Chloë Moretz, le azzurre del tiro con l’arco e gli orrori dei giornali

È giunto il momento che io vada in vacanza concedendomi una pausa dalla consueta routine.

Lo sento, è così, e non lo affermo guardando il calendario in questo mercoledì 10 agosto, ma piuttosto ascoltando me stessa.

Quando non ho più pazienza, quando le mie reazioni diventano (ancora) meno diplomatiche del solito, quanto non riesco più a contenere la mia impulsività, vuol dire che ho fatto il pieno e che è arrivato il momento di staccare, di cambiare orizzonti, di cercare stimoli nuovi e diversi. Di riempire cuore e cervello di aria fresca, perché se ignoro questi bisogni rischio di scoppiare come un palloncino che sia stato gonfiato a dismisura.

Ma prima di regalarmi la (credo meritata) pausa, desidero scrivere un ultimo post scomodo, uno di quelli che pubblico ogni tanto, una sorta di riflessione da portare con me nelle prossime settimane. Chissà, magari ripensando con calma alla questione riuscirò a vederla con maggiore serenità.

L’argomento è ancora una volta il corpo di noi donne. Scrivo ancora una volta perché è un argomento del quale ho disquisito spesso.

Ho scritto parecchie volte a proposito della lotta al cosiddetto body shaming, della lotta contro tutta una serie di atteggiamenti connessi nonché dei condizionamenti ai quali siamo tutti sottoposti. Ne ho scritto qui, nel blog, e ne ho scritto per SoMagazine che mi ha dato più volte l’opportunità di farlo (e ringrazio sentitamente per questo).

L’ultimo post per SoMagazine è recentissimo: è datato 22 luglio e parla della famigerata, temibile e fatidica prova costume. La mia posizione è piuttosto chiara e direi che è tutta contenuta nel titolo: “Prova costume? No, grazie”.

Diciamo che è un invito a volere bene a noi stessi, a perseguire la salute e il reale benessere, a concederci qualche sbavatura, qualche imperfezione e, soprattutto, a non farci schiacciare dalla ricerca della perfezione a tutti i costi.

Quel mio articolo era stato scritto circa una settimana prima rispetto alla data di pubblicazione, ovvero quando non era ancora esplosa la bomba della foto di Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, pubblicata da Io Donna.

Cosa è successo?

Il femminile del Corriere della Sera ha pubblicato una foto che ritrae Brooklyn, figlio di David e Victoria Beckham, mano nella mano con la sua fidanzata, Chloë Moretz: sotto, è stata aggiunta una didascalia che li definisce coppia dell’estate e termina con un commento molto illuminante.

“Sono inseparabili. L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts. Peccato non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura”.

Lascio a voi il giudizio: ecco la foto con relativa didascalia.

Vi dirò cosa penso io: guardo la Moretz e mi sembra abbia una corporatura sana e tonica – e ho scelto con attenzione i due aggettivi. Mi sembra anche che sia sbarazzina e disinvolta al punto giusto.

Per chi eventualmente dovesse farne una questione di età, specifico che la ragazza è del 1997, dunque ha solo 19 anni – beata lei. L’età della freschezza e di un pizzico di sana impertinenza, anche nel guardaroba.

E dunque quel commento su corporatura e disinvoltura appare tremendamente fuori luogo, inopportuno, irriguardoso e non giustificabile in alcun modo, a meno di non essere succubi di criteri estetici assai discutibili.

Apriti cielo: naturalmente e giustamente, il portale è diventato oggetto di una pioggia di proteste, tanto da decidere di pubblicare delle scuse pubbliche sulla pagina Facebook.

«Colpo di caldo in redazione! Abbiamo pubblicato una didascalia inappropriata su Chloë Moretz: nelle intenzioni voleva essere un giudizio sul suo look. Solo sul look!»

Ora, apprezzo la volontà di fare pubblica ammenda e di scusarsi, davvero, ma dire che voleva essere un giudizio sul suo look, solo sul suo look…

Vi rammento la frase: “Peccato non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura”. E pongo un quesito: ma a Io Donna ci prendono tutti per dei babbei?

Tra l’altro, la didascalia è stata poi frettolosamente corretta in “L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts. Esibiti con disinvoltura ovunque. Troppa disinvoltura”. Visto che è stato fatto loro notare che l’affermazione non risultava molto felice nemmeno così e che la pezza messa sembrava perfino peggiore della prima versione, la frase è stata infine tagliata.

“L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts”, punto. Ecco, bravi, lasciate perdere.

Caldo o non caldo, constato – con tristezza – come la fisicità femminile pare essere diventata una delle ossessioni della società contemporanea, atteggiamento in questo caso avvallato da un portale che nasce per parlare di e alle donne.

