SvegliatItalia poiché è giunta l’ora di essere civili

A volte sono ingenua esattamente come e quanto potrebbe esserlo una bambina.
Lo sono quando penso che non dovrebbe esistere il bisogno di parlare di cose che io vedo naturali come il sole che ci scalda e come l’aria che respiriamo.
Che bisogno dovrebbe mai esserci, per esempio, di spiegare che non esistono graduatorie quando si parla di amore?
Che bisogno dovrebbe mai esserci di specificare che l’amore non conosce razza, classe sociale, provenienza geografica e che non è eterosessuale né omosessuale? E che nessuna di queste può essere una discriminante tale da rendere un amore inferiore, di serie B, illegittimo oppure meno puro o meno giusto?
Eppure, ce n’è bisogno, eccome, anche se mi sembra così assurdo, mi sembra assurdo che esista la necessità di discuterne in un Paese che crede di essere civile, che crede di essere libero. Mi sembra assurdo che questo accada nell’anno 2016.
È così, purtroppo: il mondo ideale disegnato dai miei pensieri di bambina (o di idealista) non esiste, non oggi, non qui. E quindi, mi ritrovo a scrivere questo post.
Che pizza – penserà qualcuno – ora attacca una delle sue filippiche.
Vedete, in realtà sono stata indecisa se scrivere o no queste righe, ma poi è successo che un allenatore di calcio (Maurizio Sarri) ne abbia offeso un altro (Roberto Mancini) usando parole che mai avrebbe dovuto usare: “frocio” e “finocchio”.
Ancora una volta, una scelta d’amore è stata oggetto di scherno; ancora una volta, un modo di vivere la propria vita e la propria sessualità è stato usato a mo’ di insulto come se un uomo che ama un altro uomo – o una donna che ama un’altra donna – sia da discriminare, sia un’infamia. Nel 2016 – lo ripeto per l’ennesima volta.
E il tutto è partito non da un ragazzetto, ma da un uomo adulto.
E allora ho sospirato e ho detto a me stessa “povera illusa creatura, scrivi un post e fai la tua parte, prova a dare un contributo concreto a ciò in cui credi”. Leggi tutto

Se qualcuno augura la morte alle fashion blogger

Questo è un post di solidarietà e di orgoglio: sono una fashion blogger e ne sono orgogliosa.
Vi chiederete: perché questa dichiarazione? Ora ve lo racconto.

Lunedì 21 dicembre, il magazine online pizzadigitale.it ha pubblicato un articolo firmato da Andrea Batilla, un articolo dal titolo illuminato e illuminante: “A morte le fashion blogger”.
Tale titolo è tanto esaustivo da far passare in secondo piano l’articolo stesso se non per una frase altrettanto illuminata e illuminante: “Sappiamo bene che quelle ragazzine idiote si meritano tutte di tornare a passeggiare il sabato pomeriggio in qualche centro commerciale della provincia”.
Le “ragazzine idiote” sono le fashion blogger e sottolineo l’uso del “tutte”.
A questo punto, si è scatenato il caos, anche perché l’articolo era completo di foto di persone che non erano state interpellate.
Scrivo era perché tale articolo è stato poi cancellato: resta quello che ho copiato qui sopra.

Questo mio post è dunque di solidarietà verso la categoria fashion blogger della quale sento di fare parte ed è di orgoglio perché non mi vergogno affatto se e quando mi definiscono tale.

Mi risulta che una delle persone la cui foto è finita nell’articolo abbia sporto denuncia all’Ordine dei Giornalisti: pizzadigitale.it è una testata registrata presso il Tribunale di Milano con un direttore responsabile che dunque risponde in sede civile e penale di quanto pubblicato.
Lo stesso Andrea Batilla, tra l’altro, figura come co-direttore ed è menzionato con tale ruolo nella pagina dedicata alla redazione. Leggi tutto

