Il mondo di Capplé: crochet, amore e fantasia

C’è una diatriba che va avanti da tempo nel mondo dei fashion blog: da una parte ci sono quelli di outfit, dall’altra quelli letterari. Io sono tra coloro che hanno un blog soprattutto per raccontare le storie degli altri: trovo gratificante dare questo tipo di senso a uno spazio che vorrei potesse avere un’utilità non solo per me stessa.

Post dopo post, ho maturato un pensiero: chi scrive con lo scopo di donare visibilità a coloro che lo meritano, deve lasciare spazio. Non deve rendere protagonista sé stesso, ma deve cedere tale ruolo mettendo in luce coloro di cui parla: è come se chi scrive fosse un presentatore che fa il suo lancio per poi ritrarsi nel buio e lasciare che sia l’artista a esibirsi. Ovviamente il racconto avviene attraverso voce, cuore, testa, pancia e occhi che sono i miei, quindi qualcosa di “mio” c’è, sempre e comunque, tuttavia i protagonisti veri devono restare loro: i designer, i creativi e gli stilisti dei quali parlo.

Non pretendo che tutto ciò sia una verità assoluta: è solo il mio punto di vista. Cerco di essere una testimone, una voce narrante e tutto questo esattamente per un motivo: il mio sogno più grande è che la moda e i suoi protagonisti suscitino interesse ed emozione. Questo è il mio scopo. Amo talmente tanto moda e creatività che mi succede quello che avviene quando si ama davvero una persona: si preferisce il bene dell’altro al proprio. Per questo non amo particolarmente comparire e per questo il mio non è un blog di outfit: se a volte compaio, è solo per dire che io per prima scelgo per me queste creazioni, prima ancora che proporle a tutti voi.

Questo post è dedicato a Capplé ed è uno di quei casi in cui metto la mia faccia, in senso figurativo (come sempre) ma anche in senso… fotografico: entrare nel mondo di Elisa Savi Ovadia ed Elena Masut è entrare in una dimensione fatta di passione, di manualità, di infinita fantasia ed è praticamente impossibile resistere alla tentazione di provare tutti i loro cappelli – cosa che ho ampiamente fatto, come vedrete qui sotto. Mi è sembrato che apparire potesse avere un senso.

Il mio incontro con Capplé (letteralmente “cappellaio” in piemontese) risale alla scorsa estate, grazie a un’amica, Alessia: è lei che mi ha presentato Elena, una delle due anime del progetto. Settimana scorsa, ho finalmente conosciuto di persona anche Elisa, passando un pomeriggio in compagnia di entrambe presso il loro laboratorio.

Elisa ed Elena sono amiche da bambine, anche se poi – come spesso capita – ognuna ha preso la propria strada. Elisa Savi Ovadia, ex stilista di moda, attualmente costumista teatrale, ha una grande passione per i cappelli: è da sempre interessata alla storia del costume e, nel corso degli anni, ha messo insieme una collezione di copricapi di tutto il mondo e di tutte le epoche, in particolare del periodo 1920 – 1930. Qualche anno fa, non riuscendo a trovare cappelli di suo gusto, Elisa ha deciso di farseli da sola, scegliendo il crochet, ovvero l’uncinetto, applicando però a questa tecnica fogge che nulla hanno da invidiare ai modelli di modisteria. Contemporaneamente, Elena Masut, dopo aver lavorato in molti campi differenti, ha deciso di creare una linea di accessori realizzati con le cravatte (e iniziando con quelle dell’ex marito!): Mani di Fata – così la chiamano – ha così scoperto di avere la capacità di trasformare oggetti vintage in accessori moda.

A questo punto, le due amiche si sono ritrovate, pronte per mettere in piedi un progetto insieme: entrambe avevano voglia di dare una svolta alla loro vita professionale e avevano il desiderio di un lavoro che le facesse anche divertire, nel quale riversare le loro passioni e le loro capacità.

