La Moda aiuta il Duomo e instaura un dialogo tra apparenza ed essenza

Ho espresso più volte, qui e in altre sedi, il mio entusiasmo per il fermento che sta animando Milano.

Sono felice di cogliere e sottolineare tutta una serie di elementi concreti che mi fanno ben sperare che la mia città torni a essere una delle protagoniste della vita culturale e sociale italiana: talvolta, mi sono spinta fino a esprimere il sogno di un nuovo Rinascimento.

Non mi pento di queste parole e di queste speranze, anzi, le riconfermo proprio ora: in questi giorni, la città è piacevolmente invasa dal movimento generato dal Salone del Mobile e dalla Design Week e devo dire che si respira un’atmosfera bellissima, allegra, vivace e vitale. Come se ciò non bastasse, giovedì mattina ho partecipato all’inaugurazione di un evento che ha dato ancor più senso al mio entusiasmo in quanto unisce due dei miei grandi amori, quello per Milano – appunto – e quello per la Moda (questa è una delle occasioni in cui il termine va scritto con la M maiuscola).

Da buona milanese, quando parlo di amore per la mia città non posso non pensare al Duomo, una delle più grandi cattedrali gotiche in Italia e in Europa.

Il Duomo è il simbolo che rappresenta il capoluogo lombardo nel mondo grazie a una straordinaria architettura frutto di una storia secolare: generazione dopo generazione, epoca dopo epoca, lo scorrere del tempo ha scolpito e plasmato il marmo della Cattedrale, unendo tecniche e soluzioni ideate e realizzate da sapienti artisti e artigiani. Leggi tutto

Angela Pavese fa sbarcare a Monza blogger che vengono da Mercurio

Ho spesso sospettato di essere una marziana o – quanto meno – mi sono spesso sentita un pesce fuor d’acqua.

Marziana nel senso che mi pare di non appartenere né ad alcun luogo né ad alcuna tipologia, soprattutto professionale: da quando lavoro come freelance, mi sento un po’ confusa e spaesata esattamente come E.T., l’extra-terrestre del famoso e omonimo film, diviso tra gli amici trovati sulla Terra e il desiderio di tornare a casa, tra le stelle, coi suoi cari.

Cosa sono io, in effetti?

Qualcuno mi chiama blogger, altri mi dicono che assomiglio di più a una giornalista, più che altro per il lavoro che svolgo per alcune testate online.

E io? Cosa penso di me stessa?

Mi sento una blogger? Non lo so, credo di sì in quanto tengo in vita questo spazio, ma di sicuro mi sento poco fashion blogger perché le categorie chiuse non mi piacciono e perché qui pubblico un po’ di tutto, dalla moda all’arte, dal cibo ai viaggi, dal lifestyle al beauty, dai libri che amo ai miei pensieri in libertà.

Mi sento una giornalista? No, per carità, non mi sento affatto una giornalista perché sono molto severa con me stessa e, non essendo in possesso del famoso tesserino, non oserei mai nemmeno pensare di poterlo essere. In linea generale, non credo nei “pezzi di carta”, eppure quel mestiere mi incute un tale senso di rispetto che no, senza tesserino non me la sento proprio di usare una parola che per me è troppo importante. Leggi tutto

Profumo di Sardegna nella collezione Angelo Marani SS 2016

Provate a chiudere gli occhi anche solo per un istante.

Immaginate di trovarvi davanti al mare, con piccole onde che variano dall’azzurro fino al verde.

Immaginate la brezza salmastra che vi accarezza il viso e che porta il frinire delle cicale e il profumo del mirto.

È l’atmosfera che ha ispirato Angelo Marani per la sua collezione primavera / estate 2016: lo stilista desidera farci respirare il profumo della natura della splendida Sardegna, ma non quella odierna.

Marani porta infatti indietro le lancette e ci fa rivivere la seduzione degli anni Settanta e la frenesia della Costa Smeralda dell’epoca: ci riporta a un’Italia carica di belle promesse e piena di grandi speranze.

I suoi sono abiti ricchi di emozione, sono raffinate alchimie di colori e di lavorazioni di alta artigianalità come per esempio quella dell’organza dévoré.

