Chloë Moretz, le azzurre del tiro con l’arco e gli orrori dei giornali

È giunto il momento che io vada in vacanza concedendomi una pausa dalla consueta routine.

Lo sento, è così, e non lo affermo guardando il calendario in questo mercoledì 10 agosto, ma piuttosto ascoltando me stessa.

Quando non ho più pazienza, quando le mie reazioni diventano (ancora) meno diplomatiche del solito, quanto non riesco più a contenere la mia impulsività, vuol dire che ho fatto il pieno e che è arrivato il momento di staccare, di cambiare orizzonti, di cercare stimoli nuovi e diversi. Di riempire cuore e cervello di aria fresca, perché se ignoro questi bisogni rischio di scoppiare come un palloncino che sia stato gonfiato a dismisura.

Ma prima di regalarmi la (credo meritata) pausa, desidero scrivere un ultimo post scomodo, uno di quelli che pubblico ogni tanto, una sorta di riflessione da portare con me nelle prossime settimane. Chissà, magari ripensando con calma alla questione riuscirò a vederla con maggiore serenità.

L’argomento è ancora una volta il corpo di noi donne. Scrivo ancora una volta perché è un argomento del quale ho disquisito spesso.

Ho scritto parecchie volte a proposito della lotta al cosiddetto body shaming, della lotta contro tutta una serie di atteggiamenti connessi nonché dei condizionamenti ai quali siamo tutti sottoposti. Ne ho scritto qui, nel blog, e ne ho scritto per SoMagazine che mi ha dato più volte l’opportunità di farlo (e ringrazio sentitamente per questo).

L’ultimo post per SoMagazine è recentissimo: è datato 22 luglio e parla della famigerata, temibile e fatidica prova costume. La mia posizione è piuttosto chiara e direi che è tutta contenuta nel titolo: “Prova costume? No, grazie”.

Diciamo che è un invito a volere bene a noi stessi, a perseguire la salute e il reale benessere, a concederci qualche sbavatura, qualche imperfezione e, soprattutto, a non farci schiacciare dalla ricerca della perfezione a tutti i costi.

Quel mio articolo era stato scritto circa una settimana prima rispetto alla data di pubblicazione, ovvero quando non era ancora esplosa la bomba della foto di Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, pubblicata da Io Donna. Leggi tutto

Donne e politica: Hillary Clinton & Co… la moda è una cosa seria?

Donne.

Donne, politica.

Donne, politica, potere.

Donne, politica, potere, moda.

È così che, molto spesso, mi metto in testa certe idee. Parto da una parola, ne aggiungo un’altra e poi un’altra ancora. Nasce una fila (quasi) ordinata e, infine, metto a fuoco un pensiero.

In genere, c’è qualcosa che, in principio, cattura la mia attenzione, magari un fatto che sembra piccolo e isolato. Poi ne metto vicino un altro. Un altro ancora. Ed ecco che nasce un post per il blog, uno di quelli che di solito chiamo pensieri in ordine (quasi) sparso.

Credo che la suggestione alla base della sequenza donne, politica, potere, moda sia iniziata quando ho scritto il post sulla Brexit e sul referendum dello scorso 23 giugno, quello che sta conducendo all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Tra i tanti personaggi presenti in quel post, ho citato Margaret Thatcher e il primo referendum che ci fu nel 1975 nel Regno Unito per decidere se continuare a far parte dell’UE: il 67,2% per cento dei partecipanti votò per restare. Quell’anno, la Lady di Ferro, che divenne poi primo ministro nel 1979, sostenne la campagna per la permanenza della Comunità Europea: per correttezza e completezza d’informazione, occorre precisare che le sue posizioni europeiste cambiarono nel corso dei suoi mandati.

L’episodio che mi ha fatto pensare al suo rapporto con la moda accadde proprio in quel periodo.

A una manifestazione a favore del sì, la Thatcher indossò infatti un maglione diventato famoso come la maglia “9 bandiere”: di lana e a maniche lunghe, nero sulle maniche e sulla schiena, recava sul davanti le bandiere dei Paesi che facevano parte della Comunità Europea nel ’75, ovvero Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Leggi tutto

Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli Anni Novanta, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi. Sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles. Lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, dalla scuola alle amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai. A sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita. Leggi tutto

A loving tribute to the great photographer Bill Cunningham

Bill Cunningham alla sua scrivania nella redazione del New York Times

Ho saputo della morte di Bill Cunningham navigando su Instagram: era circa l’una di notte di sabato scorso, la notizia era appena trapelata e il social network si è rapidamente riempito di foto in suo ricordo.
Mi si è gelato il sangue perché quest’uomo di 87 ani era uno dei miei miti. Non solo per quanto riguarda la moda, ma molto più in generale.
Quella notte, ho spento la luce attorno alle tre: non mi davo pace e forse speravo fosse uno scherzo di pessimo gusto.
Non lo era e oggi, a distanza di una settimana, desidero rendere omaggio a questo grande uomo, un piccolo tributo un po’ più organizzato delle prime parole da me pubblicate su Instagram quella notte.