In un momento in cui si dovrebbe cercare più che mai di far leva sull’accettazione e sul concetto di salute e benessere, davanti a una donna obiettivamente e oggettivamente sana, c’è chi insinua che sia un peccato che “non sia così magra”.

Questo fatto, a mio avviso, è gravissimo: quale razza di messaggio può mai arrivare alle donne, soprattutto alle giovani e giovanissime, le più fragili in materia di autostima?

E, come se non bastasse, ad andarci pesante è ora un altro giornale: l’episodio è freschissimo ed è collegato ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro iniziati il 5 agosto.

Nella specialità del tiro con l’arco, il trio delle atlete italiane è stato sconfitto in semifinale: l’eliminazione delle azzurre Claudia Mandia, Lucilla Boari e Guendalina Sartori è stata elegantemente sottolineata da Il Resto del Carlino.

Come? Così: “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”.

Il trio delle cicciottelle.

Mi si accappona la pelle, giuro.

Tutto quello che un giornale serio e stimato ha da dire su tre atlete arrivate a una competizione olimpica è un elegante commento sulla loro fisicità. Un altro colpo di caldo in un’altra redazione?

Guardate, voglio spingere la cosa agli estremi: inutile essere ipocriti, ammettiamo che le Olimpiadi le guardiamo anche per la prestanza di alcuni corpi. È il caso del beach volley, per esempio. O del nuoto.

(E a tal proposito, stendo un velo pietoso sulla gallery che un’altra rivista, Cosmopolitan, dedica a certi particolari anatomici dei nuotatori… Trovo tutto ciò deplorevole esattamente quanto la didascalia e il titolo di cui sto qui disquisendo. Complimenti per l’approfondimento colto, pare che quest’estate stia dando alla testa a molti.)

Lo sport insegna però una cosa, ovvero che i corpi atletici sono in altri casi fuori da qualsiasi standard: pensate agli atleti del getto del peso o ancora a quelli che fanno sollevamento pesi. Qualcuno li definirebbe ciccioni oppure panzoni?

Se sono uomini, molto probabilmente no (meglio parlare dei “pacchi regalo”, come fa Cosmopolitan – che tristezza).

Con le donne, invece, viene messa più facilmente in evidenza la negatività e il ricorso all’epiteto fisico è immediato, perché veniamo misurate sempre e comunque anche su uno standard molto stretto (o meglio molto magro) di bellezza.

Eppure, le donne dell’arco – Claudia, Lucilla e Guendalina – con i loro corpi cicciottelli fanno qualcosa che riesce solo a una manciata di persone al mondo e sono delle atlete dalle capacità fisiche e mentali fuori dall’ordinario. Perché per tirare con l’arco serve il corpo e anche la testa.

Dunque, quando parlo di commento elegante, sono ironica, molto ironica; non lo sono affatto, invece, quando definisco serio e stimato il giornale, perché Il Resto del Carlino è il giornale simbolo di Bologna nonché uno dei più antichi (è stato fondato nel 1885) fra i quotidiani italiani tuttora in vita. È il primo quotidiano per diffusione in Emilia-Romagna e Marche e l’ottavo più venduto in Italia. Sulle sue pagine, tra le firme illustri, ci sono state quelle di Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Trilussa, Benedetto Croce.

Per equità, cito qualche dato anche a proposito del Corriere della Sera: fondato nel 1876, è il primo quotidiano italiano per diffusione e per lettori. Il suo slogan è “La libertà delle idee” (da non confondersi con la libertà di scrivere qualsiasi cosa passi per la testa) e le firme illustri sono talmente tante da rendere impossibile citarle: visto che sto parlando di donne, cito giusto Grazia Deledda e Oriana Fallaci.

E, a questo punto, perdonatemi se mi pongo alcuni quesiti: perché quella didascalia e quel titolo inqualificabili?

Che fine ha fatto il (buon) giornalismo italiano?

Come siamo arrivati a tali bassezze perfino in giornali che sono sempre stati di ottimo livello?

Però ieri, mercoledì 9 agosto, è successa una cosa.

«L’editore Andrea Riffeser Monti si scusa con le atlete olimpiche del tiro con l’arco e con i lettori del Qs Quotidiano Sportivo per il titolo comparso sulle proprie testate relativo alla bellissima finale per il bronzo persa con Taipei. Lo stesso editore, a seguito di tale episodio, ha deciso di sollevare dall’incarico, con effetto immediato, il direttore del QS Giuseppe Tassi». Con questa nota lapidaria, l’editore ha annunciato sul sito de Il Resto del Carlino di aver rimosso il direttore della testata sportiva del gruppo.