La lavorazione dévoré deve il suo nome a un termine francese che significa letteralmente divorato: indica una tecnica il cui scopo è quello di eliminare (divorare, appunto) una parte del tessuto. Dopo la lavorazione, il fondo risulta trasparente, favorendo la visualizzazione del disegno costituito dalle fibre non divorate: Angelo Marani aggiunge a questa tecnica un’ulteriore sovrastampa e pennellate fatte a mano. Leggi tutto

Vito Montedoro e la vita che nasce tra le crepe

“Se non tagli via i rami secchi, come pretendi di fiorire?”

Ho letto queste parole qualche giorno fa, su Instagram.

Vi è mai capitato di leggere qualcosa e di provare la sensazione che sia stato scritto per voi, che parli di e a voi? Le parole qui sopra mi hanno fatto proprio questo effetto: sembravano stare lì ad aspettarmi, in attesa che io le trovassi.

Le ho subito adottate o forse loro hanno adottato me, perché è un periodo in cui mi sento così, mi sento come un albero con parecchi rami secchi: la colpa è mia, non li ho potati ed essi hanno continuato a richiedere e a risucchiare preziosa linfa vitale senza dare né foglie né fiori né frutti.

I rami secchi sono tutte le persone che ci ronzano attorno senza creare un reale e reciproco scambio; sono persone che risucchiano energie senza creare un benefico ricircolo.

Da queste persone dobbiamo – o dovremmo – fuggire: dovremmo avere il coraggio di potarle con decisione come si fa, appunto, coi rami secchi e inutili.

Bene, visto che è primavera, direi che è un buon momento per un po’ di giardinaggio: ho voglia di pulizia, di circondarmi di persone con le quali ci sia un autentico scambio di idee, di passioni, di energie.

Ecco perché, oggi, desidero dare spazio a una persona che stimo e con la quale sento esserci un’affinità di visione.

Il suo nome è Vito Montedoro e la cosa buffa è che abbiamo avuto una sola occasione di vederci di persona: eppure, nell’epoca di Internet, ci si può frequentare in tanti modi, per esempio proprio grazie al web. Ho raccontato più volte quanto, grazie alla rete, riesco a intrattenere scambi con persone verso le quali nutro stima e che non ho possibilità di frequentare nella vita quotidiana: Vito rientra tra queste persone. Leggi tutto

Cecilia Arpa SS 2016, la matematica diventa (letteralmente) moda

Inutile nascondersi, è meglio confessarlo subito: io e la matematica non siamo amiche per la pelle. Viviamo un rapporto difficile, una relazione complicata – come si dice oggi.

Eppure, non è sempre stato così: quand’ero alle elementari e alle medie, la matematica mi piaceva. Non quanto le materie letterarie che sono sempre state il mio grande amore, ma anche la matematica mi incuriosiva e mi affascinava con quelli che consideravo stimolanti misteri ed enigmi da risolvere.

L’idillio tra noi si è spezzato alle scuole superiori, esattamente in quarta, quando alla mia classe fu assegnato un professore terribile, un po’ nazista, uno di quelli a cui cambiavano sezione ogni anno per le proteste di genitori e studenti.

Il nazistoide aveva regole ferree quanto assurde: sul banco non dovevamo avere nulla se non una biro, il quaderno e il libro. Se vedeva, per esempio, un innocente portapenne, lo stesso volava giù dalla finestra.

A una riunione con genitori (preoccupati) e studenti (arrabbiati), enunciò la propria teoria che voleva che lui fosse un genio (incompreso, probabilmente) e noi dei poveri stupidi. Ci fu una sollevazione generale e io chiesi la parola: non ricordo di preciso cosa dissi, ma ricordo che espressi il mio pensiero a proposito di quella sua farneticante teoria e ricordo che alla fine erano tutti in piedi ad applaudirmi, i miei compagni, i genitori e anche diversi insegnanti. Ricordo anche gli occhi, gelidi, del professore che mi fissavano.