Sebbene non abbia bisogno di presentazioni – e tanto meno della mia – desidero raccontare alcune cose a proposito di Bill Cunningham.
Era nato nel 1929 ed è stato uno dei più famosi fotografi di moda americani: per 40 anni ha realizzato fotografie e ha commentato le nuove tendenze sia delle passerelle sia delle strade dalle pagine del New York Times.
Aveva iniziato la sua carriera disegnando e realizzando cappelli, una passione nutrita fin da bambino, poi iniziò a lavorare come giornalista di moda per Women’s Wear Daily (WWD) dove però litigò con il direttore John Fairchild su chi fosse il migliore stilista tra Yves Saint Laurent e André Courrèges. Fairchild propendeva per Saint Laurent e Mr. Cunningham volle mantenere la sua libertà: non accettò che gli fosse impedito di scrivere di Courrèges e dunque lasciò WWD.
In seguito, collaborò con il Chicago Tribune e con la rivista Details: nel 1966, il fotografo David Montgomery gli portò una macchina fotografica da pochi dollari dicendogli di usarla come se fosse un taccuino per appunti. Bill Cunningham lo prese in parola.
La collaborazione con il New York Times iniziò negli anni ’70 e nel 1978 ottenne una rubrica tutta sua: senza sapere chi fosse, fotografò una donna in strada. La donna aveva attirato la sua attenzione per una stola di pelliccia di nutria: era l’attrice Greta Garbo, allora 73enne, e quello scatto fu il punto di partenza della rubrica On the street.
Bill Cunningham era anche considerato un simbolo della città di New York: poteva infatti capitare di vederlo scattare foto ai passanti perché frequentava sì le sfilate e le cene di gala (alle quali si recava solo per lavorare e mai per prenderne parte, come racconta anche Jacob Bernstein in un bellissimo articolo per il New York Times) ma frequentava anche e soprattutto le strade cittadine dove fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello.
Nel mondo della moda – un mondo bizzarro, occorre ammetterlo, e spesso con leggi tutte sue – era noto a tutti ed era molto apprezzato nonostante avesse un carattere schivo e vivesse in modo isolato, caratteristica che di solito non aiuta chi voglia lavorare in tale ambito.
Pensate che Anna Wintour, direttrice di Vogue, ha più volte detto “We all get dressed for Bill”, ovvero “Ci vestiamo pensando a Bill”. Lei, la temutissima imperatrice della moda.

Sul New York Times, Bill Cunningham aveva due rubriche, quella che ho già citato, ovvero On the Street, e Evening Hours.
La prima raccoglieva fotografie scattate per le strade di New York e assemblate in modo tale da mostrare le ultime tendenze da lui individuate; l’altra rubrica era invece dedicata alla vita mondana newyorkese. Leggi tutto

Brexit, i miei pensieri tra sogni europeisti e british icon

Brexit… Leave or Remain? That is the question! (credit NextQuotidiano)

Non sono un’esperta né di politica né di economia: cerco di seguire entrambe perché mi interessano, ma la verità è che le notizie connesse spesso mi lasciano perplessa o disorientata.
Sulle questioni sociali sono molto decisa: se si tratta di condannare tragedie come gli omicidi di genere o di schierarmi per garantire uguaglianza di diritti a tutti, sono determinata e inflessibile, mentre su tante questioni politiche ed economiche sono dubbiosa e mi è più difficile farmi un’opinione definitiva e prendere una posizione assoluta.

Tutti sanno che il 23 giugno il Regno Unito ha votato sulla Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea.
Tutti sanno anche quale sia stato l’esito del referendum: il Leave ha prevalso con il 51,9% dei voti. I britannici che hanno votato Leave sono stati 17.410.742; il fronte Remain ha ottenuto 16.141.241 voti.
La Scozia, l’Irlanda del Nord e Londra hanno votato largamente per il Remain; il Leave ha prevalso nel resto d’Inghilterra e in Galles. Insomma, altro che… regno unito!

In parole povere, sarà Brexit, ovvero il Regno Unito lascerà l’UE.
E, intanto, gli effetti – tutti negativi, al momento – si fanno sentire.
La sterlina è andata a picco, Borse e mercati finanziari sono andati in rosso in tutto il mondo. Da giovedì scorso, regna una sensazione di incertezza per il futuro, soprattutto in campo economico.
David Cameron, il primo ministro britannico, si è dimesso.
L’Europa sta rispondendo a muso duro: Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, seguita a ribadire la volontà di iniziare immediatamente i negoziati con Londra (che temporeggia) in vista della Brexit.
Pare che Scozia e Irlanda del Nord siano decise a non seguire la maggioranza inglese nel divorzio da Bruxelles e si parla di referendum (in Scozia) per sancire il divorzio.
Intanto, i pentiti del Leave aumentano e qualcuno chiede che il referendum venga ripetuto.
È un bel disastro, insomma, un autentico terremoto che scuote non solo il Regno Unito e non solo l’Europa.

Ecco, questa è una di quelle questioni politiche ed economiche molto ingarbugliate e nella quale ci sono infinite variabili: lascio le analisi profonde a chi se ne intende, tuttavia vorrei esprimere tre pensieri abbastanza precisi, soprattutto dal punto di vista sociale e culturale. Leggi tutto

Nel futuro la wearable technology ci farà brillare. E non solo.

Un mio docente era solito fare un’affermazione che mi affascinava.

“Se una cosa capita una volta sola può essere casualità, ma se capita due o più volte diventa qualcosa di più. E potrebbe diventare un vero e proprio caso da studiare e del quale occuparsi.”

Quanto aveva ragione! Me ne sono accorta nel tempo e oggi tengo sempre ben presente quella sua piccola perla, soprattutto quando una notizia cattura la mia attenzione e quando non riesco a comprenderne il perché: mi regalo tempo e la metto da parte. Quando poi ne giunge un’altra che è come un pezzo di puzzle che va a unirsi alla prima… d’un tratto, tutto mi diventa chiaro. E penso a lui e a questa cosa importante che mi ha insegnato.

È usando proprio questo criterio che, ultimamente, mi sono accorta di aver messo da parte un paio di spunti, collegati e… letteralmente luminosi!

Luminosi, già: avete mai pensato di indossare un abito in grado di brillare di luce propria? Non sono impazzita, è l’idea portata avanti da alcuni stilisti e alcuni brand.

Parlo di abiti che si accendono veramente e che, in alcuni casi, arrivano perfino a cambiare colore: fino a non molti anni fa, tutto ciò era impensabile, era qualcosa che si poteva immaginare soltanto nelle fiabe o nei film di fantascienza. Poi, sono arrivati i LED, la fibra ottica e la wearable technology, la tecnologia indossabile, e quella che sembrava una fantasia irrealizzabile è invece diventata realtà.

Tra i precursori di queste tecnologie applicate alla moda, ci sono l’americano Ryan Genz e l’italiana Francesca Rosella, il duo che nel 2004 ha fondato un brand chiamato CuteCircuit.

