Il ventaglio: solo vezzo e aria fresca? O c’è di più? (Buona la seconda)

Amo la bella stagione.

Della primavera e dell’estate amo praticamente tutto, ogni loro singolo manifestarsi.

Amo i ritmi che portano.
Amo i colori, i profumi, i sapori.
Amo la luce e amo il fatto che le giornate durino più a lungo.
Amo le serate fuori e le cene conviviali all’aperto. Amo i pranzi sotto le pergole.
Amo i cibi che si consumano d’estate, dai barbecue fino alla frutta, colorata, saporita, allegra.
Amo le vacanze o anche solo le gite al mare, perché d’estate sembra tutto più semplice, perfino essere felici sembra più a portata di mano. E di cuore.

Solo una cosa non mi piace: quando l’afa si fa esagerata e – conseguentemente – ci rende paonazzi, rossi come peperoni troppo arrostiti.
Ciò non è piacevole, lo ammetto, anzi, è piuttosto imbarazzante.

Un po’ per combattere questo inconveniente e un po’ perché amo le vestigia del passato (quando corrispondono a belle abitudini che valga la pena di conservare), parecchi anni fa ho iniziato a collezionare e usare i ventagli.

Non ricordo se io abbia fatto di necessità virtù, come si suol dire, ovvero se abbia iniziato per avere con me uno strumento che possa combattere il caldo o se sia stata semplicemente attratta dalla loro bellezza, dalla loro storia e dai loro molteplici significati.

Sia l’una o l’altra opzione, sta di fatto che, negli anni, ho messo insieme diversi ventagli di vario tipo.

Molti vengono dai miei viaggi.
Ne ho uno, per esempio, che mi venne dato nel lontano 2004 in una casa da tè che si trova presso un laghetto pieno di grandi carpe koi a Shanghai, in Cina.
Sono molto affezionata anche a quelli che acquistai in Vietnam.

Poi ne ho diversi che negli ultimi anni mi sono stati donati in occasione di sfilate e presentazioni tenute durante la stagione estiva, in giugno o in settembre.

Ho trascorso il week-end appena terminato a Ferrara, splendida città: peccato che sia attanagliata da un’afa veramente impressionante.
E così ho cercato di aiutarmi con l’ultimo ventaglio entrato nella mia collezione, un piccolo modello pieghevole in carta bianca proveniente dal matrimonio della mia carissima amica Eleonora che si è sposata il 17 giugno.

È comodissimo perché diventa davvero minuscolo ed entra perfino nelle mie mini bag.

Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente alla Delizia di Belriguardo a Voghiera, venerdì scorso, 23 giugno 2017
Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente alla Delizia di Belriguardo a Voghiera, venerdì scorso, 23 giugno 2017

E così, salvata dal mio piccolo amico bianco, ho pensato di riproporre una piccola ricerca che ha come protagonista proprio il ventaglio, ricerca che svolsi lo scorso anno per SoMagazine allo scopo di ricostruire percorso, curiosità e aneddoti a proposito di questo strumento alquanto interessante.

In effetti, il ventaglio è un oggetto utile, affascinante e anche un po’ misterioso, con una storia più che millenaria: l’uomo ha sempre cercato sollievo dal caldo, molto prima che esistessero i moderni mezzi tecnologici.

Pensate che, prima ancora del ventaglio di piccole dimensioni destinato a un uso personale, ci fu il flabello, ovvero un grande ventaglio montato su una lunga asta, di origine antichissima: i monumenti babilonesi, assiri, persiani, egiziani e greci ne offrono esempi nelle rappresentazioni di sovrani e di vari personaggi di alto lignaggio.

In Egitto, in particolare, venivano usati per rinfrescare il faraone, per proteggerlo dai cocenti raggi solari a mo’ di parasole e per tener lontano gli insetti. Il flabello assumeva addirittura un significato divino poiché rappresentava l’ombra, una delle componenti dell’essere umano; nell’iconografia funebre, simboleggiavano inoltre il soffio generatore di vita per il defunto.

Era tanto importante che il flabello di tipo cerimoniale era sorretto da un nobile che aveva il titolo di portatore alla destra del re.

Dall’Egitto, il flabello passò poi in uso alla liturgia cristiana: anche in questo caso, assunse un valore simbolico, come significazione dei serafini o dei cherubini.

In Cina e in Giappone nacquero e si diffusero sia ventagli rotondi fissi sia ventagli pieghevoli e pare che questi ultimi vennero ispirati dal meccanismo dell’ala del pipistrello.

