Coco Chanel: la donna oltre il mito e oltre le geniali intuizioni

Domenica ero troppo stanca anche solo per pensare di uscire.
Dopo il mio consueto allenamento mattutino in palestra, sono tornata a casa e ho deciso di regalarmi un tranquillo pomeriggio di relax casalingo.
Ho scelto alcuni libri e delle riviste, ho preso i miei fidi (e immancabili) amici elettronici (smartphone e tablet) e mi sono avventurata verso il divano.
Giusto per curiosità, ho acceso la televisione, già pronta a spegnerla nel giro di pochi attimi, certa che non avrei trovato nulla di mio gradimento: non sono una grande fan di tale mezzo, sono più i programmi che mi annoiano di quelli che mi entusiasmano.
Ma in quel caso mi sbagliavo: su Canale 5, trasmettevano infatti un film che amo particolarmente e che rivedo con piacere ogni volta in cui ne ho occasione.
Si tratta di Coco avant Chanel, film biografico del 2009 diretto da Anne Fontaine con la brava Audrey Tautou nel ruolo della protagonista.
L’avete mai visto?
Racconta la storia della grande stilista francese Coco Chanel, dalla povertà e dai primi lavori come cantante fino alla nascita della sua casa di alta moda. E, in parallelo, viene raccontata la sua più grande storia d’amore, quella con Arthur ‘Boy’ Capel, dopo la parentesi con Étienne de Balsan, primo amante e primo finanziatore.

Coco avant Chanel.
Ovvero Coco prima di Chanel.
Ovvero Coco prima di diventare Chanel.
Ovvero la donna prima ancora del mito. Prima ancora che il suo lavoro, la sua vita e di conseguenza il suo nome diventassero un mito.
Lo ammetto, è un film che mi commuove profondamente perché – appunto – racconta la donna Coco, colei che è riuscita a concretizzare il disegno che aveva in sé, testarda, ostinata, talentuosa, con una sua visione personale che ha portato avanti con forza, senza aver paura di essere diversa.
E ha pagato, Coco, eccome se ha pagato. In prima persona. Perché se a livello professionale ha realizzato la sua visione, a livello personale non è stata altrettanto fortunata, perdendo precocemente l’unico uomo che abbia mai veramente amato.

Visto che la storia di Coco Chanel non smette di emozionarmi, dopo aver rivisto Coco avant Chanel, ho deciso di dedicare un nuovo post a questa donna che tanto mi affascina per moltissimi motivi.
A lei ho già dedicato diversi post qui nel blog e soprattutto alcuni articoli grazie ai magazine con i quali collaboro: per SoMagazine, ho raccontato le principali tappe della sua vita e le sue creazioni più memorabili, ma anche gioie e dolori personali.
Ed è proprio quel lavoro che oggi riprendo e che vi offro.

Dal film <em>Coco avant Chanel:</em> il mio pomeriggio con Coco Chanel
Dal film Coco avant Chanel: il mio pomeriggio con Coco Chanel

Coco Chanel nacque il 19 agosto 1883 a Saumur, nella regione francese della Valle della Loira.

Nata come Gabrielle Bonheur Chanel e divenuta celebre con lo pseudonimo Coco, destinata a rivoluzionare la moda femminile nonché a fondare quello che è forse il marchio di moda più amato e desiderato, questa donna speciale e unica non ebbe una vita facile.

Non nacque né in una famiglia dell’aristocrazia né in una dell’alta borghesia: aveva origini umili e proprio queste contribuirono a forgiare il suo carattere.

Gabrielle era infatti figlia di una famiglia assai modesta: il padre era un venditore ambulante, mentre la madre era figlia di un locandiere e faceva la lavandaia. In seguito alla morte di quest’ultima a soli 32 anni, Gabrielle fu affidata insieme alle sue due sorelline alle suore dell’orfanotrofio di Aubazine: non rivide mai più il padre e a chi le chiedeva di lui diceva che era andato in America a cercare fortuna.

