Nel futuro la wearable technology ci farà brillare. E non solo.

Un mio docente era solito fare un’affermazione che mi affascinava.

“Se una cosa capita una volta sola può essere casualità, ma se capita due o più volte diventa qualcosa di più. E potrebbe diventare un vero e proprio caso da studiare e del quale occuparsi.”

Quanto aveva ragione! Me ne sono accorta nel tempo e oggi tengo sempre ben presente quella sua piccola perla, soprattutto quando una notizia cattura la mia attenzione e quando non riesco a comprenderne il perché: mi regalo tempo e la metto da parte. Quando poi ne giunge un’altra che è come un pezzo di puzzle che va a unirsi alla prima… d’un tratto, tutto mi diventa chiaro. E penso a lui e a questa cosa importante che mi ha insegnato.

È usando proprio questo criterio che, ultimamente, mi sono accorta di aver messo da parte un paio di spunti, collegati e… letteralmente luminosi!

Luminosi, già: avete mai pensato di indossare un abito in grado di brillare di luce propria? Non sono impazzita, è l’idea portata avanti da alcuni stilisti e alcuni brand.

Parlo di abiti che si accendono veramente e che, in alcuni casi, arrivano perfino a cambiare colore: fino a non molti anni fa, tutto ciò era impensabile, era qualcosa che si poteva immaginare soltanto nelle fiabe o nei film di fantascienza. Poi, sono arrivati i LED, la fibra ottica e la wearable technology, la tecnologia indossabile, e quella che sembrava una fantasia irrealizzabile è invece diventata realtà.

Tra i precursori di queste tecnologie applicate alla moda, ci sono l’americano Ryan Genz e l’italiana Francesca Rosella, il duo che nel 2004 ha fondato un brand chiamato CuteCircuit.

Quando nel 2008, in occasione del proprio 75° anniversario, il Museum of Science and Industry di Chicago ha messo in piedi un’esposizione intitolata Fast Forward – Inventing the Future, gli organizzatori hanno chiesto proprio a Francesca e a Ryan di occuparsi del fronte moda pensando a come sarà ciò che indosseremo in futuro: in sei mesi di lavoro, i due hanno realizzato il Galaxy Dress, un abito da sera che si illumina e cambia continuamente colore grazie a 24 mila micro LED cuciti a mano uno a uno.

I micro LED impiegati per questa incredibile creazione sono sottili e flessibili e sono stati cuciti su diversi strati di chiffon di seta in modo tale che l’abito possa assecondare perfettamente il corpo e possa muoversi come se fosse fatto in un normale tessuto: i LED sono alimentati da una serie di batterie come quelle degli iPod, dunque l’abito non si surriscalda e consuma pochissima energia.

La parte più pesante dell’abito non è la tecnologia, ma la crinolina che fa sì che la gonna resti ampia. Le aree senza LED sono state inoltre decorate con più di 4000 cristalli, anch’essi rigorosamente applicati a mano: i cristalli variano dal trasparente al rosa, facendo sì che l’abito risulti piacevole anche quando è spento.

Il Galaxy Dress fa oggi parte della collezione permanente del museo di Chicago.

Il <em>Galaxy Dress</em> di CuteCircuit (photo credit: sito e pagina Facebook del brand)
Il Galaxy Dress di CuteCircuit (photo credit: sito e pagina Facebook del brand)

L’abito ha fatto breccia nel cuore di tantissime persone e soprattutto in quello della cantante Katy Perry la quale ha richiesto un vestito su misura in occasione del Met Gala.

Chiamato formalmente Costume Institute Gala e anche conosciuto come Met Ball, questo ricevimento è tenuto ogni anno con una doppia finalità: la prima è quella di raccogliere fondi a favore del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art (amichevolmente chiamato Met) di New York; la seconda è quella di inaugurare la mostra annuale che lo stesso Costume Institute dedica alla moda.

Ogni Met Gala celebra il tema della mostra che viene inaugurata e dunque la mostra stessa detta il dress code della serata, in quanto ogni selezionatissimo ospite è chiamato a dare la propria personale interpretazione.

Nel 2010, la mostra del Costume Institute si intitolava American Woman: Fashioning a National Identity e CuteCircuit ha creato per la regina del pop un abito fatto di chiffon di seta e di oltre 3000 micro LED colorati che hanno creato uno spettacolare effetto arcobaleno.

