dai suoi abbinamenti di capi moderni e vecchi: senza dubbio, suo padre era un antesignano e aveva capito con un certo anticipo che il mix & match tra nostalgia e personalità sarebbe diventato un certo modo di essere, pensare e vivere. Oggi, quel certo modo si chiama vintage.
Grazie al suo talento, lo IED – Istituto Europeo di Design le ha offerto una borsa di studio per il diploma in Fashion and Textile Design: in seguito, ha ricevuto un’altra borsa di studio per il master in Fashion Design dalla Domus Academy.
Le sue esperienze professionali comprendono collaborazioni con designer e marchi di moda in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Ecuador: nel 2011, ha vinto il premio Levi’s Womenswear Award al Mittelmoda, uno dei più accreditati concorsi internazionali per stilisti emergenti e studenti in fashion design.
A seguito di questo intenso vissuto tra figure per lei importanti e percorsi di studio e lavoro, Francesca ha sentito che era giunto il momento di creare il suo marchio ed è nata l’etichetta Paolin che riflette i suoi viaggi, i suoi sogni e le gioiose reminiscenze di famiglia. Leggi tutto
Oggi è uno di quei giorni in cui ho particolarmente bisogno di credere nella bellezza e di credere che essa salverà il mondo; è uno di quei giorni in cui ho bisogno di rifugiarmi nella gioia rappresentata dalla presenza di un talento certo.
Non vi tedierò raccontando perché tali bisogni siano tanto impellenti, ma vi racconterò come e dove ho trovato il rifugio al quale anelavo: nella collezione Alberto Zambelli FW 16 – 17.
Quella di Alberto è una presenza costante qui in casa A glittering woman in quanto è una persona e un professionista che stimo molto e che dunque amo seguire, stagione dopo stagione: lo scorso febbraio, lo stilista ha catturato ancora una volta la mia attenzione presentando la collezione dedicata all’inverno attualmente in corso.
Oggi vi parlo proprio di ciò che ho visto partecipando alla sfilata del 28 febbraio 2016 con i capi che ho poi potuto toccare e osservare da vicino in occasione della presentazione fatta nei giorni seguenti al White, il salone milanese della moda contemporanea.
L’ispirazione di Alberto viene stavolta dalle figure di Maria Viktoria Altmann e di Lili Elbe (pseudonimo di Einar Mogens Andreas Wegener), due persone dalla vita assai avventurosa e particolare nonché protagoniste di due film, Woman in Gold e The Danish Girl.Leggi tutto
Che ci piaccia o no, sono due gli argomenti che vanno per la maggiore in questi giorni: il tempo e l’inizio dei saldi.
A me la cosa non meraviglia più di tanto: il meteo è sempre oggetto di animate discussioni (e in questi giorni fa proprio un gran freddo ovunque, ammettiamolo) e a tutti fa piacere fare acquisti a prezzi ridotti.
E così, ho pensato di mettere insieme le due cose e di parlarvi, oggi, di un marchio di outerwear che ha catturato la mia attenzione in occasione del press day dello scorso maggio: mi piace l’idea di poter mostrare un prodotto di qualità e penso che il periodo dei saldi dovrebbe essere dedicato ad acquistare qualcosa che sia un buon investimento. Per giunta, penso (o meglio temo) che, se andiamo avanti così, piumini e giubbotti serviranno ancora molto a lungo…
Il marchio in questione si chiama Freedomday e nasce dalla passione e dall’esperienza quarantennale dei fratelli Russo, fondatori di un’azienda che si chiama Max Moda: l’azienda è specializzata nella produzione e distribuzione di capispalla per alcuni dei marchi più noti del panorama italiano e internazionale. Può contare su uno staff altamente specializzato e che comprende l’ufficio stile e il controllo qualità.
Freedomday è nato nel 2014 proprio grazie a questa realtà consolidata: giubbotti e piumini – per donna, uomo e bambino – propongono modelli che hanno fatto la storia della moda e dello stile, resi però originali dalla cura dei dettagli e della vestibilità. Leggi tutto
Questo è il post che mai avrei voluto scrivere.