Indovinate un po’: io che, fino all’anno prima, avevo 8 in matematica… passai al 5. Il professore me la giurò, naturalmente, e pensò bene di darmi una lezione circa autorità e potere secondo la sua visione (distorta) che prevedeva più che altro il loro abuso. Leggi tutto

Chanel Haute Couture primavera / estate 2016 tra sogno e realtà

Mi trovo in un gran bel posto, sebbene non sappia dargli un nome; in realtà, non saprei nemmeno dire come io sia arrivata qui.
C’è tanta luce e, proprio davanti a me, un prato perfetto assomiglia a un tappeto verde: in fondo, vedo una bella casa in legno. L’atmosfera è tranquilla, serena.
D’un tratto, vedo una figura uscire dalla casa: avanza verso di me, si avvicina con passo leggero e senza fretta, dunque ho tutto il tempo di mettere a fuoco i vari dettagli.
È una giovane donna: indossa una giacca in tweed e una pencil skirt lunga fino al polpaccio. Noto anche i capelli, elegantemente raccolti in uno chignon molto particolare, e le sue scarpe, delle zeppe in sughero con tomaia bicolore. Da grande estimatrice di gioielli, non posso fare a meno di notare la meraviglia che indossa, ovvero un’ape graziosamente appuntata sulla giacca: sembra viva tanto è vibrante di luce e colore.
Non riconosco la giovane donna così come continuo a non riconoscere il luogo.
Eppure, tutta la situazione ha qualcosa di così familiare… Leggi tutto

Francesca Fossati, (ex) abiti da lavoro diventano raffinata sartoria

In pieno svolgimento di Milano Moda Donna e in un momento in cui tutto il sistema moda si interroga a proposito della possibilità di un cambio epocale (ovvero smettere di presentare le collezioni con circa sei mesi di anticipo rispetto alla distribuzione in negozio), desidero parlarvi di un evento che ha catturato la mia attenzione per diversi motivi.

La stilista Francesca Fossati ha voluto realizzare un evento aperto al pubblico (e non ai soli addetti, dunque diverso dai classici format della Milano Fashion Week) e ha voluto presentare la collezione primavera / estate 2016 (e non quella autunno / inverno 2016-17, ovvero ciò che stilisti e marchi stanno facendo in questi giorni). Inoltre, il suo evento – che si tiene in via della Moscova 60 – proseguirà fino a sabato 12 marzo.

In pratica, Francesca sta già applicando due teorie caldeggiate da molti: aprire gli eventi moda a tutti senza distinzioni e cancellare il divario esistente tra il momento della presentazione e quello della messa in vendita.

Ieri, venerdì 26 febbraio, sono stata alla presentazione della sua collezione di alta sartoria che nasce da una ricerca a mio avviso molto interessante: parte infatti dall’analisi e dal recupero progettuale degli abiti da lavoro fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Non per nulla, Francesca è stata definita – con un’espressione che mi piace molto – una dressteller: per lei, ogni creazione è un racconto, è la storia unica della donna che lo indossa, è un percorso infinito di intuizioni al singolare in cui forme preziose e materiali pregiati creano un mondo ricco di tradizione e innovazione. Leggi tutto

A primavera, i cappelli Doria 1905 viaggiano verso Levante

Non riesco a immaginare me stessa senza cappelli né potrei rinunciare all’idea di indossarli.

Ci sono piccole cose, piccole abitudini, piccole tradizioni che fanno profondamente parte di noi, della nostra vita, della nostra cultura, del nostro vissuto e della nostra minuscola storia personale: il cappello è per me tutto questo.

Indosso i cappelli molto spesso e li amo tantissimo, sebbene non da sempre: come ho raccontato in un mio recente articolo per SoMagazine, ho imparato ad apprezzarli in età adulta.

La cordiale antipatia che provavo nei loro confronti da bambina derivava dal fatto che ero costretta a portarli mio malgrado: mia mamma mi cacciava in testa il cappello senza tanti complimenti e senza accettare le mie vivaci proteste in quanto soffrivo di otiti e dunque desiderava che io proteggessi testa e orecchie. Il punto è che i cappelli da lei imposti consistevano spesso in certe cuffiette tricottate davvero tremende e quasi inguardabili…

Per fortuna, sono cresciuta e ho (quasi) superato certi ricordi (o sarebbe meglio dire traumi) alquanto imbarazzanti: oggi, in qualità di adulta innamorata della moda intesa come modalità d’espressione, amo follemente e incondizionatamente questo meraviglioso accessorio ricco di storia, di significati, di grazia, di bellezza; e lo amo anche perché è in grado – appunto – di esprimere molto bene la personalità di chi lo indossa. E a me le singole personalità piacciono molto, eventuali difetti inclusi (abbasso l’omologazione, sempre).