I quasi sette anni trascorsi in orfanotrofio segnarono profondamente Gabrielle: guardando le sue creazioni si possono rintracciare i segni dell’influenza del periodo in convento. La purezza romanica del monastero le ispirò un senso di austerità e l’amore per il bianco e nero; l’opulenza degli abiti religiosi e degli oggetti da cerimonia accese in lei la passione per lo stile barocco, per l’oro e le gemme colorate che poi declinò nei suoi bijou.

Superato il limite di età per restare in orfanotrofio, Gabrielle venne mandata presso una scuola di apprendimento delle arti domestiche: quando compì diciotto anni, nel 1901, iniziò a lavorare come commessa presso un negozio di biancheria e maglieria. Lì perfezionò le nozioni di cucito apprese dalle suore.

Qualche anno dopo, Chanel incontrò il grande amore della sua vita, Arthur ‘Boy’ Capel, industriale, campione di polo e uomo di cultura. Capel incoraggiò Gabrielle e decise di finanziare le sue attività: fu lui ad anticiparle i soldi permettendole di aprire la sua prima boutique.

E così, nel 1910, Gabrielle aprì il primo negozio Parigi, al civico 21 di rue Cambon: vendeva cappelli da lei creati (cappelli ai quali toglieva ogni ornamento per renderli più semplici, leggeri ed eleganti) e iniziò a proporre anche capi di vestiario.

Coco Chanel aveva una predilezione per la moda confortevole, androgina e sportiva: voleva emancipare la donna e renderla indipendente.

Non è dunque difficile immaginare l’ostracismo che affrontò per affermarsi nei suoi primi anni di attività, in un’epoca nella quale l’emancipazione femminile non era certo un diritto acquisito.

Eppure, presto divenne conosciuta nell’alta società: ricercati dalle più famose attrici francesi dell’epoca, i modelli della boutique fecero conoscere il nome di Chanel in tutta Parigi. Lo stile semplice ed elegante degli abiti fece scalpore ma allo stesso tempo furono in molti a cercare di imitarlo.

Nel 1913, Gabrielle aprì una seconda boutique nel raffinato centro balneare di Deauville, in Normandia, e presentò qui una collezione di abiti sportivi: la sua linea di indumenti in jersey si rivelò rivoluzionaria e cambiò per sempre la relazione delle donne con il proprio corpo.

Nel 1915, aprì la prima vera e propria maison di moda a Biarritz, sulla costa atlantica meridionale; nel 1918, aprì quella parigina, al 31 di Rue Cambon.

Verso la metà degli anni ‘20, Coco Chanel introdusse l’abito nero, petite robe noire o little black dress, dalla semplice forma a sacchetto o a grembiule, decorato talvolta da polsini e colletti bianchi e accessoriato con cappelli a cloche.

Negli stessi anni, diede vita alla moda dei gioielli fantasia: vistose pietre colorate, ciondoli, perle e cristalli creavano decorazioni che animavano i capi dai tagli essenziali e minimali.

Dal film <em>Coco avant Chanel:</em> il mio pomeriggio con Coco Chanel
Dal film Coco avant Chanel: il mio pomeriggio con Coco Chanel

Per le strade si iniziarono a vedere donne con blazer maschili, camicette bianche e cravatte portate sopra gonne diritte: Coco Chanel la rivoluzionaria aveva posto i capi maschili al servizio del guardaroba femminile.

Aveva liberato il punto vita e aveva accorciato la gonna poco sopra il polpaccio, senza però scoprire una delle parti secondo lei meno graziose del nostro corpo, ovvero il ginocchio.

Qualsiasi cosa facesse, grazie a quella sua allure di eterna sfida e di spinta innovativa, Coco riscuoteva immediato successo, così come avvenne con i capelli tagliati alla garçonne nel 1920.

E, nel frattempo, si delineava sempre più la sua idea di tailleur, idea che esplose in seguito con la forza di una bomba.

Intanto, l’orfana del convento di Aubazine era diventata la regina di Parigi e, prima di liberare le donne, era riuscita a realizzare il suo grande sogno: liberare sé stessa.

Nel 1921, Coco Chanel presentò la sua prima fragranza, il profumo Chanel N°5: creato da Ernest Beaux, un tempo profumiere degli Zar, rivoluzionò il mondo della profumeria per molti motivi.