Katy Perry nel suo abito firmato CuteCircuit al <em>Met Gala</em> del 2010 (photo credit: sito del brand)
Katy Perry nel suo abito firmato CuteCircuit al Met Gala del 2010 (photo credit: sito del brand)
(Photo credit: sopra, Huffington Post | sotto, Popsugar)
(Photo credit: sopra, Huffington Post | sotto, Popsugar)

Ma le meraviglie di CuteCircuit non finiscono qui.

Francesca e Ryan hanno infatti realizzato la HugShirt, la maglia degli abbracci, che grazie a sensori, LED e una app permette di trasmettere a distanza il calore di un abbraccio alla persona amata: l’invenzione è stata premiata nel 2006 anche dal magazine Time tra le Best Inventions of the Year. Hanno anche inventato un abito, davvero magico, che si allunga con il passare delle ore: si indossa corto al mattino per andare in ufficio e per l’ora del cocktail diventa lungo grazie a un ingegnoso sistema che – naturalmente – è basato sulla tecnologia.

Tra i clienti della coppia, figurano parecchie celebrità: oltre a Katy Perry per la quale hanno confezionato anche altri abiti, hanno lavorato per gli U2, per i Subsonica e per Laura Pausini.

Un’altra azienda particolarmente impegnata sul fronte della wearable technology è Spinali Design.

Tra le loro creazioni, figurano costumi da bagno intelligenti e borse connesse, ma la notizia che ha attirato la mia attenzione andando a collegarsi a quella del Galaxy Dress di CuteCircuit riguarda un abito presentato a inizio marzo e al quale è stato dato il nome Caresse, ovvero Carezza.

Sì, perché basta accarezzarlo e lui si illumina: la magia si compie, ancora una volta, grazie ai LED e grazie alla carica elettrostatica della mano.

L’abito <em>Caresse</em> di Spinali Design (photo credit: pagina Facebook del brand)
L’abito Caresse di Spinali Design (photo credit: pagina Facebook del brand)

Caresse non è forse scenografico quanto il Galaxy Dress, ma a questo punto la direzione – o la tendenza – mi è stata chiara: i LED stanno entrando nella moda diventando, per alcuni stilisti e aziende, un materiale da sfruttare e da trattare esattamente come se si trattasse di un qualsiasi tessuto.

La wearable technology, insomma, avanza a grandi passi e la conferma mi è stata data dalla nuova edizione del Met Gala e da un prodigioso abito firmato stavolta dallo stilista statunitense Zac Posen.

Parto raccontando che la mostra organizzata quest’anno dal Met si chiama Manus x Machina: Fashion in an Age Of Technology; ha l’obiettivo di raccontare la relazione esistente tra artigianato e tecnologia indagando come gli stilisti riescano a conciliare il fatto a mano e il fatto a macchina. In mostra ci sono più di 170 outfit che vanno dagli albori del XX secolo fino al presente.

Il 2 maggio, gli invitati al ballo sono stati quindi chiamati a interpretare tale tema con risultati più o meno riusciti – a mio avviso.

Ma colei che ha decisamente rubato la scena a tutti è stata l’attrice Claire Danes.

Claire è stata tra le ultime a sfilare sul red carpet: nel suo abito in una pallida sfumatura d’azzurro era sicuramente e immediatamente visibile la manodopera, ma tutti (sottoscritta inclusa) si sono chiesti dove fosse la tecnologia.

L’abito sembra uscito da una fiaba Disney e colpisce inizialmente per la sua silhouette voluminosa, degna di una vera principessa: presenta un corpetto con scollo a cuore e un’abbondante gonna a ruota che conferisce grande volume.

Ma è solo quando si sono spente le luci che si è svelato in tutta la sua originalità: il vestito si è acceso proprio come in una favola, perché il tessuto con il quale è stato realizzato è un’organza con fibre ottiche che richiede più di 30 mini batterie per illuminarsi.

Non c’è da stupirsi che i social media siano impazziti: come dicevo, il vestito è stato progettato da Zac Posen e, quando l’attrice si è illuminata, nel vero senso del termine, ha lasciato tutti a bocca aperta (di nuovo: sottoscritta inclusa).

Mr. Posen… complimenti: tema ottimamente interpretato, obiettivo centrato!

Grazie a lei, l’abilità manuale ha sposato la tecnologia e Cenerentola è andata al ballo senza perdere la scarpetta; a farla brillare non è stata la Fata Madrina ma la wearable technology.