Il cappello mi accompagna sia in estate sia in inverno, cambiano solo i materiali: c’è chi afferma di avermi difficilmente vista senza cappello e perfino per il mio attuale biglietto da visita ho scelto l’immagine di una donna che lo indossa. Sorrido quando qualcuno mi dice “Ti assomiglia e ti descrive bene”: ne sono lieta. Leggi tutto

Alberto Zambelli SS 16 e l’Africa di Seydou Keïta

Qualche settimana fa, una persona mi ha fatto un’osservazione: parlando di una mia intervista ad Alberto Zambelli, mi ha fatto notare che lo stilista “è uno sconosciuto per il grande pubblico”.

Sarà. Forse è vero, forse no.

Comunque, ho sorriso – e sorrido – perché resta il fatto che, in ogni caso, questo risulta essere un modo piuttosto limitato e ristretto di vedere la faccenda che è molto più ampia e sfaccettata.

Primo: ho molta stima del “grande pubblico” e credo molto nelle persone in generale. Credo nel mio prossimo e in coloro i quali mi fanno il dono di leggere ciò che scrivo. Credo nella loro – nella vostra! – curiosità e voglia di conoscere. Cosa dite, sbaglio? Faccio male?

Secondo: penso che da un professionista o da un cosiddetto insider, ovvero da uno che sta dentro un certo ambiente, occorra aspettarsi (e pretendere) che presenti delle autentiche novità alle quali chi fa altro nella vita non ha modo o tempo di arrivare. Faccio un esempio pratico: se vado dal dentista, pretendo che sia in grado di presentarmi l’avanguardia e le tecniche più nuove ed efficaci, quelle che io non conosco ma che a lui devono essere note. Idem per la moda: se io fossi nel lettore da “grande pubblico”, da un editor o da un blogger pretenderei autentiche chicche e primizie da ricercatore.

Terzo: a me non è mai piaciuto vincere facile perché conquistare una vetta considerata ostica mi dà maggior soddisfazione che camminare su una frequentatissima pianura già largamente battuta. Non ho mai scelto la via più comoda, nemmeno quando ho potuto.

Aggiungete che sono ostinata al limite della cocciutaggine: difendo le mie opinioni con forza e perseveranza. Mi metto in discussione, sì, ma cerco, alla fine, di ragionare e scegliere sempre e comunque con la mia testa.

E, infine, amo la bellezza e il coraggio.

Mettete insieme il tutto e otterrete ciò che mi sono messa in testa: sono convinta che Alberto Zambelli e un manipolo di altri talentuosi stilisti sappiano portare avanti la bellezza dimostrando di avere il coraggio delle proprie idee.

Dunque, vale la pena di sostenerli e supportarli. Dunque, insisto e torno di nuovo a parlare di lui, di Alberto, scegliendo ancora una volta la strada meno facile, scontata e battuta. Leggi tutto

Il Gattopardo e la collezione Sergio Daricello SS 2016

Per alcune persone e per alcuni amori sono in grado di identificare il momento esatto nel quale sono nati.

Lo stilista Sergio Daricello è uno di questi casi: posso indicare con precisione chirurgica l’esatto momento in cui mi sono innamorata di lui e del suo modo di vedere, fare e intendere la moda.

Era il 24 giugno 2012 e allora Sergio era il direttore creativo di Giuliano Fujiwara: presentava la collezione uomo primavera / estate 2013, la prima da lui firmata per il brand italo-giapponese, e mi sono innamorata dei capi al primo sguardo nonché di lui appena i nostri occhi si sono incrociati. Da allora, ho sempre seguito Sergio, dalle sue successive collezioni per Fujiwara fino a una importantissima e fondamentale decisione: dare vita al marchio che porta il suo nome.

Siciliano di origini, Sergio ha frequentato giurisprudenza, ma ha poi deciso di dedicarsi alle arti grafiche e visive studiando pittura e restauro pittorico: successivamente, ha preso la decisione di trasferirsi a Milano per seguire il corso di design di moda presso l’Istituto Marangoni conseguendo il diploma nel 2002 col massimo dei voti.