Secondo le indicazioni fornite da Coco, il profumo doveva incarnare un concetto di femminilità eterna e senza tempo: in netta rottura rispetto alle fragranze in voga all’epoca, Beaux mescolò essenze naturali e alcuni prodotti di sintesi (le aldeidi) che erano state scoperte da pochissimo. Inoltre, a essere innovativa non fu soltanto la struttura della fragranza, ma anche l’essenzialità del flacone e la novità del nome.

Chanel trovava infatti ridicoli i nomi altisonanti dei profumi dell’epoca e decise di chiamare la sua fragranza con un numero: visto che corrispondeva alla quinta proposta olfattiva presentatale da Ernest Beaux, il profumo venne chiamato proprio così.

La consacrazione definitiva del profumo avvenne circa 30 anni dopo attraverso un’altra icona, Marilyn Monroe: nel 1952, in occasione di un’intervista, quando le domandarono cosa indossasse per dormire, la splendida attrice rispose «Due gocce di Chanel N°5».

Era un modo elegante e sensuale per suggerire l’idea che dormisse nuda indossando solo poche gocce di un profumo che, da allora, è definitivamente entrato nel mito: Chanel N°5 resta uno dei profumi più venduti al mondo.

Nel 1935, Coco Chanel era al culmine della sua fama: dava impiego a 4.000 dipendenti ed era proprietaria di cinque boutique a Parigi.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale portò però alla chiusura di molte attività della Maison Chanel: rimase aperta una sola boutique in Rue Cambon, quella al numero 31, dove profumi e accessori continuavano a essere fortemente richiesti sia dai parigini sia dai soldati americani i quali facevano la fila per una boccetta di Chanel N°5 da riportare a casa.

Dopo la guerra, nel 1954 e all’età di 71 anni, Coco Chanel organizzò la grande riapertura della sua maison: stanca delle tendenze stilistiche del tempo, ispirò una nuova rivoluzione della moda.

Già, perché a questo punto, il tailleur firmato Chanel esplose in tutto il suo successo, un capolavoro dalle linee pulite e dal taglio sartoriale.

La giacca si presentava dritta e morbida per dare libertà di movimento e la caduta perfetta della stoffa era assicurata grazie a una catena di metallo posta nel profilo interno, un accorgimento molto utilizzato in seguito, soprattutto negli Anni Sessanta, per la confezione di capi di alta sartoria.

Il vezzo di quel tailleur essenziale erano i bottoni a testa di leone, segno zodiacale della stilista, oppure a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, altro elemento iconico della griffe.

Ma le intuizioni geniali di Coco non erano affatto finite.

Dal film <em>Coco avant Chanel:</em> il mio pomeriggio con Coco Chanel
Dal film Coco avant Chanel: il mio pomeriggio con Coco Chanel

Nel 1955, Coco Chanel si pose l’obiettivo di inventare un nuovo tipo di borsetta che rispondesse alle esigenze della donna dell’epoca, attiva e dinamica: doveva essere un accessorio elegante ma allo stesso tempo pratico e funzionale rispetto alle pochette a mano che le donne erano obbligate a indossare nelle occasioni formali e che impegnavano le mani.

Su una borsetta matelassé (la classica impuntura a rombi) aggiunse una catena regolabile che permetteva di indossarla a spalla o a tracolla: i primi modelli furono fabbricati in jersey e in seguito fu impiegata la pelle.

Era nata la Chanel 2.55 – il nome si riferisce alla data della sua creazione, febbraio 1955 – che rappresenta una sintesi perfetta della stilista che l’ha inventata e trae ampi riferimenti dalla sua storia.

Si dice infatti che il matelassé si ispirasse ai giubbotti dei garzoni di scuderia; che l’interno di color bordeaux intenso si ispirasse alle divise dei bambini dell’orfanotrofio in cui Coco Chanel viveva da piccola; che la fattura della catena ricordasse i portachiavi dei guardiani dello stesso orfanotrofio.

Si dice anche che, nella tasca sotto la patta di chiusura, Gabrielle fosse solita conservare le lettere d’amore dei suoi spasimanti.