La notizia certo non mi rallegra, non posso essere felice se una persona ha perso il suo lavoro, tuttavia apprezzo il coraggio di una decisione severa che lancia un messaggio chiaro (evviva).

Forse qualcuno dovrebbe prendere esempio…

E a proposito di messaggi chiari, tengo a lasciarvi il link della lettera, ineccepibile, scritta da Mario Scarzella, presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, al direttore de Il Resto del Carlino.

Questa lettera è un esempio di civiltà e, in maniera per niente piagnucolosa né lamentosa, sottolinea punti che mi stanno molto a cuore: spero che metta a tacere una volta per tutte anche chi continua a ripetere la solita frase che – francamente – mi è venuta a noia, ovvero «Ma chi si mette in mostra deve anche aspettarsi critiche».

Chi si mette in mostra ha diritto al rispetto, esattamente come chiunque altro. Soprattutto quando il motivo per cui si mette in mostra non è – tra l’altro – nemmeno quello per cui viene messo – o messa – in burletta.

Il licenziamento di Giuseppe Tassi è una presa di posizione dura ma importante, perché se si parla tanto di lotta al bullismo e al cyberbullismo non è accettabile che due redazioni importanti si comportino peggio di un adolescente.

Il basso livello raggiunto comporta un rischio elevato, quello – lo ripeto – di avere una pessima influenza sui lettori e soprattutto sui giovanissimi.

Sapete, ho letto tonnellate di articoli e commenti soprattutto sulla querelle Io Donna – Chloë Moretz; finora ho preferito mettermi alla finestra e ascoltare i pareri altrui. Ero interessata a tastare il polso più che ad aggiungere la mia voce.

Vi dirò anche che, a causa della saturazione della quale parlavo in principio, avevo quasi deciso di non scrivere nulla, perché sono davvero stanca di ripetere sempre le stesse cose. Immagino lo siate anche voi di leggerle.

Ma il nuovo episodio de Il Resto del Carlino mi ha fatto decidere che no, non è giusto stare zitta e che bisogna sempre difendere le proprie idee anche se è la milionesima volta: rinunciare è lasciare spazio a ciò che si desidera combattere.

Anche perché, a questo punto, mi sono fatta un certo quadro della situazione e dunque vorrei condividere con voi alcune considerazioni che mi sono venute in mente proprio leggendo i pareri più disparati.

No, non è solo una didascalia
Qualcuno ha cercato di liquidare la questione Io Donna dicendo «Ma sì, in fondo è solo una didascalia». Grosso errore: le didascalie sui siti non sono più solo didascalie, ma spesso sostituiscono (purtroppo) gli articoli stessi.
Pare (sempre purtroppo) che, sul web, molta gente non legga nulla che superi le cinque righe (io sono rovinata, dunque): pertanto, i siti preferiscono abbinare i testi alle foto così, tra l’altro, si sfogliano più pagine e si genera più traffico.
Ne consegue che sarebbe cosa buona e giusta far firmare le didascalie così come si firmano gli articoli, poiché capita che, nei grandi giornali, chi scrive un articolo non si occupi anche delle didascalie. E chi scrive le didascalie – vista la loro importanza – dovrebbe metterci la faccia. Idem per i titoli: sempre nei grandi giornali, c’è chi si occupa della loro formulazione. Di solito, dunque, è inutile prendersela con l’autore dell’articolo.
In questo caso, Io Donna non ha voluto dichiarare il nome della giornalista autrice dell’insensata didascalia: da una parte, forse, è apprezzabile la volontà di fare squadra, condividere la responsabilità e proteggere il singolo; dall’altra, però, il tutto puzza un po’ di atteggiamento omertoso. Anche perché a Il Resto del Carlino hanno avuto il coraggio di una decisione diversa…
E mi chiedo se il titolista avrà il coraggio di uscire allo scoperto e seguire il suo direttore… Sarebbe un grandioso riscatto, per lui, una dimostrazione di responsabilità.

Le parole sono importanti
Parlando ancora di Io Donna, sostengo che la cosa grave non è solo che una giornalista abbia scritto una cosa infelice, ma è che la stessa scriva in un giornale dedicato alle donne.
Le parole sono importanti e hanno un loro peso specifico, l’ho già affermato tante volte, e chi scrive in un giornale ha delle precise responsabilità in merito, deve saperle scegliere con cura, rispetto e professionalità.
Anche perché se un giornale conduce campagne contro i disturbi dei comportamenti alimentari, dall’anoressia alla bulimia, e poi, qualche pagina dopo, sulla carta o nel web, critica donne assolutamente normali… beh, non solo è fortemente contraddittorio, ma vanifica qualsiasi sforzo fatto.
Siamo tutti essere umani, per carità: dire di un’altra persona «non sta bene vestita così» oppure «sta male vestita così» (e mai, mai, mai espressioni tipo «fa schifo» oppure «è un cesso», vi prego, ne ho già scritto) è cosa che capita a tutti, ma magari al bar, non attraverso un canale ufficiale oppure in un giornale. Perché al bar è una chiacchiera, un pettegolezzo, mentre su un sito è un messaggio. Sbagliato, pericoloso e fuorviante.

