Un paio di settimane fa, qui su A glittering woman, ho parlato di un rapporto particolare e molto creativo, quello tra moda e cibo.
Concludendo il post, ho accennato a una mostra importante: oggi torno a parlarne con gioia poiché giovedì sono stata all’inaugurazione e vi dico subito che l’esposizione è bellissima e che merita una visita.
Si intitola Gioielli di gusto e si tiene a Palazzo Morando, a Milano: l’intento è chiaro anche grazie al sottotitolo, offrire racconti fantastici tra ornamenti golosi.
Aperta dal 18 settembre all’8 dicembre 2015, la mostra si propone come un punto di incontro fra cibo e ornamenti: sono esposti circa 200 affascinanti pezzi d’autore, in un fantastico mix di gioiello, bijou e accessorio moda.
Il tutto propone una riflessione seria ma anche divertente, perché se nell’ambito del gioiello prezioso il cibo è presente da sempre (esistono testimonianze e reperti risalenti al IV secolo avanti Cristo) con significati spesso allegorici (mi viene subito in mente il melograno), con l’avvento del bijou il rapporto è diventato invece surreale, ironico e talvolta anche provocatorio. Leggi tutto
Lo dichiaro subito, spontaneamente e apertamente: amo lo stilista Alberto Zambelli.
È un amore intenso (sono una persona passionale), ma anche ben motivato (l’altra parte di me è razionale e perfino un po’ cervellotica): amo Alberto perché è bravo.
La sua è una moda desiderabile e che ben rappresenta noi donne, la nostra femminilità e la nostra grinta.
La passione è nata la prima volta in cui ho incrociato il suo lavoro, poi Alberto ha saputo definitivamente conquistarmi collezione dopo collezione e, in particolare, con le due più recenti.
Con la collezione dedicata allo scorso inverno, lo stilista ha voluto celebrare la magica bellezza della Natura: la collezione era un omaggio a Linneo, medico e botanico svedese, colui che è considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi. Gli inchiostri delle sue antiche tavole sono tornati a nuova vita attraverso i capi e Alberto ha estremizzato il concetto di femminilità fino a cristallizzarlo in una mantide religiosa dalle sembianze umane, simbolo estremo dell’Eros.
Con la collezione dedicata all’estate che stiamo salutando, lo stilista ha invece pensato di rivisitare la Pop Art nei volumi, nelle superfici e nei grafismi: la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 si sono alternati tra vitali geometrie e la pulizia di linee che è abituale nelle proposte di Alberto, producendo così una femminilità ironica ed elegante. Leggi tutto
Nessuno ha più fantasia di un bambino: durante l’infanzia, riusciamo a formulare pensieri e sogni fuori da qualsiasi schema.
Prendete, per esempio, la fantasia ricorrente in molti bimbi, quella di avere un amico immaginario: scommetto che ora state sorridendo e, forse, siete stati tra coloro che lo hanno avuto o magari state pensando a vostro figlio, a un nipote, al figlio di un amico.
Io ne avevo una versione un po’ particolare: essendo un’appassionata di fantascienza fin da piccolissima e guardando film e telefilm col mio papà in televisione, sognavo che l’amico fosse un piccolo robot tipo R2-D2, il simpatico droide tuttofare della mitica saga di Guerre Stellari (C1-P8 se siete affezionati al doppiaggio italiano della vecchia trilogia). Ecco, lui mi faceva letteralmente impazzire e ne avrei tanto voluto uno tutto mio. (Tra parentesi, l’anno scorso ho incontrato un emulo di R2-D2…)
Dovevo diventare adulta e doveva pensarci il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano affinché io potessi seriamente coronare il mio sogno incontrando un vero androide, illustre, unico e con le sembianze di uno degli uomini più famosi non solo del Rinascimento, ma di tutta la storia umana: il pittore, ingegnere e scienziato Leonardo da Vinci. Leggi tutto
Ci siamo quasi: tra due settimane esatte riparte la kermesse di Milano Moda Donna o, se preferite l’inglese, riparte la Milano Fashion Week.
Stavolta, gli stilisti ci riveleranno la moda per la primavera / estate 2016: voi siete pronti? Io più o meno: al momento ho già seri problemi a guardare da qui a uno, due mesi e ad accettare che la stagione che abbiamo davanti a noi sia quella fredda. Ma si sa, la moda vive in eterno anticipo, quindi me ne farò una ragione e mi focalizzerò – come richiesto a una brava redattrice / blogger – sulla prossima estate: in fondo, pensare alla bella stagione non è mai un grosso sacrificio.
Però, prima di dedicarmi alla moda che verrà, ho un paio di compitini da svolgere: sono rimaste da raccontare le due ultime sfilate alle quali ho assistito in occasione della scorsa edizione di MMD – e che sfilate: come sempre, sono i giovani a chiudere la settimana e io ne sono felice.
Quand’ero piccina, conservavo il boccone più prelibato con lo scopo di gustarlo per ultimo. Mia mamma guardava me e il mio piatto e, sorridendo, mi diceva “ti sei lasciata il boccone del prete”. Non sono cambiata da allora: lascio spesso il meglio in fondo e la settimana della moda mi accontenta, mette i miei preferiti in fondo. Così mi rimane in bocca il gusto migliore.
