Pillole di MFW per la prossima bella stagione: SS 19 Angelo Marani

Frammento della collezione SS 19 Angelo Marani in un mio scatto realizzato durante la recente MFW

Siamo (già!) a metà ottobre e l’estate sembra (quasi…) un ricordo lontano così come sta per diventarlo anche settembre, il mese del back to school e della Milano Fashion Week con l’edizione che ha presentato le proposte moda per la prossima primavera / estate 2019.
Come ho scritto in due post recenti, uno a proposito dello stilista Alberto Zambelli e uno a proposito del brand Lamberto Losani, so che (giustamente!) siamo tutti ormai proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo in occasione della mia partecipazione a presentazioni e sfilate.

Continuo dunque il piccolo viaggio intrapreso presentandovi la collezione SS 19 Angelo Marani.

Credo che la mia stima verso la famiglia Marani sia cosa nota, tanto che non conto più post e articoli a loro dedicati, qui nel blog così come attraverso i miei canali social, da Facebook a Instagram, nonché attraverso le testate con le quali ho collaborato o collaboro tuttora.
Per anni ho seguito Angelo Marani – fondatore dell’omonimo brand, stilista innamorato della bellezza e della femminilità, orgoglioso portabandiera del Made in Italy – e anche la figlia Giulia che, ormai da tempo, ha intrapreso la stessa carriera, seguendo le orme paterne con umiltà, passione e capacità.
Quando, in gennaio 2017, Angelo Marani è prematuramente scomparso, oltre a provare un grande dolore (la stima nei suoi confronti è sempre stata professionale ma anche personale), mi sono interrogata circa la direzione che avrebbe preso il marchio senza di lui: la risposta me l’ha data proprio Giulia attraverso la collezione Angelo Marani FW 2018 – 19, una risposta forte, chiara, concreta e che profuma di heritage.

Giulia Marani ha infatti (meritatamente) raccolto l’eredità del padre Angelo e sta rendendo onore al lavoro da lui fatto in un modo che a me piace molto: sta mettendo mano al suo archivio storico e lo fa con rispetto, amore, curiosità e freschezza, rivisitando grandi classici e rendendoli contemporanei senza snaturarli, esattamente com’è tornata a fare anche per la collezione SS 19 Angelo Marani.

Ecco dunque che Giulia procede a passo sicuro tra stampe animalier, fiori e petali, lavorazioni pregiate e applicazioni minuziose di micro e macro borchie, tocchi di macramè (proponendolo in un motivo a stelle), bordure di piume di struzzo, colori acquarellati insieme ai toni della terra e a toni esplosivi come un’intensa sfumatura di turchese che ricorda il mare.
Giulia gioca piacevolmente con forme e tagli, con linee femminili, armoniose e danzanti, con sovrapposizioni inedite di materiali ma anche di stampe che uniscono classic e contemporary fashion.
Qualche esempio?
Il lupetto dal taglio sportivo in materiale tecnico viene messo sotto l’abito (come nell’abbinamento che ho fotografato qui); i foulard vengono invece portati sotto cappelli, alla pescatora o tipo baseball, per un effetto sofisticato ed estremamente attuale in un’alternanza festosa di fantasie e colori – come potete vedere nella foto che apre questo post.

Il risultato dell’operazione condotta da Giulia è estremamente femminile (proprio come piaceva ad Angelo Marani) ed è anche dinamico, versatile, pratico, vivace, vitale, grintoso e pop.
Viene così a stabilirsi un ponte tra heritage e contemporaneità, tra capacità manifatturiera (che ha sempre fortemente caratterizzato il marchio) e tecnologia; ed è così che – a mio avviso – si garantisce continuità ma anche innovazione, scrivendo presente e futuro di un nome che tanto ha fatto per consolidare e diffondere il buon nome del Made in Italy.

Manu

 

A seguire, alcuni outfit della collezione SS 19 Angelo Marani (ph. di Paolo Turina, courtesy ufficio stampa).
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

Per seguire il brand Angelo Marani, qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Pillole di MFW per la prossima bella stagione, SS 19 Lamberto Losani

Lamberto Losani menswear & womenswear SS 19 in un mio scatto realizzato durante la recente MFW

E così, anche settembre è ormai finito portando via con sé la Milano Fashion Week o Milano Moda Donna con l’edizione che ha presentato le proposte degli stilisti per la prossima primavera / estate 2019.

Come ho scritto in un recente post a proposito di Alberto Zambelli, so che – giustamente! – siamo ormai tutti proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni di alcuni stilisti che ho incontrato durante le numerose presentazioni e che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo.

(Ebbene sì, confesso di aver visto anche proposte che non mi sono piaciute per niente ma ribadisco ancora una volta quanto io preferisca aprire bocca oppure pigiare i tasti del pc esclusivamente per dare spazio alla positività.)

Continuo dunque questo mio piccolo viaggio tirando in ballo una persona che ho avuto la fortuna di incontrare diversi anni fa: era il 2012 quando ho incontrato Saverio Palatella per la prima volta e se parlo di fortuna è perché Saverio è un vero professionista della moda e dei modi in cui essa si fa linguaggio. È un grande anzi grandissimo esperto di maglieria ed è uno sperimentatore.

(Se vi va, qui trovate un mio articolo su una delle sue sperimentazioni pubblicato da Scenario Magazine, testata con la quale allora collaboravo; qui nel blog trovate invece un post su una sua collaborazione con la cantante Rokia Traoré – giusto per citare un paio di progetti che raccontano l’immensa versatilità di Palatella.)

Tra le tante collaborazioni e i tanti progetti che costellano la carriera di Saverio, oggi desidero raccontarvi del suo lavoro in seno a Lamberto Losani, un nome che evoca a sua volta suprema qualità e innovazione. La maison leader nell’ambito del cashmere Made in Italy e che può contare su una storia lunga oltre 75 anni (78, per l’esattezza) si proietta verso il futuro grazie a una nuova sede, un assetto manageriale rinnovato e il debutto del menswear che va ad affiancare il womenswear a partire, appunto, dalla primavera – estate 2019.

Fondato nel 1940 e guidato oggi da Lamberto Losani, persona innamorata di arte e musica e votata all’armonia e alla qualità del bel vestire italiano in maglia pregiata, il brand ha infatti aperto uno showroom a Milano in via Spiga 2, nel cuore del quadrilatero dello shopping di lusso milanese e accanto ai protagonisti del Made in Italy. La foto in alto è stata da me scattata proprio lì lo scorso 22 settembre, quando ho avuto la possibilità di visionare la collezione e di accarezzarla, è proprio il caso di dirlo. Leggi tutto

Pillole di MFW per la prossima bella stagione: SS 19 Alberto Zambelli

SS 19 Alberto Zambelli (ph. courtesy ufficio stampa)

È appena terminata la Milano Fashion Week o Milano Moda Donna, in particolare l’edizione che ha presentato le proposte degli stilisti per la prossima primavera / estate 2019.
So che – giustamente – siamo ormai tutti proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni di alcuni stilisti che ho avuto il piacere di veder sfilare e che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo (ebbene sì, confesso di aver visto anche proposte che non mi sono piaciute per niente però, come sempre, preferisco aprire bocca o pigiare i tasti del pc solo dare spazio alla positività).

Inizio questo piccolo viaggio da lui, lui che, tra gli stilisti contemporanei, è indubbiamente uno dei miei preferiti poiché ha un’identità forte e riconoscibile eppure, al tempo stesso, è altrettanto capace di rischiare, di cambiare, di sperimentare, di evolvere: parlo di Alberto Zambelli.