Quando nel 2008, in occasione del proprio 75° anniversario, il Museum of Science and Industry di Chicago ha messo in piedi un’esposizione intitolata Fast Forward – Inventing the Future, gli organizzatori hanno chiesto proprio a Francesca e a Ryan di occuparsi del fronte moda pensando a come sarà ciò che indosseremo in futuro: in sei mesi di lavoro, i due hanno realizzato il Galaxy Dress, un abito da sera che si illumina e cambia continuamente colore grazie a 24 mila micro LED cuciti a mano uno a uno. Leggi tutto

Gucci e i funeral shop di Hong Kong, ovvero cose bizzarre dal mondo

Un funeral shop espone alcune repliche in carta delle borse Gucci (photo AFP)

Quando ho letto la notizia, ho pensato in prima istanza a uno scherzo – lo confesso. D’altro canto, eravamo in periodo di pesce d’aprile.

Poi, ho riflettuto con maggiore attenzione e ho capito che, in realtà, c’erano tutti gli estremi perché fosse una notizia seria. Molto seria e ricca di sfaccettature e implicazioni.

Di cosa sto parlando?

Dovete sapere che a Hong Kong esistono dei negozi che si chiamano funeral shop: sono parenti delle nostre pompe funebri, ma sono specializzati soprattutto in oggetti di carta – riproduzioni di automobili, case, abiti, accessori, strumenti tecnologici, denaro – appositamente fatti per essere bruciati o seppelliti con il corpo di coloro che lasciano questa vita e che, secondo la credenza, potranno così portarli nell’aldilà.

Non mi offendo se, a questo punto, qualcuno sta toccando ferro, è anche questa un’usanza: i cinesi credono che a ogni estinto corrispondano gli oggetti che ha amato in vita e che sia importante che li porti con sé; noi crediamo che parlare di certe cose porti sfortuna e che toccare ferro ci protegga. Usanze, tradizioni, credenze, superstizioni: a ciascuno la sua, a ciascuno la libertà di decidere quanto siano vere e di crederci o meno.

Non per nulla esiste il detto “Paese che vai usanza che trovi” e, in fondo, a me sembra che questa tradizione cinese non differisca da quelle portate avanti fin dall’antichità da molte popolazioni in tutto il mondo: il culto dei morti è sempre esistito e il primo esempio illustre che mi viene in mente è quello di Tutankhamon. Nella tomba del sovrano egizio sono stati infatti trovati cofanetti e casse contenenti stoffe, cosmetici, oggetti d’uso quotidiano nonché gioielli e molto altro ancora, tanto da costituire un inestimabile tesoro.

Nella Hong Kong dei giorni nostri, la domanda di riproduzioni in carta raggiunge il suo apice durante il Qingming Festival, conosciuto anche come Tomb-Sweeping Day, ovvero il momento in cui si rende omaggio agli antenati visitando le loro tombe. Il rituale inizia con le operazioni di pulizia (ovvero sweeping) per poi proseguire con offerte di cibo, incenso e – appunto – repliche in carta: per Cina, Taiwan e Hong Kong è una festività nazionale che dura tre giorni a partire dal 2 aprile.

Con il passare del tempo, le repliche in carta sono diventate sempre più elaborate, raffinate e sofisticate e oggigiorno riguardano spesso riproduzioni assai credibili di accessori elettronici quali smartphone e tablet.

Ma volete sapere quali sono gli accessori più in voga ai funerali di Hong Kong? Quelli griffati Gucci, tanto che la maison della doppia G ha deciso di inviare una lettera di avvertimento ad alcuni negozi di Hong Kong che vendono le versioni cartacee dei suoi prodotti (borse e calzature) come offerte ai morti. Leggi tutto

Barbie Awards: scommettiamo che puoi essere tutto ciò che desideri?

Chi mi conosce bene sa della mia cordiale avversione verso ricorrenze da calendario e feste comandate; ogni tanto, qualcuno mi chiede il perché di tale avversione.

Vedete, il problema è proprio in quell’aggettivo, comandate, sinonimo di obbligo e di imposizione, e alle imposizioni sono un po’ allergica da sempre – chiedetelo a mia madre la quale ha dovuto combattere con un’adolescente con le idee già piuttosto chiare circa libertà e indipendenza.

Il mio pensiero è questo: se il giorno di Natale dovessi non aver voglia di vedere nessuno? Se il giorno della Festa della Donna o del mio compleanno non mi sentissi affatto in vena di festeggiare? Se dovessi sentirmi felice in un giorno diverso dal giorno di Natale, dal giorno della Festa della Donna o da quello del mio compleanno?

Rivendico il diritto – per me e per tutti – di essere felici o tristi non a comando o in un giorno prestabilito, ma seguendo il nostro cuore.

Ecco perché adoro essere invitata a feste tenute in un giorno non convenzionale. Ecco perché adoro le non-ricorrenze, le non-festività, i non-compleanni. Ecco perché adoro festeggiare la Festa della Donna il 9 marzo, per esempio, e non l’8.

Ed è proprio ciò che mi è capitato grazie a Barbie (sì, di nuovo lei!) e nello specifico grazie ai Barbie Awards che si sono svolti al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, mercoledì 9 marzo: una location non a caso, visto che proprio il Mudec ha ospitato fino a ieri, domenica 13 marzo, la mostra Barbie The Icon della quale mi sono occupata anch’io per SoMagazine. Leggi tutto

