Agnese Taverna e la forza dei suoi gioielli dal sapore tribale

A volte è necessario avere pazienza.

Pazienza affinché certe cose seguano il loro corso, affinché una conoscenza abbia tempo e modo di essere approfondita, affinché un cerchio o un percorso si completino.

L’ho imparato negli anni e cerco di tenerlo a mente, fatto importante per una persona come me, impaziente e impulsiva di natura.
Una persona che vorrebbe riuscire a fare tutto subito, ma che – naturalmente – non potrebbe riuscirci nemmeno se le giornate fossero fare di 48 ore.

Esordisco così, oggi, perché quando ho incontrato Agnese Taverna e il suo lavoro, ero certa che avremmo avuto modo di conoscerci meglio, sebbene quel primo istante non fosse forse il momento giusto.

L’incontro con Agnese è avvenuto grazie a uno dei miei progetti preferiti, ovvero Ridefinire il Gioiello, e grazie a Sonia Catena, ideatrice, curatrice e vera anima di tale progetto.

Ridefinire il Gioiello è nato nel 2010 e negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema (sempre diverso) nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante. Leggi tutto

Furia la Cantastorie incontra il Maestro Luigi Albertelli: lasciateli cantare!

Quando mi hanno parlato per la prima volta della cantautrice (anzi, della cantastorie) Furia, non avevo la minima idea della meravigliosa avventura nella quale mi sarei imbarcata grazie a lei.

Era esattamente un anno fa e mi chiesero se fossi disposta a dare voce a una parte importante del lavoro di questa artista, la parte incentrata su noi donne e sulle tante difficoltà che affrontiamo nella società odierna: mancava un mese al 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 e, purtroppo, oggi più che mai attuale.

Ogni anno, in quel giorno, si organizzano in tutto il mondo attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica: senza alcuna esitazione, chiesi a SoMagazine, testata con la quale collaboravo, di aderire a tale campagna di sensibilizzazione proprio raccontando la storia di Furia.

Con altrettanto entusiasmo, la rivista accettò immediatamente e nacque così il mio primo articolo completo di intervista.

Sentivo che la storia avrebbe avuto un seguito e non mi sbagliavo: ecco perché parlavo di principio di una meravigliosa avventura.

Ma lasciate che vi racconti qualcosa della vulcanica Furia la cui storia si intreccia con quella di un uomo importantissimo per la musica italiana: Luigi Albertelli. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Movea Design e la bellezza del cactus

Tempo fa, ho scoperto una leggenda che ha catturato la mia attenzione.

La leggenda narra di Quehualliu, un giovane e bellissimo indiano che passava il tempo a raccogliere fiori per Pasancana, l’altrettanto giovane e bella figlia del capo tribù.
Fin da piccoli, i due erano sempre stati insieme: avevano imparato a camminare, a giocare, a scovare i posti più belli della montagna e, una volta cresciuti, avevano compreso di essere innamorati l’uno dell’altra.
Il padre di Pasancana aveva però progetti differenti e voleva che la figlia sposasse un altro ragazzo della tribù, un eccellente cacciatore: quando Pasancana e Quehaualliu lo appresero iniziarono a piangere e a disperarsi.
Decisero allora di scappare insieme: camminando ai piedi delle loro amate colline, elaborarono un piano, ovvero pensarono di raggiungere qualche luogo perso proprio tra le montagne.
Così fecero.

Quando il capo tribù si accorse della sparizione della figlia, andò su tutte le furie e mise insieme un gruppo di uomini con lo scopo di andare a cercare la coppia.
Nel frattempo, i due giovani, stanchi per la strada percorsa, decisero di fermarsi a riposare: grazie alla luce della luna, si accorsero degli uomini che li stavano cercando e invocarono Pachamama, la dea della terra, affinché li aiutasse a nascondersi.
La dea terra ebbe pietà dei due innamorati e aprì un buco nella montagna per far sì che potessero nascondersi: il padre e i suoi uomini, adirati, urlarono ai due giovani che non si sarebbero potuti nascondere per sempre e rimasero lì tutta la notte, in attesa.
Ma, il giorno dopo, la dea terra trasformò i due giovani in un cactus e così, con la sua protezione, Pasancana e Quehualliu rimasero silenziosamente uniti per sempre.

Vedete, amo i cactus da quand’ero piccina.
Non so se dipenda dal sangue che mi scorre nelle vene, quello siciliano dei miei genitori: come molti sanno, la meravigliosa isola è un habitat perfetto per cactus, fichi d’India, agavi e in generale per tutte le piante succulente (quelle che chiamiamo comunemente piante grasse).
O chissà, forse dipende invece molto più prosaicamente dal fatto che tali piante, grazie alla loro attitudine a resistere alle condizioni più avverse, siano tra le poche in grado di sopravvivere al mio temuto e terribile pollice nero.

Non solo.
Chi mi conosce bene sa che sono un’inguaribile romantica: ancora oggi, alla mia tenera età, riesco a sperare che un film visto un milione di volte o un libro di cui ho consumato le pagine possano trasformarsi miracolosamente e che un finale tragico e lacrimevole possa diventare invece un happy end.

La leggenda di Pasancana e Quehualliu era dunque destinata inevitabilmente ad attrarre la mia attenzione, in un modo o nell’altro, anche perché offre una spiegazione perfetta del perché il cactus sia tanto tenace e del perché i suoi fiori meravigliosi siano avvezzi a sfidare sole e siccità pur di sbocciare: è perché simboleggiano amore e fedeltà.

Per questo motivo, ho deciso di iniziare il post di oggi narrandovi una romantica leggenda che risulta perfetta per una realtà solida che si chiama Movea Design.

Movea nasce nel 2013: i creatori del brand tutto italiano sono Cosimo e Veronica, una coppia unita nella vita e che condivide anche le passioni per arte, design e arredamento.
Il marchio Movea è un acronimo ricavato dalle ultime lettere del nome Cosimo (mo) e dalle iniziali del nome Veronica (ve): è stata poi aggiunta la a finale che simboleggia arte e arredamento.