La collezione SS 19 Alberto Zambelli guarda alla Natura più pura e incontaminata e forgia la materia fino a farla diventare quasi marmorea, pensando alle opere del grande Antonio Canova (1757 – 1822), l’artista ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo in scultura: è in suo onore che Alberto elegge il bianco – insieme a bagliori argento – a protagonista assoluto dell’intera collezione.

Proprio come in una scultura in cui il bianco è capace di cambiare e mutare, mai uguale a sé stesso, in cui è capace di assumere mille sfumature a seconda di luci e ombre, in maniera del tutto similare e parallela, lo stilista propone il bianco in molteplici tonalità: gesso, calce, roccia e ancora lattiginoso, lunare, glaciale.
E proprio come se ci trovassimo davanti a statue neoclassiche, le forme e i volumi – slegati dalla presenza di colore – si sviluppano liberi.
Le linee fortemente sartoriali emergono in tutta la loro forza, dando vita a strutture elaborate che eppure non costruiscono rigide architetture ma che – al contrario – riescono a conferire all’abito vita, anima e movimento a ogni singolo passo.
Alberto ci propone forme intriganti (a tunica, a kimono, a uovo) e gioca con le lunghezze (mini, midi, maxi) nonché con gli accessori, come tocchi di kidassia (vello di capra a pelo lungo), calze in lattice tipo seconda pelle, scarpe che ricordano i sandali tradizionali giapponesi (detti geta, a metà tra zoccoli e infradito), girocolli e orecchini con sfere in marmo.

A fine sfilata (qui un mio piccolo video) e poi subito dopo in backstage (qui trovate una sequenza di tre scatti), ovvero nei due momenti in cui ho ammirato la collezione SS 19 Alberto Zambelli nel suo complesso, mi sono ritrovata catapultata indietro nel tempo, a cinque anni fa, precisamente al pomeriggio in cui, in uno splendido giardino milanese, mi innamorai della collezione di esordio dello stilista, ovvero la SS 14, la prima con il suo marchio dopo lunghe esperienze in seno a molte realtà: in entrambi i casi, in quella occasione esattamente come per la SS 19, Alberto ha privilegiato la perfezione assoluta del bianco, il colore non colore che tutto contiene.

Da allora, le sue collezioni sono state costantemente concepite pensando a una donna elegante e sofisticata che non ha paura di giocare tra forme pulite e assolute, associate a materiali inediti con i quali Alberto ama spesso sperimentare, come accade anche nella collezione SS 19 nella quale troviamo, oltre a materiali quali la seta chiffon e il plissé double, anche altri più alternativi quali il latex, la viscosa liquida, il tecnosilver.
Ogni capo viene curato nel più piccolo dettaglio, dalla caduta del tessuto passando per il tipo di finitura fino ad arrivare a eventuali ricami e stampe: da qui nasce lo stile essenziale in cui Alberto Zambelli si riconosce – e in cui io costantemente lo riconosco, come scrivevo in principio.
Di stagione in stagione, di anno in anno, le sue collezioni sono il frutto di una continua e personale ricerca sulla contemporaneità, mantenendo un occhio attento al nostro prezioso passato, inteso non come qualcosa di vecchio e polveroso, bensì come un bagaglio ricco di tradizione, conoscenza, cultura che, in questo caso, l’ha condotto all’omaggio a Canova.
L’ulteriore attrazione per l’Oriente (vedere la linea a kimono e le calzature di ispirazione giapponese) ha portato Alberto a creare un concetto di stile purificato dall’eccesso.
In un continuo gioco di sovrapposizioni, profondità e volumi, le forme femminili vengono ridisegnate, esaltando il movimento che avvolge e svela delicatamente il corpo, addolcendo rigore e severità di linee quasi rigorose grazie a tessuti che esaltano l’anima delle sue muse.

In un’epoca di eccessi, di esagerazioni, di provocazioni (spesso gratuite quanto superflue, sterili e inutili), sono – infine – l’eleganza della pulizia e dell’essenzialità a catturare l’attenzione (detto da una che non ha certo fatto del minimalismo il suo stile ma che non sopporta i vuoti sensazionalismi quanto i tentativi di creare a ogni costo clamore).

E dunque… evviva.
Evviva Alberto Zambelli.

Evviva Alberto che dimostra che a uno stilista non servono le stranezze spinte all’estremo né gli atteggiamenti da divo consumato (o da divinità, nei casi più estremi…).
Basterebbe piuttosto avere il talento autentico, basterebbe avere il desiderio sincero di vestire il corpo femminile con passione e rispetto, di creare per noi donne e non esclusivamente per soddisfare il proprio ego (e il proprio conto in banca), esattamente come sapevano fare una volta quei creatori che meritarono il nome di couturier.

Manu

 

A seguire, i miei outfit preferiti nella collezione SS 19 Alberto Zambelli (ph. courtesy ufficio stampa).
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

Per seguire il bravo Alberto, qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Shine bright like… Deyemond??? Allora scegliete Eilish di Alice Canapa!

Ammiro chi, oggi come oggi, ha l’ardire di lasciare il certo per l’incerto.
Ammiro chi, oggi come oggi, rinuncia a un mestiere diciamo prestigioso (tipo medico, avvocato, commercialista, ingegnere..) per inseguire i propri sogni (tipo aprire un piccolo brand artigianale).
Ammiro chi ha questo ardire o questa follia, lascio a voi decidere di quale delle due cose si tratti.

Anche per esperienza personale, vi dico che ci vuole una dose di entrambi quasi nella stessa misura: ebbene sì, ammetto che bisogna essere un po’ pazzerelli per rinunciare, oggigiorno, a un posto fisso con stipendio certo, per esempio, eppure non è detto che la sicurezza economica sia tutto o che ci garantisca felicità.
Io, nel posto fisso, stavo rischiando di impazzire e di consumarmi, giorno dopo giorno e anno dopo anno, e ho fatto una scelta folle eppure coraggiosa, composta per una metà di rinunce e per l’altra metà di riconquista della mia vita.
Tornerei indietro? No, mai. Sono più felice oggi? Sì e posso dirlo dopo aver provato entrambe le situazioni.
Ho fatto la scelta giusta? Sì, ho fatto la scelta giusta per me (non pretendo che lo sia in assoluto) e lo dimostra il fatto che, nonostante nessuno sia libero al 100% da un qualche fardello (nel mio caso l’eterna incertezza economica da lavoro autonomo), affermo con decisione e sicurezza che non tornerei indietro e che sono più felice ora (e non di poco) rispetto a quando prendevo 14 mensilità da stipendio fisso pagato con puntualità ogni 27 del mese.

Con questo, non pretendo di dare lezioni di vita a nessuno, lo voglio dire molto chiaramente: ogni caso è a sé e, se qualcuno mi chiedesse consiglio, non suggerirei mai né l’una né l’altra scelta, ma suggerirei piuttosto di essere molto onesti, sinceri e obiettivi per quanto riguarda le proprie personali esigenze e i propri personali obiettivi.
Per questo dico di aver fatto la scelta giusta ma giusta per me.

Detto tutto ciò, ammetto di avere un debole e un’attrazione verso tutti coloro che hanno avuto il coraggio e la follia necessari per fare il grande salto cambiando il corso di una vita che poteva sembrare già tracciata: mi piace raccontare le loro storie e, stavolta, desidero raccontarvi quella di Alice Canapa, la fondatrice del brand Eilish.