Era il 32 a. C. quando Pan Chieh-yü, favorita di un imperatore cinese, scrisse una poesia sopra un ventaglio di seta rotondo: nella poesia, ella paragonò sé stessa a un ventaglio messo da parte al giungere dell’autunno e così ventaglio d’autunno divenne un’immagine poetica per indicare una sposa abbandonata.

Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente alla Delizia di Belriguardo a Voghiera, venerdì scorso, 23 giugno 2017
Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente alla Delizia di Belriguardo a Voghiera, venerdì scorso, 23 giugno 2017

Nel Rinascimento, il ventaglio fu assai spesso un oggetto di lusso quanto a materiali e lavorazione: non è raro trovare menzione di pezzi approntati addirittura da maestri orafi.

A Venezia si diffuse largamente l’uso dei ventagli di piuma: qui si fecero anche ventagli di pizzo e imitazioni in pergamena lavorata a traforo nonché ventagli dipinti con paesaggi e figure alla cui decorazione lavoravano perfino artisti di grido. Il lusso prodigato nei ventagli arrivò a tali eccessi che, nel 1592, a Venezia si rese necessaria un’apposita legge suntuaria (ovvero una legge intesa a limitare le spese voluttuarie e di lusso).

Anche i ventagli francesi ebbero montature equiparabili a vere e proprie opere di oreficeria; le più frequenti, di notevoli dimensioni, furono di avorio, legno intagliato, tartaruga, osso di balena. Si mirava soprattutto all’eleganza con montature talvolta lavorate con figure a traforo o coperte di incrostazioni di madreperla: era fondamentale anche la bellezza delle pitture, per lo più di soggetto mitologico oppure biblico.

L’importanza della produzione francese è dimostrata anche dalla fondazione, nel 1678 a Parigi, della corporazione dei ventaglisti cui fu riservato il diritto di commerciare in tal materia, pur rimanendo il ventaglio un prodotto frutto della collaborazione di più artisti tra cui pittori e doratori. E secondo lo statuto datato 1714, l’ammissione alla corporazione richiedeva ben quattro anni di pratica presso una bottega conosciuta.

Ma il ventaglio fu anche un linguaggio: verso la fine del XVIII, in Francia e Spagna, esso si trasformò in uno strumento di comunicazione ideale in un momento nel quale la libertà di socializzazione tra i due sessi era fortemente limitata.

Sembra che alcuni fabbricanti di ventagli avessero diffuso una codifica di questo tipo di messaggi, naturalmente anche per aumentarne il desiderio e incrementarne le vendite, e tale linguaggio fu ben spiegato nel 1760 dal Marchese de Caraccioli in un suo libro: tra i gesti e i significati corrispondenti che diedero luogo a quella che venne denominata la lingua del ventaglio, sono rimasta colpita in particolare da alcuni.

Sostenere il ventaglio con la mano destra di fronte al viso significava seguimi; sostenerlo con la mano sinistra sempre di fronte al viso significava vorrei conoscerti; far scivolare un dito dell’altra mano sui bordi significava vorrei parlarti; sventagliarsi rapidamente significava sono fidanzata.

E potrei continuare: altro che emoji ed emoticon che usiamo oggigiorno nei social e nei messaggi!

Sempre parlando di linguaggio e comunicazione, il ventaglio fu anche un veicolo pubblicitario: a partire dalla fine dell’Ottocento e per buona parte del Novecento, si diffusero dei ventagli che venivano usati per reclamizzare vari prodotti tra i quali ristoranti, alberghi e località turistiche.

Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente al Castello Estense, sabato scorso, 24 giugno 2017
Io e il mio ventaglio bianco a Ferrara, precisamente al Castello Estense, sabato scorso, 24 giugno 2017

Oltre che in Oriente dove è sempre stato fortemente diffuso, il ventaglio è profondamente legato al costume e agli usi di diversi Paesi anche in Occidente: tra tutti, brilla, per esempio, la Spagna.

II ventaglio è un accessorio molto comune nella vita spagnola di tutti i giorni, si usa in moltissime occasioni e si maneggia continuamente: di legno e pizzo a teatro, dipinto a fiori per le feste e le cerimonie, in chiesa nelle funzioni religiose, completamente nero ai funerali, in tinta unita per la danza. E danza in Spagna è soprattutto sinonimo di flamenco.