E, sebbene io sia in ritardo rispetto a quando è stata presentata, in realtà ora è il momento più giusto per presentare le collezione autunno / inverno 2015 – 2016 di Fatima Val. Leggi tutto
È inutile girarci attorno: la fine del mese di agosto e l’avvento di settembre a me mettono un po’ di malinconia.
Sarà che agosto è il mese delle vacanze, del sole e dei pensieri in libertà; sarà che settembre mi fa pensare che la bella stagione sta volgendo al termine per lasciare spazio a un nuovo inverno che – come sempre – sarà interminabile, soprattutto per chi detesta il freddo (io!).
E così, ho bisogno di riempire cuore e testa di nuovi progetti: per fortuna, Milano è già piena di mille iniziative. La stagione riparte alla grande e io adoro questo fermento, l’atmosfera effervescente mi stuzzica e mi solletica.
Giovedì, ho vissuto due esperienze molto interessanti e oggi vi parlo della prima: si tratta della mostra personale di Mariano Franzetti presso lo Spazio Sanremo, location suggestiva situata nel distretto denominato 5Vie, uno tra i più storici e interessanti del capoluogo meneghino.
La mostra si intitola Choripan (vi svelerò in seguito il significato del termine) e comprende numerose opere, per la maggior parte inedite, realizzate dall’artista argentino, testimone e interprete ideale del rapporto esistente tra il suo e il nostro popolo: sapevate che più della metà delle persone residenti nel paese sudamericano ha origini italiane?
Mariano Franzetti è nato in Argentina e si poi trasferito in Italia, stabilendosi infine a Milano, città che ospita l’edizione 2015 dell’Esposizione Universale: il percorso espositivo della mostra propone la sua visione molto personale a proposito dei temi dell’Expo e quindi della nutrizione.Leggi tutto
Quando ero studentessa, soffrivo spesso della cosiddetta ansia da prestazione e, tra l’altro, a impensierirmi di più erano le materie nelle quali avevo i risultati migliori. Sembra un paradosso ma non lo è.
In quelle materie, infatti, compiti in classe ed esami diventavano banchi di prova continui: sentivo di dover dimostrare di essere all’altezza delle aspettative e temevo di deludere me stessa, i miei genitori e i professori, esattamente in questo ordine.
Quell’ansia era una concomitanza di colpe: un po’ era dovuta al mio carattere e un po’ era causata dal forte senso di responsabilità che i miei mi hanno trasmesso fin da piccola, probabilmente in maniera direttamente proporzionale rispetto al cibo col quale alimentavano il mio corpo.
Oggi non sono molto cambiata e resto il giudice più severo di me stessa: capita che io venga promossa dal giudizio degli altri ma non dal mio che, generalmente, è sempre impietoso. Riservo tutta la mia indulgenza agli altri e a me perdono poco o niente.
Da una parte, tutto ciò è un vantaggio perché mi porta costantemente a tentare di migliorarmi; dall’altra, però, è uno svantaggio perché non mi do tregua né arriva mai il giorno in cui mi dico “brava”.
Quando mi rapporto con stilisti e designer, ho l’impressione che, in molti casi, essi appartengano alla mia stessa categoria: sono eternamente protesi verso il futuro e verso nuovi esperimenti, non si fermano né si concedono tregua. Leggi tutto
Forse, leggendo il titolo di questo post, avete pensato all’eccessiva magrezza di alcune modelle e magari avete pensato che l’accostamento tra moda e cibo sia un paradosso evidente e una stridente contraddizione.
Forse, se un pochino mi conoscete e se avete letto qualche mio precedente post, sapete che ho preso posizione altre volte su quella magrezza e quindi ora temete di sorbirvi l’ennesima filippica.
Nulla di tutto ciò: stavolta desidero trattare il lato più ludico, creativo e divertente di questo rapporto perché stilisti e brand si sono spesso ispirati al cibo e non solo oggi, sull’onda di Expo 2015.
Le ispirazioni gastronomiche si sono spesso intrecciate non solo con l’abbigliamento ma anche col gioiello e tutto ciò per un motivo molto semplice: il cibo è sempre stato sinonimo di vita e molti alimenti (mi viene in mente il melograno) hanno assunto significato di buon auspicio, diventando portafortuna in grado di augurare salute e ricchezza.
Nel ‘900, il secolo che ci siamo lasciati alle spalle, molti stilisti e designer hanno creato abiti e bijou divertenti portando avanti il connubio moda e cibo: penso per esempio a Moschino e poi a Ken Scott, Sharra Pagano, Ornella Bijoux (ricordate, ho parlato di tutti e tre qui sul blog). Leggi tutto
La modella Cara Delevingne ha deciso di dire addio a moda e passerelle: 23 anni appena compiuti, britannica, ha dichiarato di non riuscire più a sopportare lo stress del mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.
A me dispiace: ho da sempre un grande debole per lei.
Penso che Cara sia una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli anni ’80, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è ironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento un po’ da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente troppo spesso coi nervi a fior di pelle, ma alla fine la frenesia della moda l’ha stancata e allontanata. Leggi tutto
Ieri sono stata in giro per Milano con un caro amico, Stefano Guerrini.
Le ore sono volate così piacevolmente che, solo poco prima di tornare a casa, ho realizzato di essermi completamente dimenticata di fare una cosa importante, ovvero passare dal mio medico di base per farmi prescrivere alcuni farmaci dei quali avevo bisogno: era ormai troppo tardi per rimediare, così ho deciso di fare un tentativo in una farmacia in cui sono sempre gentili.