Nel 1957, Coco Chanel realizzò un’altra creazione destinata alla fama eterna, ovvero la leggendaria scarpa bicolore con cinturino alla caviglia.

Realizzata nel colore beige con punta nera a contrasto, la nuova scarpa esaltava la silhouette, accorciando il piede e slanciando la gamba: divenne così famosa che, ancora oggi, ci si riferisce a quel modello – anche di altri marchi – con l’appellativo Chanel, mentre tecnicamente il nome è slingback.

Negli Anni Sessanta, molte celebrità vestirono Chanel: Elizabeth Taylor, Jane Fonda, Jackie Kennedy, Grace Kelly e Jeanne Moreau indossarono le ultime creazioni di Mademoiselle Coco.

Nel 1970, Gabrielle Chanel presentò la fragranza N°19: il nome era ispirato alla data di nascita della grande stilista, il 19 agosto. Realizzata dal maestro profumiere Henri Robert, questa incisiva fragranza floreale è rimasta un altro dei grandi successi firmati Chanel.

Purtroppo, l’anno dopo, precisamente il 10 gennaio 1971 (era una domenica, giorno che lei non amava), Coco Chanel morì: quell’anno, in agosto, avrebbe compiuto 88 anni.

Dal 1983, il suo testimone è passato a Karl Lagerfeld: oggi, in qualità di Direttore Artistico, è lo stilista di tutte le collezioni Alta Moda, Prêt-à-Porter e Accessori.

Tra le tante cose che ha fatto, Lagerfeld ha voluto anche compiere un restyling della celeberrima borsa 2.55 aggiungendo una sottile strisciolina di pelle tra gli anelli della catena che componevano la tracolla: ha inoltre cambiato la chiusura, il Mademoiselle lock rettangolare, con il Double C lock, ovvero la chiusura a doppia C, il logo distintivo della maison. Questa nuova borsa ha preso il nome di Classic flap, detta anche 2.88.

Nel 2005, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita della borsetta, Lagerfeld ha reintrodotto sul mercato la 2.55 originaria con il nome Reissue ovvero riedizione: quasi ogni anno, la 2.55 viene riproposta nelle nuove collezioni, talvolta impreziosita da svariati materiali, tessuti o pellami.

Dal film <em>Coco avant Chanel:</em> il mio pomeriggio con Coco Chanel
Dal film Coco avant Chanel: il mio pomeriggio con Coco Chanel

Ho lasciato come ultimo capitolo di questo mio racconto la spiegazione di alcuni dei simboli che hanno accompagnato Coco Chanel, simboli che tracciano il lato più sentimentale e più intimo della sua storia.

Ogni icona che si rispetti ha un lato ammantato di mistero, sospeso tra mito e realtà: Chanel è diventata la maison che è oggi anche per l’allure senza tempo della sua fondatrice.

Sapete per esempio, come Gabrielle divenne Coco?

Lei amava raccontare che era il nomignolo con il quale la chiamava il padre: in realtà, pare che il soprannome Coco derivasse dalla canzone Qui qu’a vu Coco dans le Trocadéro? che la giovanissima Gabrielle intonava quando intraprese una breve carriera come cantante presso un caffè-concerto, prima di andare a Parigi, in contemporanea al lavoro come commessa.

Fu così, esibendosi come cantante, che conobbe Étienne de Balsan, protagonista del bel mondo dell’epoca e, come dicevo in principio, suo primo amante nonché suo primo finanziatore.

Ma ho parlato soprattutto dell’incontro tra Arthur ‘Boy’ Capel e Coco: fu lui il suo grande amore e, da appassionato di cultura quale era, fece di lei un’assidua lettrice. Le trasmise anche il gusto per i paraventi di lacca cinese che lei collezionò nonché la curiosità verso le dottrine esoteriche.

Il loro amore nato verso il 1908 proseguì per molti anni: i due non si sposarono mai a causa del divario sociale che li separava, essendo Coco un’orfana e Capel un rappresentante dell’alta borghesia. Allora queste cose contavano molto – troppo – e Capel sposò poi un’altra donna continuando però a vedere Coco: il 22 dicembre 1919, proprio lasciando Coco a Parigi per raggiungere la moglie, l’uomo morì alla guida della sua auto.