Anteprima del Capitolo 14 di Inside Chanel

Penso con convinzione autentica che, per essere liberi di correre verso il futuro, sia necessario conoscere il passato senza averne paura.
Non vedo né ho mai visto storia e passato come catene che ci legano o ci imprigionano: preferisco invece vederli come preziosi valori. Mi piace pensare di poter custodire e tramandare esperienze, insegnamenti e tradizioni affinché possano dare un senso a ciò che è stato.
Se la viviamo così, come un valore, la storia non è affatto polverosa. E, oggi, vive non solo attraverso i libri, ma anche grazie al web: proprio Internet – mezzo che per sua stessa natura guarda avanti – è al tempo stesso un ottimo modo per rendere il passato quanto mai vivo, vivace, interessante e brillante.
Ecco perché, qui su A glittering woman, mi piace dare spazio ai due aspetti della moda: da una parte, amo raccontare le vicende di coloro che hanno scritto la storia; dall’altra, amo presentare coloro che stanno provando a scriverne nuovi capitoli.
Ed ecco perché sono particolarmente orgogliosa di essere tra coloro ai quali è stata data l’opportunità di presentare in anteprima il video The Vocabulary of Fashion, il Capitolo 14 di Inside Chanel.
Attraverso una serie di cortometraggi, il sito web Inside Chanel (presente all’interno del sito ufficiale della Maison) ripercorre la storia di Gabrielle Chanel e delle sue iconiche creazioni capaci di dare origine a una leggenda.
Il quattordicesimo capitolo invita a scoprire gli elementi che costituiscono l’identità Chanel, elementi creati da Coco e costantemente rivisitati da Karl Lagerfeld.
Grazie allo spirito ribelle e alle scoperte, all’audacia e all’inventiva, ai ricordi d’infanzia legati all’orfanotrofio e alle storie d’amore, Mademoiselle ha creato un nuovo linguaggio della moda e uno stile che ancor oggi continua a perpetuarsi attraverso la creatività di Karl Lagerfeld.
“Mademoiselle Chanel ci ha tramandato uno stile. Ed è uno stile, il suo, che non passa mai di moda. Il successo di Chanel consiste nell’aver saputo trasmettere gli elementi della sua identità. Una musica senza tempo fondata su note nelle quali ogni donna riconosce all’istante l’essenza di Chanel: lusso e raffinatezza.”
Quali sono le note citate da Monsieur Lagerfeld? La borsa trapuntata, il tubino nero, i bijoux couture (o costume jewelry per chi preferisce l’inglese), la camelia, la catena, la scarpa bicolore, le perle e il tweed: sono queste le voci che fanno ormai parte integrante del vocabolario Chanel.
Ultimamente, parlo spesso di Chanel sia qui sul blog sia su altre testate per le quali ho la fortuna di scrivere: è perché penso che nessuno meglio di Mademoiselle Coco possa aiutarmi a rendere evidente il concetto che mi preme portare avanti. Nessuno più di lei dimostra infatti che un passato di valore è argomento quanto mai attuale.
Godetevi il video: io ne ho assaporato ogni singolo fotogramma e spero, con questa anteprima, di farvi un regalo gradito.

Amo molto il progetto Inside Chanel perché sta portando avanti nel modo migliore ciò in cui io stessa credo: usare il web per diffondere la giusta idea di passato, quel passato che insegna e si rinnova anche grazie a chi è stato capace di raccogliere e portare avanti l’eredità.
Il video è naturalmente presente sul sito Inside Chanel andando a unirsi ai 13 capitoli precedenti.
La storia continua.

Manu

Qui trovate il sito Inside Chanel

Io & Chanel: qui trovate il mio sogno di possedere una 2.55; qui trovate il mio omaggio alla storia di Coco Chanel in un articolo per SoMagazine; qui trovate la mia riflessione su lusso e volgarità partendo da una frase di Mademoiselle; qui trovate alcune foto relative alla mostra N°5 Culture Chanel che ho visitato a Parigi in maggio 2013; qui trovate il mio incontro con alcune 2.55 vintage all’edizione di aprile 2013 di Next Vintage Belgioioso.

Grazie all’ufficio stampa Chanel

Barbie e Mattel, non più un solo modello di bellezza

Ne hanno parlato magazine, riviste e blog: Barbie, la fashion doll più celebre, verrà proposta in tre nuove tipologie di silhouette – alta, formosa e minuta ovvero Tall, Curvy e Petite – insieme a una varietà di tonalità di carnagione.

L’intento di Mattel, la casa produttrice, è quello di offrire alle bambine infiniti modi per vivere tutte le storie che sanno inventare esprimendo la propria immaginazione attraverso le molteplici immagini di Barbie.

“Per più di 55 anni, Barbie ha rappresentato un’icona di cultura globale e una fonte d’ispirazione e immaginazione per milioni di bambine in tutto il mondo”, afferma Richard Dickson, Presidente di Mattel. “Barbie riflette il mondo che le bambine vedono intorno a loro. La sua capacità di sapersi rinnovare e stare al passo con i tempi, pur rimanendo fedele al suo DNA, è il motivo per cui Barbie è rimasta la fashion doll numero uno nel mondo.”

La nuova linea 2016 include 4 silhouette (l’originale e le 3 nuove), 7 tonalità di carnagione, 22 colori degli occhi, 24 acconciature e, naturalmente, innumerevoli abiti e accessori: è il restyling più profondo e significativo di sempre.

La diversità arricchisce dunque il mondo Barbie e dà seguito a un percorso iniziato già nel 2015 quando sono state introdotte 23 bambole con diversi colore di pelle e capelli nonché col piede flessibile per poter scendere dai tacchi e indossare scarpe basse. Un altro fatto degno di nota, a mio avviso, visto che Barbie portava fin dai suoi esordi tacchi vertiginosi. Leggi tutto

Volevo (e voglio) una 2.55 (Chanel, naturalmente)