Entrando, ho visto un giovane uomo il cui volto non mi era noto: mi sono comunque avvicinata al banco e ho fatto la mia richiesta con gentilezza. Il suo volto si è fatto dubbioso e allora, per rassicurarlo, ho aggiunto “so che sarebbe necessaria la prescrizione e le prometto che non verrò più senza, ma come vede sono grandicella e le assicuro che è un farmaco che prendo abitualmente, non farò sciocchezze”.
A questo punto, nonostante il suo atteggiamento fosse serio e professionale, la sua mimica facciale lo ha tradito per un istante e io ho colto un rapidissimo guizzo divertito accompagnato da uno sguardo quasi impercettibile in direzione del mio petto: non ho abbassato a mia volta gli occhi, ero certa di non avere addosso nulla di scollato. Ma se non erano le mie grazie a divertirlo, però, cos’altro poteva essere? Leggi tutto
Ieri pomeriggio ero seduta alla mia scrivania quando Enrico, mio marito, è venuto a chiamarmi dicendo “vieni a vedere di cosa stanno parlando in televisione”.
Incuriosita, l’ho raggiunto in salotto: stava iniziando un programma incentrato sulla Bretagna, bellissima regione francese che noi amiamo molto e della quale ho anche parlato qui sul blog attraverso alcuni post pubblicati la scorsa estate.
Sono rimasta colpita dalla parte su Brest, città che noi abbiamo visitato nel 2012: il programma raccontava che, nella zona del porto commerciale, molti muri prima tristemente bianchi o grigi sono oggi ornati da bellissime opere firmate dai cosiddetti street artist.
Le opere sono autentiche pitture murali spesso di dimensioni importanti: in un certo senso, sono la versione moderna degli antichi affreschi e sono stati incoraggiati dalle autorità. Il giornalista spiegava che l’Ufficio del Turismo della città propone, tra i vari tour possibili, anche un itinerario che permette di scoprire questi capolavori d’arte a cielo aperto.
Sapete che sono una grande amante dell’arte e non vi nascondo che mi piace che essa serva a riqualificare le città non restando chiusa in musei e gallerie bensì andando incontro alle persone.
E così, innamorata dell’esempio di Brest, città che come altre ha deciso di dare spazio a questo tipo di creatività, oggi ho pensato di raccontarvi un progetto che riguarda la mia Milano con un altro esempio piuttosto curioso di open air art: le opere non si ammirano ai muri ma… sotto i nostri piedi.
Mi riferisco a Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, un’iniziativa culturale promossa e realizzata da Metroweb, azienda titolare della più grande rete di fibre ottiche d’Europa.
Il progetto Sopra il Sotto nasce dalla volontà di guardare oltre, cosa che mi piace molto. Sotto l’asfalto e sotto i tombini si nasconde la rete in fibra ottica, una sorta di sistema di vene delle metropoli: grazie a questa rete, viaggiano informazioni preziosissime delle quali usufruiamo attraverso telefono, televisione e Internet.
Metroweb ha fatto da mecenate a questo progetto visionario che racconta la rete in un modo diverso grazie a una mostra unica nel suo genere: dal 24 febbraio di quest’anno, via Monte Napoleone e via Sant’Andrea ospitano 24 tombini artistici, pezzi unici e originali, cesellati a rilievo e dipinti a mano, pensati e ideati appositamente da numerosi stilisti, brand e maison che hanno aderito con entusiasmo.
Tra i tombini ce ne sono due progettati da altrettante giovani promesse dello stile: è stato infatti indetto un contest in collaborazione con l’Istituto Marangoni di Milano e una giuria (composta da rappresentanti di Metroweb, di Camera Nazionale della Moda Italiana e della celebre scuola di moda) ha selezionato tra gli studenti i due giovani fashion designer che hanno meglio interpretato il concetto di base. Alessandro Garofolo e Santi – questi i loro nomi – hanno così avuto la soddisfazione di veder realizzato il loro tombino che resterà in mostra fino a gennaio 2016, così come tutte le altre opere.
Questa è la terza edizione di Sopra il Sotto: come già avvenuto nel 2009 e nel 2010, a chiusura della mostra open air i Tombini Art, dopo un attento restauro, saranno battuti all’asta da Christie’s. Il ricavato sarà interamente devoluto a favore di Oxfam Italia, organizzazione non a scopo di lucro che è anche Civil Society Participant di Expo 2015.
Il tombino, oggetto che fa parte dell’arredo urbano, diventa dunque soggetto e lo fa attraverso la moda: il progetto fonde i due lati di Milano, affari ed estro creativo, in una mostra che riesce a portare l’amore per il bello e per il ben fatto dalle passerelle alla strada.
Se vivete a Milano o se avete occasione di visitarla magari proprio per Expo 2015, regalatevi un giro in via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, stavolta a testa in giù e non in su come di solito si fa per ammirare le bellezze architettoniche delle città: in questo caso, l’arte viene messa ai nostri piedi, non solo metaforicamente, e dunque occhio a dove camminiamo 😉
Lo so, i tombini sono fatti per essere calpestati, eppure vi confesso che io non ho avuto il coraggio di camminarci sopra.