Ha subito iniziato il suo percorso professionale con una forte attenzione verso il sistema del made in Italy: il suo esordio da stilista è avvenuto grazie alla maison Etro dove ha affiancato Kean Etro nella creazione delle collezioni uomo. In seguito, ha lavorato presso l’ufficio stile uomo di Dolce&Gabbana prima linea con il ruolo di fashion designer ed è poi approdato in Versace: dopo aver ricoperto per breve tempo la funzione di assistente stilista per la prima linea, è diventato responsabile stile uomo apparel & accessories per le linee Versace Jeans e poi Versus. Leggi tutto

Fatima Val SS 2016, metamorfosi ed evoluzione

Giorni fa, scambiando alcuni messaggi con un’amica, mi sono trovata a esporle una mia convinzione: sapersi adeguare al tempo in cui si vive è un’esigenza, oggi più che mai, pena la scomparsa, esattamente com’è accaduto ai dinosauri.

D’altro canto, tale mia convinzione non è certo innovativa: l’idea di evoluzione è molto antica e fu elaborata in modo scientifico nell’800, grazie all’opera di studiosi come Charles Darwin e Alfred Russel Wallace.

Darwin e Wallace si basarono su concetti quali la variabilità dei caratteri ereditari, la selezione naturale e la lotta per l’esistenza giungendo alle teorie evolutive che sono oggi le basi fondamentali della biologia: in maniera del tutto analoga, tali teorie possono essere traslate all’evoluzione del modo di pensare. Chi non è capace di far evolvere i propri pensieri e le proprie idee rischia di restare ai margini.

Ecco perché amo il lavoro dei giovani stilisti ed ecco perché amo, per esempio, quello di Fatima Val: il loro pensiero e la loro visione sono in costante evoluzione.

“La trasformazione è uno dei principali processi naturali nonché il più importante principio dell’evoluzione. È una legge generale grazie alla quale la vita stessa esiste: è questa la chiave dello sviluppo che dà origine alla diversità.”

È il pensiero che ho trovato aprendo la cartella stampa che mi è stata consegnata lo scorso 28 settembre, quando ho assistito alla sfilata della collezione primavera / estate 2016. Leggi tutto

L’anticonformista, la collezione Grinko SS 2016

È inutile, non ce la faccio proprio: provo a restare fredda e asettica, provo a frenare la spontaneità, ma è qualcosa che proprio non mi riesce.

O almeno non mi riesce con la moda: in questo ambito sono come quando ero ragazzina e avevo poche mezze misure.

Nella moda ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono; cose che mi appassionano e cose che mi lasciano del tutto indifferente. Cercare di convincermi è inutile, in un senso o nell’altro, perché lo ammetto, soffro di un’imperdonabile presunzione, quella di voler pensare con la mia testa.

Scelgo le cose che mi piacciono e che mi appassionano e dedico loro tutto il mio entusiasmo; al contrario, non sono interessata a uniformarmi al pensiero che va per la maggiore né sono interessata a unirmi ai cori osannanti gli stilisti più in voga. Allo stesso modo, non ho timore di dire “piace anche a me” se ciò è la verità, ma il punto è questo: deve essere la verità.

D’altro canto, l’ho dichiarato fin dall’inizio: in questo spazio web entra solo ciò che mi piace attraverso una selezione fatta alla fonte. Una piccola dittatrice? Direi piuttosto che è una garanzia di sincerità.

Propongo e non impongo; propongo ciò che mi piace, spiego perché mi piace e poi lascio la decisione finale a chi guarda e legge. Tutto qui.

Nel caso in cui chi guarda e legge approva a sua volta ciò che ho accuratamente selezionato, questa persona gode di una garanzia: sa che la mia opinione è sincera.

Ecco, è questa la mia presunzione. E se, alla fine, sia perdonabile o no, lo lascio decidere a voi. Leggi tutto

Pensando alla primavera: Sunrise, l’aurora di Giulia Marani

Pare che, dopo un inverno finora mite, sia ora in arrivo il grande freddo: spero sia contento chi lo aspettava con tanta ansia. Non io, non sentivo affatto la mancanza del freddo rigido e non sono affatto contenta del suo arrivo: nel dubbio – e nel timore – che in effetti la previsione sia corretta, cerco di attrezzarmi con metodi di vario tipo.

Tra i più banali: mi sono comprata un delizioso cappellino con pompon oversize. Tra i più seri: dirigo i pensieri in direzioni per me piacevoli, per esempio verso l’idea della primavera.