E credo che, mai come in questa occasione, sedermi davanti alla tastiera sia stato difficile, pesante, triste, doloroso: Angelo Marani, stilista e imprenditore spesso soprannominato artista oppure ingegnere della maglieria, è prematuramente scomparso alcuni giorni fa – il 4 gennaio – nella sua casa di Correggio.
La mia prima reazione è stata quella di incredulità accompagnata da un senso di smarrimento e di irrealtà: ma come, il signor Marani?
Ma no, non è possibile!
Lui, così pieno di vita e di umanità, estroverso, sempre entusiasta, simpatico, cordiale, affabile, curioso, divertito e divertente?
Lui, giovane anagraficamente e ancor di più di spirito?
Ma no, non è proprio possibile!
E invece sì, è scomparso proprio lui che, nonostante apparisse energico e vitale, combatteva in realtà da tempo con una malattia, con una brutta bestia che, ancora oggi, porta via troppe persone.
Lui che aveva scelto di non parlarne, così come ha fatto anche Franca Sozzani mancata solo pochi giorni fa.
Come scrivevo in principio, questa ennesima perdita mi lascia proprio l’amaro in bocca per tanti motivi.
Amaro perché avevo il piacere di conoscere personalmente il signor Marani e lo stimavo sinceramente, dal punto di vista professionale e anche umano. Non sto certo affermando di essere stata una sua amica, per carità, ma posso raccontare tanti episodi che lo riguardano e dei quali sono stata testimone in prima persona.
Amaro perché andare alle sue sfilate, entrare in backstage, andare ai press day nonché alle presentazioni di sua figlia Giulia alle quali lui era puntualmente e immancabilmente presente non era solo un’esperienza professionale ma anche umana.
Amaro perché Angelo Marani accoglieva e intratteneva tutti e per tutti aveva una parola e tempo per spiegare la collezione, sia che avesse davanti una giornalista famosa sia che fosse una umile blogger piena di passione – come la sottoscritta.
Amaro perché Angelo Marani era gentile, garbato, caloroso: una vera rarità, sì, e molti (nella moda e non) dovrebbero (o avrebbero dovuto) imparare da lui, uomo forse di un’altra leva. Umile e lavoratore, valori che ha trasmesso alle figlie insieme all’importanza della gavetta.
Amaro perché conosco tutta la famiglia, le figlie Giulia e Martina e la moglie Anita, perché la loro Marex è un’impresa familiare e dal volto umano, lo ripeto e lo sottolineo ancora una volta, così come succedeva una volta soprattutto qui da noi in Italia e come ora, purtroppo, non esiste invece quasi più.
Ho scritto che potrei raccontare tanti episodi che riguardano Angelo Marani.
Potrei raccontare, per esempio, di come si sincerasse che il bicchiere degli ospiti fosse pieno dell’ottimo vino che amava offrire o che avessimo provato lo squisito erbazzone, tutti prodotti che faceva arrivare orgogliosamente e appositamente dalla sua bella regione, secondo un innato e spontaneo senso dell’accoglienza e dell’ospitalità e perché a lui piaceva non solo la moda, ma anche la buona tavola, l’arte, il cinema, la musica, insomma tutto ciò che parla della bellezza della vita. E amava condividere tali passioni.
Potrei raccontare di quando si divertiva a intrattenere i presenti con aneddoti divertenti, quasi felliniani.
Potrei raccontare di quando, partendo dal turbante che indossavo, mi fece un interessante racconto della presenza di questo copricapo nella moda.
Potrei raccontare di quando mi parlò di una certa tasca in un costume, tasca che in tempi ormai lontani serviva per riporre la chiave della cabina indispensabile per accedere alla spiaggia.
Potrei raccontare di quando parlava dei vecchi e rarissimi macchinari da maglieria che salvava con passione ed entusiasmo, cercandoli in tutta Europa, e che rimetteva in funzione nonostante la difficoltà di trovare tecnici in grado di ristrutturarli. Da quelle macchine, Angelo Marani faceva uscire maglie che erano e sono – e spero saranno – miracoli di leggerezza.
Potrei raccontare di quella volta che strinse forte la figlia Giulia dichiarando tutto il suo orgoglio davanti a fotografi e giornalisti. Di come fosse deliziosamente imbarazzata lei, per quanto fosse felice e a sua volta orgogliosa, si vedeva.