Ancora una volta, le nostre strade, la mia e quella di Alice, si sono incrociate grazie al web e, precisamente, grazie a Instagram: conducendo le solite ricerche di oggetti e persone che siano capaci di catturare il mio immaginario, sono capitata sul suo account e sono stata colpita da tre sue affermazioni.

La prima – «Creo gioielli per portare nel mondo un po’ di autoironia», argomentazione che mi piace moltissimo perché considero l’autoironia come un ingrediente fondamentale in ogni impresa.
La seconda – «Credo fermamente negli unicorni», dimostrazione che Alice crede – come me – che ciò che spesso viene considerato impossibile possa invece diventare possibile.
La terza – «Glitter addicted»… e vuoi dirlo, cara Alice, a una che ha chiamato il suo spazio web A glittering woman? 😀

Detto fatto, in cinque minuti, dopo aver curiosato tra le foto di Instagram, ho cliccato sul link del negozio virtuale di Eilish su Etsy, il portale dedicato ad artigianato e vintage: lì ho scoperto un bel po’ di cose.

Alice racconta di essere nata nel luglio del 1987 a Osimo, uno splendido paesino nelle campagne marchigiane, vicino ad Ancona: è un’artigiana orafa ed è la fondatrice – appunto – del brand Eilish.

La sua passione per l’arte orafa nasce in parte grazie alla mamma che è amante dei gioielli e in parte per un grande amore di Alice stessa per tutto ciò che è a artigianato.
Accantonata la laurea in ingegneria (vedete che il mio citare gli ingeneri in principio non era poi del tutto casuale..), la nostra Alice ha capito che il suo lavoro doveva essere quello di orafa: si è rimessa a studiare e, dopo un diploma in oreficeria, ha cominciato pian piano a costruire il suo laboratorio.

Per Eilish, fa tutto da sola: disegna e crea i gioielli che sono principalmente in argento e ottone, gestisce i negozi online, spedisce, cura i social (l’account Facebook oltre al già citato Instagram) e i contatti con i clienti.
Il tutto avviene nel suo studio, «accanto al caminetto, al primo piano della mia casa».

I suoi gioielli rigorosamente artigianali parlano (molto) di lei: la sua follia (e lo dice lei!), la sua autoironia, il suo amore per il glitter e per il colore rosa…tutto si mescola aiutandola a creare accessori particolari e che non passano certo inosservati, perché i pezzi Eilish nascono con lo scopo di far sentire unica ogni donna grazie a un design moderno pensato per brillare in ogni occasione.

Negli ultimi anni, Alice ha anche cominciato a tenere dei workshop attraverso i quali insegna tecniche base di oreficeria: la sua idea è far capire che ogni persona è in grado di creare qualcosa con le proprie mani, anche chi si definisce negato (devo andare a trovarla…).
Dato il successo di questi workshop, all’inizio del 2014 e sempre a Osimo, è stata tra le fondatrici dell’associazione culturale Il Canapaio, un luogo in cui vengono organizzati laboratori in cui i creativi, locali e non, insegnano la loro arte.
Insomma, Il Canapaio (vi lascio anche l’account Instagram) è uno splendido esempio di vero spirito di condivisione, proprio come piace a me.

Forse, qualche lettore particolarmente attento (grazie ) ricorderà quando ho raccontato della mia malattia (ehm…) mania per gli occhi: infatti, tra le creazioni di Alice, ho scelto e acquistato (per ora…) un pezzo della linea Deyemond, ironico gioco di parole tra diamond e eye.
Nella foto in apertura, vedete pertanto la sottoscritta che indossa la collana con occhio in argento 925 disegnato da Alice: la nappina si può scegliere in cinque diverse varianti colore, mentre l’occhio è disponibile anche nella versione ottone placcato oro giallo.

Se vi piace la collana, la trovate qui e potrete apprezzare anche il motto scelto da Alice per questa sua linea, giocando un po’ con il ritornello di un celebre brano della cantante Rihanna: Shine bright like a diamond è diventato Shine bright like Deyemond.

Lo confesso: adoro Alice nonché la bravura e l’ironia che ha riversato in Eilish.

Meno male che non ha fatto l’ingegnere anche se, magari, sarebbe stata bravissima anche a fare quello.

Manu

Elogio del micro: Giovanna Checchi e i suoi Little Bit Bijoux

Come si evince facilmente dalle foto che condivido attraverso il mio account Instagram e come ammetto molto apertamente, ho una gran passione per gli anelli dalle dimensioni importanti, come li definisco io, o vistosi, come li definiscono (peraltro giustamente) altre persone.
Li amo talmente tanto da averne ricavato anche due post pubblicati nel blog (qui e qui) e, sebbene la mia ormai vastissima collezione (portata avanti con entusiasmo da quando avevo 15 anni) sia estremamente eterogenea quanto a forme, materiali e dimensioni, in effetti a prevalere sono proprio quelli che molti chiamano statement ring oppure cocktail ring – anche se le due tipologie non sono esattamente la stessa cosa.

Statement significa dichiarazione oppure affermazione e, abbinato all’ambito gioiello, va a indicare quei pezzi che, in effetti, sono una sorta di affermazione di importanza o affermazione di visibilità: statement ring indica dunque tutti quei pezzi che si fanno notare e che attraggono lo sguardo, non necessariamente o non esclusivamente per un valore economico, tanto da essere diventato anche un hashtag molto utilizzato proprio in Instagram.

Il discorso è un po’ diverso – e secondo me più affascinante – per quanto riguarda i cocktail ring e soprattutto le loro origini.
Anch’essi grandi, sfacciati ed eccentrici, in origine i cocktail ring erano permessi solo dopo l’ora del tè, da portare rigorosamente alla mano destra.
Cocktail ring, letteralmente anello da cocktail, è la definizione che ha sempre accompagnato il monile dall’epoca del proibizionismo americano, ovvero quel periodo fra il 1919 e il 1933 in cui negli Stati Uniti venne sancito il bando sulla fabbricazione, la vendita, l’importazione e il trasporto di alcool: furono anni in cui divenne estremamente seducente e affascinante l’idea di indossare tali anelli esagerati per partecipare a feste clandestine.
In queste occasioni, in ambienti estremamente selezionati, si poteva esporre tutto ciò che era considerato illegale: per quanto riguarda l’anello, più era prezioso e originale maggiore era il fascino di chi lo sfoggiava, in modo direttamente proporzionale.
I tempi cambiarono, il proibizionismo finì, ma il cocktail ring mantenne il suo fascino e continuò a essere presente nelle feste dell’alta società degli Anni Cinquanta – Sessanta.
Oggi non ci sono più veti assoluti, il galateo non è più vincolante come un tempo e prevale l’espressione della nostra singola personalità: capita che tutti gli anelli grandi vengano definiti cocktail ring in nome di queste intriganti origini e delle dimensioni importanti, ma in realtà, dal punto di vista tecnico, non è proprio così.
Inizialmente, per essere definito da cocktail, un anello doveva infatti essere non solo oltremodo grande ma anche essere dotato di una pietra preziosa incastonata a griffe, quel tipo di montatura che prevede che la gemma venga inserita all’interno di una corona costituita da un numero variabile (in genere da tre a sei) di punte equidistanti che formano una base a forma di cestino: inoltre, andava portato assolutamente a destra, ripeto, all’anulare o al dito medio.
Pian piano, sebbene la rigidità dell’etichetta sia andata scemando, è rimasto proibito portarlo all’anulare sinistro, dito dedicato esclusivamente agli anelli del cuore, ovvero la fede e l’anello di fidanzamento.
Attualmente non è necessario che il cocktail ring sia costoso: rimarrebbe invece valido, per godere dell’appellativo, che conservasse le caratteristiche della grande pietra (che siano gemme oppure pietre semi-preziose oppure cristalli) e della montatura a griffe.
Dunque, sarebbe forse meglio definire i grandi anelli moderni semplicemente come statement ring.