C’è chi, durante l’infanzia, ha sognato di poter un giorno diventare ballerina, infermiera, pompiere o astronauta; c’è chi, durante l’adolescenza, ha sognato di sposare Simon Le Bon (ricordate il famoso film?).
E c’è chi, invece, da bambina, da adolescente e da adulta, ha coltivato e continua a coltivare imperterrita un sogno: possedere una 2.55, precisamente una 2.55 Chanel.
È un sogno che sembra materiale e terreno ma, in realtà, è utopico (o almeno lo è per me e le mie finanze) quasi quanto desiderare di fare l’astronauta, viste le quotazioni di questa celeberrima borsa.
Ebbene sì, lo confesso: perfino una come me, innamorata delle nuove leve e del made in Italy, sogna di possedere una borsa non nuova come concetto (è nata nel febbraio 1955, come simboleggiato dal nome stesso) e per giunta made in France.
Il perché è presto detto.
Prima di tutto, tale borsa soddisfa un’altra mia passione che affianca quella per nuove leve e made in Italy: amo il talento qualsiasi forma esso abbia e la 2.55 è uno dei segni tangibili del talento, della capacità e del genio di una donna per la quale nutro immensa stima, ovvero Coco Chanel.
Se poi riuscissi ad accaparrarmi una 2.55 vintage sarebbe il massimo, visto che il vintage è l’altro cardine della mia grande passione per la moda: sarebbe soddisfare due criteri su quattro (in alto in foto, una 2.55 Classic Flap detta anche 2.88, il restyling voluto da Karl Lagerfeld negli anni ’80).
Dunque, il mio non è semplice desiderio di uno status symbol: amo la donna che ha inventato questa borsa, amo Coco e la sua storia che, ancora oggi, è in grado di insegnare molte cose. Leggi tutto

Mr. David Bowie, you will be our hero forever

Trasformismo, cambiamento, metamorfosi.
Artista a 360°, uomo camaleontico, poliedrico, innovatore e innovativo, allergico ai cliché.
Sono solo alcune delle espressioni e delle definizioni che hanno accompagnato David Bowie per tutta la vita, caratterizzando le sue incursioni tra musica, cinema, arte e moda.
Ci sono parole abusate, incredibilmente abusate, e una di queste è icona: David Bowie lo era, davvero, lo è e lo resterà.
Ci sono persone che andandosene lasciano un vuoto indescrivibile, persone che fanno sentire tutti quanti orfani.
In tantissimi sentiremo il vuoto lasciato da David Bowie e dai suoi numerosi personaggi e alter ego nati da quel suo essere camaleontico: Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Halloween Jack, Nathan Adler, The Thin White Duke (il Duca Bianco), giusto per citarne alcuni.
Ci mancherà, ci mancheranno. Tanto. Tantissimo. Troppo.
«La celebrità non serve assolutamente a nulla, è solo un impedimento per tutto quello che vuoi fare. Avrei voluto fare tutto ciò che ho fatto ed essere completamente senza volto.»
Così aveva dichiarato tempo fa e sono parole delle quali comprendo il senso profondo: eppure, noi non dimenticheremo tanto facilmente né il suo volto né quello sguardo asimmetrico dato dagli occhi di colore diverso, risultato di un pugno ricevuto da adolescente.
Siamo felici che la libertà di essere chi si è, cambiando anche ogni giorno, abbia avuto il volto di David Bowie.
Il volto di chi ci ha raccontato come ognuno di noi possa essere non solo sé stesso ma anche un eroe, magari per un giorno: lui, invece, sarà il nostro eroe per sempre.

Though nothing, will keep us together
We could steal time,
Just for one day
We can be Heroes, for ever and ever
What d’you say?

What d’you say?, Che ne dici? – cantava e chiedeva.
Cosa dico? Io dico solo che, un giorno, ci si vedrà di nuovo oltre le stelle, Mr. Bowie.

Manu

Se cercate tracce di lui, qui trovate il suo sito e qui il profilo Instagram ufficiale.

La foto in altro mostra David Bowie a Parigi nel 1977 (© Christian Simonpietri/Sygma/Corbis via The Guardian).
Concludo con una piccola gallery di altre meravigliose foto (cliccate sulle immagini per ingrandirle e scorrerle)

SvegliatItalia poiché è giunta l’ora di essere civili

A volte sono ingenua esattamente come e quanto potrebbe esserlo una bambina.
Lo sono quando penso che non dovrebbe esistere il bisogno di parlare di cose che io vedo naturali come il sole che ci scalda e come l’aria che respiriamo.
Che bisogno dovrebbe mai esserci, per esempio, di spiegare che non esistono graduatorie quando si parla di amore?
Che bisogno dovrebbe mai esserci di specificare che l’amore non conosce razza, classe sociale, provenienza geografica e che non è eterosessuale né omosessuale? E che nessuna di queste può essere una discriminante tale da rendere un amore inferiore, di serie B, illegittimo oppure meno puro o meno giusto?
Eppure, ce n’è bisogno, eccome, anche se mi sembra così assurdo, mi sembra assurdo che esista la necessità di discuterne in un Paese che crede di essere civile, che crede di essere libero. Mi sembra assurdo che questo accada nell’anno 2016.
È così, purtroppo: il mondo ideale disegnato dai miei pensieri di bambina (o di idealista) non esiste, non oggi, non qui. E quindi, mi ritrovo a scrivere questo post.
Che pizza – penserà qualcuno – ora attacca una delle sue filippiche.
Vedete, in realtà sono stata indecisa se scrivere o no queste righe, ma poi è successo che un allenatore di calcio (Maurizio Sarri) ne abbia offeso un altro (Roberto Mancini) usando parole che mai avrebbe dovuto usare: “frocio” e “finocchio”.
Ancora una volta, una scelta d’amore è stata oggetto di scherno; ancora una volta, un modo di vivere la propria vita e la propria sessualità è stato usato a mo’ di insulto come se un uomo che ama un altro uomo – o una donna che ama un’altra donna – sia da discriminare, sia un’infamia. Nel 2016 – lo ripeto per l’ennesima volta.
E il tutto è partito non da un ragazzetto, ma da un uomo adulto.
E allora ho sospirato e ho detto a me stessa “povera illusa creatura, scrivi un post e fai la tua parte, prova a dare un contributo concreto a ciò in cui credi”. Leggi tutto