In cosa consiste il progetto Movea?
Cosimo e Veronica realizzano artigianalmente piante e bonsai in tessuto: lo fanno con la massima cura dei dettagli e con la precisa volontà di offrire un prodotto di qualità.

Ogni pianta è disegnata, progettata e realizzata completamente a mano nel loro laboratorio di Nardò, in provincia di Lecce.
Le varianti dei vasi e dei tessuti sono molteplici: si contano colori che vanno dalle tinte più tenui a quelle più accese, con una gamma di materiali ricercati.
Sono tante anche le misure: si parte dalla riproduzione di piccoli cactus da collezione (come i miei che vedete qui sopra) fino ad arrivare a piante di medie e grandi dimensioni.

«Sono veneta di Mestre e la scelta di cactus & co. è nata quando mi sono trasferita al sud e precisamente nel Salento, una terra che pullula di piante grasse e in particolar modo di fichi d’india e agavi giganti», mi ha raccontato Veronica.
«È stato un amore a prima vista dal quale è nata la voglia di inventare un prodotto originale e che fosse funzionale come complemento d’arredo. Così, io e Cosimo abbiamo sfruttato al meglio le nostre doti artistiche e manuali per creare un nuovo progetto tutto nostro: tra l’altro, Cosimo è anche fotografo e quindi abbiamo potuto curare personalmente anche quell’aspetto.»

Ogni pianta Movea Design è un complemento d’arredo originale, adatto alla casa, all’ufficio, al negozio e a qualsiasi spazio nel quale si desideri inserire un tocco di stile e originalità.

Può essere una bella idea regalo per eventi, ricorrenze e cerimonie: mi vengono in mente i matrimoni, per esempio, proprio pensando alla leggenda indiana che rende il cactus un simbolo d’amore perfetto, tenace e duraturo.

Come appunto vedete qui sopra, io ho scelto il tris di piante grasse in miniatura, poiché un’altra mia grande debolezza riguarda tutto ciò che è miniaturizzato.
Sono rimasta colpita dall’amore con le quali le piantine sono realizzate e sono rimasta incantata davanti ai dettagli: vorrei potervi mostrare la precisione dei vasi, in ceramica e vimini intrecciato, nonché la ghiaietta che riproduce fedelmente quella che viene usata dai coltivatori di cactus.

Tra l’altro, devo dire grazie a Cosimo e Veronica per un altro motivo: le loro piantine risolvono definitivamente il mio problema di pollice nero.

Se volete dare un occhio ai lavori di Movea Design, vi lascio il loro sito (completo di e-shop), la pagina Facebook e l’account Instagram: lo faccio volentieri perché questo prodotto interamente Made in Italy merita a pieno titolo il mio sostegno.

E poi mi piace il parallelo tra la leggenda di Pasancana e Quehualliu e la storia vera di Veronica e Cosimo: così come i due innamorati indiani sono rimasti uniti grazie alla metamorfosi in cactus, anche i due bravi creativi italiani hanno unito passione, talento, capacità, creatività ed entusiasmo per dare vita a un progetto bello e concreto. Insieme.

Manu

Piccione.Piccione FW 17-18, il bosco magico che rende omaggio alla vita

È arrivato l’autunno.

Lo so, non c’è bisogno che sia io a sottolinearlo in quanto è un fatto evidente a tutti noi: le temperature si sono abbassate, le giornate si stanno facendo più corte, le sfumature di grigio si moltiplicano preannunciando l’arrivo dell’inesorabile Generale Inverno.

Aumentano le mattinate all’insegna di una leggera nebbiolina spesso persistente e, nelle vie del centro città, i banchetti degli ambulanti vendono già cartocci pieni di caldarroste profumate.

Io rabbrividisco – e non solo per le temperature più basse nonché per la mia abitudine di fare a meno dei collant il più a lungo possibile: è la prospettiva dell’inverno a preoccuparmi, visto il mio pessimo rapporto con il grande freddo, con il colore grigio e con l’assenza di luce. Sono tra coloro che soffrono della sindrome meteoropatica, lo ammetto, e l’inverno non è certo la mia stagione preferita.

Come ogni anno, dunque, cerco di trovare buoni motivi per arrivare a un compromesso con la stagione che detesto cordialmente e, tra le altre cose, trovo conforto nel presentarvi le collezioni autunno / inverno dei miei stilisti prediletti, perché la bellezza e la creatività rappresentano – secondo me – un rimedio perfetto per ogni situazione di disagio: a maggior ragione, mi piace parlare degli stilisti che inseriscono colore e vivacità nelle loro collezioni.

Esattamente in questa ottica, oggi ho deciso di parlarvi della collezione Piccione.Piccione autunno / inverno 2017 – 2018 e desidero prima di tutto spiegarvi i motivi di tale scelta.

Seguo Salvatore Piccione, lo stilista che è l’anima del brand, da diverso tempo: ho sempre riconosciuto in lui una grande maestria nelle lavorazioni, eppure c’era qualcosa che mi impediva di essere completamente soddisfatta. Leggi tutto

Federico Pilia SS 2018: la Haute Couture nel lavoro di un giovane stilista

È iniziata oggi la Milano Fashion Week e, durante questa nuova edizione della settimana tradizionalmente dedicata alla moda, potremo scoprire le proposte di stilisti e designer per quanto riguarda gli abiti e gli accessori per la primavera / estate 2018.

Ho pensato che potesse essere di buon auspicio inaugurare tale settimana presentandovi un’anticipazione dedicata proprio alla prossima bella stagione: a tale scopo, così come mi piace fare spesso, ho scelto ancora una volta il talento di un giovane designer, anche perché credo che i suoi abiti che profumano di passione e maestria siano in grado di farci sognare un po’.

Dovete sapere che, poco prima delle vacanze, sono stata alla presentazione Haute Couture primavera / estate 2018 di uno stilista che si chiama Federico Pilia.

Federico ha una grande passione per la moda nonché un talento interessante: non solo, è un ragazzo intelligente che ha fatto scelte coraggiose e a mio avviso sensate, come optare appunto per la Haute Couture, visto che ready to wear e fast fashion sono oggigiorno settori che possono celare qualche rischio, visto che sono sempre più inflazionati e anche meno creativi (accade spesso e occorre ammetterlo, anche se la cosa mi provoca un certo dispiacere).