Quella fu l’unica occasione in cui Coco Chanel fu vista piangere: si rifugiò nel silenzio e nei libri che Capel le aveva fatto leggere e che a lui erano appartenuti, conservati come reliquie. Continuò una sorta di dialogo sentimentale con lui attaccandosi ai segni e ai simboli che condividevano.

Ricadde nella solitudine che aveva caratterizzato la sua infanzia nell’orfanotrofio di Aubazine e pare anche che la storia di Chanel N°5 nacque proprio in quei giorni terribili e da quel dolore immenso: Coco pensò di sublimare il senso di mancanza e di assenza – sentimenti che la perseguitarono sempre segnando il suo destino – in un profumo eterno, ricordo di un amore bruscamente interrotto e che lei avrebbe conservato per tutta la vita. Sublimando il dolore nella creazione, Coco offrì a sé stessa e a tutte le donne un soffio d’eternità.

Anche la camelia – e non una qualunque bensì la varietà Japonica Alba Plena – è uno dei simboli più forti e maggiormente legati a Coco Chanel e alla sua maison: fiore doppio, compatto e dal profumo inteso, secondo la leggenda era il suo preferito da quando lo ricevette in dono da Capel.

La camelia fece la prima apparizione nel guardaroba di Mademoiselle nel 1913 e da allora fu usata per le creazioni di gioielleria e come decorazione delle borse. Non fu mai abbandonata da Chanel e si ritrovava anche nella tappezzeria del suo appartamento di Parigi tra disegni e ornamenti che ricordavano l’Oriente.

Parlando invece di numeri, oltre a caratterizzare la sua fragranza più importante, il cinque era molto significativo per Mademoiselle. Il 5 era infatti il suo numero porta fortuna: anche in questo caso, fu molto probabilmente il suo amato Capel a narrarle la simbologia (vista la passione per le dottrine esoteriche) e i significati collegati a questa cifra.

Il 5 era la data che Coco Chanel sceglieva per le sue presentazioni, in genere il 5 febbraio e il 5 agosto: inoltre, il Leone, il suo segno, è il quinto dello Zodiaco.

Chanel era un leone, appunto, come segno zodiacale e anche nella vita: il suo carattere forte come quello del felino l’ha portata al successo. E il leone è un altro dei simboli presenti fin dagli inizi della sua carriera, impresso sui bottoni dei suoi completi e usato per la creazione dei bijou.

Ed è il leone a vegliare per sempre su Coco Chanel attraverso le statue in marmo che lei stessa ha scelto per la sua tomba.

Indovinate quante sono?

Cinque, naturalmente.

Manu

 

 

Qui trovate il sito Inside Chanel che racconta meravigliosamente l’anatomia di un autentico mito.

Qui trovate un contributo a Coco Chanel nell’ambito del nuovo progetto digitale We Wear Culture di Google Arts & Culture (ne ho parlato qui).

Io & Coco Chanel: qui trovate il mio post a proposito dell’anteprima del capitolo 14 del progetto Inside Chanel del quale ho appena parlato qui sopra; qui trovate il mio sogno di possedere una 2.55, la più celebre borsa di Coco; qui trovate il mio articolo originale per SoMagazine dal quale ho rielaborato il post presente e qui trovate un altro mio articolo, sempre per la stessa rivista, a proposito della mostra Culture Chanel – La donna che legge che si è tenuta a Venezia dal 17 settembre 2016 all’8 gennaio 2017; qui trovate la mia riflessione su lusso e volgarità partendo da una frase di Mademoiselle; qui trovate alcune foto relative alla mostra N°5 Culture Chanel che ho visitato a Parigi in maggio 2013; qui trovate il mio incontro con alcune 2.55 vintage all’edizione di aprile 2013 di Next Vintage Belgioioso.

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, cliché, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso, mi occupo di consulenze sempre in ambito moda e/o comunicazione e infine porto avanti con entusiasmo questo blog. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

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