Rivediamo i nostri parametri
A proposito di sbagliato, pericoloso e fuorviante: forse, a qualcuno è sfuggito un dato allarmante, ovvero che molte persone – e purtroppo alcune redazioni – si sono convinte che il fisico di riferimento sia quello delle modelle e che l’unico modello di bellezza possibile sia il loro.
L’errore è proprio questo, lo stereotipo, la standardizzazione. Per giunta basata su chi (le modelle) con il proprio corpo ci lavora, dunque lo fa in condizioni del tutto particolari e difficilmente applicabili a chi nella vita fa altro.
Tale visione è talmente distorta che porta ad affermare che Chloë Moretz, ragazza di 19 anni normopeso come si può evincere da qualsiasi foto che la ritragga, “non sia così magra da poterli indossare (gli shorts) con disinvoltura”.
Cara giornalista di Io Donna e caro titolista de Il resto del Carlino, ho una notizia per voi (scriveteci un articolo, magari): i corpi reali sono così, tutti diversi e ognuno con le proprie caratteristiche.
La normalità è un concetto relativo.
Certo, la salute non lo è, non è un concetto relativo, e infatti non voglio fare né ho mai fatto un’apologia né dell’obesità né della magrezza patologica. In mezzo, però, c’è un mondo di sfumature.

Informazione, social media e coerenza
Stabilito che le redazioni di Io Donna e de Il Resto del Carlino hanno sbagliato, alla grande, le reazioni sono state in alcuni casi altrettanto errate. E spropositate.
No, non voglio assolutamente difendere né giustificare in alcun modo i due giornali, affermo un’altra cosa: insultare la giornalista di Io Donna usando epiteti fisici significa cadere nello stesso tranello confondendo le capacità professionali con le caratteristiche estetiche.
Questo, tra l’altro, non garantisce giustizia a Chloë Moretz e, soprattutto, non serve ad aiutare le lettrici più giovani. Uno scambio così improntato non è edificante e perpetra una cultura dell’odio che verrà trasmessa a giovani menti che impareranno solo che alla superficialità di pensiero si risponde con altra superficialità nonché con la violenza verbale.
Se ci indigniamo (giustamente) davanti alla didascalia di Io Donna ma diamo del cesso alla giornalista che l’ha scritto, abbiamo perso una buona occasione per esprimere un’opinione lecita e utile e passiamo dalla parte del torto. Esiste infatti un modo di argomentare che produce risultati e quello che, purtroppo, genera solo nuova violenza. Perché se le parole sono una responsabilità, come ho già scritto qui sopra, lo sono sia quelle di una giornalista sia quelle di chi la contesta.
Devo invece purtroppo registrare che sui social molti dei commentatori sono perfino più crudeli della didascalia di Io Donna.
E le peggiori, spesso, sono proprio le donne nei confronti di altre donne: basta fare un giro su Twitter, Facebook e Instagram per averne la prova. Gli account social delle celebrità sono pieni di commenti al vetriolo e se i giornali pubblicano foto con cui si fa la radiografia ad attrici e cantanti alla ricerca di un centimetro di cellulite, i commenti da parte dei lettori raggiungono livelli di cattiveria difficilmente immaginabile. Frustrazione? Invidia? Mah.
Dunque è giusto rimproverare Io Donna se sbaglia, ma occorrerebbe usare la stessa severità – e coerenza – verso quei commentatori che fanno di peggio: tutti bravi a scandalizzarsi per un titolo o una didascalia, ma poi magari qualcuno degli scandalizzati ha atteggiamenti altrettanto gravi.
Oppure, qualcuno giustifica la didascalia o il titolo. Per quanto riguarda Il Resto del Carlino, ho letto commenti inqualificabili tipo «beh, ma in fondo hanno scritto la verità». E quindi? Dobbiamo disquisire del peso delle atlete o del reale motivo per il quale sono a Rio, ovvero la loro capacità e i loro meriti? Mi ripeto anche in questo, mi pare che, nella loro disciplina, il peso non sia affatto una discriminante e che non sia richiesto essere filiformi. E mi pare che non si siano messe in mostra (vedere sopra) partecipando a un concorso di bellezza.
Ciò che mi fa impazzire è che chi ha scritto queste parole riesce poi magari a scandalizzarsi per una modella troppo magra… Coerenza, signori, coerenza!
A me piace ascoltare o leggere tutte le opinioni, purché siano espresse con pacatezza, rispetto e maturità: penso che gli errori di Io Donna e de Il Resto del Carlino, pur restando tali, potrebbero dare vita a qualcosa di buono dandoci la possibilità di confrontarci. Questa potrebbe essere un’occasione per parlare delle responsabilità del giornalismo, responsabilità ormai urgenti e non solo in questo campo: rispondere con violenza equivale però ad azzerare tutto ciò.
E a generare solo altra violenza – lo ribadisco.
E così diventa un’occasione persa, un peccato. Altro che gli shorts della Moretz (cerco di sdrammatizzare)!