E così, Federico si è concentrato su pochi pezzi fatti con amore e cura: la sua capsule collection si compone di quattro outfit che, al momento, sono unici e che verranno personalizzati ad hoc per le future fortunate clienti, cosa che è possibile perché quello di Federico Pilia è vero Made in Italy, realizzato grazie all’aiuto di maestranze giovani, in gamba e appassionate esattamente come e quanto lo è lui. Leggi tutto

Mente Captus di Marcella Milani, spazi e silenzi all’ex manicomio

Mi piace pensare che quello che stiamo vivendo possa essere un settembre all’insegna della cultura, di come e quanto essa possa avere un impatto positivo sulle nostre vite arricchendole di bellezza e magari abbattendo qualche nostro pregiudizio – come ho raccontato nel post precedente.

Mi piace anche pensare che sia un settembre ricco di attesi ritorni e piacevoli riconferme: è il caso di Marcella Milani.

Pavese DOC, classe 1974, fotografa professionista freelance: grazie alla sua bravura tecnica, alla spiccata sensibilità e alla capacità di cogliere dettagli che sfuggono a molti, Marcella collabora con le più importanti testate nazionali.

Ho il privilegio di godere della sua amicizia e, tra i moltissimi ritratti che mi sono stati fatti nel corso degli anni, i suoi sono puntualmente tra quelli in cui maggiormente mi riconosco, tant’è che la mia foto profilo di Facebook è un suo scatto che lì resiste da più di quattro anni.

Perché parlo di cultura, di ritorni e di riconferme collegando il tutto a Marcella?

Perché avevo già raccontato di lei in un precedente post qui nel blog, presentando un suo importante progetto culturale con forti valenze sociali e storiche, ovvero la mostra intitolata URBEX PAVIA – Viaggio fotografico nelle aree dismesse. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Pamphlet, racconti di grazia e leggerezza

Tanto amo la leggerezza quanto, in misura inversamente proporzionale, non sopporto la superficialità.
Mi piace che le cose, anche quelle piccole, siano fatte con cura, attenzione, amore. Perché le piccole cose, in realtà, sono sintomatiche del modo in cui affrontiamo le grandi.

Ecco perché, quando ho ricevuto ciò che avevo ordinato dal sito di Greta Bellini alias Pamphlet, una delle mie scoperte più recenti su Instagram, ho per prima cosa fotografato il pacchetto.
I suoi gioielli pieni di grazia, poesia e delicatezza mi hanno conquistata al primo sguardo e, quando è arrivato quel pacchetto che era stato preparato con cura e amore evidenti, ho capito di non essermi sbagliata.

Come dicevo, mi sono innamorata delle creazioni di Greta immediatamente, con moto istintivo, con il cuore e con la pancia: solo in un secondo momento, quando ad acquisti ricevuti ho avuto conferma della mia prima sensazione spontanea, ho fatto ulteriori ricerche.
E ciò che ho scoperto mi ha confermato ancora una volta che (quasi) nulla avviene per caso e che esistono delle affinità elettive attraverso le quali ci avviciniamo a qualcuno per una sorta di intuito quasi impossibile da spiegare o definire a parole, per poi accorgerci che a naso abbiamo scelto qualcuno che ci assomiglia, che ha qualcosa in comune con noi.

La formazione di Greta, mantovana, è di stampo artistico (diploma all’istituto d’arte, diploma in grafica, attestato di ceramista) eppure, per una serie di coincidenze, dopo gli studi, si trova a lavorare per diversi anni come impiegata in vari settori.
Nel 2010 però, dopo anni di insoddisfazioni, capita una cosa: Greta conosce una ragazza che vive della sua arte realizzando quadri e l’incontro con questa persona le dà lo stimolo per riprendere a creare e così, per gioco, iniziano i suoi primi esperimenti con la cartapesta, materiale che la incuriosisce.

La voglia di imparare, di dare una svolta decisiva alla sua vita e i primi riscontri positivi: tutti questi motivi spingono Greta a lasciare il lavoro per dedicarsi completamente al suo progetto per il quale sceglie il nome Pamphlet che non è affatto un caso.

Già, perché cosa significa pamphlet?
«Il pamphlet è un genere letterario situabile tra lo scritto polemico e quello satirico (…): tendenzialmente l’autore del pamphlet presenta il proprio testo come uno sfogo estemporaneo, come una reazione viscerale di fronte ad una situazione non più sostenibile.»

Et voilà: per Greta tutto nasce dall’esigenza di tornare a creare che diventa, appunto, la sua reazione viscerale davanti a una situazione lavorativa che non le piace più.
Ed ecco l’affinità forte tra me e lei: entrambe sembravamo avere due vite ormai tracciate e ben delineate, diciamo tranquille, eppure entrambe abbiamo lasciato il certo per l’incerto per seguire e inseguire una passione.
E, per giunta, ciò è avvenuto anche nello stesso periodo, lei a Mantova e io a Milano, per finire poi a incontrarci grazie a Instagram.

Ma torniamo all’approccio di Greta con la cartapesta, approccio che possiamo definire da autodidatta: eppure, sono proprio l’inesperienza e la voglia di sperimentare a dare origine alle cose che produce oggi.
Utilizza infatti la cartapesta come base per i suoi gioielli e la riveste con altra carta che poi vernicia con un particolare procedimento che la rende simile alla ceramica: nel corso degli anni, ha così sviluppato e perfezionato una tecnica del tutto personale, ottenendo bijou che sono pezzi unici, interamente fatti a mano.

I pregi del materiale usato da Greta sono la leggerezza e l’estrema versatilità: dalla base, può ritagliare qualsiasi forma e per la copertura usa carta originale delle pubblicità Anni Cinquanta, vecchie poesie, francobolli oppure progetta una serie infinita di motivi, grafiche e carte colorate che disegna e stampa lei stessa e che le permettono di dare origine a diverse collezioni.