Occorre fare attenzione a ciò che desideriamo – e non solo a Natale

Anche quest’anno, i regali più importanti che metto sotto l’albero di Natale (che, per inciso, non ho nemmeno fatto) non sono cose tangibili. Non sono oggetti da impacchettare.
Questi doni – dei quali sono estremamente grata – sono le dimostrazioni di stima nonché le parole di ringraziamento per ciò che provo a fare ogni giorno attraverso A glittering woman e attraverso tutti gli altri progetti ai quali lavoro.
Mi emoziono particolarmente quando sono i designer, gli stilisti e gli artisti che incontro ogni giorno a esprimermi ringraziamento e gratitudine. Sapete, io non so creare nulla, purtroppo, nulla di concreto, ma quando qualcuno di questi meravigliosi creativi si ritrova nelle mie parole e ne è felice, allora sento di aver fatto qualcosa di buono anch’io.
L’ho già detto: tutto ciò non si incarta. Niente nastri né fiocchi né coccarde.
Eppure, non potrebbe esserci nulla che incarni meglio il mio modo di vedere, i miei valori, le cose che per me contano davvero, quelle per le quali ho lottato e che sono riuscita a realizzare anche se c’è ancora molta, moltissima strada da fare. E la scelta della foto che accompagna questo post rappresenta molto bene tutto ciò perché spesso mi sento come una formica alle prese con cose belle ma anche (troppo) grandi. Leggi tutto

Non si dice né “sei cessa” né “fai schifo”

Sottotitolo: Siamo tutti cyberbulli (?)

Lo so, titolo e sottotitolo di questo post sembrano bell’e pronti per una trasmissione televisiva o un libro, ma non è così.

Vi avviso, sto per dire la mia opinione sull’ultima polemica fashion, quella sorta attorno all’outfit indossato da Daniela Santanchè in occasione della prima alla Scala dello scorso 7 dicembre: finora me ne sono stata buona e in silenzio a leggere e ad ascoltare tantissimi commenti e ho avuto solo una piccola défaillance in un forum del quale faccio parte, non ho resistito e sono intervenuta.

Ora, però, ho voglia di dire anch’io alcune cose e lo faccio per un semplice motivo: ho capito ciò che mi infastidiva in tutta la querelle e l’ho capito facendo il collegamento a un altro episodio, anche perché è qualcosa su cui, in realtà, riflettevo da molto tempo.

Cosa sia successo a Milano lo sanno anche i bambini delle elementari: la Santanchè si è presentata all’inaugurazione della stagione dell’opera in gonna verde smeraldo firmata Ultràchic, camicia bianca, papillon in tinta con la gonna e gilet in pelliccia (vera o ecologica non lo so).
Apriti cielo: la cosa più divertente che le hanno detto è stata “sembri un Arbre Magique”, la più inquietante “fai schifo”.
Qualcuno ha affermato con gran convinzione che “far parlare di sé era quello che voleva”.

Secondo episodio: sulla pagina Facebook di Sodini, azienda con la quale collaboro (scrivo per il loro SoMagazine), ho trovato una foto della cantante Laura Pausini con un paio di orecchini del marchio e una gonna di un brand che si chiama Maison About (nome che avete già trovato qui sul blog).
Sotto un commento: “gioielli stupendi, lei cessa”. Leggi tutto

Non avrete il mio odio, parola di Antoine Leiris

“Non avrete il mio odio.

Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo, siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore.

Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. L’avete accuratamente cercato ma rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Avete perso. Lo stesso giocatore gioca ancora.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Naturalmente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.

Siamo in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere felice e libero. Perché no, voi non avrete nemmeno il suo odio.”

Ho letto tante parole sui fatti di Parigi di venerdì 13 novembre e ne ho scritte a mia volta.
Antoine Leiris scrive ai terroristi che hanno ucciso sua moglie e decine di persone al teatro Bataclan: dai commenti presenti sotto lo scritto pubblicato su Facebook, apprendo che la moglie si chiamava Hélène.
Ho voluto condividere queste parole e perdonatemi se da qui in poi scelgo il silenzio: qualsiasi mia ulteriore aggiunta sarebbe del tutto inutile e fuori luogo.
Quest’uomo ha dato voce agli unici pensieri che davvero meritassero di essere espressi.

Manu

Compleanno, stavolta non ti temo perché penso al kintsugi

Questo è il terzo compleanno che festeggio qui sul blog.
Festeggio si fa per dire: in realtà, in occasione del mio compleanno, avete sempre letto riflessioni un po’ malinconiche.
Quest’anno, però, si cambia regime: desidero tornare a festeggiare davvero il mio compleanno e non perché la mia vita sia diventata perfetta tutto d’un tratto.