Un nuovo sport chiamato shaming
Mortificare, umiliare, mettere in imbarazzo – to shame in inglese – pare essere diventato uno sport, forse una specialità da Olimpiade – per restare in tema.
E lo è dal body shaming fino ad arrivare a ciò che è stato chiamato outfit shaming e che ha richiamato perfino l’attenzione del colosso Amazon Fashion il quale ha lanciato una campagna e un hashtag, #SaySomethingNice.
#SaySomethingNice, ovvero dì qualcosa di carino. Si intitola proprio così la campagna che Amazon ha lanciato, coinvolgendo alcuni fashion influencer internazionali, per incoraggiare le persone a criticare meno le scelte stilistiche degli altri celebrando invece l’individualità.
«In questo periodo il fashion sharing ha raggiunto numeri importanti, solo su Instagram vengono postati più di 82 milioni di outfit al giorno – spiega Siobhan Mallen, Content Director di Amazon Fashion Europe – Purtroppo, criticare e ridicolizzare gli altri per quello che indossano, fenomeno noto come outfit shaming, sta diventando sempre più diffuso.»
Un sondaggio condotto ha rivelato che il 67% delle donne intervistate sente che l’uso dei social media le ha portate a giudicare maggiormente lo stile altrui; una percentuale ancora più alta, 83%, ammette di giudicare le persone in base a come si vestono.
Susanna Lau, autrice del celebre blog Style Bubble, è una degli influencer che, attraverso video realizzati ad hoc, hanno aderito alla campagna raccontando la loro esperienza e il loro punto di vista (qui potete vedere il contributo di Susie).
«Tutti vogliamo che il nostro stile e la nostra personalità vengano accettate dagli altri, ma chi può onestamente dire di non aver mai criticato qualcuno basandosi solo su ciò che indossa? – afferma ancora Siobhan Mallen – La nostra campagna #SaySomethingNice si propone di ispirare tutti noi a sfidare questo comportamento e a supportare attivamente il diritto di tutti ad avere un proprio stile e a indossare qualunque cosa renda felici senza paura di essere derisi o giudicati in maniera negativa».
Naturalmente, il gigante delle vendite su Internet invita gli utenti dei social network a partecipare alla campagna, dicendo qualcosa di carino a qualcuno per il suo stile, corredandolo con l’hashtag #SaySomethingNice.
Naturalmente, visto che non sono un’ingenua, so che questa è una operazione di marketing. Geniale – per loro – ma con un suo fondamento e una sua verità.
Se imparassimo a praticare un po’ più di solidarietà e comprensione gli uni verso gli altri e se anziché puntare il dito e deridere pensassimo invece a sorridere in primo luogo di noi stessi… Se riuscissimo a fare tutto ciò saremmo più leggeri, in tutti i sensi, e credo che idiozie tipo il body shaming o la prova costume non avrebbero più alcun senso di esistere.
E anziché scrivere di tutto ciò oggi, 10 agosto, potrei felicemente scrivere di cose più amene, perché la leggerezza piace tanto anche a me.
Detesto, invece, la superficialità.