Non potrebbe dunque esistere momento migliore per continuare a parlarvi delle collezioni per la prossima bella stagione: quella che ho scelto oggi ha un nome che è tutto un programma. Si chiama Sunrise, ovvero alba, aurora, sorgere del sole: un momento di rinascita, insomma, come quello che corrisponde all’arrivo della primavera.

Sunrise è la collezione primavera / estate 2016 della brava e talentuosa Giulia Marani, giovane stilista che seguo ormai da diversi anni e che, con grande gioia, vedo in costante crescita ed evoluzione.

Ciò che caratterizza fin dal principio il suo lavoro è la volontà di fondere moda e arte, un po’ come avveniva in un glorioso passato: cito come esempio supremo la mia adorata Elsa Schiaparelli e le sue collaborazioni con tanti artisti surrealisti. Giulia concretizza tale volontà scegliendo a sua volta di collaborare, stagione dopo stagione, con vari artisti tra i quali pittori e fotografi. Leggi tutto

Il nuovo vocabolario della moda italiana e la contemporaneità

Il talento, il made in Italy e uno dei musei più interessanti di Milano: prendete questi tre elementi, metteteli insieme e mi fate felice. È ciò che sta succedendo alla Triennale che ospita una mostra unica nel suo genere, nata dal desiderio di celebrare l’Italia della moda contemporanea.

La mostra si chiama Il nuovo vocabolario della moda italiana e manda in scena – fino al 6 marzo 2016 – marchi e creativi che negli ultimi 20 anni hanno rinnovato e recuperato il DNA non solo culturale ma anche tecnico della nostra migliore tradizione, riuscendo a riscriverlo in un linguaggio originale e – appunto – estremamente contemporaneo.

Il nuovo vocabolario della moda italiana analizza la natura più recente della moda attraverso il lavoro dei suoi protagonisti: si va dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature alle borse, dai gioielli ai cappelli per scrivere un inedito vocabolario di stile nonché di laboriosità e produttività perché – non dimentichiamolo mai – la moda produce reddito e dà lavoro.

Il vocabolario racconta un tratto di storia del made in Italy, precisamente a partire dal 1998: perché proprio il 1998? Perché è l’anno che, convenzionalmente, segna il passaggio definitivo alle nuove forme della comunicazione, quelle digitali. Leggi tutto

Tomaso Anfossi e Francesco Ferrari, anticipi di primavera

Sono conscia di quale sia l’opinione che va per la maggiore: la moda non è considerata arte.
E sapete una cosa? In fondo sono d’accordo, la maggior parte della moda che vedo attorno a noi non è affatto arte.
Oggi più che mai, la moda è business e produce lavoro in maniera efficace, spesso molto più di quanto facciano altri settori. La moda è questo, lo ammetto, dunque spesso non può essere arte.
Eppure, quando ho l’opportunità di ammirare il lavoro di certi giovani che con autentica passione continuano a far vivere le maestranze e le capacità più nobili riuscendo a contaminare la moda con ispirazioni tratte da altri mondi… beh, allora penso che esiste una forma di moda che si avvicina all’arte in quanto è capace di essere veicolo di espressione e comunicazione.
A tal proposito, torno a citare Wikipedia e una definizione che ho già usato in una precedente occasione e che mi è molto cara: “L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella sua accezione odierna, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione.”
Dunque, visto che la moda è una forma di creatività e di espressione estetica, visto che poggia su accorgimenti tecnici, visto che comporta abilità innate o acquisite derivanti dallo studio e dall’esperienza e visto che sa trasmettere emozioni, nessuno, mai, mi farà cambiare idea sul fatto che – in alcuni casi – possa essere una forma d’arte. Non cambierò idea fino a quando continueranno a esistere stilisti che fanno sì che io possa sostenere questa tesi.
Un esempio? Il duo CO|TE. Leggi tutto

Il talento trova casa con webelieveinstyle.maison

Ci sono persone che occupano un ruolo importante nella nostra vita e che sono capaci di influenzarci e di esercitare un forte ascendente: è bellissimo quando tutto ciò è in positivo, quando ci porta a non fermarci mai e a migliorarci, sempre.

Stefano Guerrini è per me una di queste persone: è un amico, è stato un mio docente e continua a essere un grande modello, dal punto di vista umano e professionale.