Ho iniziato a pensarci una sera, seguendo un dibattito in televisione: una giovane donna affermava che se c’è una cosa che non ha mai aiutato nessuno a ottenere qualcosa è il fatto di piangersi addosso.
Non importa di cosa si dibattesse nello specifico e non importa nemmeno che, a parte questa (inconfutabile) affermazione, la giovane non avesse in verità particolarmente ragione e che fosse anche un po’ supponente e antipatica: importa che quelle parole mi hanno colpita con forza, come se fossero rivolte proprio a me.
Non sono abituata a piangermi addosso, questo no, ma mi capita di sfogarmi su Facebook e in alcuni post qui sul blog, come quelli del compleanno, appunto.
Ecco, ascoltando quelle parole, ho ammesso che in effetti lamentarmi non mi aveva aiutata e non mi aiuta né a ottenere ciò che voglio né a rendermi più simpatica sebbene vi prego di credermi, non è la simpatia ciò che volevo ottenere: non ho mai pensato che piagnucolare sia un modo per ottenere pacche sulle spalle tanto quanto non serve a cambiare le cose.

Ho poi riflettuto anche su altre questioni.
Il 2015 è stato un anno durissimo per tutti quanti e mi riferisco ai fatti che stanno insanguinando il mondo, non ultimi quelli di Parigi.
Non solo, la morte mi è passata accanto colpendomi molto da vicino e portandosi via Emanuele, una persona (giovanissima) alla quale ero affezionata e che desidero ricordare nuovamente proprio oggi, nel giorno del mio compleanno. Leggi tutto

#PrayForParis, #PrayForWorld

Sono colma di pensieri in ordine sparso. Spettinati, direbbe una mia cara amica.
Provo paura, orrore, sconforto, angoscia, confusione, smarrimento, dolore, preoccupazione, inquietudine.
Provo altri sentimenti densi e vischiosi ai quali non riesco nemmeno a dare un nome.
Da venerdì sera ascolto le notizie in TV, leggo quelle sul web.
“Non capisco ma queste cose sono difficili da capire, fatte da esseri umani”, dice Papa Francesco in una telefonata con Tv2000: le sue parole e la sua sofferenza che si può quasi toccare mi impressionano profondamente.
“Invito tutti a superare la paura”, dice il presidente francese, François Hollande.
Leggo ovunque frasi tipo “Vedo umani ma non vedo umanità”.
Qualcuno parla di Terza Guerra Mondiale e a me torna in mente una frase di Albert Einstein: “Non so con quali armi verrà combattuta la Terza Guerra Mondiale ma la Quarta verrà combattuta con clave e pietre”. Quand’ero ragazzina, queste parole mi terrorizzavano e oggi mi fanno un effetto del tutto simile.
Credo, però, che nemmeno il grande scienziato avrebbe potuto immaginare lo scenario odierno: la guerra che in effetti sembra essere in atto non conosce un fronte. È ovunque e mina ogni nostra certezza: non esiste rifugio, non esiste luogo che possa dirsi assolutamente sicuro. Le strade sono come trincee, luoghi insospettabili come uno stadio o una sala da concerti possono diventare campi di battaglia.
Penso ai parigini che venerdì notte hanno aperto le loro case a chi non aveva modo di rientrare nella sua. Penso che, ancora una volta, hanno dimostrato di credere veramente in quel Liberté, Égalité, Fraternité nato con la Rivoluzione Francese e in seguito diventato motto della loro patria.
Su Facebook, ieri mattina, ho scritto “Svegliarsi con un unico pensiero: verificare che tutti coloro che conosco e che sono a Parigi stiano bene… Il cuore deve trovare modi per sopravvivere all’orrore…”
E anche “La bellezza salverà il mondo. Cerco di crederci anche in questo sabato di angoscia e orrore per la nuova strage di Parigi.”
Stamattina, invece, mi sono alzata avendo in testa un’immagine ben precisa della capitale francese. È la foto che vedete qui sopra, un mio scatto datato agosto 2014 e realizzato affacciandomi dalle finestre del Musée des Arts Décoratifs.
Chissà perché, tra centinaia di scatti dei miei tanti soggiorni a Parigi, ho pensato proprio a questa foto. Non so di preciso perché, ma ho voluto dare ascolto al mio subconscio scegliendo l’immagine emersa dalle nebbie dei sogni agitati di stanotte.
Sapete, quando il mondo mi fa paura, cerco rifugio nella bellezza. A qualcuno potrà sembrare stupido, ma è il mio lavoro e soprattutto è l’unico modo che conosco per portare avanti i valori di cultura, civiltà, umanità, tolleranza e libertà nei quali credo da sempre.
E forse – ripensandoci meglio – capisco perché il mio subconscio mi abbia suggerito proprio la foto qui sopra: la Tour Eiffel vista dal Musée des Arts Décoratifs diventa un simbolo, quello della bellezza e del progresso visti attraverso la prospettiva offerta dalla cultura. E la bellezza, il progresso, la cultura, la civiltà e la libertà sono le luci che ancora spero possano illuminare il buio dell’ignoranza, dell’odio, dell’oscurantismo, del sonno della ragione, della bieca disumanità.
L’odio, il sangue, la paura non devono e non possono vincere. Certo, dolore e paura sono assolutamente legittimi, oggi, e ammetto che resistere alla tentazione dell’odio non è facile, eppure credo che dovremmo farlo, dovremmo resistere.
Credo che non dovremmo abbandonarci all’odio perché sono d’accordo con una frase che ho letto: “Chi odia è già morto”.
Non ho mai preteso di possedere né di dispensare la verità anche perché credo che nessuno possegga o detenga la verità assoluta: vi sto raccontando il mio punto di vista. Questo è il mio modo di reagire. È la mia risposta. Sono i miei pensieri spettinati che ho voluto condividere con voi come se ragionassi a voce alta.
E vi dirò di più: oggi mi sento un po’ illusa se ripenso alle mie parole di speranza dello scorso gennaio dopo l’attacco a Charlie Hebdo. Ripeto di sentirmi paralizzata, piena di dubbi e di interrogativi.
Eppure, da domani, così come chiede Hollande, cercherò di superare la paura.
Raccatterò le mie poche certezze, i miei tantissimi dubbi e la mia infinita voglia di andare avanti e tornerò a sperare. A lavorare e a vivere nel modo in cui so farlo. A onorare i valori nei quali credo. Senza odio.
Credo che questa sia la risposta migliore da dare a chi vuole portare avanti e diffondere una guerra maledetta che rischia davvero di riportarci a clave e pietre.
Manu