Manu
Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, mostra di 24 tombini ideati dai grandi protagonisti della moda: in ordine di percorso, Giorgio Armani, Just Cavalli, Etro, Missoni, Larusmiani, Laura Biagiotti, Costume National, Moschino, 10 Corso Como, Prada, Trussardi, DSquared2, Versace, Iceberg, Brunello Cucinelli, Hogan, Alberta Ferretti, Valentino, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci, Giuseppe Zanotti Design, Ermenegildo Zegna e con la partecipazione di Istituto Marangoni.
Un progetto di Metroweb da un’idea di Monica Nascimbeni col patrocinio del Comune di Milano. In collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana e in partnership con Oxfam Italia.
Dove: Via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, Milano
Quando: fino a gennaio 2016, a cielo aperto e sempre visibile night & day
Maggiori informazioni sul sito, sulla pagina Facebook, su Twitter e sul canale YouTube. Qui potete vedere il catalogo e qui il video di presentazione.
A proposito di Brest e dei suoi graffiti: qui potete ammirare uno dei murali opera dell’artista Pakone.
L’arte fuori dai musei, in giro per la città: qui ho raccontato la mostra Milan and the Magic Accessories,qui la riqualifica del sottopassaggio della Stazione Garibaldi e qui la mostra Viaggio in Italia.
La foto che illustra questo articolo mostra uno dei tombini del progetto Sopra il Sotto: è stata scattata il 27-02-2015 dalla mia amica Valentina Fazio e mostra (da sinistra in senso orario) me, la stessa Vale e Alessia Foglia (o meglio i nostri piedi!) attorno al tombino “Walk in Progress” firmato Giuseppe Zanotti Design.
Oggi mi sento in vena di nostalgia per il passato.
E – chissà perché – spesso capita che quello che proviamo sembra essere acuito e amplificato da ciò che ci circonda.
Mi spiego meglio: avete presente quando vi sentite romantiche e non vedete altro che coppie che si baciano? Oppure quando siete tristi e in televisione danno solo film strappalacrime?
Ecco, oggi, nelle mie incursioni sul web, mi sembra di trovare solo materiale che alimenta pensieri e nostalgie, ma ho deciso di volgere il tutto in un’ottica positiva: la mia convinzione è che si guarda avanti solo conoscendo ciò che è stato. Presente e futuro privi della memoria del passato equivalgono a una casa senza fondamenta e mi piacerebbe dimostrare quanto ciò sia vero più che mai nella moda e nel costume.
Ho usato – appositamente distinguendoli – i termini moda e costume e qui mi tocca fare una digressione: c’è differenza? Possono essere considerati sinonimi?
Diciamo che esistono delle sfumature.
La moda riguarda il cambiamento progressivo – e sempre temporaneo – del nostro modo di vestire e di arredare, ma anche, per esempio, di viaggiare, spostarci o divertirci: racconta, insomma, lo stile di vita sia della società sia dei singoli individui. Un tempo, tali cambiamenti erano molto lenti, mentre oggi sono sempre più veloci.
Il costume analizza invece comportamenti, usi e abitudini in chiave antropologica, ovvero studia i bisogni alla base e le caratteristiche che permettono di riconoscere una civiltà da un’altra o un’epoca da un’altra.
Naturalmente, moda e costume si influenzano a vicenda e sono correlati: non dimentichiamo inoltre che l’essere umano è l’unica creatura vivente che interviene volontariamente sul proprio aspetto attraverso il tramite di elementi esterni e lo fa per moltissimi motivi pratici e sociali, dall’esigenza di coprirsi e proteggersi al bisogno di comunicare passando per la pura vanità (l’intervento di modifica avviene talvolta anche nel mondo animale e vegetale, è vero, ma solitamente è finalizzato e limitato a precise fasi e a momenti specifici quali per esempio il corteggiamento, l’accoppiamento, l’impollinazione).
Sapete, Enrico, il mio amore, mi ha appena regalato un libro molto interessante, si intitola Fashion:Box ed è edito da Contrasto: racconta quelli che sono considerati i grandi classici della moda (la minigonna, la camicia bianca e via discorrendo) e li collega alle icone che hanno contribuito a renderli immortali (un esempio per tutti, Audrey Hepburn e il tubino nero).
Proprio iniziando a leggere questo volume, mi è venuto in mente un esempio di capo che ha fatto la storia del costume e che oggi racconta la moda: mi riferisco ai jeans.
Si dice che i jeans siano nati a Genova sebbene la loro definitiva affermazione sia poi partita dagli Stati Uniti, nel periodo della corsa all’oro: nel 1853, Levi Strauss apre a San Francisco un negozio per vendere oggetti utili a lavoratori e cercatori d’oro e propone dei grembiuli in denim, un pesante tessuto di colore blu.
Un sarto di nome Jacob Davis, originario del Nevada, si unisce a lui e, nel 1873 (precisamente il 20 maggio), l’ufficio americano dei brevetti rilascia loro l’autorizzazione a produrre in esclusiva pantaloni di cotone robusto tenuti insieme anche grazie a rivetti metallici posti nei punti più soggetti a tensione e usura.
In quegli anni, il denim viene usato dagli operai che costruiscono le prime ferrovie americane, dai taglialegna e dai mandriani di bestiame: i jeans vanno dunque a soddisfare un bisogno, quello di avere indumenti funzionali, resistenti e longevi.