È così che è nato Capplé.

Capplé propone oggi una ricca collezione di cappelli a crochet, interamente fatti a mano, con filati pregiati quale lana merino, cachemire, alpaca, seta: ci sono anche i cappelli estivi, realizzati principalmente in rafia e cotone.

L’ispirazione è quella tanto cara a Elisa, ovvero i cappelli degli anni ’20 e ’30, quando questi accessori rappresentavano un complemento indispensabile dell’eleganza. Alcuni pezzi sono unici, decorati con fibbie, bottoni, tessuti e cravatte vintage, tutto cercato nei mercatini dell’antiquariato: altri cappelli sono riproducibili e fanno parte di linee continuative, declinate in tante nuance.

Se con la parola crochet vi viene in mente qualcosa di antiquato, magari legato a vecchie nonne con tanto di sedia a dondolo, siete fuori strada: l’interpretazione Capplé è sofisticata e contemporanea. Attraverso l’uncinetto e l’uso di filati folti, morbidi e corposi, Elisa ed Elena riescono a dare vita a fantasiose forme tridimensionali, volumi anche audaci, chiocciole graziosamente appoggiate su cloche più o meno svasate. L’uso di colori spesso decisi e brillanti dona un’ulteriore marcia in più.

Ad affiancare i loro cappelli dalle mille forme, ci sono anche acconciature altresì dette fascinator, giusto per usare un termine più internazionale.

Le cravatte sono usate sia per i cappelli che per le acconciature. Alcune servono per decorare, dando luogo a creazioni ovviamente uniche: difficile reperire pezzi vintage in serie. Così come avviene per l’uncinetto, l’idea è stata quella di dare una reinterpretazione nuova e attuale anche alle cravatte, facendone un uso particolare: vengono infatti applicate intere, senza un solo taglio, lavorando d’ago e ripiegandole ad arte, come elementi integranti o avvolgenti, arrivando a ottenere perfino dei turbanti.

Il progetto Capplé mi piace per tanti motivi.

Per prima cosa amo i cappelli e anch’io come Elisa li colleziono: ne ho tanti, di svariate fogge e materiali, estivi e invernali. Rientrano senza dubbio tra i miei accessori preferiti e concordo sul fatto che parlino di un’eleganza che si era un po’ perduta: sono felice che oggi si viva una riscoperta del copricapo nelle sue diverse declinazioni e le creazioni delle due amiche sono indiscutibilmente belle.

Apprezzo molto la loro capacità di fare: mi sembra un miracolo che da un gomitolo di lana nascano modelli tanto ricercati.

Mi piace anche la reinterpretazione di una tecnica trasformata in qualcosa di adatto al tempo in cui viviamo. Mi piace la capacità di reinventarsi e di costruire un nuovo progetto partendo da zero. Mi piace che sia fatto da due donne, da due amiche: un progetto al femminile per trovare la propria strada in un momento storico e sociale di difficoltà e incertezza.

Aggiungo un’altra cosa. Le creazioni di Elisa ed Elena sono entrate perfino in un museo: lo scorso ottobre, 15 loro cappelli sono stati esposti al Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia. In questo caso e più che mai, è il caso di dire… chapeau.

Sono stata colpita da un aneddoto che Elisa ed Elena menzionano sui loro canali web.

Un giorno, visitando il Museo del cappello Borsalino ad Alessandria, le due amiche hanno letto una frase, parole di Rosa Veglio, la mamma di Giuseppe Borsalino. Il giovane (divenuto poi, come tutti sanno, una leggenda nel mondo dei capelli) era piuttosto irrequieto e di scarsa applicazione agli studi e abbandonò la famiglia a tredici anni per recarsi dapprima ad Alessandria, dove lavorò come apprendista cappellaio, e in un secondo tempo in Francia, dove in effetti si impadronì a fondo dell’arte della lavorazione dei cappelli: la signora doveva essere in principio alquanto preoccupata per il figlio per dirgli “tì at devi bitet a fé el capplé almen at sbrai cui ié la testa”, ovvero “devi metterti a fare il cappellaio, almeno saprai che esiste la testa”.