#PrayForParis
#PrayForWorld

C’era una volta… ovvero favole da Fashion Week

C’era una volta una giovane donna molto promettente, una stilista bravissima e di grande talento: le sue creazioni erano raffinate ed eleganti e sapevano parlare un linguaggio senza tempo.
C’era una volta un ufficio stampa, esterno, che la seguiva: le persone che ci lavoravano erano precise, efficienti e rispondevano puntualmente alle richieste di accredito agli eventi, sia che la risposta fosse un sia che la risposta fosse un no.
Poi, un giorno, le strade dell’ufficio stampa e della stilista si separarono.
Lei scelse un nuovo ufficio stampa, anch’esso esterno: peccato, però, che quei signori non avessero affatto la stessa politica dei primi, ovvero non era per loro abituale e normale rispondere.
La favola finisce qui e si rientra nella realtà, la stilista c’era e c’è ancora (per fortuna!) e c’è ancora il secondo ufficio stampa (no comment). A proposito di questi ultimi, mi tocca dire che, nonostante la mia richiesta di accredito per la Fashion Week appena terminata e nonostante l’intervento diretto da parte dello staff della stilista, sto ancora aspettando la loro risposta per una sfilata che è stata mercoledì scorso.
Bizzarro, vero? È bizzarro che l’opinione del cliente rappresentato – che, ripeto, è intervenuto direttamente – conti zero.
Ovviamente, il fatto grave non è che non mi abbiano accreditata, ci mancherebbe, liberissimi di farlo; sottolineo che ciò che è grave è che non abbiano risposto.
E c’è di più: è lo stesso ufficio che la scorsa stagione mi invitò ad un’altra sfilata per poi lasciarmi fuori.
Dunque, non è un caso né si tratta di un singolo episodio sfortunato: è un comportamento reiterato.
E per fortuna, queste persone si occupano di PR, acronimo di pubbliche relazioni.
Bel modo di relazionarsi. Ho ricevuto tanti no, in varie occasioni, più o meno gentili, più o meno eleganti, più o meno motivati: il non rispondere, però, non è fare pubbliche relazioni.
Ah, quasi dimenticavo un altro dettaglio, la ciliegina sulla torta: il giorno successivo alla sfilata, l’ufficio stampa in questione mi ha mandato un promemoria delle presentazioni di altri clienti. Forse hanno improvvisamente ritrovato il mio indirizzo?
Ma guarda un po’ che miracoli accadono talvolta, altro che favole…
Le solite storie, insomma.
Che peccato: per la prima volta, dopo tante stagioni in cui ho seguito con entusiasmo la mia amata e talentuosa stilista, mi viene negata la possibilità di farlo. Negata si fa per dire: ignorata.
Forse sto antipatica all’ufficio stampa: non se la saranno presa per il post di marzo, quando mi sono sfogata per essere stata lasciata fuori dall’altra sfilata?
No, dai, ho solo detto la verità e non ho neppure fatto il loro nome. E poi, se sono offesi, perché mi mandano alcuni inviti? Non sarebbe coerente, giusto?
Pensate che un ufficio del quale avevo invece fatto il nome (in precedenza e relativamente ad altri episodi), all’epoca di quella pubblicazione, mi aveva subito convocata chiedendomi un confronto diretto: certo, non erano contenti ma, anziché offendersi, avevano agito. E questo vuol dire avere coraggio.
Lavorando capita di sbagliare, ma se si sbaglia si chiede scusa. Si impara dai propri errori e le simpatie / antipatie si riservano alla vita privata, soprattutto se ci si occupa di PR. Troppo comodo ignorare, troppo stupido offendersi a cose fatte.
Perché ho scritto questo post e cosa spero di ottenere? Nulla di particolare: l’ho scritto perché, ogni volta in cui vivo qualcosa che non mi piace, anziché subire e macinare rabbia, provo a fare qualcosa di concreto.
Infatti, questo post è stato preceduto da una lettera di protesta indirizzata alla maison con lo scopo di renderli edotti della situazione che ho appena raccontato anche a voi nonché del comportamento del nuovo ufficio stampa scelto: non perdo mai la speranza che certe cose possano cambiare.
Comunque, mi viene in mente un detto delle nostre nonne: il lupo perde il pelo ma non il vizio. E certi lupi, lupi si fa per dire, più che altro non perdono le loro pessime abitudini.
Che noia tutto ciò. Anzi, che-barba-che-noia, come diceva la simpaticissima Sandra Mondaini.
Visto che il c’era una volta che ha fatto da incipit a questo post era preso in prestito dalle fiabe e visto che ho citato il lupo che mi fa pensare a Cappuccetto Rosso, chiudo usando la formula e vissero tutti felici e contenti.
Quasi tutti.