Chiudo qui la divagazione storico-sociale che spero abbia affascinato e incuriosito anche voi, miei cari amici che leggete, e torno a noi …
Scherzando (ma non troppo) affermo spesso che, prima o poi e appena metto da parte un gruzzoletto, consulterò uno psicologo allo scopo di dare un perché alla mia mania per gli anelli enormi… poi, invece, spendo (quasi) tutto quanto in bijou (enormi!) e allora volete sapere una cosa? Mi sono fatta una diagnosi da sola…
Perché mi piacciono gli anelli esagerati?
Ma perché sono esagerata in tutto ciò che mi riguarda: sono fedele a persone, cause e ideali fino allo spasmo, amo con ogni centimetro e ogni grammo della mia persona, sono logorroica, gesticolo troppo, faccio un sacco di smorfie con il viso, sono una collezionista seriale e, quando faccio shopping, a volte compro non una ma due cose… volete mettere il gusto di avere una maglia che mi piace in due colori?
Insomma, sono un vero disastro…
(Ditemi però che non sono l’unica, vi prego, ad avere la mania del doppio colore…)

Non solo, oltre a essere (un tantino) esagerata in ogni mia manifestazione, ho un altro significativo difetto: non ho mezze misure.
Passo da un estremo all’altro e dunque passo dalla passione per i bijou fuori misura alla passione per quelli piccoli, leggeri, delicati, poetici, ovvero quelli che riescono, in pochi centimetri e in maniera inversamente proporzionale alle loro dimensioni micro, a contenere e sussurrare milioni di suggestioni.

E così, stavolta, un’amante del macro si innamora del micro e ne fa un sincero elogio per un motivo ben preciso: Giovanna Checchi, l’anima di Little Bit Bijoux, il marchio che vi presento, è capace di miniaturizzare mondi interi – soprattutto fiori e origami – racchiudendoli in piccole sfere, semisfere, boccette da portare al dito, al collo, al lobo.

Classe 1981, stilista freelance di abbigliamento per bambini, Giovanna vive a Milano con il suo compagno e i loro bimbi.
Si definisce curiosa e sognatrice, appassionata di viaggi, disegno, musica e DIY (l’acronimo di do it yourself, equivalente dell’italiano fai da te).
Creatività e fantasia sono eterne costanti della sua vita.

Quello da stilista di abbigliamento bimbo è un lavoro che Giovanna ama, ma desiderio e bisogno di creare direttamente con le mani l’hanno portata a dar vita a Little Bit Bijoux.
Nel suo negozio su Etsy, il grande portale particolarmente dedicato al fai da te, si possono trovare i suoi bijou interamente fatti a mano, realizzati con passione, amore e cura per il dettaglio (letteralmente!): l’intento è offrire un prodotto bello, originale e ben rifinito, pezzi unici come unica è l’ispirazione da cui nascono e unica è la personalità di ogni donna che sceglierà di indossarli.

I fiori utilizzati sono tutti veri, pressati, essiccati e trattati in modo tale che rimangano invariati nel tempo.
Alcuni sono raccolti e lavorati direttamente da Giovanna, altri vengono da lei acquistati da fornitori di sua fiducia, esperti e competenti.
Anche i piccolissimi origami – soprattutto gru e barchette – racchiusi sotto le campane di vetro sono opera delle sue pazienti manine e sono realizzati con carte di riso esclusivamente di origine giapponese.
Non solo: Little Bit Bijoux nasce per soddisfare sogni e desideri, quindi le richieste dei clienti sono ben accette e Giovanna fa fronte anche a ordini personalizzati.

Chi mi conosce sa che, monili a parte, il mare è forse la mia più grande passione: nonostante sia nata in una grande città, mi trasferirei volentieri in un posto di mare e dico di avere l’acqua salata nelle vene insieme al sangue.
Amo il mare in ogni stagione e a qualsiasi latitudine: amo tutto ciò che me lo ricorda, la sabbia, le conchiglie, le barche – e non solo quelle vere.
Quand’ero bambina mi hanno insegnato a fare le barchette di carta e ne ero tremendamente affascinata: credo di averne fatte a centinaia, forse a migliaia, di ogni dimensione e colore.
Quando ho visto quelle in miniatura di Little Bit Bijoux… non ho potuto resistere.
Ho contattato Giovanna e le ho chiesto, oltre al pendente, se fosse possibile avere un anello poiché adoro combinare questi due monili: lei ha accettato e ha creato un anello che ha fatto decisamente capitolare una fan sfegatata degli statement ring.

Vi lascio con piacere il link di Little Bit Bijoux su Etsy (il negozio, tra l’altro, è aperto dal 2014) nonché il link del relativo account Facebook e il link di quello Instagram che è il luogo virtuale in cui prediligo fare ricerche e che – come in tanti altri casi – mi ha fatto trovare Giovanna: poi, siccome lei è di Milano come me, sono andata a trovarla di persona e lì, trovando una persona appassionata, entusiasta e capace, è scattata la seconda scintilla che ha fatto sì che io abbia deciso di scrivere di lei.
Se volete i miei stessi monili, quelli che vi mostro nella foto che apre il post, qui trovate la collana con la sabbia e la barchetta e qui l’anello.

Ah, a proposito di acquisti doppi…
Ma se, visto che amo gli origami, dopo la barchetta, io acquistassi anche la collana con la gru?
(Non c’è nulla da fare, sono proprio incorreggibile…)

Manu

Francesca Caltabiano, gioielli onirici con un valore aggiunto

Succede che, in un caldo e assolato pomeriggio di maggio, io vada al press day organizzato da una persona che stimo per presentare a stampa e blogger alcuni brand.

Succede che, in quella occasione, io veda, tocchi e provi i gioielli di una designer e succede che scatti un amore immediato, per lei, per i suoi gioielli, per i suoi progetti: il nome di questa designer è Francesca Caltabiano.

Da sempre appassionata di minerali, gioielli, cinema e moda, Francesca Caltabiano si laurea nel 1989 a New York in Fashion Marketing presso il Fashion Institute of Technology e si diploma inoltre al Gemmological Institute of America: con questo istituto, Francesca collabora per alcuni anni come gemmologa.

L’influenza della New York degli Anni Novanta segna profondamente il percorso creativo e culturale dell’artista fiorentina, tanto che i gioielli che nascono dal suo cuore e dalle sue mani diventano espressione degli interessi, delle passioni e dei ricordi che mette insieme in quegli anni: non solo, il mondo fiabesco si incontra e si mixa con varie forme di arte. Leggi tutto

Portatelovunque, creazioni sorridenti per viaggiatori controcorrente

Vi va di venire con me?
Desidero raccontarvi una storia speciale che coniuga moda – etica e sostenibile – e impegno sociale attraverso un progetto di crowdfunding in grado di aiutare le donne.

La storia è quella di Portatelovunque​, un progetto che nasce da un’idea della giovane Chiara Di Cillo, designer e “viaggiatrice seriale”, come lei stessa si definisce.