Con l’avvento del secolo successivo e in particolare negli Anni Cinquanta, il cinema americano porta i jeans nelle case dei giovani attraverso idoli quali James Dean o Elvis Presley: i pantaloni in denim diventano il simbolo della ribellione giovanile e della voglia di prendere le distanze dalla monotonia (e dall’ipocrisia) del mondo degli adulti.
In seguito, però, i jeans diventano trasversali e negli Anni Ottanta si trasformano addirittura in un capo di lusso. Oggi non parlano necessariamente di bisogni soddisfatti o di voglia di ribellione e sono indossati da tutti, qualsiasi mestiere si faccia e a qualsiasi età, cambiando rapidamente fogge e modelli: hanno smesso quindi di essere un fenomeno di costume per entrare a pieno titolo nelle vicende di moda.
A questo punto, dopo aver fatto una piccola distinzione tra costume e moda, torno a ciò che volevo affermare fin dal principio: il passato ci dà chiavi di lettura che permettono di capire il presente e ci consentono di guardare al futuro.
Inoltre, osservando lo scorrere del tempo, possiamo fare un’altra constatazione: i cambiamenti nella moda non sono affatto un prodotto della società moderna come molti credono, bensì hanno accompagnato ogni epoca.
Al limite, ciò che è cambiato è l’atteggiamento, l’attitudine a fare dei trend una mania che può diventare malsana nel momento in cui perdiamo la componente critica che invece dovrebbe essere sempre presente.
La critica alla quale mi riferisco deve essere costruttiva e non distruttiva: semplicemente, come ho affermato in altri casi, cerchiamo di non accettare pedissequamente tutto ciò che la moda ci propina e facciamo invece sentire la nostra voce e la nostra personalità. È così che taluni sono riusciti a scrivere la storia della moda.
A dimostrazione del perenne mutare della moda in ogni epoca, vi mostro il delizioso quadretto qui sopra: illustra quanto e come siano cambiate le fogge femminili in un periodo relativamente breve, dal 1809 al 1828 (1).
E concludo con due video molto divertenti: per par condicio, uno è dedicato alle donne e uno agli uomini.
Guardando i video, a me è venuto un pensiero: in alcuni casi, preferisco la moda del passato, naturalmente senza tornare a estremismi come i corsetti che stringevano la vita, per carità, orpelli che rendevano la donna prigioniera (2).
Ve l’avevo detto che oggi sono nostalgica, tuttavia non voglio perdere di vista il mio obiettivo primario e torno a sottolineare che storia e ricordo devono avere una valenza educativa e fungere da insegnamento senza imprigionarci: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo», scriveva il filosofo e saggista spagnolo George Santayana.
Sono d’accordo con lui e lo sono comunque sia il passato, bello o brutto.
Manu
(1) Per chi fosse curioso quanto lo sono io: l’illustrazione cita un periodico pubblicato in Inghilterra tra il 1809 e il 1829 dall’editore e litografo Rudolph Ackermann. Sebbene tale periodico fosse spesso chiamato Ackermann’s Repository o semplicemente Ackermann’s, il titolo esatto e completo era Repository of arts, literature, commerce, manufactures, fashions and politics: in effetti, andava a coprire tutti questi campi e, durante gli anni della sua pubblicazione, ha avuto grande influenza sui gusti inglesi.
Il quadretto d’insieme è un’elaborazione digitale dell’artista Evelyn Kennedy Duncan aka EKDuncan.
(2) Nel caso in cui qualcuno non creda al fatto che i corsetti stringivita imprigionassero le donne, riporto le significative parole di Thorstein Bunde Veblen, economista e sociologo statunitense: «Il busto – scriveva Veblen, grande ritrattista della classe agiata – è sostanzialmente uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto e di renderla evidentemente inadatta al lavoro».
Durante tutto il 1800, la donna doveva avere il cosiddetto vitino di vespa con una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in netto contrasto con l’ampiezza delle gonne.
Scenario: lettone, coccole e conversazioni serali tra una zia (io) e una nipote (la mia, Alissa, 7 anni e classe prima elementare appena finita). «Zia, tu vai alle sfilate?» «Sì, amore mio.» «Ma le organizzi anche?» «No, mi limito ad andarci, le guardo e poi racconto come sono state.» «Ah, ma allora fai il giudice?»
Rimango interdetta per un attimo: faccio il giudice? Non avevo mai visto la cosa da questo punto di vista…
In effetti, semplificando parecchio, un giudice decide ed emette giudizi sulla base di prove e leggi: non faccio forse qualcosa di simile valutando il lavoro di uno stilista?
Mi chiedo se devo svelare alla cucciola le mie teorie: non mi piace emettere giudizi bensì semplici opinioni, mi piace essere costruttiva, parlo solo di ciò che amo lasciando che altri si occupino di ciò che non piace a me. Non per mancanza di coraggio, ma perché credo che tutti abbiano diritto a una possibilità. E via discorrendo, bla bla bla…
Ma no, meglio tacere – per una volta. Leggi tutto
Sicuramente è bastata l’immagine qui sopra per far sì che li abbiate riconosciuti: sono i Minions!
Ve lo confesso, io sto aspettando il 27 agosto, data nella quale uscirà in Italia il film che svelerà origini e futuro del gruppo di deliziosi e occhialuti esserini gialli che parlano una lingua tutta loro e in linea di massima incomprensibile se non per la chiarissima esclamazione “bananaaa!!!”.