Il tema del viaggio è ricorrente e la collezione Le Voyage, ricoperta con carta proveniente da vecchi atlanti, ne è la sintesi.
Da una vacanza in Andalusia è nata la collezione Alhambra e da un’altra in Grecia è nata la collezione Meltemi (il vento secco e fresco che soffia nell’area del mar Egeo in estate), mentre da una vacanza in Marocco arriva Medina, un mix di colori e geometrie che rievocano fortemente il Mediterraneo.

Un’altra sua collezione trae invece ispirazione dall’ikebana, l’arte orientale della disposizione dei fiori recisi: i gioielli dell’omonima collezione sono realizzati in cartapesta che successivamente Greta ricopre con le pagine di un vecchio libro giapponese aggiungendo fiori stampati e ritagliati. Il tutto viene infine trattato e laccato, come sempre.

Quella di cui mi sono innamorata io e che mi vedete indossare nella foto di apertura è la Sailor Collection, ovvero barchette e pesci in cartapesta tagliati a mano – come in ogni caso – e ricoperti con carta a righe rossa e blu, con colori e grafiche ideate e stampate da Greta.
Di chiara ispirazione marinaresca (e chi mi conosce bene sa che io ho il mare dentro nonché acqua salata che mi scorre nelle vene insieme al sangue), i gioielli di questa collezione hanno un inserto tratto dal celeberrimo romanzo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

«Per realizzare tali creazioni – racconta Greta – ho frullato vecchi quotidiani per creare la cartapesta. Una volta asciutta, ho tagliato a mano le forme e l’ho ricoperte con una carta che ho realizzato e stampato. Nella parte laterale ho applicato un pezzetto di carta tratto dal romanzo di Hemingway, scegliendo con cura le parole. Questo conferisce unicità: i gioielli non sono replicabili perché le scritte cambiano su ogni pezzo. Infine, ho verniciato il tutto in modo da ottenere un effetto laccato lucido.»

Lo ammetto: colpita e affondata.
Così mi dichiaro davanti alle barchette di Pamphlet e ai versi di Hemingway.

Le irregolarità che i gioielli di Greta possono eventualmente presentare (io non ne ho trovati, giuro, e chi mi conosce sa quanto io sia perfezionista) sono da considerarsi la peculiarità del lavoro artigianale e la prova del fatto che nulla viene realizzato meccanicamente o mediante l’uso di stampi.
E per chi avesse dubbi o perplessità, segnalo che la cartapesta laccata resiste perfettamente alla pioggia e agli schizzi: naturalmente, i gioielli non vanno immersi in acqua perché potrebbe filtrare.

La curiosità e la voglia di sperimentare spingono Greta e il suo Pamphlet verso progetti sempre nuovi e diversi (un’altra somiglianza tra lei e me…) e dunque chissà dove altro la sua fantasia la condurrà, a quale viaggio, a quale esplorazione e, conseguentemente, a quale collezione.

(Vi spiffero che, seguendo Greta su Instagram, so che attualmente sta facendo uno splendido viaggio in Danimarca… Chissà cosa le suggeriranno quei luoghi meravigliosi…)

Sapete qual è un’altra cosa che davvero adoro?
La dichiarazione di Greta a proposito della sua svolta: «a distanza di sette anni, posso ritenermi più che soddisfatta della scelta che ho fatto».
Ne sono felice, Greta: continua a regalarci grazia, poesia e delicatezza, continua a farlo con cura, attenzione, amore.

Visto che vi ho già dato il suo account Instagram qui sopra, concludo aggiungendo il sito nel quale trovate tutte le collezioni nonché l’e-shop: vi lascio anche la sua pagina Facebook.

Io torno alle esplorazioni che tanto amo, anche grazie al mio account Instagram.
L’ho scritto spesso, Instagram è diventato per me un nuovo terreno di caccia, di un safari senza armi, senza vittime, senza trofei.
O forse l’arma è quella della curiosità e il trofeo è la gioia che provo ogni volta in cui sento di aver trovato un altro luminoso ed evidente talento, come quello di Gloria.
Il bello è che se la curiosità è un’arma e la gioia è un trofeo… nessuno dei due produce però vittime – anzi, al contrario.

E allora, in quest’ottica di continua scoperta e condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Baulhaus e la bellezza dell’ironia intelligente

Adoro l’ironia.
Quella intelligente, però.
Quella sana.
Quella ben fatta, l’ironia che mira a costruire divertendo e non a distruggere per pura cattiveria.

Dunque, quando mi sono imbattuta nei gioielli in ceramica di Laura Bosso alias Atelier Baulhaus, ho sentito che era nato un amore a prima vista.
Prendete la collana con pendente qui sopra: è perfetta per me, grazie al suo messaggio ironico.
«Non MOLARE mai»
Già.

Baulhaus è un progetto nato nel 2015 e dà vita a gioielli irriverenti e originali, con un design che spazia da suggestioni pop al rockabilly Anni Cinquanta, creando anche un punto di incontro tra scultura e illustrazione.
Rigorosa e tradizionale qualità Made in Italy, bon-ton francese, humour inglese: sono gli ingredienti principali delle ceramiche artigianali di Laura, fatte a mano, capaci di mostrare e dimostrare come un materiale da molti ritenuto fragile e pesante possa in realtà essere estremamente versatile, divertente e divertito.

Il design irriverente ma allo stesso tempo sofisticato delle creazioni Baulhaus sfida infatti il luogo comune che vuole che la ceramica sia prettamente legata alle suppellettili per la tavola e ai complementi d’arredo, ricollocandola invece nell’universo dell’accessorio per la persona.

«I Baulhaus – racconta Laura – non sono semplici oggetti da indossare: sono dotati di una forte base concettuale e auto-ironica. Così, i possessori possono vestirsi di eleganza e originalità, divertendosi allo stesso tempo.»

La sua creatività propone un viaggio tra peperoncini, limoni, medaglioni anti-buonismo, rivisitazioni di cuori ex voto e ispirazioni provenienti dalla cultura del Novecento, come per esempio i riferimenti alla (grande) Frida Kahlo.