Au revoir Monsieur André Courrèges

Au revoir, ovvero arrivederci e non addio, Monsieur Courrèges, perché a me gli addii non sono mai piaciuti: mi mettono addosso grande malinconia e quel senso di insoddisfazione che non riesco più a scrollar via.
André Courrèges è morto lo scorso 7 gennaio: figura fortemente innovativa della moda e dello stile, avrebbe compiuto 93 anni il 9 marzo.
Non aveva studiato moda bensì ingegneria civile e la sua formazione da stilista avvenne nell’atelier di Cristobal Balenciaga a Parigi. Le sue creazioni, insieme a quelle di Pierre Cardin e di Paco Rabanne, sono considerate le più rappresentative della cosiddetta Space Couture, la moda caratteristica degli anni ’60 percorsa da suggestioni spaziali e lunari, fascinazioni extraterrestri e rivoluzioni geometriche.
Nel 1961, dopo il periodo da Balenciaga, André Courrèges aprì la sua maison con la moglie Coqueline Barrière: tantissime le novità delle quali fu fautore.
Per esempio, è considerato il probabile inventore di un capo cult come la minigonna e la paternità risulta ancora dibattuta tra lui e Mary Quant: in realtà, l’invenzione fu molto probabilmente della stilista inglese, ma divenne famosa grazie a Courrèges che la introdusse nelle sfilate di Haute Couture.
Altra sua novità furono i go-go boots, stivali in vernice con tacco basso, versatili e comodi.
Il 1964 fu l’anno della Moon Girl Collection: cinque anni prima che l’uomo mettesse davvero piede sulla Luna (Neil Armstrong nel 1969), Courrèges ci mandò le sue ragazze che, da quel momento, incarnarono il mito del futuro e della conquista dello spazio. I materiali divennero d’avanguardia, le cromie si fecero sempre più essenziali.
Anche le sfilate diventarono innovative: le modelle di Courrèges uscivano fuori da armadi andando ad assumere pose plastiche e accantonando passo felino e ammiccamenti vari. Propose anche modernissimi filmati girati nei luoghi-simbolo di Parigi o con scenari ispirati a film come 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick (con le hostess vestite di bianco dal designer inglese sir Edwin Hardy Amies).
Altra invenzione memorabile furono i suoi Lunettes Eskimo, lanciati sul mercato nel 1965, occhiali da sole con lenti enormi solcate da una fessura, quasi come fosse una palpebra socchiusa.
Pensate che Miley Cyrus ha indossato i famosi occhiali di André Courrèges – nonché un paio di stivali che ricordano proprio i go-go boots – agli MTV Video Music Awards dello scorso 30 agosto 2015 in un outfit piuttosto provocatorio. Insomma, esattamente 50 anni dopo, le creazioni dello stilista francese continuano ad apparire interessanti anche a una giovane star, ribelle e non certo nostalgica.
Uno dei suoi capi distintivi fu – e rimane – la petite robe blanche: il bianco, colore-non colore onnipresente nelle sue collezioni, divenne protagonista di un abito che lo stilista ripropose costantemente e che divenne comune tra le donne dell’epoca.
La purezza delle sue linee e i tagli essenziali suscitarono anche delle critiche da parte di coloro che vedevano in quel design ultramoderno uno svilimento della figura femminile in quanto i capi non evidenziavano le forme sinuose del corpo. “Un design tipicamente automobilistico”, dissero in diversi anche ricordando la formazione ingegneristica di Courrèges: lui rispondeva semplicemente che la sua moda ringiovaniva le signore senza la necessità di ricorrere al bisturi.
Smise di lavorare negli anni ’90 perché era malato: mi addolora il fatto che sia morto dopo una lunghissima battaglia contro il Parkinson.
Monsieur Courrèges è uno dei pionieri della moda futurista e sperimentale: le sue creazioni sono state talmente oltre i tempi che, ancora oggi, risultano attuali, moderne e contemporanee.
Non si poneva limiti né confini di competenza: a tal proposito, sono rimasta colpita da una sua frase. “Se il mio soggetto è una donna, probabilmente creo un abito. Ma talvolta succede che un abito non sia in grado di comunicare tutte le emozioni che desidero esprimere. Cerco di esprimere le mie idee attraverso altri mezzi come l’architettura.”
La trovate ad accompagnare la foto del suo atelier a Pau, in Francia, sua città natale.
Qualcuno ha scritto che con la sua morte si chiude un capitolo della storia della moda e del costume: non sono d’accordo, non del tutto.
È vero, è scomparso uno dei designer più originali di sempre, ma chi ama profondamente la moda – così come la amo io – non dimenticherà la sua geniale creatività: dunque, ciò che lui ha fatto e ciò che ha creato continuerà a vivere.
E questo è l’unico modo che noi esseri umani abbiamo per diventare immortali.

Manu

I post nei quali ho fatto riferimenti e collegamenti al lavoro di André Courrèges: a proposito della collezione FW 2015-16 di Maison About ispirata anche alla Moon Girl Collection del 1964; a proposito della collezione FW 2015-16 di Chicca Lualdi ispirata ai tagli precisi e definiti creati dallo stilista durante tutta la sua carriera; a proposito della collezione SS 2015 di Heohwan Simulation ispirata al lavoro del trio Courrèges – Cardin – Rabanne; a proposito della collezione SS 2014 di Jo No Fui ispirata alla Space Couture della quale Courrèges fu uno dei maggiori esponenti sempre insieme a Pierre Cardin e Paco Rabanne.

Concludo con una piccola gallery di creazioni firmate da André Courrèges (cliccate sulle immagini per ingrandirle e scorrerle)

Se qualcuno augura la morte alle fashion blogger

Questo è un post di solidarietà e di orgoglio: sono una fashion blogger e ne sono orgogliosa.
Vi chiederete: perché questa dichiarazione? Ora ve lo racconto.