Manu

Cara Delevingne e i mocassini nei quali imparare a camminare

La modella Cara Delevingne ha deciso di dire addio a moda e passerelle: 23 anni appena compiuti, britannica, ha dichiarato di non riuscire più a sopportare lo stress del mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.
A me dispiace: ho da sempre un grande debole per lei.
Penso che Cara sia una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli anni ’80, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è ironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento un po’ da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente troppo spesso coi nervi a fior di pelle, ma alla fine la frenesia della moda l’ha stancata e allontanata. Leggi tutto

Confidenze tra zia e nipote tra amore, logica e moda

Scenario: lettone, coccole e conversazioni serali tra una zia (io) e una nipote (la mia, Alissa, 7 anni e classe prima elementare appena finita).
«Zia, tu vai alle sfilate?»
«Sì, amore mio.»
«Ma le organizzi anche?»
«No, mi limito ad andarci, le guardo e poi racconto come sono state.»
«Ah, ma allora fai il giudice?»
Rimango interdetta per un attimo: faccio il giudice? Non avevo mai visto la cosa da questo punto di vista…
In effetti, semplificando parecchio, un giudice decide ed emette giudizi sulla base di prove e leggi: non faccio forse qualcosa di simile valutando il lavoro di uno stilista?
Mi chiedo se devo svelare alla cucciola le mie teorie: non mi piace emettere giudizi bensì semplici opinioni, mi piace essere costruttiva, parlo solo di ciò che amo lasciando che altri si occupino di ciò che non piace a me. Non per mancanza di coraggio, ma perché credo che tutti abbiano diritto a una possibilità. E via discorrendo, bla bla bla…
Ma no, meglio tacere – per una volta. Leggi tutto

Ciao Emanuele ♥

Esiste un modo corretto di porsi davanti alla morte?
Esiste qualcosa di giusto da fare per affrontare la morte di qualcuno che ci è caro?
Se esiste un modo, uno giusto e univoco, buono e uguale per tutti, io non lo conosco.

Più volte ho espresso rammarico davanti alla dipartita di persone che consideravo modelli o icone; oggi, con immenso e inaspettato dolore, lo faccio per una persona che aveva un ruolo reale e concreto nella mia vita.
Un ragazzo, un amico e un collega che aveva solo 27 anni.