Io che sono allergica a cliché, pregiudizi e omologazione, penso da tanto tempo che la ceramica sia anche meglio quando è applicata al gioiello, soprattutto se con l’aggiunta di un tocco ironico, e così Atelier Baulhaus è entrato a pieno titolo nella mia collezione e tra i miei pezzi preferiti.

Sto già dunque meditando sul mio prossimo acquisto: un medaglione I’m not anti-social, I’m anti-idiots oppure le spille Les Filles ispirate alle note di Jacques Brel oppure la collana con crudité varie?
E, intanto, non mi separo più dal mio molare.

Non ci credete?
Guardate qui, qui e qui, perché l’ironia (intelligente, lo ribadisco) si abbina bene a ogni outfit, senza controindicazioni.
Come il cacio sui maccheroni, insomma 😉

E se anche voi avete voglia di un’iniezione di leggerezza (da non confondersi con la superficialità), condivido con piacere tutti i modi per contattare Laura: qui trovate il sito Baulhaus, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram (e attraverso entrambi noterete che per Laura l’ironia è uno stile di vita, evviva) e qui il suo negozio online su Etsy (proprio dove io ho comprato il molare).

E vi segnalo anche che, per tutto il mese di agosto, Laura ha attivato una promozione speciale proprio su Etsy: utilizzando il codice Summerblh al check out, si potrà godere dello sconto 20%.
E poi non dite che non sono un’amica, condivido con voi chicche delle quali dovrei essere gelosa: la voglia di condividere, però, prevale sempre.

E allora, in quest’ottica di condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Serena Ciliberti e il coraggio della fantasia

Mesi fa, in occasione del quarto compleanno di A glittering woman, ho scritto che i creativi, i designer, gli stilisti, gli artisti dei quali mi occupo e dei quali racconto qui nel blog nonché attraverso i miei canali social, soprattutto attraverso Instagram, sono diventati membri di una famiglia che ho scelto e alla quale tengo molto.

Una famiglia che costruisco giorno dopo giorno, fatta di persone in gamba, volenterose, volitive, estrose, talentuose, capaci, coraggiose.
Persone delle quali sono orgogliosa, come se fossero davvero sangue del mio sangue, anche perché il talento e la passione che esso genera sono in realtà legami forti, capaci di unire le persone oltre le parentele di DNA o di legge.

Nutro immensa stima e ammirazione per chi come loro ha il coraggio della fantasia.
Perché se avere fantasia e creatività è spesso un dono innato, decidere di assecondare tali doti e di non imbrigliarle, decidere di non omologarsi è un’altra cosa: è una scelta. Precisa e molto, molto coraggiosa.
Ammiro le persone che non hanno paura di impegnarsi, di lavorare sodo, di inventare, di sperimentare, di rompere i confini imposti dall’omologazione e dalla banalità.

Ecco perché scelgo e sceglierò sempre le creazioni di Serena Ciliberti alias Sere Ku.

Ecco perché la sostengo e la sosterrò sempre e perché, dopo averle dedicato un primo post nel 2014, oggi torno a dedicarle una delle mie scelte in pillole.
Perché c’è bisogno di ironia e di auto-ironia e perché un po’ di sano divertimento non ha mai ucciso nessuno.
Anzi, al contrario, in verità ironia e divertimento allungano l’esistenza – proprio come una pillola salvavita.

Sapete cosa mi fa davvero impazzire di Serena Ciliberti? La capacità di guardare un oggetto e di vedere ben oltre il suo utilizzo normale, quotidiano e più scontato.
Con lei, qualsiasi cosa può diventare un gioiello, un ornamento per il corpo; e se quel certo oggetto – non so, per esempio una sedia – non ha le dimensioni idonee per diventare gioiello, potete giurare sul fatto che lei lo studierà e riuscirà a prepararne una versione miniaturizzata, naturalmente con proporzioni perfette.
Non solo: nel caso in cui si parli di oggetti funzionanti (cito lettori di musica digitale, matite giapponesi minuscole, biro, rossetti), Serena salvaguarda la loro funzione, ovvero inserisce l’oggetto all’interno del gioiello e lo rende anche utilizzabile.
Dunque con il lettore si può davvero ascoltare musica, con le biro si può scrivere e le matite possono essere temperate – e usate.

Quello tra me e Serena Ciliberti è un rapporto fatto di stima reciproca (mi permetto di affermarlo e ne sono orgogliosa), un rapporto nato a inizio 2013 e che si rinnova e cresce anno dopo anno.

Ho un’ampia collezione dei suoi pezzi e potete averne prova guardando proprio il mio profilo Instagram citato in principio.
Indosso spesso le sue creazioni e possiedo uno dei suoi anelli con le matitine giapponesi, una paure collana e anello con uova in padella (qui e qui la indosso), diversi gioielli con le scarpine di Barbie (qui, qui, qui e qui in indossato), collane con strumenti musicali in miniatura (qui e qui e che indosso qui, qui e qui), una collana con volti in porcellana (che indosso qui e qui), orecchini con mini seggioline (li vedete anche nella foto qui sopra) oppure una collana con mini divani (e qui e qui la indosso), una collana con miniature di profumi (un pezzo unico, prodotto in pochissimi esemplari tutti diversi tra loro) e un’altra con i rossetti (che indosso qui e qui), un anello e degli orecchini con miniature dei vecchi telefoni con cornetta (qui e qui), una collana con ditali da cucito

Potrei continuare ancora a lungo, perché nei miei cassetti ho tanti altri pezzi, per esempio un paio di collane fatte con cucchiaini oppure un anello fatto con il metro da sarta.

A questo punto, se anche voi volete trarre beneficio dalla sana ironia di Serena Ciliberti, vi lascio i suoi dettagli: qui trovate il suo sito (che include lo shop online), qui la sua pagina Facebook e qui l’account Instagram.

E a me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

 

 

Le mie scelte in pillole: Officine Gualandi e le dipendenze positive

Ci sono cose che creano dipendenza, a volte in negativo e altre – per fortuna! – in positivo.
Officine Gualandi, il marchio 100% Made in Italy del quale vi parlo oggi, rientra decisamente e ampiamente nel secondo caso, quello delle dipendenze positive.