Il nome è buffo, è quasi uno scioglilingua, e già solo a pronunciarlo scappa un sorriso – ciò che è capitato a me leggendolo e che spero sia capitato anche a voi.

Il verbo portare ha molti significati: indica spostare in altro luogo, prendere con sé durante un viaggio, fare un dono, accompagnare e anche indossare.
Il progetto Portatelovunque è esattamente tutto ciò ed è creare oggetti artigianali che propongono un connubio tra etica ed estetica; Chiara ha così immediatamente conquistato la mia attenzione, visto che da tempo immemore auspico e ricerco proprio tale genere di connubio.

Estetica, apparenza, etica, contenuti, sostanza ed essenza per me possono – e devono – convivere, come nel progetto di Chiara che ha scelto di utilizzare tessuti e materiali dismessi: la designer dà loro una nuova forma, trasformando in risorse quelli che per altri sono semplici rifiuti. Leggi tutto

Brandina The Original, il mare è felicità e si può mettere in una borsa

Questa settimana, precisamente lunedì, sono stata alla presentazione della nuova campagna pubblicitaria di Brandina The Original, un marchio di borse e accessori tutti realizzati con il tessuto dei lettini da mare.

L’idea alla base di questo marchio nasce durante la realizzazione da parte di Marco Morosini di un libro fotografico dedicato alla Riviera Adriatica, pubblicato nel 2004 da Electa Mondadori.

Visto che si parla di Riviera Adriatica, il designer e fotografo Morosini decide di fare qualcosa che evochi immediatamente uno dei tratti più caratteristici del luogo: pensa dunque di utilizzare il materiale di cui sono composti i tradizionali lettini (o brandine) da mare per realizzare delle originali sovraccoperte per il libro e, nel fare ciò, scopre le potenzialità del tessuto, tanto da decidere di utilizzarlo per creare borse e accessori attraverso una produzione rigorosamente artigianale.

Così, dal 2005, il marchio Brandina unisce il fascino dell’omonima seduta da spiaggia della solare Riviera Italiana con la creatività di Marco Morosini e della sua compagna, l’architetto Barbara Marcolini che cura e disegna tutti i modelli.

E questo è il primo motivo per il quale ho scelto di parlarvi del marchio: mi piacciono le idee fuori dagli schemi e mi piace che un materiale venga estrapolato dal contesto abituale (fare lettini da spiaggia) per essere portato in un altro mondo (quello delle borse).
Mi piace chi sa vedere oltre e, se di tanto in tanto leggete A glittering woman, avrete ormai capito che nutro questo tipo di passione. Leggi tutto

Dreamboule, micromondi preziosi da portare al dito

Se in questo mio piccolo spazio web capita che io racconti molto più spesso storie connesse a bijou e gioiello contemporaneo piuttosto che storie connesse a gioielleria e oreficeria è perché preferisco la sperimentazione, anche se conduce (anzi, soprattutto se conduce) a materiali davvero inconsueti, a soluzioni considerate ardite, a forme particolarmente anticonvenzionali.
E se gioielleria e oreficeria erano nate proprio così, come arti straordinariamente fantasiose e sperimentali, trovo che in tempi recenti molti protagonisti di tale settore abbiano invece un po’ sacrificato immaginazione e ardore per privilegiare esercizi di pura preziosità commerciale che a me, francamente, poco interessano visto che non è certo il valore economico ciò che cerco in un monile.
Non me ne voglia nessuno, purtroppo ho il brutto vizio di dire ciò che penso (per quanto cerco di farlo con garbo) e questa, chiaramente, è semplicemente una mia sensazione, assolutamente personale e riferita soprattutto ai grandi brand, poiché tanti laboratori orafi conducono tuttora una buona sperimentazione; capita infatti che io conosca una persona come Beniamino Crocco e le mie convinzioni sullo stato della gioielleria moderna vengono sovvertite in un attimo.

Lo scorso 20 aprile, sono stata invitata alla presentazione di un nuovo progetto di alta gioielleria presso la Boutique Nerone, prestigiosa bottega orafa ubicata in via Cusani, nel cuore del quartiere Brera: la collezione presentata porta il nome Dreamboule e confesso di essere stata incuriosita fin da quando ho ricevuto il cartoncino di invito.

Il cartoncino parlava di «un anello rivoluzionario, in grado di contenere un mondo dentro un mondo»: inutile dire che queste poche parole misteriose hanno immediatamente e completamente catturato la mia attenzione da glittering woman. Leggi tutto

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

40anni di tesori MF1 svelati da un archivio ora digitale, una mostra, un libro

Lo racconto sempre agli studenti dei miei corsi in Accademia del Lusso: siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese da dimenticarci spesso che essa è, al contrario, una realtà abbastanza recente.

La verità è che, fino all’Ottocento, a dettare legge in ambito moda è stata la Francia e gli stessi creatori di casa nostra hanno guardato i cugini d’Oltralpe cercando esempi e ispirazione.
Pensate alla celebrità della quale ha goduto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, moglie di Luigi XVI e nota semplicemente come Maria Antonietta (1755-1793): tutto ciò che la sovrana fece creare o scelse e poi indossò divenne moda non solo in Francia, bensì presso tutte le corti europee dell’epoca.
E pensate che, proprio per quanto riguarda il nostro Paese, ho scoperto che la stessa parola «moda» apparve per la prima volta solo nell’edizione del 1691 del dizionario italiano: la definizione era quella che fotografa tuttora la caratteristica fondamentale della moda, ovvero «ciò che riguarda le abitudini mutevoli».
Già, perché la moda indica comportamenti collettivi con criteri mutevoli: non solo, anche se usiamo spesso questo termine in relazione al modo di abbigliarci, dobbiamo ricordare che in realtà la moda non è solo nei vestiti.
Così come è utile ricordare che la moda nasce solo in parte dalla nostra necessità di sopravvivere, coprendoci prima con pelli e poi con materiali e tessuti lavorati per essere indossati; gli abiti assunsero infatti ben presto anche precise funzioni sociali, atte per esempio a distinguere le varie classi e le mansioni – e questo occorrerebbe ricordarlo soprattutto a chi continua a considerare la moda come cosa futile e sciocca.

Ma torniamo alla moda italiana. Leggi tutto

La ricetta delle borse MamaMilano, fatte a mano in Italia in vera pelle

Da diversi anni, sono cliente di un’azienda a conduzione familiare che si chiama MamaMilano.

Perché ve lo racconto? Chi è e che cosa fa questa azienda?
Ve lo dico subito, senza preamboli o giri di parole, anche perché scommetto che catturerò in un attimo la vostra preziosa attenzione, soprattutto quella del pubblico femminile: MamaMilano produce borse in vera pelle e totalmente Made in Italy.

Le formula magica e le parole chiave sono dunque queste: se sono diventata una loro affezionata cliente è perché amo le borse e perché le loro sono tutte in pelle, fatte a mano rigorosamente qui in Italia, anzi, in provincia di Milano.