Se non puoi cambiare le circostanze, allora cambia il tuo atteggiamento mentale
E ora arrivo a un punto che mi sta molto a cuore.
Siamo nel 2016 e io sono stanca di sperare che arrivi il giorno in cui noi donne verremo considerate come esseri umani prima che come corpi – eternamente imperfetti – da criticare: troppo grasse, troppo magre, troppo giovani, troppo vecchie. Potrei continuare all’infinito.
Negli ultimi decenni, la presenza massiva di corpi estremamente magri e ritoccati ci ha portate ad avere solo quelli come modello di riferimento al quale aspirare; pertanto, viviamo spesso insoddisfatte perché raggiungere tale modello è impossibile per la maggior parte di noi.
Il primo step, dunque, sarebbe dare spazio alla pluralità e rivedere i parametri, come ho scritto anche in un precedente punto, perché la normalità è molto variegata: questa, però, attualmente, sembra essere un’impresa molto ardua.
Ed ecco perché ho scelto quest’ultimo titoletto, “Se non puoi cambiare le circostanze, allora cambia il tuo atteggiamento mentale”: se rivedere i parametri e prevedere una pluralità di modelli è cosa che richiede tempo e pazienza (tutte le rivoluzioni richiedono ciò), allora dobbiamo intanto lavorare sul nostro atteggiamento verso quei parametri.
Noi donne dobbiamo trovare la forza e la sicurezza in noi stesse malgrado i modelli estetici, perché vergognarsi è dar ragione a chi impone tali modelli, mentre non vergognarsi e fregarsene è dare ragione al nostro amor proprio. Difficile, vero?
E ora dirò una cosa scomoda, impopolare e provocatoria: ancora più difficile, forse, è ammettere che le donne più belle esistono. Eppure, negarlo è un errore che in qualche modo rafforza ancora di più le nostre insicurezze.
Ebbene sì, questo è il mio pensiero e cercherò di spiegarlo meglio.
Fino a quando porteremo avanti questa assurda propaganda che va tanto di moda ora – ovvero che tutto è possibile a tutti – dovremo fare i conti con un senso di inadeguatezza che, inevitabilmente, ne consegue: è inevitabile se ci si scontra con una realtà che in qualche modo ci sentiamo legittimati a prendere, ma che talvolta non è quella più giusta per noi.
Non è vero che tutto è possibile per tutti, mentre è vero che ognuno di noi ha il proprio talento e i propri punti di forza: è su ciò che occorre puntare, non sui modelli irraggiungibili. Anche perché questo pensiero distorto ha portato alla mancanza di preparazione e professionalità in moltissimi campi e ha portato a una superficialità che alimenta molti dei mali odierni.
L’uguaglianza in tal senso è un’utopia, è il contrario della pluralità che desideriamo, è l’appiattimento che non vogliamo! Siamo tutti diversi ed esistono quelli più belli, quelli più intelligenti, quelli più ricchi.
La pace passa attraverso l’accettazione e la consapevolezza di tutto ciò, cosa che significa osservare la realtà con razionalità (scusate la rima) e conviverci in modo intelligente, ovvero senza sentirsi inadeguati.
La soluzione alla nostra frustrazione non è dunque unicamente quella di inneggiare alla revisione degli attuali modelli estetici; risiede anche e soprattutto nella necessità di istruire noi stesse e le nuove generazioni all’accettazione intesa non come rassegnazione, bensì come valutazione concreta della realtà.
Dico un’ultima cosa sul discorso shorts.
Ricordate le proteste degli anni ’70, quando le femministe bruciavano i reggiseni perché erano considerati simbolo di costrizione? Il reggiseno è stato simbolo del cosiddetto decoro (una donna senza reggiseno era considerata una poco di buono): bruciare il reggiseno significava esaltare la libertà sessuale delle donne. Oggi li usiamo ancora, ma all’epoca ci fu bisogno di scegliere un simbolo che rappresentasse la protesta.
Oggi, tante persone vedono gli shorts allo stesso modo, come un simbolo di liberazione. E se è così, se sono un simbolo, mi sta bene.
Ma, secondo quanto ho affermato finora, secondo me la vera liberazione e rivoluzione, il vero cambiamento epocale non è urlare “mettiamoci tutti in shorts”, bensì “mi metto gli shorts SE DAVVERO mi fanno sentire bene”.
Perché credo nel diritto all’individualità, anche nelle lotte.
E perché credo che la perfezione non sia l’obiettivo al quale mirare, ma lo è invece l’armonia, l’armonia che porta alla bellezza nelle sue varie sfumature.
Ho visto armonia in ragazze formose, ho visto totale assenza di armonia in ragazze magre. E viceversa, naturalmente. Shorts o non shorts.

Ecco, ho lanciato la bomba. Nonostante la stanchezza e il bisogno di vacanze.

Porterò queste provocazioni in vacanza con me e ci rifletterò ulteriormente.

A proposito, quasi dimenticavo: buone vacanze a tutti.

E mi raccomando: fregatevene della prova costume e mettete ciò che vi fa stare bene.

E se passa una giornalista criticona o un titolista poco accorto… fate loro una bella pernacchia.

Ad animo leggero, però, senza rancore e seguita da un sorriso.