E il ventaglio non si lascia in giro, mai, neppure quando appunto si balla: si chiude e s’infila nella scollatura, poiché è un oggetto estremamente personale.

Tra le curiosità legate al ventaglio, ve ne segnalo anche una squisitamente italiana.

Dal 1893, ogni anno, verso la fine di luglio e in vista della chiusura dei lavori parlamentari per la pausa estiva, si tiene presso Palazzo del Quirinale, Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama un rito che prende il nome di Cerimonia del Ventaglio.

L’Associazione Stampa Parlamentare dona infatti un ventaglio decorato al Presidente della Repubblica e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato.

Siete curiosi di saperne di più su questa cerimonia in effetti particolare?

Qui trovate il video della cerimonia dello scorso anno che si è svolta il 19 luglio presso la Sala del Mappamondo con Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati.

Qui, invece, trovate la storia del rito e qui trovate infine l’opuscolo illustrativo Il ventaglio 1893-1993, dedicato ai cento anni e presente nel sito dell’archivio storico della Camera dei Deputati.

Sempre per la serie io e i miei ventagli: sopra, attimo di relax nei giardini della Galleria d’Arte Moderna di Milano; sotto, in una pausa pranzo da Panini Tosti sempre a Milano.
Sempre per la serie io e i miei ventagli: sopra, attimo di relax nei giardini della Galleria d’Arte Moderna di Milano; sotto, in una pausa pranzo da Panini Tosti sempre a Milano.

Il ventaglio, oltre ad avere ispirato i pittori sia per la sua decorazione sia come oggetto da ritrarre, è entrato anche in altre forme d’arte tra le quali la letteratura.

Cito Il ventaglio, commedia di Carlo Goldoni del 1763, e Il ventaglio di Lady Windermere, commedia di Oscar Wilde del 1892.

In tempi moderni, ha ispirato il cinema (Il ventaglio bianco, film del 1980 diretto da Jackie Chan, e Il ventaglio segreto, film del 2011 diretto da Wayne Wang) e addirittura i fumetti (la serie Il Ventaglio Scarlatto firmato da Kyoko Kumagai).

Storia, curiosità, arte, letteratura, politica: come vedete, il ventaglio ha attraversato luoghi e tempi e ha raccontato la società attraverso abitudini piccoli e grandi, scrivendo interi capitoli del costume.

Occorre però ammettere che, con l’avvento di mezzi più tecnologici anche se decisamente meno affascinanti e meno ricchi di implicazioni e sfaccettature, esso è infine caduto in disuso, così come altri accessori del passato. Tuttavia, proprio com’è successo per esempio al cappello, anche il ventaglio gode da qualche stagione di una riscoperta e di un ritorno tra le abitudini quotidiane di moltissime persone.

Certo, oggigiorno non sono più proposti in materiali pregiati e difficilmente vengono dipinti a mano ma – se si ama il passato – se ne possono trovare di deliziosi cercando magari nei mercatini di antiquariato; quanto a proposte moderne, si può cercare tra le bancarelle di tutti i mercati di quartiere o nei grandi magazzini (recentemente ne ho trovati di particolari presso la catena Tiger). Oppure se ne può cercare uno in occasione di un viaggio, dall’Italia alla Spagna fino ad arrivare all’Oriente, proprio come faccio io.

Oggi come un tempo, il ventaglio rimane un oggetto di charme e, volendo, potrebbe anche tornare a essere un mezzo per comunicare: aiuta a valorizzare il viso di noi donne conferendoci grazia e allure, aiuta a dare un certo tono alle signore più timide e, posto discretamente davanti al viso, rende riservata una chiacchierata proteggendo il labiale.

In effetti, penso a quando io stessa chiudo per esempio i miei ventagli: lo faccio lentamente e aiutandomi con l’altra mano quando sono rilassata e magari un po’ persa nei miei pensieri; lo faccio con un gesto secco del polso che non lascia replica quando magari desidero chiudere una conversazione diventata un po’ noiosa o faticosa.

Difficilmente torneremo alla lingua del ventaglio, lo so, ma, anziché mandare un sms o un WhatsApp cercando l’emoji più adatto, potremmo forse provare a lanciare un bel sorriso oltre un raffinato ventaglio.

Io dico che ne guadagneremmo in eleganza, divertendoci.

E distinguendoci – cosa che non guasta mai.

Manu

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, cliché, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso, mi occupo di consulenze sempre in ambito moda e/o comunicazione e infine porto avanti con entusiasmo questo blog. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

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