Dopo aver acquistato da loro un primo anello-bottone in ceramica smaltata (lo vedete qui e qui), ho capito che non sarebbe rimasto… solo a lungo: infatti, appena ho visto un secondo anello a righe (quello della foto qui sopra e che potete vedere anche qui e qui), non ho potuto resistere!
Colori vivaci e brillanti, forme accattivanti, prodotti ben fatti: questi sono alcuni degli elementi del lavoro di Officine Gualandi, elementi che vanno a creare un capitale di positività enorme la quale, a sua volta, dà luogo a dipendenza.
Anche perché, ora che sono al secondo acquisto, so di poter contare sulla qualità del loro lavoro così come sulla loro professionalità e gentilezza.

Renato Di Tommaso (disegnatore, scultore, designer), Simone Vetromile (graphic designer e social media manager) e Tania Vetromile (storica dell’arte con esperienza in comunicazione e organizzazione di eventi) vivono a Roma e insieme hanno creato Officine Gualandi, progetto che mette insieme le loro passioni, gli interessi, le abilità e le esperienze eterogenee.

Nato nel 2012, il loro laboratorio creativo progetta e realizza complementi di arredo e accessori di design che comprendono anche bijou.
Il trio dedica una speciale attenzione ad alcune lavorazioni artigianali e ad alcuni materiali: in particolare, la ceramica è protagonista di creazioni non solo 100% Made in Italy, come scrivevo in principio, ma anche 100% frutto dell’ingegno e delle scelte Made in Officine Gualandi.

«Serialità e unicità del manufatto, per noi, non sono estremi che si escludono, ma strategie produttive che si intersecano, in una continua vocazione alla ricerca e alla sperimentazione»: così raccontano e trovo che il loro punto di vista sia molto interessante.
È vero, non è detto che serialità e unicità siano estremi che si escludono, non se a fare da trait d’union sono qualità e cura.

«Il lavoro procede accorciando le distanze fra i diversi ambiti di produzione e relazione – continuano – e manteniamo vicine le idee alle mani e alle macchine. Crediamo nella nuova fioritura artigianale, in cui la manualità non è altro rispetto alla preparazione e formazione intellettuale.»
Bravi ragazzi, questa è musica per le mie orecchie!

Insomma, cari amici che mi fate il dono di leggere ciò che scrivo, la conclusione è che Officine Gualandi è consigliatissimo e rientra a pieno titolo tra le scelte in pillole che vi sto più o meno scherzosamente somministrando in questa calda estate.
Se anche voi – come me – credete che la bellezza sia una delle poche dipendenze che valga la pena di coltivare, allora avete trovato l’azienda e i prodotti giusti!

Come sempre, però, mi piace che siate voi che state leggendo a verificare in prima persona e ad avere l’ultima parola: io mi limito a condividere e a suggerire ciò che amo e per questo vi lascio volentieri tutti gli estremi di Officine Gualandi, perché possiate farvi la vostra opinione.

Qui trovate il loro sito (nel quale peraltro trova posto anche un interessante blog); qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram, qui quello Twitter.
E se anche voi amate lo shopping via web, vi lascio anche il link del negozio virtuale Officine Gualandi nel marketplace Etsy, proprio dove ho comprato i miei due anelli.

A me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Demanumea e l’Art-à-porter anche nelle tracolle

Affermo da sempre e con vigore che sono i dettagli a creare e a costruire un insieme vincente.
Perché esordisco così? Regalatemi cinque minuti del vostro tempo e ve lo racconto.

Da tempo e con grande convinzione, ho sposato il progetto Demanumea, un team capitanato dalla brava Silvia Scaramucci e composto da giovani talenti tra i quali designer, artisti, scultori, pittori, ricamatori, orafi, tutti pieni di passione e grinta.
Demanumea ha scelto di unire borse (uno dei grandi amori di noi donne) e arte, proponendo creazioni fatte con le mani e con il cuore. Tant’è che il nome Demanumea deriva dal latino e significa dalle mie mani.

Amo questo loro progetto ambizioso (ambizioso nel senso buono e che avevo raccontato qui) e vedere come e quanto cresca sempre più è cosa che mi riempie di orgoglio.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: vedere che le persone nelle quali ho creduto e che i progetti sui quali ho puntato riescono a riscuotere il meritato successo è per me motivo di gioia. E di orgoglio, appunto. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Buh Lab e la curiosità di Francesca

Qualcuno dice che sono buona in quanto parlo bene dei brand dei quali mi occupo.
In realtà non è così, non è affatto questione di una mia presunta bontà: semplicemente, seleziono alla fonte e scarto già a priori tutto ciò che non soddisfa i miei criteri.
Perché dovrei parlare di prodotti che non mi piacciono oppure che non riesco a comprendere e ad apprezzare?
Le mie sono opinioni e non sentenze, dunque sono certa che ciò che non piace a me troverà altri estimatori capaci di argomentare circa la validità di quei progetti.
Ho rispetto della fatica altrui, io: mai direi cose terribili come certe frasi che leggo in giro, perché so bene che creazione e creatività prevedono (quasi) sempre sacrificio.
Le rarissime volte in cui ho fatto critica negativa nei confronti di qualche brand miravo ad arrivare all’elaborazione di una teoria più ampia, usando però sempre termini rispettosi, costruttivi e non distruttivi (spero!).

Dedico molto tempo a ciò che viene chiamato scouting, ovvero alla ricerca del talento.
Faccio ricerche continue, in molti modi e usando vari mezzi (tecnologici e non) nonché vari canali; poi contatto il marchio che ha catturato il mio interesse, a volte presentandomi come redattrice o come blogger, altre volte agendo in incognito come semplice cliente.
Ed ecco perché vi dico che non sono affatto buona: sono peggio di San Tommaso, l’apostolo più dubbioso. Ho bisogno di toccare con mano, di saggiare.
Dopodiché, se sono soddisfatta, mi piace condividere le scoperte con voi che mi fate il dono di leggere questo spazio o di seguire i miei account social, soprattutto Instagram.

Oggi desidero condividere con voi proprio una di tali scoperte.
L’ho fatta recentemente grazie a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto altre volte, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto molto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.
E la scoperta fatta grazie a MAD Zone porta il nome Buh Lab.