Devo però anche confessarvi che, ormai da tempo, mi ponevo un interrogativo, visto che l’ulteriore caratteristica di MamaMilano è che le creazioni hanno prezzi abbordabili, adatti a tutte le tasche.
Non servono investimenti stratosferici per appropriarsi di una delle loro borse e – giusto per intenderci – sarò estremamente diretta e maledettamente sincera, come al mio solito: le cifre equivalgono grosso modo a quelle delle borse in pura plastica in vendita nelle varie grandi catene di fast fashion (diretta, sincera e anche un filino scomoda, mi ero dimenticata di aggiungere, e tanto per cambiare mi attirerò qualche antipatia).
Dunque, essendo persona curiosa di natura (in senso buono) e che ama andare in fondo alle questioni, ciò che mi chiedevo è come MamaMilano riesca a vendere borse in pelle a prezzi tanto contenuti. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Valeorchid FW 2018 – 19

Dalla collezione Valeorchid FW 2018 – 19 (foto della stilista stessa, modella Erica)

Parlare del lavoro di un amico che fa lo stilista è un enorme piacere nonché una grande emozione, naturalmente, ma implica anche una notevole responsabilità.
Perché c’è – anche solo per un istante – il timore che il giudizio professionale possa essere offuscato o influenzato dall’affetto.
Valentina, mia Amica (sì, con la A maiuscola) e stilista, mi libera completamente da detta paura, in quanto il suo talento è talmente limpido da non lasciare spazio a timori riguardo possibili confusioni dettate dal sentimento.

Di lei e del suo brand Valeorchid ho già parlato in un paio di post precedenti, quando qui ho presentato la sua collezione autunno / inverno 2016 – 17 e quando qui ho dato un assaggio della sua collezione nell’ambito di un reportage complessivo sulla primavera / estate 2018: stavolta, vi parlo della collezione Valeorchid FW 2018 – 19 che sono andata a visionare durante l’ultima Milano Fashion Week.

La collezione si intitola “…into the sound” e, proprio in questo titolo, è racchiuso il suo concept: raccontare l’essenza dei suoni del tempo passato fino a farli diventare capi da indossare.
Ogni suono accompagna e segue il movimento del corpo in una dolce danza d’inverno; bianco e nero percorrono le linee e le forme dei capi, realizzati in tessuti caldi e morbidi che avvolgono il corpo con rispetto.

La collezione Valeorchid FW 2018 – 19 è pensata per donne che hanno il coraggio di far risuonare in loro la vita, per donne che hanno il coraggio di far vibrare – e ascoltare – i loro sensi.
L’amore per la moda ha origini lontane per Valentina: «mia madre era una sarta e così, crescendo tra macchina da cucire, ago, filo, tessuto e, al tempo stesso, musica e arte, tutto è diventato linfa vitale», racconta a chi ha la fortuna di saperla ascoltare.

La filosofia del suo brand Valeorchid è quella di custodire il corpo rendendolo unico, proteggendolo come se fosse un gioiello contenuto all’interno di uno scrigno: in questo scrigno immaginario, spazio e tempo reali cessano di esistere per lasciare la possibilità di godere di momenti di qualità da prendere per sé, per amplificare la percezione di ognuno dei nostri sensi.
Le creazioni sono tutte collegate tra loro con un filo rosso come a raccontare una storia in musica, immagine e poesia; ogni capo è la fusione di tanti versi, ogni collezione diventa capitolo di un’unica grande storia.
Nel mondo Valeorchid è forte il rimando al nostro passato unito, talvolta, al rimando a terre lontane, dal primo Novecento fino ad arrivare al Giappone, ovvero periodi e luoghi in cui la femminilità ha sempre avuto un ruolo di primo piano nonostante condizioni sociali spesso avverse.

La donna Valeorchid è un’entità libera, indipendente e forte, che sa svelare le sue emozioni a tempo debito, sussurrando la propria femminilità.
Gli abiti, in cui sono costanti ricerca e cura del dettaglio, sono privi della costrizione delle taglie; in essi vi è, al contempo, forma e assenza di forma.
Assumono infatti forma definitiva attraverso un gioco di trasformazioni e sovrapposizioni, cambiando aspetto ogni volta anche a seconda di chi li indossa

«Vestire è un atto importante – racconta ancora Valentina – poiché è dedicare tempo a corpo e spirito per esprimere al meglio la propria personalità»: è esattamente tutto ciò che penso io, la moda che si fa linguaggio e racconta il nostro quotidiano, il nostro vissuto, la nostra storia.
Ecco perché con lei non ho timore che il mio giudizio possa essere inquinato dall’affetto: a parlare è invece la stima per la qualità e il contenuto del suo lavoro.

Il brand Valeorchid è attivo dal 2013: con la collezione “…into the sound”, Valentina giunge alla sua quinta collezione, oltre ad alcune produzioni limited edition e a collaborazioni con altri brand.
E sono orgogliosa di segnalare che le collezioni sono state apprezzate tanto da godere di una discreta distribuzione su buona parte del territorio italiano, da Udine fino a Roma, presso prestigiosi e selezionati concept store che potete trovare elencati qui.

Se volete seguire Valentina, vi segnalo che qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui il suo account Instagram.
Se volete visionare tutta la collezione Valeorchid FW 2018 – 19, la trovate qui; personalmente, ho già commissionato a Valentina il soprabito a pois che, oltre ad avere una linea a uovo che mi fa impazzire, è anche reversibile per un uso ancora più libero e versatile.

Geniale la mia Vale: in un panorama di proposte troppo spesso omologate e non particolarmente innovative, lei ha invece il coraggio di proporre la sua visione – che io sposo in toto.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Alberto Zambelli FW 2018 – 19

Estratto dalla collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19

A volte, vorrei proprio essere capace di portare indietro il tempo, riavvolgendolo su sé stesso esattamente come si faceva con i nastri delle musicassette che ascoltavo quand’ero ragazzina.
Mi piacerebbe riavvolgere il tempo per poter rivivere la stagione d’oro della moda e in particolare gli ultimi trent’anni del Novecento, i tempi che sono i protagonisti assoluti della grande mostra che si sta tenendo a Palazzo Reale a Milano (Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 aperta fino al 6 maggio) nonché i tempi in cui grandi giornaliste vivevano a stretto contatto con i più grandi stilisti.
E quando parlo di grandi giornaliste mi riferisco a figure del calibro della rimpianta Anna Piaggi oppure alla sua amica e collega Anna Riva, donna instancabile e incredibile che ho la fortuna di incrociare di tanto in tanto in occasione di qualche conferenza stampa.

In quegli anni d’oro in cui il Made in Italy trovava la definitiva consacrazione, molti stilisti oggi universalmente celebri muovevano i primi passi e professioniste integerrime e appassionate come la Piaggi e la Riva erano chiamate a dar loro consigli, suggerimenti, conferme, in uno scambio autentico e diretto: nasceva una sorta di simbiosi creativa che ha avuto come risultato la nascita di grandi icone della moda.
Me lo concedete? Rimpiango quello scenario e quei tempi poiché viverli deve essere stato straordinariamente stimolante, per gli stilisti e per coloro che hanno avuto la fortuna di affiancarli, vedendoli crescere e contribuendo a lanciarli.
Ho bene in mente quando la signora Riva, con grande generosità, mi ha raccontato di come sia stata consigliera di alcuni grandi nomi e ricordo altrettanto bene la giornalista Giusi Ferré fare racconti simili in occasione di un seminario in Accademia del Lusso.

Credo che per chi come me ha trovato la propria dimensione non nel creare la moda bensì nel comunicarla, nulla sia più desiderabile che avere l’opportunità di vivere quello scambio diretto.
Ecco perché tornerei indietro ed ecco perché mi rattrista vedere che tra i giovanissimi che aspirano a seguire le orme dei più grandi giornalisti non esiste più (o quasi) tale ambizione: molti non fanno altro che continuare a scrivere ossessivamente ed esclusivamente degli ormai soliti noti. Dov’è il coraggio di osare nuove strade?
Poi, mi dico che – forse – devo solo avere pazienza perché, in questi anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi con parecchi stilisti che, a mio avviso, hanno tutte le carte in regola: forse, avrò il privilegio di vedere finalmente brillare i nomi di coloro che ho seguito fin dagli esordi in ambiti ancora più elevati, nella speranza che finalmente si realizzi il tanto necessario e auspicabile cambio generazionale.