Goffi, buffi e un filino cialtroni (sebbene simpaticamente), si fanno comunque capire perché tutto in loro è straordinariamente espressivo: i Minions hanno stregato grandi e piccini tanto che, quando mi regalano un pupazzo con le loro sembianze, sono felice (se non mi credete cliccate qui) e anche il fashion system strizza loro l’occhio (cliccate qui per vedere la notizia che avevo pubblicato mesi fa sulla pagina Facebook del blog).
Forse, vi state chiedendo cosa sia l’immagine qui sopra, una veste un po’ insolita anche se scommetto che facce e atteggiamenti sono familiari e vi ricordano qualcuno… Qualcuno che ha uno stretto rapporto con la moda…
L’idea è del sito Stylight e si basa sul fatto che i Minions hanno un sogno, ovvero lavorare per un cattivo: e se questo cattivo fosse la temutissima e potentissima Anna Wintour, direttrice dell’edizione statunitense di Vogue?
Sono nati così i Fashion Minions (o Minionistas dall’unione di Minions e fashionista): dalla già citata Anna Wintour alla top model Cara Delevingne con una delle sue smorfie dispettose, dalla it-girl Alexa Chung in versione bon ton, con tracolla Chanel, a vari stilisti tra i quali Karl Lagerfeld (con la sua ormai celeberrima gattina Choupette), Vivienne Westwood e Jean-Paul Gaultier. Non mancano alcuni blogger di fama internazionale.
Insomma, è amore tra la moda e le piccole creature: “Detesto il giallo, ma i Minions mi hanno fatto amare questo colore”, dichiara Alber Elbaz, direttore artistico della maison Lanvin, in un video (scherzoso) pubblicato su British Vogue. A proposito, amici di Stylight, noto che nella combriccola dei Fashion Minions manca proprio lo stilista: io rimedierei, anche perché, secondo me, Mr. Elbaz sarebbe irresistibile e strepitoso in tale versione 😉
Io, comunque, ho già scelto i miei preferiti: sono Jean-Paul Gautier, in marinière ovvero t-shirt a righe blu, e l’iconica Iris Apfel, con l’inconfondibile chioma bianca e i suoi immancabili gioielli.
La butto lì: a quando i pupazzi da stringere davvero? Vi immaginate poter stropicciare un po’ la sempre perfetta Anna Wintour?
Manu
I Fashion Minions su Stylight: qui. Il video Are The Minions Finally Gracing The Vogue Cover? di British Vogue: qui.
Visto che ho nominato la banane, qui trovate un mio post che le rapporta alla moda 😉
Con Postalmarket, sai, uso la testa e ogni pacco che mi arriva è una festa…
Se non ricordate queste parole che davano il via a un famoso jingle pubblicitario significa che siete molto giovani – beati voi 🙂
E quindi la notizia che sto per riportare non vi dirà un granché: Postalmarket chiude definitivamente.
Ebbene sì, lo scorso 25 luglio il tribunale di Udine ha decretato il fallimento di ciò che restava di Postalmarket, storico catalogo di articoli venduti per corrispondenza che ha fatto parte della vita di moltissimi italiani.
Postalmarket nasce nel lontano 1959 da un’idea di Anna Bonomi Bolchini: la grande imprenditrice (il cui nome è legato anche a società come Brioschi, Miralanza, Rimmel e Durbans) decide di importare in Italia il modello statunitense della vendita per catalogo. Negli anni ’60 e ’70, l’azienda cresce dando la possibilità a molti italiani di accedere ai prodotti reclamizzati dal celeberrimo Carosello, allora spesso difficilmente reperibili.
Nel 1980, c’è la prima crisi cui però segue una crescita: nel 1987, il fatturato è di ben 385 miliardi delle vecchie lire, i dipendenti diretti sono oltre 1400 e maison come Krizia, Coveri e Biagiotti firmano i cataloghi più esclusivi.
Nel 1993, Postalmarket passa sotto il controllo del colosso tedesco numero uno mondiale dello shopping per posta, ma le cose non vanno come sperato: nel 1998, sull’orlo del fallimento, la società viene rilevata da un altro imprenditore italiano, Eugenio Filograna. Quest’ultimo reintroduce il made in Italy (evviva!) e punta sull’e-commerce con 22.000 prodotti, riuscendo a riportare l’azienda in utile e preparando la quotazione in borsa che però salta a causa di alcuni scandali finanziari.
Segue un commissariamento e seguono nuovi passaggi di proprietà fino ad arrivare alla sentenza di fallimento che chiude definitivamente, a più di mezzo secolo dall’uscita del primo numero, l’avventura di Postalmarket.
A chi è abbastanza grandino, come me, questa notizia dispiace, perché Postalmarket ha rappresentato un primo approccio con la moda per molti di noi.
Prova del successo del catalogo è anche l’elenco delle testimonial di copertina, celebrità del calibro di Ornella Muti (primavera/estate 1978), Ornella Vanoni (autunno/inverno 1979/80), Carol Alt (autunno/inverno 1990-91), Cindy Crawford (autunno/inverno 1993-94), Eva Herzigova (primavera/estate 1995).