Elisa ed Elena commentano così sul sito: “fantastico, no? Fare cappelli per apprezzare il valore della testa”. Ecco, questo è un altro motivo da aggiungere alla lista dei miei “mi piace”: col cappello, almeno ci si ricorda di avere una testa.

E aggiungo un’altra riflessione che ho già condiviso attraverso una foto pubblicata sul mio account Instagram: quando è capitato che qualcuno non condividesse ciò che facevo, mi sono sentita chiedere qualcosa tipo “ma che ti sei messa in testa?”. Ecco, d’ora in poi potrò rispondere a ragion veduta “mi sono messa in testa un Carmen” oppure “mi sono messa in testa un Audrey“, ovvero, i due Capplé che sono venuti a casa con me.

La cloche Carmen: amando il colore, ho scelto la versione rossa.
La cloche Carmen: amando il colore, ho scelto la versione rossa.
Il <em>fascinator</em> Audrey: mi divertirò a costruirgli un outfit ad hoc, o magari a contrasto.
Il fascinator Audrey: mi divertirò a costruirgli un outfit ad hoc, o magari a contrasto.

Le foto che vedete in questo post sono state fatte al laboratorio Capplé, scattate da Elisa ed Elena (i miei ritratti) e da me (tutte le altre).

Mi sono poi divertita a giocare un po’, applicando ad alcuni ritratti una patina da… tempi che furono: mi pare adatta a queste creazioni che hanno un sapore e una bellezza che sarebbe stata consona anche all’eleganza di epoche ormai lontane.

Manu

 

Sabato 25 gennaio: prima di uscire, selfie con la mia nuova cloche Carmen by Capplé!
Sabato 25 gennaio: prima di uscire, selfie con la mia nuova cloche Carmen by Capplé!
Sabato 25 gennaio: con gli amici e la cloche Carmen.
Sabato 25 gennaio: con gli amici e la cloche Carmen.

 

 

Per immergervi nel mondo Capplé:

Qui trovate il sito, comprensivo di e-commerce. In questo periodo ci sono i saldi!

Qui trovate la pagina Facebook, da tenere d’occhio anche perché, per esempio, ci sono ulteriori promozioni: venerdì 31 gennaio e sabato 1° febbraio ci sarà uno sconto che va ad aggiungersi ai saldi già in corso.

Qui trovate il canale YouTube.

Se volete provare i cappelli di persona, Elisa ed Elena sono felici di accogliervi nel loro laboratorio privato su appuntamento (Elisa cell. 348 3831846 – Elena cell. 335 5290602).

Le due amiche hanno anche pubblicato un manuale, un virtual book che contiene le tecniche di esecuzione delle forme base nonché elementi di modisteria: non è il solito manualetto fai-da-te ma un vero e proprio vademecum dettagliato per poter creare pezzi che vanno ben oltre la classica cuffietta tricottata. Se volete avere maggiori informazioni su questo e-book, potete scrivere a capplecrochet@libero.it

Sarà disponibile a breve anche un’ulteriore edizione, dedicata ai modelli per la primavera / estate. E non finisce qui: il saper fare delle eclettiche designer e le loro idee vulcaniche non si fermano certo ai cappelli, quindi presto si aggiungeranno altri manuali.

Qui trovate il mio articolo della scorsa estate, quando ho incontrato Capplé per la prima volta.

E infine vi voglio mostrare un video realizzato in occasione della mostra dello scorso ottobre al Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia: notate la straordinaria armonia tra i cappelli di Elisa ed Elena e il contesto.

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, cliché, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso, mi occupo di consulenze sempre in ambito moda e/o comunicazione e infine porto avanti con entusiasmo questo blog. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo - uno dei miei comfort food - oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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