Tra questi nomi figura senza dubbio quello di Alberto Zambelli, stilista talentuoso ma anche persona con una spiccata sensibilità – umana e artistica – capace di condurlo sempre oltre, perfino oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Ogni volta in cui penso «Alberto non potrà sorprendermi oltre», ecco che lui, invece, riesce a farlo: è esattamente ciò che è successo anche in occasione della recentissima Milano Fashion Week durante la quale sono state presentate le collezioni per il prossimo autunno / inverno.

La collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 parte da un pensiero: ogni essere umano è unico, nessuno è identico a un altro.
Individualità, personalità, unicità ci caratterizzano, tuttavia esiste qualcosa che ci fa smettere di essere tanti singoli, tante isole, esiste qualcosa che ci mette in connessione con i nostri simili per diventare collettività: questo qualcosa è l’abbraccio, un gesto semplice quanto primordiale che ricompone due singoli, che unisce ciò che è fisicamente separato.

«Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati.»
Così declamava uno dei personaggi in un famoso film di Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista) e nello stesso modo la pensa Alberto che trasferisce la gestualità dell’abbraccio negli abiti, attraverso un linguaggio fatto di rappresentazioni figurative e di materiali avvolgenti che si incontrano. Come avviene, appunto, in un abbraccio che unisce due metà.

La naturalezza dell’abbraccio viene così tradotta in capispalla sartoriali, caldi e avvolgenti; fasce che percorrono abiti e top e strutture tridimensionali simili a origami si palesano come braccia che stringono il corpo in una stretta morbida e calorosa.
Trasformando il gesto in rappresentazione grafica, Alberto ha inoltre creato stampe dal gusto rigoroso che si ritrovano su abiti, gonne e bluse nonché preziosi ricami in cristalli.
Ho apprezzato l’uso del jersey bianco, tecnico eppure al tempo stesso confortevole e femminile; mi piace anche il fatto che la quasi perfetta neutralità della collezione dal punto di vista dei colori (che sono sobri e moderati) conviva in perfetta armonia con interventi inattesi e decisi, estrosi e frizzanti.
Cito, per esempio, le fasce in visone colorato (in tinte che Alberto ama definire cielo e melone) oppure i calzettoni con la scritta hug, abbraccio.

Vi ho incuriositi? Lo spero e vi invito allora a guardare tutta la collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 qui: spero che vi dia emozione, perché a me ne ha data.

Così come ho provato emozione in backstage quando, allungando le braccia verso di me e sfoderando il suo bel sorriso, Alberto mi ha detto «abbracciamoci»: la mia speranza che possa esserci una nuova stagione d’oro della moda italiana si è rinnovata, una stagione in cui chi crea e chi racconta possano lavorare insieme nell’ottica di un amore comune – quello verso il bello e il ben fatto.

Alberto è maestro in questo e io sono felice di esserne fedele testimone, collezione dopo collezione.

Manu

Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram di Alberto Zambelli.

Se volete leggere i miei post sulle precedenti collezioni di Alberto Zambelli: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il post sulla collezione autunno / inverno 2016 – 17; qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Ultra Violet, dice Pantone per il 2018: ecco la mia wishlist in 6 punti

Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il mio articolo più recente per ADL Mag inizia con queste parole e così, ancora una volta, torno a parlare di un argomento che mi affascina molto: il colore con il suo ricco potenziale comunicativo e la sua articolata psicologia.

Lo scorso febbraio, direttamente qui nel blog, avevo raccontato come Pantone avesse scelto il Greenery per rappresentare il 2017, una sfumatura di verde a forte componente di giallo: quel colore mi piaceva parecchio ma, se posso esprimere la mia opinione, dichiaro la mia netta e decisa preferenza per il neo eletto Ultra Violet.

Sarà che il viola è sempre stato uno dei miei colori preferiti e che non sono minimamente superstiziosa, così come ho raccontato quando Hillary Clinton scelse un tailleur di tale tinta in un’occasione decisamente importante, episodio che riprendo anche nel pezzo per ADL Mag così come torno a raccontare il motivo per il quale il viola viene considerato un colore di cattivo auspicio.

Oppure sarà che la sfumatura scelta da Pantone è esattamente quella che preferisco io, ovvero un viola particolarmente intenso grazie alla forte predominanza di blu. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: i foulard Adima e il ritmo interiore

Capita spesso che, qui nel blog, io racconti storie di talento al femminile: oggi vi presento Alessandra Benetatos, fondatrice di Adima Made in Presence.

Partendo dal suo amore per l’acqua, Alessandra ha creato una speciale collezione di foulard in seta.
La collezione offre un prezioso contributo all’eccellenza Made in Italy e onora le lavorazioni artigianali che ne costituiscono il cuore: lo fa attraverso quattordici originali creazioni che svelano forme e sfumature dell’acqua.
Ogni foulard è un tributo alla Natura e racconta una storia di unione tra spirito e materia attraverso il legame primordiale con il liquido vitale costantemente presente nella vita artistica, meditativa e professionale della creatrice di questi capolavori: il suo rapporto con l’acqua rivive nella trama del tessuto e viene trasmesso a chi sceglie di indossare i suoi foulard.

I foulard sono avvolgenti e sfiorano anche i due metri: sono in seta purissima, lavorati e realizzati in Italia.
Ogni creazione propone uno stato d’animo fermato nel tempo, un momento unico vissuto da Alessandra in presenza dell’acqua del mare, di un fiume o di un lago.
Tale frammento di vita viene riprodotto su seta: per questo Made in Presence, perché la presenza diventa consapevolezza e consente che bellezza e talento della Natura possano manifestarsi e che Alessandra sia lì, pronta ad accoglierli per poi poterli condividere.
«Ho scelto di rappresentare l’acqua su seta in grandi dimensioni per trasmettere la sensazione di essere avvolti da un abbraccio fluido – spiega lei – e infatti ogni foulard porta con sé una storia, un luogo in cui è simbolicamente nato.»

Un altro elemento fondamentale e irrinunciabile dello stile Adima è il tempo.
«Io mi prendo tutto il tempo necessario – spiega ancora Alessandra – e le mie saranno collezioni che seguiranno ritmi più interiori rispetto a quelli della moda tradizionale. Vado a incontrare l’acqua nel pianeta e quando sono pronta nascono i nuovi pezzi».
È una dichiarazione decisamente coraggiosa in momenti in cui il sistema moda impone agli stilisti autentici e massacranti tour de force, considerata la (assurda) e continua richiesta di nuove collezioni da dare in pasto a un mercato spesso ormai saturo.
L’intento del brand, infatti, è anche la valorizzazione del tempo necessario all’ideazione e alla lavorazione, è anche la centralità delle cosiddette trame umane, perché «ogni persona che ha lavorato al progetto ha lasciato la sua impronta».
E Alessandra precisa con orgoglio un punto importante: «abbiamo un forte intento di sostegno, non solo della maestria italiana dei nostri artigiani, ma anche delle persone che indosseranno questi foulard».