In questi giorni, davanti alla morte di Emanuele che era una persona molto conosciuta e molto apprezzata, ho visto reazioni di tutti i tipi: ognuno ha trovato la propria strada per esprimere dolore, rabbia, incredulità.
Non so se scrivere sia un modo giusto, ma so che è il mio modo e che è sincero.
Non potevo certo far andare via una persona per me importante nel silenzio: ecco, questo sì mi sarebbe sembrato proprio ingiusto perché le parole sono il mezzo attraverso il quale esprimo gioia, ma anche quello attraverso il quale cerco di gestire i sentimenti che mi soffocano. Leggi tutto

Coco Chanel e la lotta (continua) contro la volgarità

È un giorno qualunque di mezza estate.
Sono felice: faccio parte di una commissione d’esame e sto ascoltando ragazzi in gamba, pieni di talento e passione.
Sfoglio le loro tesi una dopo l’altra e trovo tanti spunti interessanti, nuove idee che si posano come semi nel terriccio fertile della mia testa.
Poi, d’un tratto, leggo una frase, quella della foto qui sopra: scatto velocemente col mio iPad, affascinata.
Abitualmente, non sono il tipo di persona che condivide su Instagram o su Facebook le frasi celebri, eppure questa mi colpisce con forza.
Tutto ciò è successo pochi giorni fa e oggi mi ritrovo a pensare ancora a quelle parole, alla loro forza e alla verità che per me rappresentano.
Penso da sempre che il lusso non risieda in ciò che è materiale; purtroppo, però, oggi si confondono molto spesso le cose e molti ricercano il lusso proprio nella sfacciata ostentazione di fasti e ricchezze.
Un errore grossolano: così si scivola nella volgarità, mentre – come affermava saggiamente Coco Chanel – il lusso esiste solo dove la volgarità è assente e solo dove c’è invece eleganza.
Usando il termine eleganza, mi riferisco al suo senso puro: non dimentichiamo che tale parola deriva dal latino eligere, cioè scegliere.
L’eleganza più autentica, dunque, sgorga da un’azione esatta: il sapere scegliere, l’eleggere. È un’arte di vivere e di pensare che va ben oltre ciò che indossiamo.
Diana Vreeland, altra importantissima icona della moda e figura autorevole che aveva dimestichezza col concetto di eleganza, non credeva, per esempio, necessariamente nel cosiddetto buon gusto. “Abbiamo tutti bisogno di un po’ di cattivo gusto. È la mancanza totale di gusto che non condivido”, era solita ripetere.
La volgarità non è (o non è solo) un vestito di poco gusto, qualche parolaccia, un’esternazione o una battuta poco felice: è un concetto molto più sottile, strisciante, subdolo, insinuante. Per questo spesso ci imbroglia e ci distrae.
La volgarità peggiore è quella d’animo, dei cattivi pensieri, dei cattivi sentimenti e tale volgarità – ahimè – ha un’ampia gamma di sfumature.
Si nasconde nell’esibizionismo, nell’ostentazione, nell’eccesso.
Nell’arroganza, nella prepotenza, nella tracotanza, nella superbia, nella presunzione.
Nella disonestà, nella scorrettezza, nella mediocrità, nella maldicenza, nella meschinità, nell’invidia.
Quanto aveva (e ha) ragione Mademoiselle Coco, la volgarità è una gran brutta cosa e va combattuta, senza sosta, senza arrendersi.
Nel mio piccolo, ci provo: come dice lei, rimango in gioco per combatterla e provo a tenere lontani dal mio animo quei sentimenti, provo a tenere lontane le persone che ne sono portatrici.
Non è facile, ma almeno ci provo. Con tutta me stessa.

Manu

Saint Laurent e quel confine (sottile) tra magrezza e malattia

Giorni fa, ho letto una notizia che ha catturato la mia attenzione: in Inghilterra, una pubblicità della maison Saint Laurent è stata proibita in quanto la protagonista della foto è una modella troppo magra.
La Advertising Standards Authority (in acronimo ASA), l’agenzia indipendente che regola il mercato pubblicitario inglese, ha giudicato che la protagonista apparisse decisamente sottopeso, precisamente «the model appeared unhealthily underweight in the image».
L’immagine in bianco e nero era apparsa sull’edizione britannica della rivista Elle appartenente al gruppo editoriale Hearst: la modella, sdraiata per terra, indossa un abito corto che lascia vedere gambe lunghissime e magrissime.
Non so che impressione faccia a voi, ma vi dirò la mia opinione: più che uno scatto glamour, mi sembra che la ragazza sia a terra, in quella posizione, con gli occhi chiusi e le braccia sulla testa, perché ha perso i sensi.
La maison francese ha contestato le accuse, naturalmente, ma sembrerebbe non abbia dato una risposta ufficiale all’ASA la quale, nelle motivazioni a fronte della censura, scrive «the ad was irresponsible», ovvero «la pubblicità era irresponsabile».
Da tempo sostengo che nella moda regni una certa ipocrisia: tutti si schierano contro anoressia e disordini alimentari eppure molti stilisti, brand e maison continuano a scegliere ragazze magrissime, a volte scheletriche. Anzi, più che sceglierle creano proprio la richiesta.
Sono felice che l’ASA abbia preso questa posizione, facendo una scelta coraggiosa e dicendo a voce alta ciò che molti, guardando la foto, avrebbero pensato: quell’immagine è irresponsabile.
E mi auguro di non vederla mai su nessuna rivista italiana con lo scopo di pubblicizzare degli abiti (assurdo!): il fatto di averla pubblicata, nonostante la cosa mi ripugni, è una scelta precisa.
Ho voluto infatti dare spazio alla notizia per sottolineare che è sempre possibile fare scelte indipendenti e di rottura.
Business is business, si dice, ma ogni tanto – per fortuna – qualcuno ci mette anche un po’ di coscienza.