Ricordo come io e mia sorella, allora molto piccole, aspettavamo ogni nuova edizione del catalogo, come litigavamo per il diritto a sfogliarlo per prime: riuscivamo perfino a giocarci, sfogliandolo insieme e «facendo le scelte», come le chiamavamo, ovvero indicando un capo per ciascuna per ogni pagina. Non parliamo poi dell’effetto sortito su di noi dalla sezione giocattoli…
Postalmarket significava non avere limiti o confini molto prima che arrivasse Internet. Peccato che nessuno sia stato capace di portarlo dalla carta al web.
Sarei felice se scoprissi che mia mamma ha conservato uno di quei vecchi cataloghi. Glielo chiederò.
Manu
P.S.: Concludo con una curiosità. Molti anni dopo, nel momento in cui ho iniziato a lavorare per le redazioni, ho scoperto che quando editor e stylist si recano presso uffici stampa, showroom o brand per selezionare i capi per i servizi moda si dice «fare le scelte»… Un piccolo segno del destino? Chissà 😉
Credo che il rossetto sia il cosmetico che tutte noi donne abbiamo desiderato, comprato o indossato almeno una volta nella nostra vita.
Più dell’ombretto, del mascara, della cipria o dello smalto, il rossetto è il belletto col quale una bambina inizia a cimentarsi: spesso, il desiderio nasce emulando la propria madre, qualsiasi colore o tipo lei porti.
Sembrerebbe che il colore del rossetto segua non solo le mode, bensì arrivi anche ad avere motivazioni sociologiche: secondo le statistiche, in periodi di crisi si vendono più rossetti rossi. Perché? Perché il rosso è un colore che richiama la vita e ha influenza positiva su morale e autostima: sceglierlo rappresenta una forma inconscia di reazione.
Visto l’interesse che il rossetto riscuote presso noi donne, oggi vorrei condividere con voi uno studio che ha catturato la mia attenzione: Heathrow, il celebre aeroporto londinese, ha collaborato con World Duty Free e con la specialista Alice Hart-Davis (giornalista vincitrice di diversi premi) allo scopo di redigere Lipstick Colours of the Year, uno studio che rappresenta un piccolo panorama delle scelte a proposito di rossetto fatte dalle donne in viaggio verso 50 grandi città.
Vi chiederete il perché della ricerca: a Heathrow c’è il più grande duty free europeo per i prodotti di bellezza e così si è pensato di curiosare nei gusti femminili incrociando carte di imbarco e acquisti.
La ricerca, credo unica nel suo genere, può essere ritenuta una buona fotografia visto che Heathrow accoglie ogni anno oltre 70 milioni di passeggeri in partenza per ben 180 diverse destinazioni: il duty free dell’aeroporto offre 120 brand di cosmesi, 12.500 prodotti e 1.451 diversi rossetti e fornisce dunque un campione valido ed autorevole per indagare gusti e pensieri delle viaggiatrici.
Si è scoperto che dalle nuance più chiare e trasparenti fino a quelle più decise e sfacciate, sono 50 le tinte preferite dalle donne di tutto il mondo che sono passate per l’aeroporto londinese comprando un rossetto.
Qualche esempio?
A Londra, il colore in voga è il caramel nude, in piena tendenza naturale; a New York, al contrario, è il rosso a farla da padrone con la nuance classic red che diventa bright red a Madrid. Dubai fa appello a un’estetica più discreta, fatto che spiega il successo della sfumatura chiamata rose pink.
Il colore più richiesto tra le viaggiatrici in rotta verso Shanghai è lo sheer coral, una tonalità trasparente di corallo: per Parigi, l’approccio nude londinese cambia leggermente virando sulla tinta dusky rose, una sorta di rosa.
Milano e Atene si vestono di bright fuchsia; per le vacanze romane, le viaggiatrici scelgono il tono golden plum.
Una novella cartina geografica (nei colori del rossetto, of course!) e risultati divertenti e interessanti ai quali Heathrow ha dedicato un altro piccolo (è proprio il caso di definirlo tale) omaggio: ha commissionato cinque rossetti sui quali sono state intagliate altrettante attrazioni internazionali. Le opere, quelle che vedete nella foto qui sopra, sono state meticolosamente realizzate a mano da un artista specializzato in micro-scultura, Hedley Wiggan.
Londra è rappresentata dal Big Ben e poi ci sono quattro tra le destinazioni più visitate da coloro che sono in partenza da Heathrow: Parigi con la Tour Eiffel, Dubai col grattacielo Burj Khalifa, Shanghai con l’omonima torre e New York con la Statua della Libertà. I colori scelti sono, ovviamente, quelli identificati dallo studio.
Insomma, parafrasando il titolo del famoso romanzo di Jules Verne, potrei concludere con un’affermazione: questo è il giro del mondo, anzi, degli aeroporti, in 50 rossetti.
Manu
Se volete leggere tutto lo studio cliccate qui: Heathrow Lipstick Colours of the Year Report.
Una donna che ha contributo a fare la storia del rossetto: Elizabeth Arden raccontata da me qui.
Ci sono parole che mi affascinano, mi incuriosiscono e mi divertono per la loro capacità di disegnare scenari molto ampi: prendete, per esempio, divertissement.
È presa in prestito dal francese e significa divertimento: dal punto di vista storico, il termine indicava danze o canzoni inserite in opere e balletti francesi del XVIII secolo. Il divertissement era collocato tra gli atti o alla fine dello spettacolo ed era connesso al soggetto del lavoro: era quindi propriamente un momento di divertimento intelligente.