Buh Lab è frutto dell’insaziabile curiosità artistica ed estetica di Francesca, palermitana di origine e cittadina del mondo per vocazione.

I suoi lavori – come per esempio il pendente che ho scelto e che è ritratto qui sopra tra le mie mani – riescono a raccontare la vita e i sogni da più angolazioni: idee, ricordi ed esperienze vengono cristallizzati in piccole opere da indossare che mutano di fronte allo sguardo dello spettatore, assumendo significati sempre diversi eppure riuscendo a mantenere inalterato il loro intento artistico e il loro spirito pop-irriverente.
Grazie alla duttilità del materiale utilizzato, una speciale plastica termoretraibile, ogni opera si trasforma in tela sulla quale vivono e convivono disegni, piccole geometrie e racconti anche un po’ surreali che parlano di natura e di vita quotidiana.

Dopo aver compiuto il suo primo viaggio con la fantasia, Francesca ha scoperto che restare immobile non poteva essere contemplato nella sua esistenza e ha iniziato un continuo pellegrinaggio, a volte virtuale con la mente e altre volte reale con il fisico.
Oggi si muove tra Spagna, Romania, Svezia e Italia, nazioni molto diverse fra loro sia per clima culturale sia per spunti estetici: questi Paesi si tramutano in luoghi dai quali assorbire ogni stimolo possibile proveniente da arte, cultura, musica.
Per Francesca ogni sfumatura del mondo è infatti fonte di ispirazione continua, un’ispirazione che si riversa nella sua arte e nelle sue creazioni.

Volete conoscerla meglio? Qui trovate la pagina Facebook di Buh Lab e qui trovate l’account Instagram.

E intanto io vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Alba Folcio, la bellezza genera bellezza, dal gioiello all’arte, senza confini

Pur essendo sempre disposta a mettermi in discussione, esistono questioni sulle quali ho invece opinioni ben salde e difficilmente modificabili: in questi casi, risulto ostinatamente e irriducibilmente convinta, cocciuta come un mulo.

Per esempio, sono fermamente convinta del fatto che solo chi ha la bellezza in sé – come inclinazione naturale e come educazione sentimentale e culturale – sia in grado di restituire altra bellezza.

Più vado avanti e più incontro persone che confermano la mia teoria e oggi desidero parlarvi di una di tali persone: vi prego, fatemi dono di un po’ del vostro tempo e vi racconto tutto, per bene e con ordine.

Come ho narrato in altre occasioni, dal 2014 sono tra i media partner del concorso Ridefinire il Gioiello e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, premio che consiste in un articolo di approfondimento.

Ridefinire il Gioiello è un progetto nato nel 2010 da un’idea dalla curatrice Sonia Patrizia Catena. Negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza al tema, ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva. Gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti da un’unica tematica e per l’edizione 2016/2017 tale tematica è stata quella di libri, racconti e poesie.

I monili sono stati chiamati a diventare parole preziose, piccoli libri d’artista indossabili: frasi oppure versi sono diventati materia tangibile in grado di incantare, sorprendere, meravigliare e conquistare.

Dal 22 al 28 marzo, la sesta edizione di Ridefinire il Gioiello è stata ospite presso lo Spazio Seicentro di Milano dove sono stati presentati 41 gioielli inediti, progettati da artisti italiani e stranieri: durante la serata inaugurale, sono stati proclamati i vincitori selezionati da ogni partner.

Per quanto riguarda me, posso dire di aver accuratamente preso visione di tutti i gioielli e di aver fatto la scelta non senza difficoltà. Come sempre, infatti, ho trovato parecchi lavori interessanti e, dunque, non è stato facile decidere.

Eppure, da subito, ho ristretto la selezione ad alcuni pezzi e, alla fine, mi sono lasciata guidare da diversi criteri inclusi cuore, emozione e istintività, presupposti che – a mio umile avviso – devono oggi condurci nella scelta di un monile contemporaneo. Leggi tutto

Andrea de Carvalho, arte senza confini dalla pittura al gioiello

Oggi parlo – nuovamente e con immenso piacere – di una realtà che gode di tutta la mia stima.

Nell’ambito della recente Milano Design Week, sono tornata a fare visita a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto spesso, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.

In via Brera 2, per tutta la durata della MDW, è stato possibile visitare l’allestimento Erotic Pop Design | The Contemporary Design of Love, un progetto di Tania con sottotitolo assai chiaro, ovvero Quando l’amore contagia il design e viceversa.

L’esposizione risultava ironica e divertente, per nulla volgare né morbosa, perfetta per risvegliare i sensi e ricordare che seduzione ed erotismo partono (o dovrebbero partire) dalla nostra testa.

Dalla moda al design di interni passando per il gioiello, tra i creativi e gli artisti che Tania ha voluto coinvolgere nel progetto Erotic Pop Design, sono rimasta molto colpita da Andrea de Carvalho e così è lei la protagonista della storia che vi racconto oggi.

Andrea de Carvalho nasce a San Paolo, in Brasile, nel 1966.

La madre, pittrice, la fa studiare presso la scuola tedesca Waldorf: poi, a soli vent’anni, nel 1986, Andrea si trasferisce a Parigi dove studia fashion design e storia della moda.

Nella capitale francese frequenta la École Jeoffrin Byrs des Arts, de la Mode et dy Stylisme e nel 1989, diploma in tasca, rientra a San Paolo dove inizia a dipingere: diventa assistente del pittore italo-brasiliano Gaetano Miani al seguito del quale, nel 1991, si trasferisce in Italia. Leggi tutto

Paola Brunello e Rosso Cuore fanno viaggiare Nellie Around The World

Questa è la cronaca di un incontro che ha come palcoscenico la mia amata Milano – ancora una volta.
Una Milano che in questi giorni profuma di primavera, una Milano che per un’intera settimana – la scorsa – è stata ancora più speciale grazie al Fuorisalone, il grande evento dedicato al design.