Emanuela Pirré

 

 

Irene Navarra e i due anni di A glittering woman

Venerdì 1° maggio, A glittering woman ha compiuto due anni.
Sono tanti o pochi? Sinceramente non so dirlo.
So che, in realtà, il progetto esisteva da parecchio tempo ma che solo due anni fa ho trovato l’ardire e lo slancio per concretizzarlo.
So che, recentemente, ho letto una statistica: ogni giorno vengono creati tantissimi nuovi blog, eppure la loro vita spesso non va oltre i 6 mesi, quindi Agw è quasi un veterano (scherzo).
So che, in questi due anni, sono successe molte cose, alcune belle e altre meno, diverse agevolate – nell’uno e nell’altro verso – dall’esistenza di tale spazio.
So, infine, che tenerlo vivo mi dà gioia, entusiasmo, energia.
Non ho intenzione di parlare né di abiti né di accessori né di mostre, oggi, né ho intenzione di auto-celebrarmi: sento che i pensieri vanno un po’ a briglie sciolte (sono spettinati, come direbbe Florisa, una mia cara amica) e così desidero raccontarvi di un incontro. I protagonisti sono Irene Navarra, poetessa; Emma, cane golden retriever; Akira, gattina persiana.
Come si collegano tra loro?
Diciamo che ci sono cose che mi toccano nel profondo e che una di queste è la gentilezza: la gentilezza fa da collegamento, parte dal blog e da Irene, passa per Emma e arriva fino ad Akira.
Ora vi spiego come. Leggi tutto

Perché io non sto né con Dolce & Gabbana né con Elton John

Credo che molti, leggendo il titolo, abbiano già capito di cosa io desideri parlare oggi, tuttavia riassumo i fatti a beneficio di chi – magari – era in vacanza e si è perso la polemica planetaria.
Planetaria, sì, quindi credo si sia salvata solo la nostra astronauta Samantha Cristoforetti che attualmente si trova nella Stazione Spaziale Internazionale: forse, standosene lassù, si è risparmiata il tutto (a proposito, avete visto le sue foto pazzesche dell’eclissi solare di venerdì?).

Venendo a noi: Domenico Dolce e Stefano Gabbana, anime dell’omonima maison Dolce & Gabbana, hanno rilasciato un’intervista al settimanale Panorama.

Nell’intervista, i due stilisti hanno parlato della loro infanzia, del rapporto coi genitori, del legame affettivo tra di loro, dell’amore, della famiglia e dei figli, inclusa la seguente dichiarazione di Domenico.
“Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra Famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni.”

In effetti, la posizione (quella di Dolce, Gabbana ha rilasciato in realtà dichiarazioni un po’ diverse) era chiara fin dal titolo in copertina: “Viva la famiglia (tradizionale)”. Leggi tutto

Il meglio (e il peggio) della mia Settimana della Moda

Viene preparata a lungo da tutti gli addetti al settore, poi arriva e passa in un attimo: mi riferisco alla Settimana della Moda.

Quella appena terminata ha visto andare in scena (anzi, in passerella) le collezioni relative al prossimo autunno / inverno 2015 – 2016 e così ora sappiamo come ci vestiremo o almeno come gli stilisti ci vestirebbero: non solo, come ormai puntualmente accade a ogni stagione, la settimana è stata accompagnata da un carico di polemiche e discussioni di ogni genere e grado.