In seguito, il termine è passato ad indicare composizioni letterarie o artistiche di tono leggero che nascono come divertimento dell’autore; oggi, si utilizza per indicare un’attività anche impegnativa ma fatta per piacere o per svago e divertissement è anche il prodotto che ne deriva.
Non potrebbe dunque esistere nome più adatto per il lavoro di Agnese Del Gamba.
Gli ingredienti del suo lavoro e del suo brand sono l’estro, la creatività e l’abilità delle sue mani: da questo mix nascono i suoi Divertissement, oggetti da indossare o fatti per arredare.
Agnese idea e costruisce bracciali, anelli, collane, orecchini, cerchietti per capelli e fascinator ma anche lampadari, talvolta su ordinazione: in ogni sua creazione, filati e tessuti di pregio, bottoni e passamaneria di antiquariato prendono vita in modo sempre diverso e suggestivo sposando materiali di riciclo come il PET, ovvero il materiale del quale sono fatte le bottiglie che usiamo e che la maggior parte di noi butta, senza pensarci due volte, nei rifiuti (spero almeno differenziati).
Il suo Divertissement è un piccolo piacere, un oggetto unico nella forma e nel materiale: cose che avrebbero terminato il loro ciclo vitale – accantonate e talvolta bollate come inutili, la peggiore onta nella società moderna – assumono una nuova dignità e una nuova funzione.
A mio avviso, c’è grande poesia nel saper creare oggetti capaci di innalzare il morale e di riempire di letizia la nostra vita partendo da cose umili, semplici, antiche oppure scartate. E mi piace il fatto che Agnese onori in pieno il nome che ha scelto per il suo brand, mi piace che si diverta e che sappia far divertire.
Come accennavo, lavora anche su ordinazione e per me ha pensato a un tocco di Toscana (la sua regione) e ai prati, ricordando quelli della sua infanzia.
È nata così una parure che porta il mio nome, Emanuela, composta da collana e anello – quelli che vedete qui sopra. La collana è un prato con papaveri e fiordaliso, con la base in plexiglas, francobolli di antiquariato e piccole murrine: i fiori, molto realistici, sono stati realizzati lavorando il PET. Tra foglie e petali, ci sono perfino una coccinella e una lumachina. L’anello è un papavero che orna graziosamente di rosso la mano.
Quando indosso la mia parure, chiudo gli occhi e vedo Agnese bambina, felice nell’orto del nonno, intenta a osservare piante e fiori.
Ho sempre pensato che il divertimento sia fondamentale: quello firmato Divertissement è intelligente, equilibrato e pieno di garbo.
Manu
Qui trovate la pagina Facebook di Divertissement e qui il profilo Instagram.
Potete trovare Agnese anche alla Fiera Antiquaria di Arezzo, ogni prima domenica del mese e sabato precedente.
E proprio lì, Agnese ha recentemente incontrato Veronika Richterová, artista di origine ceca che crea sculture col PET e che partecipa a mostre in tutto il mondo (le più recenti a Cuba e Taiwan). Indovinate un po’? Veronika si è fermata a osservare il lavoro di Agnese e chissà che presto una delle sue creazioni non finisca nella collezione dell’artista che, oltre alle sue opere, ha raccolto oltre 3.000 oggetti in plastica da 76 paesi diversi (se siete curiosi, date un occhio qui e qui).
Di quale sostanza sono fatti i nostri sogni?
Non posso parlare per tutti noi, naturalmente, ma vi dirò di cosa sono fatti i miei, soprattutto in questo momento: cieli azzurri, sabbia bianca, acque cristalline. Già, il mio sogno ricorrente è sempre lui: il mare.
Quest’anno, purtroppo, farò vacanze brevissime e, per tutta una serie di motivi, non andrò al mare: come si consola, in questi casi, una sfegatata e irriducibile appassionata del grande amico blu?
Io ho deciso di tirare fuori i ricordi migliori: Polinesia anno 2008, ovvero il viaggio di nozze per me ed Enrico.
Se dovessi nominare luoghi dei quali sento nostalgia ogni singolo giorno della mia vita sarebbero proprio questi, Moorea, Bora Bora, Manihi e Rangiroa.
Nessuno più di me è d’accordo sul fatto che non si possa vivere di ricordi, ma alcuni di essi sono talmente piacevoli che, ogni tanto, è bello tirarli fuori dai cassetti della memoria nei quali li riponiamo con cura.
Il viaggio in Polinesia è senza dubbio uno dei ricordi più cari che ho e occupa un posto speciale nel mio cuore insieme all’esperienza in Vietnam nel 2005 e, tra l’altro, questi viaggi sono accomunati da una caratteristica: in entrambi i casi, siamo partiti portando solo uno zaino a testa. Leggi tutto
Cosa rispondereste se vi chiedessero di dare una definizione efficace del concetto di arte?
A me, per esempio, su due piedi, viene subito in mente “una delle più alte espressioni dell’ingegno umano”: mi sembra però troppo stringata, quindi ho pensato di andare a curiosare su Treccani e Wikipedia.
Wikipedia esordisce così: “L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella sua accezione odierna, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione.”
Ecco, Wikipedia va esattamente nella direzione in cui speravo: per me la moda è una forma di creatività, è espressione estetica, poggia su accorgimenti tecnici e abilità sia innate sia acquisite, trasmette emozioni e messaggi. Leggi tutto