Lunedì 21 dicembre, il magazine online pizzadigitale.it ha pubblicato un articolo firmato da Andrea Batilla, un articolo dal titolo illuminato e illuminante: “A morte le fashion blogger”.
Tale titolo è tanto esaustivo da far passare in secondo piano l’articolo stesso se non per una frase altrettanto illuminata e illuminante: “Sappiamo bene che quelle ragazzine idiote si meritano tutte di tornare a passeggiare il sabato pomeriggio in qualche centro commerciale della provincia”.
Le “ragazzine idiote” sono le fashion blogger e sottolineo l’uso del “tutte”.
A questo punto, si è scatenato il caos, anche perché l’articolo era completo di foto di persone che non erano state interpellate.
Scrivo era perché tale articolo è stato poi cancellato: resta quello che ho copiato qui sopra.

Questo mio post è dunque di solidarietà verso la categoria fashion blogger della quale sento di fare parte ed è di orgoglio perché non mi vergogno affatto se e quando mi definiscono tale.

Mi risulta che una delle persone la cui foto è finita nell’articolo abbia sporto denuncia all’Ordine dei Giornalisti: pizzadigitale.it è una testata registrata presso il Tribunale di Milano con un direttore responsabile che dunque risponde in sede civile e penale di quanto pubblicato.
Lo stesso Andrea Batilla, tra l’altro, figura come co-direttore ed è menzionato con tale ruolo nella pagina dedicata alla redazione. Leggi tutto

I Secoli d’Oro della Contessa Garavaglia

La vita è un meraviglioso teatro.

Pinina Garavaglia lo sa e ogni anno, poco prima di Natale, allestisce con cura, passione e mano magistrale il suo palcoscenico molto speciale.

Ricordo bene quando leggevo di lei, dei suoi salotti e delle sue feste sui giornali, perché Pinina è una delle protagoniste della vita mondana italiana e internazionale: ricordo il mio stupore e la mia curiosità che sono perfino aumentate da quando ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerla personalmente proprio come accade in una favola che infine si avvera – perché ogni tanto le favole si avverano, sì.

Sono grata a Pinina per avermi aperto le porte della sua casa: ora, al fascino che già esercitava su di me, si aggiunge tanta stima personale perché la Contessa è una persona estremamente interessante, piacevole, poliedrica. È dotata di grande intelligenza, acume, sensibilità e cultura.

La sua festa natalizia regala a ogni invitato una splendida opportunità: mettere in scena sé stesso e un proprio personaggio.

Grazie a Pinina, nel 2013, sono stata una dama della Belle Époque Imperiale; lo scorso anno, ho invece vestito i panni di Medora, la protagonista femminile de Il Corsaro, melodramma di Giuseppe Verdi. Leggi tutto

Non si dice né “sei cessa” né “fai schifo”

Sottotitolo: Siamo tutti cyberbulli (?)

Lo so, titolo e sottotitolo di questo post sembrano bell’e pronti per una trasmissione televisiva o un libro, ma non è così.

Vi avviso, sto per dire la mia opinione sull’ultima polemica fashion, quella sorta attorno all’outfit indossato da Daniela Santanchè in occasione della prima alla Scala dello scorso 7 dicembre: finora me ne sono stata buona e in silenzio a leggere e ad ascoltare tantissimi commenti e ho avuto solo una piccola défaillance in un forum del quale faccio parte, non ho resistito e sono intervenuta.

Ora, però, ho voglia di dire anch’io alcune cose e lo faccio per un semplice motivo: ho capito ciò che mi infastidiva in tutta la querelle e l’ho capito facendo il collegamento a un altro episodio, anche perché è qualcosa su cui, in realtà, riflettevo da molto tempo.

Cosa sia successo a Milano lo sanno anche i bambini delle elementari: la Santanchè si è presentata all’inaugurazione della stagione dell’opera in gonna verde smeraldo firmata Ultràchic, camicia bianca, papillon in tinta con la gonna e gilet in pelliccia (vera o ecologica non lo so).
Apriti cielo: la cosa più divertente che le hanno detto è stata “sembri un Arbre Magique”, la più inquietante “fai schifo”.
Qualcuno ha affermato con gran convinzione che “far parlare di sé era quello che voleva”.

Secondo episodio: sulla pagina Facebook di Sodini, azienda con la quale collaboro (scrivo per il loro SoMagazine), ho trovato una foto della cantante Laura Pausini con un paio di orecchini del marchio e una gonna di un brand che si chiama Maison About (nome che avete già trovato qui sul blog).
Sotto un commento: “gioielli stupendi, lei cessa”. Leggi tutto