Manu

 

 

 

 

Alcuni miei articoli e/o post a proposito delle mille forme della bellezza, a proposito della varietà dei modelli possibili, a proposito di giudizi affrettati e superficiali, a proposito di body / outfit shaming, a proposito di parole fuori posto:

Per SoMagazine: qui parlo di Francesca Polizzi, curvy model; qui parlo di Advanced Style e di altri esempi significativi di bellezza matura; qui parlo di Boudoir Disability, il progetto di Valentina Tomirotti, giornalista impegnata nel sociale e disabile motoria; qui parlo della famigerata prova costume. Mi fa piacere segnalarvi, sempre su SoMagazine, anche l’articolo della mia collega Federica Santini proprio sulla questione Io Donna – Chloë Moretz.

Qui nel blog: qui mi sono cimentata in uno shooting… con cicatrici (le mie); qui parlo del calendario Beautiful Curvy; qui parlo di Renée Zellweger e della libertà di stare bene con noi stessi; qui parlo di Cayetana de Alba, di libertà e di ipocrisia; qui parlo di Clio Zammatteo insultata da Giovanni Veronesi perché cicciona e di due modelle speciali, Winnie Harlow alias Chantelle e Jamie Brewer; qui parlo di una pubblicità Saint Laurent ritirata in quanto accusata di mostrare una modella irresponsabilmente magra; qui parlo di Cara Delevingne e di quanto sia facile giudicare le scelte altrui; qui parlo di quanto mi siano sgradite espressioni tipo “sei cessa” o “fai schifo”; qui parlo di come perfino Barbie possa essere un mezzo per cambiare alcuni stereotipi.

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso e porto avanti con entusiasmo questo blog: detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

Glittering comments

Paola
Reply

Ciao Manu, posso chiederti una cosa?
Come mai non hai messo i link alle cose di cui parli, di solito lo fai.
Ciao, Paola

Manu
Reply

Ciao Paola 🙂

Grazie per il commento e rispondo molto volentieri al tuo quesito.
Il motivo per il quale non ho messo link diretti né alla gallery di Cosmopolitan né agli articoli di Io Donna e de Il Resto del Carlino è che non voglio regalare loro nemmeno un solo click proveniente dal mio sito.
Ribadisco che trovo che sia la gallery sia gli articoli siano episodi di pessimo giornalismo (mestiere del quale ho invece una grande stima e che trovo sia stato indegnamente maltrattato) e dunque non sono minimamente interessata a dare loro troppa eco e/o a procurare traffico ai siti.
Certo, visto che ne ho parlato, ho in un certo senso dato loro ulteriore voce e chiunque può cercare i link da solo e leggerli/guardarli: va benissimo, in fondo io stessa li ho letti/guardati per poter formulare la mia opinione, ma non desidero collaborare in tal senso 😉
Va bene dare voce menzionandoli in un’ottica di confronto, ma linkarli è davvero troppo.
Ho già pubblicato alcuni screenshot ed è sufficiente. Mi sono rifiutata, invece, di fare uno screenshot della gallery Cosmopolitan: ribadisco che mi vergogno per loro e non voglio che ne rimanga alcuna traccia qui, nemmeno come puro dato di cronaca.
Preferisco inserire link positivi o virtuosi, come quello al contributo di Susie Lau per la campagna contro l’outfit shaming oppure quello alla bellissima lettera del presidente della Federazione Tiro con l’Arco.

Ma, visto che parliamo di link, il tuo commento (per il quale torno a ringraziarti), mi dà l’opportunità di segnalarne e inserirne alcuni nuovi relativi ad articoli/post che ho letto nel frattempo.