Quanto a questo clima di critica, prendo la mia parte di colpa: abitualmente preferisco essere costruttiva e dare spazio a ciò che mi piace, ma oggi desidero spendere anch’io qualche parola su alcuni comportamenti e atteggiamenti che mi hanno lasciato un’impressione molto negativa, purtroppo.

Già, confesso che è stata una settimana dolce e amara allo stesso tempo, ricca di luci ma anche di ombre: nonostante lo scorso ottobre abbia già scritto un altro articolo piuttosto dettagliato sulla questione accrediti, non riesco a stare zitta e desidero tornare a evidenziare un paio di concetti che esulano da qualsiasi distinzione di settore e che dovrebbero appartenere a tutti, qualsiasi mestiere si faccia.

Partiamo dalle ombre, perché preferisco occuparmi subito della parte brutta e riservarmi quella bella alla fine: spero che, mandato giù il boccone amaro, mi rimanga in bocca soltanto il dolce. Leggi tutto

Dalla lite Veronesi-Clio a Winnie Harlow e Jamie Brewer

Mi sorprendo ogni volta in cui mi capita di avere la testimonianza evidente di quanto ancora oggi siamo assurdamente schiavi di certi luoghi comuni.

Noi esseri umani siamo riusciti a compiere imprese grandiose, siamo andati sulla Luna e abbiamo combattuto malattie che erano autentici flagelli, eppure ciò che ci riesce tuttora difficile è abbattere quei limiti e quelle barriere che costruiamo dentro le nostre teste.

Vi chiederete il perché di un esordio tanto diretto: forse avete sentito parlare della polemica nata da un’infelice esternazione di Giovanni Veronesi, sceneggiatore, regista e attore, ai danni di Clio Zammatteo, truccatrice famosa con lo pseudonimo di Clio Make Up, titolo della trasmissione televisiva che conduce con successo e nome di un seguitissimo blog.

Veronesi conduce invece insieme a Massimo Cervelli Non è un paese per giovani, noto programma radiofonico della Rai, precisamente di Radio 2.

Erano i giorni dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e i due conduttori avevano lanciato il quesito “Quale donna vorresti in quel ruolo?”: sentendo nominare proprio Clio, Veronesi ha risposto: “Non sapevo neanche chi era se non me lo spiegavano adesso. È una cicciona.”

Naturalmente, dopo questa affermazione, sono stati versati fiumi di inchiostro e oggi mi aggiungo anch’io: il fatto si commenta da solo talmente è – a mio avviso – tristemente evidente, una figuraccia epica, tuttavia desidero esprimere un quesito e un rammarico. Leggi tutto

#BreakUpandMove, riflessioni su reciprocità e cattive abitudini

Non sono una da lista dei buoni propositi.
Conosco molte persone che, a settembre o a gennaio, i due momenti che consideriamo come nuovi punti di partenza, redigono tali liste.
Io non l’ho mai fatto: servirebbe solo a mettermi davanti alle mie inadeguatezze una volta di più, perché, si sa, i buoni propositi sono fatti per essere disattesi. O almeno questo è ciò che capita a me.

Volete qualche esempio pratico? Quante volte ho detto “Da domani mi metto a dieta”? “Da domani torno in palestra”? “Da domani mi metto la crema sul viso tutte le sere prima di andare a letto”?
E ancora: “Voglio avere più tempo per me stessa”? “Voglio vedere più spesso i miei amici”?
Potrei proseguire all’infinito.
La verità è che le abitudini, piccole o grandi che siano e specialmente quelle peggiori, sono dure a morire: non è facile cambiare modo di vivere, abbattere schemi consolidati.
E sapete qual è la cosa più brutta? Deludere sé stessi. Per questo non faccio liste, è questa la verità.

Un’altra verità nella quale credo è che nulla avvenga per caso.
Con questo non intendo affatto dire che tutto sia già scritto, anzi, ritengo che ognuno di noi abbia una grande responsabilità nel gestire in prima persona la propria vita.
Sono spesso affascinata dal concatenarsi degli eventi: più passa il tempo, più sono convinta che quelle che noi chiamiamo combinazioni siano in realtà eventi che mettiamo in moto col nostro stesso agire.
Nulla, quindi, è predeterminato, lo ripeto, ma, allo stesso modo, nulla avviene per caso e soprattutto siamo noi a decidere come intrecciare e annodare i fili di questo enorme telaio che è la vita.

In questi giorni, la mia teoria del “nulla è per caso” è stata confermata ancora una volta e, curiosamente, proprio sul fronte “buoni propositi”: vi racconto come e perché. Leggi tutto

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