Claire Danes con l’abito di Zac Posen al <em>Met Gala</em> 2016 (photo credit: Bellanaija)
Claire Danes con l’abito di Zac Posen al Met Gala 2016 (photo credit: Bellanaija)
(Photo credit: Glamour)
(Photo credit: Glamour)
(Photo credit: Yahoo)
(Photo credit: Yahoo)
(Photo credit: The Celebrity Auction)
(Photo credit: The Celebrity Auction)
La stupefacente <em>trasformazione</em> dell’abito di Zac Posen (photo credit: pagina Facebook dello stilista)
La stupefacente trasformazione dell’abito di Zac Posen (photo credit: pagina Facebook dello stilista)
(Photo credit: sopra, pagina Facebook dello stilista)
(Photo credit: sopra, pagina Facebook dello stilista)
(Photo credit: sopra, account Instagram dello stilista | sotto, Djgemini @ Instagram)
(Photo credit: sopra, account Instagram dello stilista | sotto, Djgemini @ Instagram)

A questo punto, ritorno alla teoria del mio professore: “Se una cosa capita una volta sola può essere casualità, ma se capita due o più volte diventa qualcosa di più”.

E diventa, sempre come diceva lui, un caso del quale occuparsi: ecco perché sto scrivendo questo post.

CuteCircuit, il Galaxy Dress, Spinali Design, l’abito Caresse, Zac Posen: un filo sottile li lega tutti e si chiama wearable technology.

Possiamo aspettarci che, in un prossimo futuro, la wearable technology diventi accessibile a tutti? Gli stilisti ci faranno brillare come novelle Cenerentole grazie a LED, fibre ottiche e chissà cosa altro ancora?

Sapete, dopo aver messo insieme questi pezzi come tessere di un puzzle, ho pensato a ciò che mi disse Bradley Quinn, autentico visionario della moda, quando ebbi l’opportunità di incontrarlo e di fargli una brevissima intervista tre anni fa, grazie al prestigioso Istituto Polimoda.

L’inglese Bradley Quinn, trend consultant e autore di libri come Fashion Futures (volume in cui traccia i nuovi orizzonti della moda tramite la ricerca dei designer più sperimentali e dei tessuti più innovativi realizzati con tecnologie all’avanguardia) sostiene che gli abiti, per come li conosciamo e intendiamo oggi, appartengono già al passato e che la sfida è creare un dialogo tra ciò che indossiamo e le tecnologie che usiamo ogni giorno.

Secondo la sua visione, la moda futura farà di noi creature più veloci, più leggere ed eco-compatibili: ci darà una nuova pelle multi sensoriale che incorporerà le tecnologie più all’avanguardia. E il fatto di indossare la tecnologia come una seconda pelle farà sì che chi la porta abbia nuove capacità fisiche ed intellettuali, incrementando quelle già esistenti.

Nel 2013, le sue teorie mi avevano affascinata in quanto mi erano sembrate avanti anni luce e splendidamente visionarie: oggi, a soli tre anni di distanza, mi rendo conto che quel futuro è già qui e che io stessa non ne sono affatto sorpresa.

Senza dubbio, il tema della wearable technology è estremamente vasto e pensare di esaurirlo con un singolo post è follia: ho voluto semplicemente dare un assaggio nonché uno spunto per ulteriori e future riflessioni, anche perché le implicazioni e gli sviluppi possibili sono davvero tanti. Si va dalle finalità estetiche come nel caso degli abiti luminosi (per quanto diverse creazioni di CuteCircuit e di Spinali Design costituiscano in realtà vere e proprie forme di linguaggio, come le borse che parlano connettendosi al nostro smartphone o soddisfino altri bisogni come la HugShirt) fino agli scopi più profondi come la pelle multi sensoriale della quale parla Mr. Quinn.

E intanto chiudo questo post con una previsione: arriverà il momento in cui non sarà più necessario avere una quantità smisurata di vestiti per poter cambiare ogni giorno perché saranno gli abiti stessi a cambiare. Parola non mia ma degli avanguardisti della moda.

E questo avverrà molto prima di quanto pensiamo.

Manu

 

 

 

 

Per maggiori informazioni e per approfondire:

Qui trovate il sito di CuteCircuit

Qui trovate il Galaxy Dress

Qui trovate Katy Perry al MET Costume Institute Gala del 2010

Qui trovate il sito di Spinali Design

Qui trovate il sito di Zac Posen e qui la sua pagina Facebook

Qui trovate il sito del Metropolitan Museum of Art di New York e qui la sezione dedicata alla mostra Manux x Machina – Fashion in an Age of Technology in programma fino al 14 agosto 2016

Qui trovate il mio articolo a proposito dell’incontro con Bradley Quinn

Il video del Galaxy Dress:

Il video dell’abito Caresse:

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, cliché, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso, mi occupo di consulenze sempre in ambito moda e/o comunicazione e infine porto avanti con entusiasmo questo blog. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

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