Potrei raccontare degli incontri con Marta Marzotto, quando lei andava a salutarlo in backstage dopo le sfilate. Mi piacevano loro due insieme, mi sembravano animati dallo stesso gusto per la vita e dunque spesso li immortalavo, tant’è che per questo mio omaggio ho scelto una foto, quella che vedete qui sopra, da me realizzata nel backstage della sfilata del 28 settembre 2015: mi piace pensare che si ricongiungeranno, ora.
Bizzarro che siano scomparsi a pochi mesi l’uno dall’altra.
Concludo rivolgendomi a lei, signor Marani, per dirle grazie perché ogni volta in cui l’ho incontrata imparavo moltissimo, riempivo il cuore di bellezza e mi sentivo un essere umano considerato e rispettato.
Lei resterà per me un esempio di vera moda – quella che amo – e di rispetto per il lavoro: conserverò nel cuore i nostri incontri e la sua umanità.
Conserverò con cura l’esempio della sua conoscenza e preparazione mai esibite con indisponente o pedantesca ostentazione né con autocompiacimento.
Conserverò l’emozione e l’orgoglio provati quando, il 20 ottobre 2015, lei ha sfilato a Mosca, presso il Museo Storico di Stato, su invito di Marina Citstyakova, curatrice capo della prestigiosa location sulla Piazza Rossa, e quando, a coronare il tutto, è giunta la richiesta da parte dello stesso Museo di un capo da esporre nella collezione permanente. La scelta è caduta su un suo abito in cashmere color avorio con raffinate stampe della pittura impressionista en plein air impreziosite con ricami di micro-paillette, il tutto rigorosamente eseguito a Correggio, nella sua azienda. Visto che negli ultimi anni ho seguito fedelmente il suo lavoro, avevo riconosciuto con gioia il capo appartenente alla collezione autunno / inverno 2014 – 15, una di quelle che anch’io avevo più amato.
In quella occasione, ho provato tanto orgoglio proprio come se facessi parte della sua bella famiglia.
Sono felice e onorata di aver avuto l’opportunità di fare la sua conoscenza e di aver potuto godere di scampoli della sua cultura, vivacità intellettuale, piacevolezza, gioia di vivere, allegria.
Questo è il mio umile omaggio e sono vicina a Giulia, a Martina, alla signora Anita: immagino il vuoto che come padre e come marito ha lasciato nelle loro vite.
Posso solo sperare che la terra le sia davvero lieve, signor Marani.
Manu ♥
Chi era Angelo Marani
Angelo Marani, stilista e imprenditore, era nato, lavorava e creava a Correggio, nel cuore dell’Emilia, terra ricca di passione ed energia. Affascinato da sempre dalla moda in quanto vicina alla sua sensibilità artistica, ancora giovanissimo, aveva fondato la Marex, azienda che raggruppa tuttora il reparto di progettazione delle collezioni oltre alle diverse unità produttive quali stamperia e tessitura. Due idee innovative pensate dallo stesso Marani hanno trasformato la Marex in una delle realtà più importanti a livello mondiale nella produzioni di maglieria: la maglia stampata con la tecnica dei foulard di seta e la maglia ultraleggera ottenuta con i telai Bentley per calze da donna. Altra intuizione sono stati i jeans elasticizzati e stampati. Le sue collezioni erano una presenza e una realtà ornai consolidata alla Milano Fashion Week; inoltre, come imprenditore, ha sempre tenuto alla tutela della sua impresa e alla difesa del lavoro dei suoi operai.
Se volete approfondire
Qui trovate il sito di Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram, qui il canale YouTube e qui quello Vimeo.
I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del lavoro di Angelo Marani: qui la collezione primavera / estate 2016, qui la collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui la collezione primavera /estate 2015, qui la collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui la collezione primavera / estate 2014.
Gli omaggi e i ritratti più belli che ho letto: qui quello di Quotidiano.Net,qui quello del Corriere della Sera,qui quello de Il Giornale,qui quello della Gazzetta di Parma e qui, infine, quello del mio amico e collega Alessandro Masetti (con una nota iniziale un po’ amara a proposito del cosiddetto sistema moda, nota che purtroppo condivido).
«Io ho un’idea della moda abbastanza semplice ed elementare: per me, la moda è il senso del bello.»