Piccolo ricordo personale della grande Mariuccia Mandelli

Non mi piace.
Non mi piace che troppe persone siano andate via lasciando spazi vuoti che non verranno più riempiti.
Non mi piace il fatto che, nell’ultimo anno, questo sia avvenuto spesso, portandomi a scrivere molte volte parole di cordoglio.
È successo per persone che consideravo amici, come Emanuele (ti penso sempre).
È successo per persone che consideravo autentiche icone e continua fonte di ispirazione, come Elio Fiorucci, Micol Fontana, Marie-Louise Carven, Lynn Dell, Manuela Pavesi.
E, ora, tocca a lei, a Mariuccia Mandelli in arte Krizia. È venuta a mancare improvvisamente domenica sera, per un malore. Avrebbe compiuto 91 anni a gennaio.
Ho avuto l’enorme fortuna di assistere a tre delle sue sfilate: quando al termine lei usciva, tutta la sala esplodeva in un boato. E ho potuto parlarle brevemente in occasione della sfilata tenutasi il 19 settembre 2013, l’ultima alla quale ho assistito.
Ero entrata in backstage così come moltissimi dei presenti: la Signora Mandelli era seduta, attorniata da amici, giornalisti, addetti ai lavori. Al suo fianco c’era il marito, Aldo Pinto.
Io ero lì e morivo, combattuta tra la mia istintiva ritrosia – non mi piace importunare in alcun modo le persone famose – e la voglia di stringerle la mano.
Devo dire grazie a un mio carissimo amico, Andrea Tisci, se, alla fine, mi sono fatta avanti: devo dire grazie a lui se ho potuto prendere la mano di Krizia tra le mie sussurrandole con la voce rotta dall’emozione tutta la mia stima e tutta la mia gratitudine.
Ricordo perfettamente che, davanti alla mia emozione, lei mi ha guardata quasi meravigliata come se il suo pensiero fosse “ma no, dai, per me?”. E mi ha sorriso.
Sì, per lei, Signora Mariuccia. E glielo dico ancora oggi, le dico grazie un milione di volte.
Non la dimenticherò mai, non dimenticherò mai quel nostro piccolo momento per me così importante.
E non dimenticherò che, fin dagli anni ’60, insieme ad un pugno di altri grandi stilisti e anticipatori del made in Italy, lei partì alla conquista del mondo con la sua moda fatta di lamé plissettato, shorts, costruzioni geometriche e un bestiario nel quale brillava la pantera, animale del quale fece il suo portafortuna nonché uno dei suoi motivi iconici, spesso presente, stampato o ricamato, su maglie e abiti.
Dicono che Mariuccia Mandelli non avesse un carattere facile e pare che il soprannome Crazy Krizia le fosse stato attribuito non solo per la capacità di anticipare o meglio sovvertire le tendenze portando tante innovazioni, ma anche per il carattere volitivo e tutt’altro che morbido: le sue sfuriate erano famose, ma altrettanto noti erano i suoi slanci di generosità nonché l’impegno costante e in prima linea per fare di Milano la capitale del made in Italy.
Chi la conosceva bene la descriveva come una persona forte, battagliera, difficilmente addomesticabile (soprattutto dalle false lusinghe) e non asservita, ironica, indipendente e dotata di uno spirito imprenditoriale da vera pioniera. Qualcuno dice anche che talvolta risultasse schiva fino all’antipatia.
In un’intervista rilasciata a FashionTimes, Greta Vittori, addetta all’ufficio stampa di Krizia dal 2003 al 2007, descrive la Signora Mandelli come “una donna che si è ritagliata un pezzo di storia, andava contro corrente, una donna che non aveva paura di dire le proprie idee, una donna di cultura, antesignana” e dice anche che “aveva la capacità di farti sentire in paradiso, amata, coccolata, rispettata, ascoltata, e con la stessa capacità ti faceva scendere all’inferno”. “Una mosca bianca in un mare di fatiscenza e conformismo”, conclude.
In una recente intervista al Sole 24 Ore, la stessa Mariuccia Mandelli aveva fatto una dichiarazione schietta e senza peli sulla lingua, come sempre: “La mia donna è libera, capace di divertirsi con quello che indossa. Non ho mai avuto delle icone femminili, dei modelli. Purtroppo oggi c’è troppa tendenza a cercare approvazione, si cerca di essere trendy, ma credo che quando si cerca di esserlo si è già fuori dalla moda”.
Penso che in questa frase ci sia l’essenza di quel suo carattere definito non facile, del suo andare contro corrente, del suo coraggio di essere fedele alle proprie idee.

Ho riletto l’articolo che scrissi nel 2013, dopo il nostro incontro: riporto alcune delle parole che scrissi in quella occasione e che penso ancora, oggi più che mai.

“Ci sono nomi ai quali ci si deve approcciare con tutto il grande rispetto che meritano. E con l’emozione necessaria.
Uno di questi casi, per me, è quello di Krizia: è stato grazie a lei e a pochi altri che, tanti anni fa, mi sono innamorata irrimediabilmente e incurabilmente di quell’Arte che è la Moda – e in questo caso lo scrivo con la M maiuscola.
(…) Vorrei dire una cosa a tutti gli stilisti, giovani e meno giovani, e ai loro uffici stampa: questa è una Signora, questa è una Signora che il pubblico ama e amerà e che è e resterà un mito e un’icona.
Per entrare nel mito non serve fare gli spocchiosi, atteggiarsi a esseri divini, rendersi irraggiungibili, trattare le persone con sufficienza, perché entrare nel mito non è un evento che si può progettare a tavolino: sono gli altri a riconoscerci la grandezza, se e quando c’è. Il vero talento, il duro lavoro, l’autentica passione: sono questi gli ingredienti che contano nel tempo e che fanno sì che uno stilista o una maison non siano una moda passeggera destinata a durare solo il susseguirsi di poche stagioni.
La mia non è una polemica, è solo la considerazione di una persona che non scorderà mai di aver stretto la mano a una delle sue Maestre e che non scorderà mai la semplicità con cui lei si è donata. Vi prego, prendete appunti e non per me né per altri bensì per il bene e per l’amore di quella Moda che voglio scrivere ancora una volta con la M maiuscola.
(…) Grazie Signora Mandelli. Con tutto il mio cuore.
Per la bellezza che ha sparso per il mondo, per ciò che mi ha insegnato, per avermi regalato il momento più emozionante della giornata e sicuramente di tutta la settimana della moda. L’istantanea che porterò nel cuore, per sempre.”

È l’istantanea che porto nel cuore oggi, sì, e – in mezzo a questa onda di dispiacere – mi consola un pensiero.
Domenica sera, vicino alla Signora Mariuccia, c’era il marito, l’uomo che le è stato accanto nel privato e sul lavoro per 50 anni e fino all’ultimo momento. Proprio come quel giorno in cui l’ho conosciuta io.
A lui, al Signor Pinto, va il mio cordoglio per la perdita della compagna della vita.

Emanuela Pirré

 

I miei piccoli ricordi…
La foto in alto, opera del mio amico Andrea, ritrae la Signora Mariuccia Mandelli e la sottoscritta il 19 settembre 2013 (tengo particolarmente a questa immagine).
L’articolo che ho scritto il 4 ottobre 2013; le foto che ho fatto in occasione della mia prima sfilata Krizia del 20 settembre 2012 e una delle foto di Mariuccia Mandelli al termine di quella sfilata.
Mi fa piacere dare il link dell’intervista rilasciata da Greta Vittori a Fashion Times.
E concludo con il link di uno splendido articolo datato 11 agosto 2012: la giornalista Angela Puchetti racconta la storia d’amore tra Mariuccia Mandelli e Aldo Pinto.

 

 

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