Il primo link riguarda un articolo apparso su Il Giornale.
Tale articolo mi trova in completo disaccordo eccezion fatta quando afferma che occorre scandalizzarsi per tutte le discriminazioni, inclusa quella dei pacchi di cui ho parlato: su questo sono più che d’accordo.
Mettendo il link sembrerebbe che io mi contraddica quando parlo di dare spazio solo a virtù e a positività: in realtà, ho deciso di mettere il link perché i toni della giornalista non sono comunque violenti, diciamo così, e perché, come ho scritto nel post qui sopra, mi piace ascoltare le opinioni di tutti.
Rispetto la giornalista (Annalisa Chirico), davvero, ma ciò che scrive mi fa… prudere la penna.
Dico perché:
1) Disapprovo con vigore sia il titolo (“Per non sentirsi dare delle “cicciottelle” c’è soltanto un modo: provare a dimagrire”) sia la chiusura (“Se vuoi che gli altri dicano di te che sei magra, c’è un rimedio: dimagrisci.”). Sono vergognosi! E il concetto è stato ripetuto ben due volte!
2) Ancora una volta, mi sembra che non si metta a fuoco il nocciolo della questione: non eravamo chiamati a giudicare l’aspetto estetico delle atlete. Le ragazze si trovavano a Rio per ben altri motivi ed è per questo che si sono messe in mostra: parliamo di questo, porca miseria! Se si criticano abilità e risultati – con rispetto! – mi sta bene, giudicare il loro peso, invece, non ci compete. Continuo a esserne convinta.
3) Sono stanca di chi si lamenta che succedono cose più gravi e che bisogna punire quelle. È un atteggiamento sbagliato: ognuno deve essere responsabile per ciò che fa e il fatto che altri non siano stati puniti non è una giustificazione. Iniziamo da dove si può, a fare chiarezza dove possiamo, poi procederemo oltre. Lasciare impuniti gli errori perché altri non hanno pagato non è più accettabile.
4) La giornalista afferma che qualcuno doveva pur dire la verità (e chi è, Giovanna d’Arco?), ovvero che sì, le ragazze sono sovrappeso. Torno a ripeterlo: davvero crede che il nocciolo sia questo? Davvero crede che le ragazze non lo sapessero e che fosse necessario dirglielo, pubblicamente, su un giornale? Davvero crede che servissero dei titoli? Davvero crede che sia giusto che un giornale (serio) si concentri su questo? Sono basita.
A questo punto, credo sia necessario ribadire che il termine cicciottelle è offensivo da più punti di vista.
In primo luogo, perché ricorrere a un attributo fisico per definire una persona dimostra come l’estetica (e un certo tipo di estetica) sia ormai diventata il principale strumento usato per giudicare (anzi, per misurare) chiunque e soprattutto le donne. E che a farlo siano altre donne… francamente lo trovo insopportabile.
In secondo luogo, perché questo aggettivo è falsamente e subdolamente bonario, in quanto dietro al (finto) vezzeggiativo si nasconde in realtà l’antipaticissima allusione a una certa inadeguatezza: si vuole sottolineare la mancata corrispondenza ai canoni della magrezza, quelli che oggi vanno per la maggiore se si vuole essere considerate belle e vincenti. Una donna brava deve essere anche bella e magra? O – peggio ancora – è brava solo se è anche bella e magra? Mah…
In terzo luogo, perché reputo che l’insulto sia ancora più pesante in quanto è rivolto a delle atlete, a delle campionesse: se neanche i successi esimono dal sottostare a certi diktat, come possiamo sottrarci noi donne comuni? E come possiamo farlo se l’appoggio a questa mentalità malsana viene proprio dagli organi di informazione che dovrebbero invece essere preposti a diffondere cultura e rispetto?
Tutti si sentono autorizzati a esprimere il proprio giudizio: qualcuno pensa ai sentimenti altrui? Torno a ribadire che l’uso leggero e spietato delle parole non può essere né accettato né giustificato, sia che lo faccia un bullo sia che lo faccia un giornale.
E non è questione di censura del linguaggio, non confondiamoci.

Il secondo link rimanda a un post Facebook di una persona che definirei autorevole: Roberto Saviano.
Non mi piace che la questione uso del linguaggio sia sottovalutata e sminuita. Non si sta esagerando e prova ne è il fatto che perfino Saviano se ne sia occupato.
Se Saviano, persona abituata a riconoscere e a combattere violenza e soprusi, si occupa di un caso di body shaming e parla di qualunquismo estetico, di insopportabile maleducazione estetica e di conformismo, forse chi se l’è presa per il titolo de Il Resto del Carlino – e io fra loro – qualche ragione ce l’ha.
La violenza ha molte forme e le peggiori sono quelle subdole nonché talmente insinuanti da portarci a non riconoscerle nemmeno più.

Il terzo e ultimo link rimanda a un altro post Facebook pubblicato stavolta da Selvaggia Lucarelli.
La Lucarelli parla di un articolo pubblicato da GossipNews a proposito di Romina Power.
Ecco, io non ho un aggettivo adatto per definire questa ennesima manifestazione di grande giornalismo. Per fortuna, ho finito le parole.
Sono davvero abbattuta e mi sembra di combattere contro i mulini a vento, come Don Chisciotte.
Sono amareggiata e mi chiedo se serva parlare, scrivere, combattere.
Mi adeguerò all’ironia della Lucarelli: “Se ogni tanto qualcuno non partorisce un articolo su quanto sia chiatta questa o quella ci preoccupiamo”. Ecco.

Spero solo che le persone inizino ad aprire gli occhi: è una speranza troppo azzardata?

Ti abbraccio, cara Paola.
E scusa se, a fronte del tuo commento, ti sei beccata ‘sto poema.

Manu

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