Angelo Marani
Dalla pagina Facebook di Outings Project – un recentissimo lavoro a Goa, in India
Rieccomi: torno dopo una piccola pausa (serve, ogni tanto) e inizio facendovi prima di tutto gli auguri per un 2017 scintillante, in pieno stile glittering woman.
Visto che siamo ancora in clima di festa e considerato che stiamo godendo di qualche ultimo scampolo di libertà prima di tornare agli impegni abituali, ho scelto di ripartire parlando di arte, uno dei miei argomenti preferiti.
Credo che chi legge il blog, anche solo saltuariamente, abbia intuito che amo l’arte che non resta chiusa in sé stessa: sono convinta che essa sia un’espressione che deve appartenere a tutti in un dialogo ininterrotto, in una relazione reciproca tra chi crea e chi osserva, possibilmente fino a fondersi.
In più occasioni, ho dato spazio a questo tipo di visione, parlando, per esempio, di due iniziative delle quali sono stata testimone qui a Milano, ovvero Sopra il Sotto – Tombini Art ed Esco a Isola: stavolta, il mio sguardo si allarga per raccontare un progetto che abbraccia tutto il mondo e che – così come piace a me – lega artisti e spettatori.
Mi riferisco a Outings Project, nato nel 2014 su iniziativa dell’artista francese Julien de Casabianca: non riguarda la street art (non in senso stretto) né i graffiti, ma quadri classici condivisi in giro per le città.
Julien è avvezzo a esplorare l’arte in modi che comprendono installazioni, video, fotografia, tutti legati in qualche modo alla strada: in passato, è stato anche giornalista e scrittore e oggi è invitato da moltissimi musei a fare un vero e proprio copy and paste delle loro opere, in particolare di ritratti. E talvolta si tratta di lavori di proporzioni monumentali.
Julien dona nuova vita e nuova visibilità a tali ritratti, rendendo fruibile a chiunque la loro visione: in altre parole, fa delle copie e le trasporta dalle sale silenziose dei musei alle strade, portando l’arte fuori dai luoghi istituzionali e realizzando spesso anche una rivalorizzazione di spazi urbani pressoché abbandonati.
Volti noti e meno noti, tratti da dipinti di differenti secoli e stili, vanno così a decorare le città incrociando lo sguardo dei passanti.
Questo è il primo motivo per il quale ho scelto il suo progetto, perché è esattamente ciò che mi aspetto dall’arte: il secondo motivo, però, non è meno importante in quanto, dopo essersi cimentato in prima persona, Julien ha deciso di dare vita a un progetto partecipativo.
Come funziona Outings Project?
Basta andare in un museo, scegliere il ritratto che più ci colpisce (possibilmente non troppo famoso) e fotografarlo con il nostro smartphone (rispettando le istruzioni dei custodi): bisogna poi usare una stampante per rendere tangibile l’immagine, scegliere l’angolo della città che più ci piace e attaccare l’immagine ottenuta. Avremo così portato la nostra opera preferita fuori dal museo in cui era chiusa, liberandola e rendendola visibile a un pubblico più ampio: ecco perché outings, ovvero rivelazione ma anche gita, escursione (ah, quanto amo l’efficacia, la poliedricità e le sfaccettature dell’inglese!).
Come dicevo, il progetto è partecipativo e questo significa che tutti possono aderire, in anonimato, e oggi sono spesso proprio musei e scuole a incoraggiare cittadini e turisti ad aderire all’iniziativa globale. Il progetto ha così pacificamente invaso decine di città in tutto il mondo, dalla Francia all’India, dal Giappone al Vietnam, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Colombia al Messico. Si è inoltre guadagnato uno spazio tra le pagine di moltissimi magazine (guardate qui, c’è anche il New York Times) nonché di guide prestigiose (per esempio la Lonely Planet).
Se volete seguire anche voi Outings Project guardando le gallery delle opere liberate o aderendo a vostra volta, qui trovate il sito (e qui ci sono le istruzioni su come realizzare foto, stampa e affissione in modo legale), qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram e qui Twitter. Qui, infine, trovate il sito dell’ideatore Julien de Casabianca.
Condivisione e partecipazione applicate all’arte: amo tutto ciò e vi saluto con lo stesso invito espresso attraverso i canali social del progetto, ovvero be the next!