Dovete sapere che, prima ancora di conoscere il suo nome, sono rimasta colpita da lui: lo vedevo alle sfilate ed ero attratta dall’aria di autorevolezza che emanava. Un giorno, ho avuto una grande sorpresa: l’ho ritrovato in IED, la scuola di moda che stavo frequentando. Non solo, ho scoperto che lui sarebbe stato uno dei miei docenti.

Il mondo è straordinariamente piccolo e spesso cose, fatti, persone e momenti si incastrano alla perfezione: ben presto ho scoperto che quella sensazione di autorevolezza che Stefano mi ispirava era più che fondata. Attenzione, ho scelto l’aggettivo accuratamente: Stefano è autorevole ma non autoritario e c’è una bella differenza.

Fare lezione con lui è un’esperienza straordinaria, perché è vulcanico ed entusiasta: la sua cultura e la sua memoria sono enciclopediche e sono pari solo alla sua passione. Leggi tutto

Nino Ricci Grioni, il sarto dei fiori, a Belgioioso

A volte mi capita di partire da un proposito per arrivare a un altro, magari non troppo lontano dal primo, ma comunque differente: è quello che mi è successo questa settimana, per esempio.

Amo molto il vintage e chi legge questo piccolo spazio web sa che sono un’assidua frequentatrice della manifestazione che si svolge presso lo splendido Castello di Belgioioso: Next Vintage è una delle più importanti vetrine di moda d’antan e si tiene ogni anno ad aprile e a ottobre.

Ci vado non solo per piacere e cultura personale, ma anche col desiderio di condividere le mie scoperte con voi: giovedì sono andata come d’abitudine alla preview per la stampa della nuova edizione. Fino a lunedì 19, è infatti in corso l’appuntamento autunnale: il mio intento era quello di raccogliere materiale per pubblicare il solito reportage fatto di colpi di fulmine e di pezzi capaci di catturare il mio interesse e la mia curiosità.

In effetti, ho avuto il colpo di fulmine, ma stavolta tutta la mia attenzione è stata completamente catalizzata dalla mostra collaterale: ogni edizione di Next Vintage è accompagnata da un evento espositivo e stavolta è toccato al sarto Nino Ricci Grioni.

Il nome non vi suonerà forse particolarmente familiare, ma state tranquilli: sebbene io sia una grande appassionata, ho dovuto fare ricorso ai più reconditi cassetti della mia memoria. Il punto è che, nonostante questo signore sia forse meno noto di altri nomi che l’hanno preceduto nel foyer del castello, la mostra a lui dedicata è a mio avviso una delle più belle che Belgioioso abbia mai ospitato. Leggi tutto