Posso dunque affermare che Adima Made in Presence realizza e offre manufatti di alta qualità che vogliono esprimere valori est-eticamente sostenibili, con un avverbio che piace molto ad Alessandra e anche a me, perché quel trattino – per niente casuale – va a legare apparenza (estetica) e contenuto (etica) in un legame che dovrebbe essere sempre inscindibile.

Ma chi è Alessandra Benetatos?
Di sé racconta di aver mosso i primi passi professionali nell’azienda di famiglia creata dal padre, uomo di grande spessore e capacità imprenditoriale, e di dover invece la sua sensibilità sia a una naturale propensione sia alla madre, donna attenta che l’ha avviata a una raffinata educazione alla bellezza.
Nell’azienda di famiglia, Alessandra si è occupata in particolare dell’area design, approfondendo gli studi in architettura a Milano e curando spesso gli eventi, aiutata dall’attrazione per le lingue straniere e per il contatto umano.
La passione per moda e design, la conoscenza dei tessuti, il desiderio di portare bellezza e ricerca spirituale nella materia (nel 2001, ha anche fondato il centro olistico Opale); tutti questi fattori hanno condotto Alessandra a creare Adima Made in Presence.

«Mi sento un connettore – racconta – amo collaborare e fare rete in ambito culturale, sociale, formativo.»
Ecco, questo è uno dei motivi per i quali ho scelto Alessandra e il suo lavoro – oltre che per qualità ed eccellenza, naturalmente.

Un altro motivo è rappresentato dal nome stesso del progetto: Adima viene dal sanscrito Ma Prem Adima e significa amore fin dalle radici.

In questa ottica, ogni foulard ha un nome evocativo: quello che vedete in alto e che ho scelto per illustrare questo post si chiama Stilla Vitale e, oltre che per i colori, mi ha attratto per il messaggio che porta con sé: «ricordo chi sono in Essenza, ricordo che posso giocare».

Ed ecco perché, in definiva, trovo che Alessandra e Adima siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno e che è capacità, creatività, qualità, forma e contenuto ovvero est-etica.

Manu

Lo showroom Adima (qui e qui due immagini) si trova in via San Maurilio 19 a Milano, tel. 02 97801193, aperto dal martedì al sabato dalle 11 alle 19.
La cornice è quella di Palazzo Greppi, nel cuore storico meneghino, nelle vie delle arti e dei mestieri: un ulteriore tributo alle eccellenze artigianali italiane.
Qui trovate il sito completo di e-commerce, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Adoro Te, Elena, e anche tanto

Siete seduti? Comodamente seduti?

Se state pensando «ma guarda questa che gran ficcanaso»… aspettate, vi spiego subito il motivo della mia domanda: mettetevi comodi (avete magari del popcorn a portata di mano?) perché sto per farvi una rivelazione che rovinerà definitivamente la mia carriera da fashion blogger, sempre ammesso che io ne abbia mai avuta una.

A ogni modo: come dovrebbe essere una che crede di fare la fashion blogger? Risposta: sempre impeccabile.
Ecco, la rivelazione è che io, in casa, sono invece inguardabile.

Sono una persona perennemente in movimento e essere in ordine è un atteggiamento che fa parte di me da sempre: eppure, a casa, mi prende invece un’indicibile pigrizia da outfit e sono capace di passare intere domeniche in pigiama, soprattutto nella stagione fredda.
Non parlo di pigiami accattivanti e anche un po’ ammiccanti: in inverno, indosso pigiami pesantissimi in felpa con sopra maglie oversize in pile e copro i miei piedini numero 35-36 con calzettoni in lana.
In effetti, mancherebbe solo il berretto in testa per fare di me una perfetta caricatura da vignetta.

Il problema è che alla sera e nei giorni di relax, appena rallento un po’ i miei ritmi da persona fin troppo attiva, soffro tremendamente il freddo (anche se di giorno vado in giro senza collant fino a novembre, come ho raccontato ultimamente).
In casa, dunque, non riesco a pensare di rinunciare a outfit comodi e pigiamoni: ammiro moltissimo le donne che riescono a stare in casa indossando leggerissime ed elegantissime sottovesti in seta riscaldate solo da piccoli e stilosi cache-cœur. Il tutto a piedi nudi, naturalmente.
Beh, io non potrei mai vestirmi come loro, purtroppo: morirei all’istante!
E, tra l’altro, d’estate la situazione non è molto più rosea…

Bene, ora che ho distrutto anche quella (minima) dignità da fashion blogger che potevo avere (e dopo aver fatto guadagnare l’aureola da santo a mio marito per il fatto di avere la moglie meno attraente di tutto il pianeta), posso spiegarvi il perché di questa rivelazione un po’ masochista.

Desidero infatti ringraziare pubblicamente una giovane designer che si chiama Elena Del Carratore: per merito suo, almeno i miei piedi si salvano dalla scarsissima attitudine della sottoscritta a essere charmante.

Elena è colei che disegna Adoro Te, una collezione che reinterpreta le slipper, un classico dell’eleganza da casa.

La casa è il nostro luogo più sacro, quello in cui viviamo momenti legati alla sfera affettiva, al relax e al tempo che dedichiamo a noi stessi: il progetto Adoro Te esprime al meglio questo concetto facendolo diventare quanto mai contemporaneo e creando un mondo avvolgente e raffinato.

Le slipper create dal brand sono raffinate pantofole che, nella forma, ricordano un mocassino: per questo inverno, vengono proposte in seta e in velluto stampati, floccati o ricamati, in nuance chic come per esempio porpora, ruggine, petrolio, testa di moro e l’attualissimo giallo senape. Leggi tutto

Zohara Tights, il look – personalizzato – inizia dalla calza

Lo confesso subito: io e i collant abbiamo un rapporto conflittuale, fatto di alti e bassi.

Come in altri casi e contesti della mia vita, è un rapporto che non conosce mezze misure e che si alimenta di estremi: posso andare in giro a gambe nude fino a novembre (ebbene sì e l’ho fatto anche quest’anno), poi passo direttamente ai collant più pesanti, minimo 70 denari.

Diciamo che non ho grande simpatia per i collant leggeri ai quali preferisco piuttosto la rete, a micro o maxi maglia: chissà, forse dipende anche dal fatto che sono un po’ maldestra e quindi meglio mi si addice ciò che è resistente rispetto a ciò che è delicato.

È bizzarro questo mio conflitto con i collant anche considerando che sono un’ammiratrice di tutto ciò che nella moda ha sostenuto la liberazione della donna: mi ritrovo spesso a riflettere su come e quanto la lotta per la nostra emancipazione sia andata di pari passo con la storia di alcuni capi e accessori che tutte noi oggi utilizziamo normalmente, magari senza rammentare l’importanza che essi hanno rivestito in determinati frangenti storici.

Tra questi indumenti che hanno contribuito a renderci più libere, figurano anche i collant: con grande passione, racconto alle studentesse dei miei corsi la loro genesi e ne ho parlato anche in un mio articolo per SoMagazine.

Conoscete questa storia interessante?

Nel 1938, si verificò un evento cruciale in mancanza del quale i collant non potrebbero esistere: il 27 ottobre di quell’anno, il presidente dell’azienda chimica DuPont annunciò l’invenzione di una nuova fibra sintetica chiamata nylon.

In precedenza c’era la seta che faceva delle calze un accessorio costoso e dunque per poche donne, pertanto la diffusione delle calze in nylon fu una piccola rivoluzione: nel 1940, la produzione procedeva a pieno regime spinta dall’enorme successo di pubblico. Leggi tutto

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