Milano è la mia città, lo sapete, ed è anche la città di Paola Brunello, la protagonista della storia di oggi.
Anche se oggi vive a Fano, Paola è milanese di nascita: ci siamo incontrate grazie al web a ennesima dimostrazione che è possibile usare la rete in modo costruttivo.
Poi, sono state proprio la nostra Milano e la Design Week a offrirci l’occasione per concretizzare i primi contatti virtuali.

Dovete sapere che, per parecchi anni (ben dodici, per l’esattezza), Paola ha girato l’Italia in lungo e in largo per il suo magnifico lavoro: è costumista e scenografa teatrale.
Poi, piano piano, ha iniziato a sentire il bisogno di fermarsi e di fare qualcosa di interamente suo: è nato così, nel 2014, il brand Rosso Cuore.
In principio, ci sono stati oggetti di design per la casa, talmente belli e curati che Paola è stata scelta e invitata da diversi saloni italiani e internazionali dei quali è stata ospite.
È stato un grande successo, da Milano a Parigi.

A questo punto, però, Paola ha sentito il bisogno di un’ulteriore evoluzione per sé e per Rosso Cuore: voleva fare qualcosa di personale, da indossare, da portare con sé fuori dalle mura di casa.
E così, ha pensato di mettere insieme alcune delle cose che ama, come le spille (un monile che ha sempre indossato e che si porta vicino al cuore) e i viaggi.
E ha pensato che il tutto potesse essere unito da una figura femminile straordinariamente forte, visto che nel frattempo si era innamorata di Nellie Bly.

Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, nota con lo pesudonimo Nellie Bly (nome tratto da una famosa canzone popolare), è stata una giornalista statunitense, per l’esattezza una delle prime giornaliste investigative nonché un’autentica pioniera del genere di giornalismo sotto copertura.

L’indagine più famosa della Bly fu quella relativa a un ospedale psichiatrico: si lasciò ricoverare e quindi sottoporre alle stesse terribili condizioni delle pazienti e la sua inchiesta confermò la cattiva fama del sanatorio in questione, più simile a un luogo di reclusione che di cura.
L’inchiesta (conosciuta con il nome Ten Days in a Mad-House) apparve sulla stampa e destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare lo status delle pazienti.

Tale forma di giornalismo – agire in incognito e ottenere una storia – divenne il modus operandi di Nellie Bly: testarda e audace, si occupò in seguito di temi quali lo sfruttamento delle operaie, il destino dei bambini non desiderati, le condizioni di lavoro delle domestiche, la vita in un istituto di carità.

Nellie divenne inoltre nota per il suo giro del mondo da record, completato in soli 72 giorni a cavallo tra il 1889 e il 1890, emulando Phileas Fogg, il protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni, celeberrimo romanzo di Jules Verne. Leggi tutto

Parthenope Botteghe Artigiane, una storia narrata dalle emozioni

C’era una volta.

Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.

La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.

Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.

Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci. Leggi tutto

Una mostra letteralmente… Scatenata (!) a Homi

Ci sono appuntamenti che per me sono irrinunciabili: un esempio è Homi, la fiera che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.

Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: toccare il talento (metaforicamente e fisicamente) equivale per me a respirare aria pulita, a dare ossigeno a cuore e cervello. E questo è il motivo per il quale non manco mai.

Inoltre, ogni nuova edizione è caratterizzata da un evento espositivo di grande qualità, ulteriore ottimo motivo di attrazione: stavolta, è toccato alla mostra Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.

La mostra è stata curata dalla professoressa Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello e professore ordinario del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano: il suo nome è sinonimo e garanzia di elevata qualità nonché di un evento dai risvolti sicuramente ricchi e interessanti.

Venerdì scorso, dunque, ero a Homi, puntuale, per ascoltare la professoressa Cappellieri che ha aperto ufficialmente la mostra. Leggi tutto

Paolin SS 2017, il viaggio continua tra sogno e realtà

Era gennaio 2015, dunque esattamente due anni fa, quando ho conosciuto Francesca Paolin e ho ospitato il suo lavoro parlandone in un post per il blog.
Visto che amo continuare a seguire – e a sostenere – il percorso dei designer nei quali credo, oggi inizio questo nuovo post indossando e presentando un’altra delle sue leggiadre creazioni ottenute con la tecnica della stampa 3D. Scommetto che non è poi così difficile immaginare il nome dell’anello (… Butterfly!): direi che la forma è piuttosto suggestiva e intuitiva.
Mi fa piacere sottolineare un’altra cosa: la busta con le coloratissime sferette di polistirolo è il packaging dell’anello, a riprova del fatto che alcune persone sprizzano originalità e creatività da ogni poro, a 360 gradi e in tutto ciò che fanno.

Come ho già avuto modo di raccontare, Francesca è cresciuta tra la moda degli eccessi degli anni ’80 e il conseguente minimalismo di reazione degli anni ’90: ha coltivato la sua passione osservando la madre intenta a confezionare abiti, a lavorare a maglia, a realizzare a mano ricami raffinati così come aveva imparato dalle signore della nobiltà veneziana.
Allo stesso tempo, però, Francesca era affascinata dalla figura del padre e dai suoi abbinamenti di capi moderni e vecchi: senza dubbio, suo padre era un antesignano e aveva capito con un certo anticipo che il mix & match tra nostalgia e personalità sarebbe diventato un certo modo di essere, pensare e vivere. Oggi, quel certo modo si chiama vintage.

Grazie al suo talento, lo IED – Istituto Europeo di Design le ha offerto una borsa di studio per il diploma in Fashion and Textile Design: in seguito, ha ricevuto un’altra borsa di studio per il master in Fashion Design dalla Domus Academy.
Le sue esperienze professionali comprendono collaborazioni con designer e marchi di moda in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Ecuador: nel 2011, ha vinto il premio Levi’s Womenswear Award al Mittelmoda, uno dei più accreditati concorsi internazionali per stilisti emergenti e studenti in fashion design.

A seguito di questo intenso vissuto tra figure per lei importanti e percorsi di studio e lavoro, Francesca ha sentito che era giunto il momento di creare il suo marchio ed è nata l’etichetta Paolin che riflette i suoi viaggi, i suoi sogni e le gioiose reminiscenze di famiglia. Leggi tutto

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