Verso il Benessere Biologico con Nvk Design

Benessere biologico: a cosa vi fanno pensare queste due parole?
Sabato 3 ottobre ho partecipato a una interessante manifestazione intitolata proprio così: sapori genuini, linee armoniose, materiali innovativi e pensieri positivi hanno accompagnato tutti i partecipanti in un viaggio teso verso la ricerca del benessere interiore ed esteriore nonché dell’equilibrio fisico e mentale.
Per me, vivere bene (e sano) significa affrontare la vita con energia cogliendo le opportunità migliori: giorno dopo giorno, mi sto rendendo conto di quanto sia necessario farlo nel pieno rispetto della vita stessa.
La kermesse Il Benessere Biologico si è posta proprio questo obiettivo, affrontando in modo scientifico ma anche piacevole e divertente le infinite sfaccettature della questione: chef, medici nutrizionisti, biologi, esperti in cosmesi naturale, bio-architetti e stilisti impegnati in una moda eco-sostenibile si sono confrontati in tanti appuntamenti distribuiti nel corso di tutto il week-end.
Qual è stato il mio ruolo? Scommetto lo immaginate già: ho partecipato alla tavola rotonda sulla moda.
Nel panel in questione, esperti e professionisti hanno parlato di eco-sostenibilità in un dibattito condotto e moderato dalla giornalista Fabiana Giacomotti.
Forse stenterete a crederlo, ma – per una volta – mi sono limitata a essere una testimonial silenziosa: insieme alle colleghe Anita Pezzotta (del blog La Vie c’est Chic) e Clara Nanut (del blog Gourmode), ho fatto da modella allo scopo di mostrare le creazioni della designer Natasha Calandrino Van Kleef, la fondatrice del marchio Nvk Design.
Perché utilizzare tre blogger, tre donne differenti per età, fisicità e stile di vita sebbene unite da una comune passione per la moda? Esattamente per questo (ottimo) motivo, ovvero per far scendere i capi dalla passerella e farli vedere indossati da donne che non sono modelle professioniste.
Parlando di Nvk e della chiacchierata che ho comunque fatto con Natasha, inizio a raccontarvi che il tessuto utilizzato per tutte le sue collezioni è il modal – più precisamente il micromodal.
Si ottiene dalla polpa di legno degli alberi, non si sfibra e, rispetto al cotone, si restringe e scolorisce più difficilmente: è liscio e soffice tanto che viene spesso aggiunto proprio al cotone per migliorarne le qualità.
Il modal ha altre due importanti caratteristiche: è anallergico ed è traspirante. Quindi, d’estate non trattiene l’umidità e non ci fa sudare, mentre d’inverno ci aiuta a trattenere il calore del nostro corpo.
Posso affermare che è un tessuto che accarezza la pelle: in particolare, i capi pensati da Natasha si avvolgono attorno al corpo in modo semplice e al contempo raffinato, risultando adatti a ogni occasione. Sono compagni ideali per i viaggi e sono pratici da tenere in borsa e in valigia perché sono resistenti agli stress.
La designer crea anche una linea di costumi da bagno: naturalmente, proprio per le caratteristiche intrinseche del modal, i costumi risultano confortevoli e molto igienici. Vale la stessa cosa per alcune proposte di intimo e non mancano capi da uomo e per i bambini.
Prodotti esclusivamente in Italia in un laboratorio a impatto ambientale zero (per compensare le emissioni di CO2 derivate dai processi di manifattura sono stati piantati alberi in una zona boschiva nel territorio pavese), i capi Nvk sono realizzati in singolo o doppio strato di solo modal: non c’è utilizzo di parti plastiche o metalliche e gli elastici sono in gomma naturale. Torno a sottolineare che il modal è anallergico e il fatto che non siano presenti altri materiali annulla completamente il rischio allergie: attraverso i tagli ben studiati, Natasha riesce infatti a non utilizzare né cerniere né bottoni né ganci.
I capi doppiati hanno un ulteriore vantaggio: sono reversibili.
Aggiungo altri due dettagli accattivanti.
Il primo piacerà a tutte le donne che hanno poco tempo (alzo la mano per prima): i capi possono essere tranquillamente lavati in lavatrice con acqua fredda e non è necessario stirarli.
Il secondo piacerà a tutti i più convinti sostenitori dell’ecologia: non solo la manifattura è a impatto zero, come ho raccontato, ma anche lo smaltimento è altrettanto sostenibile. Essendo interamente in modal, i capi possono essere smaltiti senza la necessità di costose operazioni di separazione dei vari componenti. Per la gioia degli animalisti, anche l’uso di pelle e pelliccia è completamente bandito.
Avendole indossate, posso testimoniare che le creazioni Nvk sono molto morbide e piacevoli: accompagnano perfettamente il corpo assecondando le forme di ogni donna.
Mi piace essere onesta e ho sempre ammesso che non tutte le mie scelte sono eco-sostenibili: è però la direzione verso la quale desidero andare e che scelgo sempre più spesso. Mi piace pensare al mio come a un percorso verso quel benessere del quale ho parlato in principio e verso una conoscenza – e una coscienza – sempre più profonda ed estesa.
Sono dunque molto felice di aver conosciuto Natasha e vi invito ad approfondire l’argomento attraverso i suoi canali social: qui trovate il suo sito e qui la sua pagina Facebook. Troverete anche una proposta per la sposa.

Manu

Se volete restare informati circa la manifestazione Il Benessere Biologico (sono certa che ci saranno successive edizioni), qui trovate il sito e qui la pagina Facebook. La kermesse è stata inserita nel progetto ExpoinCittà.

Nella foto in alto, da sinistra: Anita Pezzotta, la stilista Natasha Calandrino Van Kleef, Clara Nanut e la sottoscritta. Indossiamo tutte capi Nvk Design creati da Natasha: in particolare, io e le mie colleghe Anita e Clara indossiamo capi della collezione autunno/inverno fatti in doppio strato di modal e reversibili.

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